Se tu mi ascoltassi...!
Lettera pastorale del vescovo Vincenzo Savio alla diocesi di Belluno-Feltre
Pentecoste 2002
“Fateci posto nei vostri cuori” (2 Cor 7, 2)
...Con questo invito appassionato l’apostolo Paolo si rivolgeva ad una comunità cristiana dei primi tempi, ma vorrei sentirlo anch’io per quello che è, un preciso invito di Dio-Trinità, rivolto a noi tutti, da sempre “amati da Dio, eletti da Lui” (1 Ts, 1, 4).
Carissimi,
questa è la prima Lettera Pastorale che vi invio.
Essa fa seguito alla lettera del 15 agosto 2001. Il titolo che avevo dato a quel primo
scritto era “Ascoltare per servire”. Invitavo, allora, la comunità diocesana ad impegnarsi per l’anno pastorale 2001-2002 nella preparazione al Sinodo diocesano che il Vescovo Pietro, con il presbiterio diocesano, ci aveva lasciato come meta pastorale per questi anni.
Chiedevo a tutti di approfondire, singolarmente e comunitariamente, il significato e il valore dell’ascolto. Ci sollecitavamo insieme ad acquisire e radicare l’importante attitudine di “ascoltare, ascoltare il Signore, ascoltarci di più tra noi”, come premessa necessaria per un fecondo “camminare insieme” (=Sinodo) di tutti i fedeli della diocesi.
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Il Sinodo diocesano, allora appena intravisto, non è più così lontano. Lo garantisce questa lettera, che viene consegnata oggi, festa di Pentecoste, mentre celebriamo, con grande emozione e con sicura fiducia nell’aiuto del Signore, l’Annuncio solenne che la nostra diocesi di Belluno-Feltre entra decisamente nel vivo del suo cammino sinodale.
Che cosa dovremo fare a partire da questo annuncio viene spiegato nella seconda parte di questa lettera.
Nella prima voglio fare il punto di ciò che abbiamo maturato in quest’anno pastorale (settembre 2001 / estate 2002) che ormai si sta concludendo.
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Negli ultimi mesi le nostre comunità si sono impegnate sul tema dell’ascolto come preparazione necessaria per vivere bene il Sinodo. Ci siamo preoccupati di spiegare:
– perché l’ascolto è necessario;
– come lo si realizza praticamente.
Non è difficile pensare che qualcuno, di fronte a questo scritto, riterrà che questo argomento sia stato sufficientemente approfondito nei mesi passati.
È vero che sull’ascolto abbiamo già riflettuto tanto, ma con questa lettera vorrei fissare alcuni punti che dovrebbero appartenere a tutti.
Mi piace pensare questa lettera pastorale come lettera “scritta insieme”: una sintesi della riflessione di un anno intero del Vescovo con tutta la comunità, una sorta di “punto fermo”, capace di giustificare meglio il tuo impegno personale e quello della comunità cristiana di non trascurare mai, come ricordavo lo scorso anno, “l’ascolto di Dio e della sua Parola; l’ascolto dell’uomo e della sua esigenza; l’ascolto della storia e del patrimonio che ha costruito la realtà che noi abitiamo; l’ascolto del futuro che già ci chiama” con particolare attenzione “all’uomo concreto, al contributo delle conoscenze umane e della scienza; la testimonianza di persone che si dedicano ad altre persone con amore (tanti testimoni non credenti)”.
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Devono essere chiare le ragioni che mi spingono a riflettere su questo tema.
Le possiamo, genericamente, richiamare così: noi siamo sommersi dal fare e abbiamo perso il valore della gratuità, del darci tempo personale per ascoltare noi stessi nelle nostre domande più profonde e per ascoltare Dio. Egli può essere meglio riconosciuto solo nel silenzio, inteso come sospensione di rumori e di attività. Per i nostri figli e per coloro con cui viviamo (marito, moglie, genitori anziani…) facciamo tante cose, con generosità; ma spesso non riusciamo a capire che essi hanno bisogno prima di tutto di noi, del nostro cuore e della nostra disponibilità ad ascoltarli e capirli.
È sempre più facile che non ci accorgiamo neppure dei bisogni più veri, che umiliano la vita di tanti fratelli bisognosi, per i quali riserviamo, il più delle volte, solo cose.
Anche nelle nostre comunità di fede (parrocchie, fraternità presbiterali o religiose, associazioni…) purtroppo non sempre le cose vanno bene: spesso non ci sforziamo più di tanto per capirci; non ci diamo tempo e allora non riusciamo più a riconoscere nemmeno i grandi doni di cui Dio ci ha dotati. Priviamo così la nostra lode a Dio di tanti motivi.
Persino di fronte a fatti sconvolgenti che intaccano la vita del mondo, ci sentiamo distratti, non ci sforziamo di leggere in profondità gli eventi per cogliere le nuove direzioni della storia.
Lavoro, studio… ma troppe volte l’ansia dei nostri giovani è solo quella di raggiungere il fine settimana da bruciare nei rave-party e nello stordimento di luci psichedeliche che ubriacano lo spirito come e più dell’alcol e delle droghe.
Che abbiamo fatto di noi stessi?
Come può essere che si consolidino le nostre comunità familiari, ecclesiali, sociali?
Abbiamo bisogno di tracciare di nuovo quel sentiero che ci può offrire l’opportunità di trovare felicità per la nostra vita personale e delle nostre comunità.
Abbiamo bisogno di riprendere in mano la responsabilità della nostra storia.
Mi auguro per questo che nel cammino dei prossimi anni ci sforzeremo tutti di migliorare la comune capacità di ascolto.
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Cercare i fondamenti dell’ascolto nella vita personale e della comunità è un po’ come risalire alla sorgente di un nostro torrente per ammirarne la limpidezza dell’acqua e poi ridiscendere a valle, seguendone il corso particolare. Incontreremo tanti piccoli e grandi affluenti, godremo delle anse di decantazione, ci lasceremo sorprendere dei salti impetuosi fino al suo placido immergersi nelle nostre pianure, rese più fertili dalla generosità delle sue acque.
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Ecco in sintesi il quadro di quanto vi propongo nella prima parte di questa lettera.
La riflessione parte dal ricordo di quanto siamo riusciti ad offrire nel passato anno pastorale.
• Prendendo spunto dal titolo della presente lettera, ricordo che colui che ci invita ad ascoltare è Dio-Trinità: da Lui veniamo e a Lui torniamo. Egli ci indica i “modi” e i “luoghi” dell’ascolto.
• Entro, poi, nel merito del tema: mi pare importante soffermarmi sul fatto che ascoltare non è un semplice atto di buona volontà: la nostra stessa esistenza umana ha come radice fondamentale questo aspetto. Ascoltare è una necessità che sta, radicalmente, dentro di noi.
• Tutto questo si rafforza per la fede: non c’è possibilità di essere veri credenti se non rivivendo in noi la misteriosa relazione di dialogo-ascolto che vive nella relazione intima della Trinità.
Un anno di preparazione
1. Tappe di avvicinamento al Sinodo
Oggi noi iniziamo l’avventura sinodale. Non vi arriviamo impreparati: nei mesi passati ci siamo impegnati ad approfondire l’importanza di saper ascoltare. Lo abbiamo fatto da tante angolature e in tanti modi: conferenze, letture, predicazione, confronti, esperienze di preghiera. Non è difficile pensare che c’è chi si è impegnato di più, e altri di meno. Forse qualcuno non se n’è nemmeno accorto. Voglio in modo sintetico e rapido richiamarti alcuni passaggi vissuti nell’anno pastorale 2001-2002.
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Non vogliamo dimenticare tanto valido lavoro fatto insieme:
Primavera 2001:
• Il Vescovo approfondisce il percorso da fare con i suoi più stretti collaboratori.
• Consiglio presbiterale e Consiglio pastorale diocesano più volte si confrontano su cosa è il Sinodo diocesano e individuano come tema per l’anno preparatorio 2001-2002 l’ascolto.
Estate 2001:
• Vengono elaborati i sussidi per i gruppi del Vangelo cresciuti attorno al grande Giubileo.
• L’ufficio di Pastorale giovanile elabora l’itinerario per i gruppi giovanili.
Autunno 2001:
• Assemblea diocesana in cattedrale con presentazione del tema e dei sussidi per l’anno pastorale.
• Visita del Vescovo a tutte le foranie per parlare del tema dell’ascolto e per conoscere meglio le realtà diocesane.
• Inizia la Cattedra del Concilio per il clero tutta impostata sul tema dell’Ascolto (della scienza; del povero; di Dio nella sua Parola; della filosofia; del mondo e della società; nel dialogo ecumenico e interreligioso; dei giovani; attraverso i media; nell’evangelizzazione; nella preghiera del prete; nell’accompagnamento spirituale).
Inverno 2001-2002:
• Si ritrovano i gruppi di ascolto e i gruppi foraniali di formazione.
• Si costituisce attorno al Vescovo un gruppo di lavoro per predisporre l’avvio del Sinodo (indagine socio-religiosa, rilevamento dei domenicali, preparazione degli animatori sinodali...).
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Spero proprio che con l’aiuto dello Spirito del Signore tutto ci sia servito per capire meglio l’importanza dell’ascolto e per convincerci a non trascurarlo mai.
Nella lettera dello scorso anno scrivevo che “…l’ascolto è la scarpa giusta per il (nostro) lungo e irrinunciabile camminare insieme”.
Dobbiamo ora aiutarci a ricordare alcune cose, che non dovremo dimenticare più.
2. Alcuni punti fermi
Mi aiuta il titolo dato a questa lettera: “Se tu mi ascoltassi!”.
Sono parole tratte dal salmo 81.
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Questo salmo è stato composto per una festa in cui si celebrava l’alleanza tra Dio e il popolo. Esso ripete con forza che la vocazione permanente del popolo di Israele è di essere “chiamato ad ascoltare”: è questo dell’ascolto un invito molto presente in tutta la Bibbia.
Due volte al giorno la liturgia ebraica invita il fedele a ripetere: “Shema’ Israel, ascolta Israele”.
Anche la Chiesa chiede a chi prega con la ‘Liturgia delle Ore’, di mettere sulle proprie labbra e nel cuore, come prima parola che apre a tutte le parole del giorno, come prima preghiera che intona ogni preghiera della giornata, come preoccupazione che precede ogni altra, questo invito: “Ascoltate oggi la sua voce: non indurite il cuore” (Sal 94).
Ciò che qualifica ogni discepolo e ogni comunità del Signore, non è prima di tutto una dottrina, o un codice di comportamento, una ritualità, ma l’atteggiamento umile del porgere l’orecchio a Dio.
E la Parola ascoltata da Dio spinge all’azione, a mettersi in gioco.
Si capisce perché questo invito (“Se tu mi ascoltassi!”) sulla bocca di Dio sia allora così appassionato, carico di commozione e di premura: da esso immediatamente traspare l’esortazione alla decisione e alla conversione.
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Il destinatario dell’invito è, evidentemente, qualcuno che Dio ama profondamente.
Come non pensare che questo destinatario sei tu, come persona singola, ed è la Chiesa (nelle sue diverse e storiche articolazioni: diocesi, parrocchia, universale…) come “comunità nuova” che ha imparato a riconoscere la voce di Dio tra tutte le altre voci: essa ha con Dio un privilegiato e profondo rapporto di amore. Come sempre avviene, l’amore è possibile solo se alla base c’è la reciproca libertà di donarsi e di rispondere al dono.
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È subito chiaro che l’oggetto dell’ascolto è Lui, Dio-Trinità che ci parla.
Per quanto ci trasmette la fede, noi sappiamo bene che da Lui ogni realtà trae vita e in Lui tutte le cose, persone ed eventi trovano il loro vero significato. Da Lui noi veniamo e a Lui noi tutti torniamo.
Opportunamente il Nuovo Testamento ci ricorda come “Dio molte volte e in diversi modi ha parlato ai padri”: ma la Parola più vera e definitiva è stato e resta suo Figlio, Gesù Cristo (Eb 1-2).
Proviamo ora a ricordare a noi stessi alcuni dei modi con cui Egli può, ancora, parlarci:
Egli ci parla direttamente:
– nel profondo della nostra coscienza,
– nella Parola che ci ha donato,
– nella offerta della sua vita, mediante l’esperienza sacramentale.
Egli ci parla mediatamente, in maniera interposta, attraverso alcune persone e momenti istituzionali che Egli ha voluto come suoi mediatori:
– i ministri nella comunità,
– le istituzioni sorte per servire la sua scelta di esserci vicino e comunicarci la sua volontà di salvarci.
Egli non cessa di farsi presente alla nostra mente e al nostro cuore anche attraverso una via forse poco evidente ma tanto vicina a noi: le vicende della nostra vita.
Siamo invitati ad essere come i cercatori d’oro che, immersi nel fluire del fiume della vita, setacciano la sabbia per trovare straordinarie pagliuzze d’oro.
Permettetemi che mi soffermi più a lungo su questo aspetto.
Quante volte nella storia della salvezza Dio si è servito di persone e di situazioni che sembravano non aver nulla da spartire con il suo Popolo, ascoltando le quali, però, gli interessati sono riusciti a trovare la strada giusta della loro vita. Ne ricordo alcune:
• Mosè, il grande amico di Dio, sta attraversando il deserto con il popolo che il Signore aveva salvato dagli Egiziani attraverso l’asciutto del Mar Rosso. Il popolo procede numeroso con fatica. È Ietro, sacerdote del dio pagano a spingere Mosè a organizzarsi come si conviene per avanzare nel deserto (Es 18).
• Ciro, il re pagano, si fa promotore per incoraggiare gli esuli a ritornare in patria e ricostruire le loro città (Is 44 ed Esd 1).
• Una donna cananea sollecita Gesù a ripensare certe scelte della sua missione (Mt 15, 21-28).
• Un macedone, pagano, sollecita in visione Paolo a decidersi di cambiare destinazione e intraprendere l’evangelizzazione della Grecia (At 16, 6-10).
• Il Concilio Vaticano II, sulla scia di Papa Giovanni ha riproposto un grande insegnamento di Gesù, una strada straordinaria da scrutare per capire il volere di Dio, quella dei segni dei tempi.
Con segni dei tempi Gesù indicava gli avvenimenti che gli uomini avrebbero dovuto saper interpretare come rivelatori della venuta del Messia (Mt 24, 3; Gv 2,18).
Ripropongo alla nostra attenzione quanto il Concilio Vaticano II afferma nel documento Gaudium et spes sull’impegno della Chiesa nel mondo: “Per svolgere questo compito (cioè di essere a servizio di tutta l’umanità) è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo; così che, in un modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sul loro reciproco rapporto. Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo nonché le sue attese, le sue aspirazioni e la sua indole, spesso drammatica” (GS 4). E ancora: “È dovere di tutto il popolo di Dio, soprattutto dei pastori e dei teologi, con l’aiuto dello Spirito Santo, di ascoltare attentamente, discernere e interpretare i vari modi di parlare del nostro tempo, e di saperli giudicare alla luce della Parola di Dio, perché la verità rivelata sia capita sempre più a fondo, sia meglio compresa e possa venir presentata in forma più adatta” (GS 44).
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Infine c’è un altro aspetto da tener presente. Nella frase citata del salmo 81 c’è un “se…” che ci ricorda come tutto questo ascolto è possibile solo quando esiste tra noi e Dio un rapporto di autentica libertà. Dio attende: Egli sa che lo può ascoltare solo chi lo vuole ascoltare, quando lo vuole sinceramente ascoltare. Noi sappiamo che non sarà mai Lui a rifiutarsi di parlarci, ma siamo noi che dobbiamo deciderci a prestargli la giusta attenzione. E questo esige esercizio di ascolto e convinta scelta di appartenergli. Una scelta in libertà.
Questa libertà racconta all’Infinito tanta sofferenza, perché Dio sa che la possibilità di ascoltarlo deve ogni giorno fare i conti con la disponibilità ad andare controcorrente. Una fatica spesso contestata.
Nota per il Sinodo
Ora può risultare più chiaro che il cammino fatto nei mesi passati è importante.
Nella visita alle foranie tra le cose udite ce ne sono diverse che meritano di essere richiamate. Presento una breve antologia:
Confrontandoci sulla nostra realtà, ecco gli aspetti più intensamente sottolineati: c’è un diffuso convinto riconoscimento del valore della Missione e dei frutti maturati da quella eperienza (Feltre, S. Stefano, Cadore, Rocca Pietore-Livinallongo) ci sono stati molti richiami al tema dell’ascolto imprescindibile per la vita della comunità cristiana a partire dalla preghiera (Cadore), per accogliere la Parola di Dio (Feltre-Pedavena) e testimoniare il Vangelo (Comelico), fino all’ascolto della coscienza (Zoldo). L’ascolto reciproco è vero e possibile solo se c’è amicizia, sua premessa indispensabile (Longarone). Occorre attenzione per non cadere nella trappola, possibile, di ascoltare sempre gli stessi (Castion). Il tema della evangelizzazione e della catechesi ha ricevuto costanti sottolineature: occorre coinvolgere la gente cercandola dove vive (Belluno), ritornando alla radice del Vangelo e proponendo l’incontro personale con Cristo (Alpago) a fronte di una fede che sta scemando, a una carenza di catechesi nel mondo adulto (Sedico) e all’abbandono dei giovani dalla catechesi ingenerando crisi in quanti si prestano ad insegnarla (Agordo). Cruciale è stato il costante richiamo al valore, ruolo, impegno fondamentale della famiglia: c’è un forte aumento delle convivenze (Belluno), occorre rinnovare l’impegno di preparare e accompagnare le giovani famiglie (Cadore, Belluno), di sostenere nel dopo matrimonio e di non lasciare solo chi ha fallito (Cortina). Insistere perché sia superata la delega educativa (Sedico); occorre prestare attenzione alla donna (Alpago, Belluno), al mondo degli anziani (tutte le foranie), alla scarsità delle nascite (Zoldo). Significativo il richiamo a sostenere la formazione (S. Giustina), quella teologica in particolare. Il mondo dei giovani irrompe con forza negli interventi: c’è necessità di ascoltare anche quelli che non bazzicano gli ambienti ecclesiali (Lamon), che si buttano subito nel lavoro (Cadore, Agordo, Sedico). Interessanti interventi (ad es. Canale d’Agordo) sulle urgenze presenti nelle comunità ecclesiali (discernimento comunitario, interrelazioni tra parrocchie e foranie, rischi di vivere in marginalità rispetto a diocesi e Chiesa universale, forza missionaria), cultura (debolezza di proposte e strumenti da valorizzare), emigrazione (lavoro, carenza formativa), laici (competenza e responsabilità ecclesiale e sociale), preti (esaltati e/o criticati, loro insostituibilità, sono un dono ma spesso sovraccaricati).
Alcune domande per continuare a riflettere
Ho più volte parlato di Sinodo come di “tempo di conversione”, di momento penitenziale nel senso di pentimento e di abbandono all’ascolto della volontà di Dio. Può essere riassunto nell’atteggiamento della nostra Chiesa diocesana che domanda con forza al Signore: “Che cosa dobbiamo fare per essere fedeli a Te e al tuo progetto di salvezza qui e ora?”.
Insieme alla Chiesa prova anche tu a porti qualche domanda, a partire dalla tua vita personale:
• Quanta importanza dai nella tua giornata ad ascoltare chi vive accanto a te?
• Una volta eri tanto entusiasta di certe persone che ti stanno a fianco e incontri nei diversi ambienti di vita (famiglia, Chiesa, attività, tempo libero, volontariato, abitazione…), ora esse non sembrano avere più niente che meriti la tua attenzione. Perché ti capita questo?
• Ti sei mai domandato che forse Dio lo senti lontano, o sparito dal tuo orizzonte perché non gli dai tempo?
• Ti sei accorto di quanto bene è presente nella tua parrocchia, nella tua comunità, nel tuo gruppo?
3. Ascoltare è dimensione fondamentale della persona umana
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Qualcuno può pensare che l’ascolto sia un atteggiamento introdotto nella nostra formazione per far migliorare certe cose: quasi una “tecnica” per ottenere certi effetti.
Ti invito a scoprire come l’“ascolto” è, invece, una dimensione costitutiva della persona umana, così importante che ad essa è legata la vita stessa di ogni persona, la sua autenticità.
Mi aiuta in quello che voglio dire l’affascinante riflessione di un filosofo ebreo, uno di quei personaggi che frequentando molto la Parola di Dio e respirandola fin dall’infanzia dentro le vicende di ogni giorno, riesce a scoprire sorgenti d’acqua viva altrimenti introvabili. Il filosofo è Abraham Joshua Heschel. Da lui (cfr in particolare: Chi è l’uomo, cap. V) prendo a prestito qualche pensiero.
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Egli sostiene che “persona” è colui al quale si possono rivolgere domande; che ha la capacità di rispondere a ciò che gli viene chiesto e non soltanto di soddisfare i propri bisogni e desideri.
Scandagliando nell’intimo della persona, si percepisce che il cuore dell’uomo insistentemente chiede: “Che cosa ci si attende da me?”. C’è una domanda che lo segue ovunque egli si diriga: “Che cosa si richiede da me?”.
Nessuno è assente a questo interrogativo, tocca tutti: con ogni bimbo che nasce, entra nel mondo una nuova aspettativa. La più grande esperienza nella vita di ogni essere umano è questa: “qualcosa mi viene chiesto”. Ogni essere umano ha conosciuto un momento in cui ha sentito una misteriosa attesa. Il significato della vita si trova nel rispondere alla domanda e nel sentirla.
Ben sapendo che a ciascuno di noi è lasciata la scelta tra rispondere o rifiutarsi di farlo.
La conseguenza è che quanto più profondamente stiamo in ascolto, tanto più ci spogliamo dell’arroganza e dell’insensibilità, che potrebbero spingerci al rifiuto.
Purtroppo, la consapevolezza di essere richiesti di qualcosa può essere facilmente repressa.
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Quante cose importanti ci stanno davanti, sapendo che ogni uomo che viene alla vita è un chiamato, richiesto, interrogato dalla vita stessa e dalla comunità, che lo riconosce come dono. Sapendo che egli si trova continuamente di fronte al mondo, che gli chiede di venire ascoltato e capito.
• La prima che mi piace sottolineare è che ascoltare è una delle più grandi prove e testimonianze che vivo.
• Ascoltare non è passività, non è subire, ma è rendere disponibile la nostra personale e importante esistenza. È desiderare e accogliere la pioggia feconda della vita del mondo sulla terra della nostra esistenza.
• Ascoltare è attività, perché è un tuo atto personale che decide di tenere la porta di casa aperta e il passante occasionale si sente quasi invitato ad entrare se la necessità o la voglia di compagnia lo sospinge.
• Ascoltare è quindi dono di ospitalità: ponte straordinario attraverso cui necessariamente transita ogni vera relazione tra persona e persona, ogni persona con il suo patrimonio di originalità.
• Ascoltare è necessario a ognuno per permettere all’“altro” di instaurare relazioni profonde e costruttive. Questo è vero anche all’interno delle relazioni familiari ed ecclesiali, dove l’abitudine di vivere insieme esige maggiore sorveglianza per non cadere nello scontato, nel già visto, che impedisce di cogliere il nuovo che continua a germinare nel cuore di ognuno. Si rischia qui più che altrove di ritrovarci estranei gli uni agli altri.
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Da qui nasce il bisogno di valorizzare il silenzio accogliente, perché l’altro possa esprimersi. Con il tuo silenzio accogliente manifesti anche la tua stima verso l’altro, l’importanza che egli ha per te: è dichiarazione che desideri lasciarti sorprendere dell’originalità che l’altro porta in sé. Dichiari così che tu stesso hai bisogno di lui e della rivelazione del suo mistero.
Non più interessato a mettere parola dopo parola, suono dopo suono, ma a cogliere dell’altro anche le intenzioni che non gli è dato di riuscire ad esprimere: oltre il personale groviglio di cose riconoscere e ospitare in te il suo mistero di vita.
Nota per il Sinodo
Forse ora puoi meglio comprendere una scelta ampiamente sperimentata nella Missione diocesana in preparazione al Grande Giubileo e che ora vogliamo riprendere per allargare a tanti altri: il gruppo che si incontra per narrarsi, ascoltare e ascoltarsi. Il gruppo non è stato pensato come una esperienza occasionale: oggi noi, così frastornati da rumori che ci sono scaricati addosso e di cui a volte ci sembra di non poter fare a meno, abbiamo bisogno di riprendere il contatto vivo di noi stessi nella nostra identità più vera, con la nostra comunità e con la nostra fede; con gli altri che non possiamo considerare solo dei vicini: essi restano privilegiati compagni di viaggio.
Alcune domande per continuare a riflettere
La realtà bellunese è profondamente segnata da alcuni drammi che ci preoccupano e di cui non riusciamo a trovare il “bandolo della matassa”: alcolismo e suicidi.
• E se simili scelte negative nascessero anche dal fatto che non riusciamo a capire che siamo importanti per gli altri?
• In che misura mi educo a parlare di me, della mia esperienza di vita… a qualcuno che mi possa capire e mi aiuti a leggermi in profondità?
• In che misura prima di rendere assolute e definitive le mie decisioni sono capace di confrontarmi?
• E quanto mi rendo disponibile a dare del tempo per mettere al centro l’altro perché possa essere ascoltato?
Oggi a livello di psicanalisi, di direzione aziendale, di gestione dei processi formativi professionali, nella attività di marketing (se ne hai la possibilità clicca su temi di “ascolto-ascoltare” nei siti internet), si insiste sempre più sulle tecniche dell’ascolto, si preparano le persone su questo caratteristica per dare esiti ottimali ad operazioni che si vogliono concludere. Non è stato, probabilmente, individuato un filone qualificato della persona ottimale per ottenere i risultati preventivati?
• Anche per me vale i principio che il tempo dato all’altro è misura alta dell’amore che ho verso di lui?
4. Ascoltare come condizione essenziale per la comunità credente
Dopo aver meditato l’invito di Dio ad ascoltarlo e dopo avere cercato di comprendere come l’ascolto sta alla radice della nostra stessa vita, mi pare giunto il momento di cercare le motivazioni più opportune per illuminare la vita e la missione della nostra Chiesa.
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C’è una nota interessante che nella fede biblica serve a distinguere i falsi idoli dal Dio vero che Israele adora: “Gli idoli delle genti sono argento e oro, opera delle mani dell’uomo. Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono, hanno narici e non odorano… (Sal 115).
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Il Dio d’Israele invece parla e sa ascoltare. Anzi la teologia nel presentare la vita interna di Dio-Trinità utilizza la relazione “dialogo-ascolto” come percorso per avvicinare la nostra riflessione al mistero trinitario.
Quello che scrivo ora può presentarsi come una riflessione difficile, a cui non siamo abituati. Ma è affascinante poter balbettare di Dio cose splendide, pur sapendo che il nostro linguaggio resta assolutamente imperfetto. Su Dio noi possiamo solo azzardare vaghi accenni; possiamo avvicinarci un poco alla contemplazione che in tutto il suo splendore solo dopo la morte ci avvolgerà, senza ombra e senza incertezza. Eppure ci sentiamo già così profondamente entusiasmati!
Pensare alla vita del Padre e del Figlio come relazione tra Amore eternamente pronunciato in totale verità senza impedimenti e in totale verità accolto e corrisposto come Amore senza dilazione né di tempo né di incertezza. Amore puro perfettamente pronunciato, Amore pieno perfettamente ascoltato-accolto-corrisposto.
Lo Spirito è il Silenzio eterno, opportunità senza disturbo che si fa via perché il Padre, che dichiara Amore, e il Figlio, che risponde eterno Amore, possano essere eternamente comunicati e accolti.
Sì, lo Spirito Santo è questo silenzio-via che rende udibile, sostiene, rende eternamente vera la reciproca comunicazione d’amore tra il Padre e il Figlio. Ascolto reciproco, puro, senza scorie e senza cadute di intensità che è sorgente eterna di tutto ciò che esiste.
Gesù ci ha fatto intravvedere cose straordinarie quando ha parlato di sé come comunicatore di ciò che ha fedelmente ascoltato “Io dico al mondo le cose che ho udito da lui” (Gv 8, 26). E ancora “…come mi ha insegnato il Padre, così io parlo” (Gv 8, 28); “…tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15, 15).
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Se contempliamo la vita degli amici di Dio nella Bibbia scopriamo che non c’è vera azione se non preceduta da ascolto profondo. Anzi la vita dei protagonisti dell’Antico e del Nuovo Testamento cambia radicalmente dopo che Dio ha chiamato e parlato ed essi hanno accolto la chiamata nel loro cuore cercando di renderla operativa: Abramo, Mosè, i Profeti, Maria, Paolo…
“Uditori della Parola” è il titolo di un’opera di un grande teologo che cerca di descrivere la caratteristica propria della comunità credente.
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Se tutto questo è vero, che cosa deriva per la nostra vita personale e comunitaria?
Se l’ascolto è alla base dell’esistere umano, l’ascolto è alla base della vita della comunità credente e del singolo credente.
• Perché ascoltare è ricevere, ospitare quella luce che permette di vedere, sostiene il discernimento di ciò che siamo chiamati a realizzare.
• Ascoltare è il primo atto dell’esercizio della carità: esso permette di intendere dove e come il fratello soffre e invoca attenzione e solidarietà. Interpellare per conoscere è mettere realmente al centro di ogni nostro agire il primato del fratello che dichiara la sua sofferenza o ci invita a condividere la sua visione aperta sulla vita.
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Non ascoltare e non proporre percorsi di ascolto non è allora un fatto neutrale o un’azione indifferente. Non dare spazio ad accogliere la Parola significa predisporre il proprio cuore all’indurimento: “incirconcisi nel cuore e nelle orecchie” (At 7, 51.57; Eb 4, 5-11).
Chi non vuol ascoltare si predispone alla durezza; e dichiara la sua personale riottosità e ostinatezza.
Nota per il Sinodo
I gruppi del Vangelo sorti un po’ in tutta la diocesi in occasione della Missione per il Giubileo hanno suscitato una grande attenzione a come Dio ha parlato e continua a parlare all’umanità. Leggendo e rileggendo, pregando, condividendo le Sacre Scritture, impariamo a riconoscere in profondità, “la verità che è Cristo, annunciato, atteso, fattosi uomo, morto e risorto per noi, sposo della Chiesa nello Spirito Santo, atteso come termine di tutta la storia”. In Lui e con Lui noi scopriamo sempre più la verità e il significato del nostro essere nel mondo e nella storia.
Ogni lettura della Bibbia, che non serve solo all’approfondimento di coloro che vi partecipano ma a tutta la Comunità, ha sempre il suo punto di riferimento nell’Eucaristia in quanto mistero centrale della fede della Chiesa. L’Eucaristia fornisce pure il criterio interpretativo fondamentale della Scrittura che è il progressivo rivelarsi di Dio con noi, Cristo.
La lettura della Parola non può non portare frutti visibili: ascoltare per lasciarsi trasformare dalla Parola e testimoniare con la propria vita la presenza di Dio nella storia.
Una comunità, in forza del mistero che l’ha costituita, la riunisce e la sostiene, vive necessariamente la comunione al suo interno e la missionarietà come passione di riconciliazione del mondo in Cristo.
Essa è necessariamente aperta al territorio, il luogo in cui è stata posta dal Signore. Della storia di cui è parte, lievito e luce, riconosce i doni presenti e li valorizza, ne assume le attese profonde. Fa sue le speranze. Opera incessantemente per la sua giustizia, riconciliazione e pace e intercede per la sua salvezza.
Una comunità parrocchiale è, quindi, necessariamente aperta al territorio, e al mondo.
Ma questo esige che essa sappia riconoscere e vivere al suo interno la comunione anche di tutti i doni che lo Spirito ha disseminato: nessuno ne è privo, nessuno li ha tutti. Diversità “sinfonica”: perché la Comunità ha bisogno dell’esercizio effettivo e continuato dei doni di ciascuno.
Abbiamo necessità che le singole comunità parrocchiali vicine sentano di appartenere all’unica Chiesa diocesana: capaci quindi condividere, aiutarsi, lavorare insieme per offrire in una collaborazione sempre più convinta e armonizzata migliori servizi di carità pastorale.
Alcune domande per continuare a riflettere
L’impegno della Chiesa nel dopo-concilio nel promuovere momenti di partecipazione, non aveva come prima intenzione l’aspetto organizzativo, ma la “visibile” traduzione della “comunione” nella comunità credente. Consigli pastorali, assemblee parrocchiali… sono la realizzazione nella prassi di quello che l’Eucaristia celebra.
• Essi sono presenti e funzionanti nella tua comunità?
I gruppi di ascolto che il Sinodo cercherà di favorire, saranno efficaci solo se preti e laici superando anche certe comprensibili ritrosie, daranno continuità ai gruppi del Vangelo e allargheranno la loro costituzione anche oltre i confini ristretti degli ambienti parrocchiali: entrare nelle case, nei luoghi del lavoro, del tempo libero, delle amicizie.
• Sei disposto a vivere questo spirito missionario e di ascolto, nella convinzione che Dio ti farà toccare con mano le sorprese promesse ai suoi discepoli?
Per poter ascoltare Dio che ti vuol parlare nella comunità e nei fratelli è urgente mettere in circolazione gesti di riconciliazione: nelle nostre comunità parrocchiali e associative, nelle famiglie e con il mondo che è realtà esterna alla Chiesa.
• Quanto sei disposto a fare, nel rapporto con i componenti della comunità, preti o laici che siano superando risentimenti anche spiegabili? E nel mondo sociale?
Non dimenticare che il “perdono” è dato da chi ha ragione! Il “perdono” è richiesto da chi ha torto. La riconciliazione è sempre una proposta che va realizzata da tutti.
• Sei capace di chiedere sinceramente perdono e di perdonare di cuore?
PREGHIERA
Nella notte dei tempi
il nulla udì la tua brama di vita,
Signore Dio.
Ed essa si fece creato.
Avvenne che la vita, sorpresa ed esultante,
ospitò una seconda volta il tuo Spirito,
Ella si tese, si arcuò all’estremo
per abbracciare in se stessa
l’alito che sgorgava dal tuo profondo.
La coscienza dell’universo
cominciò teneramente a prendere forma.
Con l’uomo e la donna
la comunione e l’amore entrarono nel mondo.
E si avviò la Storia.
Al vertice dei secoli,
l’Eterno si racchiuse nel seno dell’umanità,
e questa fu nobilitata di mistero divino.
Il miracolo divenne presenza abituale tra noi:
ogni piccolo ricettacolo,
generoso e sincero,
si rese agibile ad ospitare l’Eterno.
Così abbiamo contemplato il sasso di granito
scheggiarsi e frantumarsi
sotto la forza di un fiore che germina. La speranza eterna abitò il tempo
e, forte, vive nei secoli
in forza della radice santa della redenzione.
Da allora non ci è dato altro
che contemplare la ineffabile vittoria della vita.
Signore, ovunque tu hai parlato
e hai trovato ospitalità,
lì la vita di nuovo si è fatta visibile.
Concedi che ci sia permesso
di continuare a vedere scendere su di noi
lo stesso fuoco della prima Pentecoste.
Fuoco di cielo,
unico e capace di inseminare la terra
di infinite, diverse, sinfoniche presenze.
Fuoco che ora è più facile
vedere bruciare nel cuore di ogni persona.
Fuoco che solo accanto ad altri fuochi
si può alimentare.
Che arde e invoca il soffio del tuo Spirito
e l’alito della carità
per irrobustire la sua fiamma,
illuminare il mondo,
orientare il viandante,
riscaldare e nutrire ogni ospite.
Amen.
Iniziamo il cammino
Come l’anno dell’ascolto ci ha condotti vicino all’ingresso del Sinodo diocesano, così la riflessione della prima parte ha avuto lo scopo di preparare la strada alla presentazione del cammino che iniziamo.
Spero che questa proposta che intonerà la nostra vita per i prossimi anni non sia sentita come una preoccupazione di tipo organizzativo (rifare i quadri per una maggiore efficienza della diocesi); nascerà comunque l’esigenza di rivedere la nostra vita comunitaria, anche sotto l’aspetto di una migliore prestazione. Nemmeno rischi di essere sentita come una sorta di rinserrare le fila di fronte allo smarrimento attuale, anche se dovremo crescere nella comprensione del nostro essere comunità credente, fraternità impegnata a servire la misericordia di Dio nel mondo. Noi perdonati divenire testimoni e ministri di riconciliazione.
1. Il Sinodo diocesano
Di Sinodo abbiamo sentito parlare tante volte.
Da parola sconosciuta e strana è diventata ormai presenza familiare.
Qualcuno si è forse perfino stancato perché sentendola così spesso nominare non è ancora riuscito a possederla. La nostra anima bellunese è abituata a creare connessioni strette tra enunciati e realizzazioni e si è sentita a disagio di fronte ai tempi lunghi intercorsi tra il primo parlare e questo inizio che finalmente compare.
Ma il Sinodo è soggetto a leggi non dissimili proprie di ogni realtà importante che deve prendere corpo.
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Un bimbo che nasce esige i suoi mesi di formazione nascosta. Quando viene alla luce egli cresce con noi e noi cresciamo con lui. Nessuno si sorprende che occorrono diversi anni per diventare grandi. Solo così, crescendo insieme, si costruiscono reciproche conoscenze, si comunicano linguaggi convenuti. I genitori maturano come genitori e aprono su orizzonti nuovi ed esigenti, senza perdere quella infinita sorpresa che è ogni figlio che viene alla luce. Egli ci educa: non tutto-subito, anche se potenzialmente il futuro è già presente fin dal suo concepimento.
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La parola “Sinodo” (dal greco syn-odos) può essere riespressa così:
• essere insieme sulla stessa strada;
• camminare in compagnia o fraternità verso la stessa meta;
• guardare nella stessa direzione e accompagnarsi.
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Ci può aiutare a meglio comprendere il senso del termine riprendere l’immagine dei nostri torrenti. Essi scendono da valli diverse, ciascuno con la sua caratteristica avventura e confluiscono via via nello stesso alveo arricchendo il corso d’acqua, attesi dalla vasta pianura e dal mare.
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C’è il rischio di pensare che il Sinodo diocesano sia un evento eccezionale. Molti lo pensano e così lo celebrano.
Vorrei invece che pensaste il Sinodo come una dimensione permanente della Chiesa. Un appuntamento, fino ad oggi raro, che ci aiuta, come Chiesa diocesana e come sue articolazioni, ad essere permanentemente sinodali come lo erano le Chiese delle origini: capaci di incontrarsi attorno alla Eucaristia, agli Apostoli e nella preghiera, per cercare di vivere la comunione fraterna con intensità e decidersi per la missione nel mondo.
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Il primo aspetto da evidenziare presente nel termine Sinodo è “la strada”, nei suoi diversi contesti.
• Essa ci parla del percorso della vita, offerto da Dio e tipico di ciascuno. La figura forte di riferimento è quella di Abramo che vive, pellegrinando tra tante incertezze, con la sicurezza di un Dio che costruisce con lui un’avventura originalissima: l’assoluto di Dio (Genesi).
• A questo si affianca l’idea di cammino propria ad ogni comunità. Essa è intensamente espressa da Israele nella lunga, faticosa, rischiosa ricerca di libertà prima e di terra sicura poi (Esodo).
• Infine l’idea di strada ci rimanda al tratto di percorso necessario per passare dalla fede nel Cristo smarrita alla fede riconfermata come ci è descritta nell’episodio dei discepoli di Emmaus, disillusi senza speranza, cui si accompagna l’eccezionale viandante che fa breccia nel loro cuore e rovescia dal profondo la loro tristezza tramutandola in certezza (Lc 24, 13-35).
Quale insegnamento raccogliere per la nostra Chiesa in Sinodo?
Anzitutto non perdere la coscienza che come popolo di Dio siamo dono dall’alto e, insieme, pellegrini-cercatori dell’Assoluto di Dio. È l’anelito salvifico di Dio che ci spinge ad uscire e muoverci, con la passione dell’“oltre”, verso le mete che egli va descrivendo per noi.
Questo camminare impegna la Chiesa a dotarsi di mappe di percorsi e a saper organizzare le tappe. Allenati a sopportare la fatica, siamo preparati agli imprevisti per non soccombere. Sappiamo bene che non si può andare molto avanti se non si cadenza bene il passo e la misura della nostra andatura sono i più deboli. Non possiamo fare a meno di soste di ristoro, e di profetiche avanguardie che sappiano perlustrare.
Per la nostra diocesi in Sinodo tutto questo si traduce nel bisogno di verificare, oggi, il progetto di Dio sulla nostra Chiesa e cercare di intuire verso quale futuro ci conduce. Il grande cambiamento in corso da alcuni decenni nella società, interessa la nostra responsabilità di annunciare il Vangelo e far incontrare Cristo nei nuovi contesti di post-modernità che si è fatta invasiva tra la nostra popolazione.
• Dove siamo adesso e dove stiamo andando?
• Dove sta andando la nostra Chiesa diocesana?
• Stiamo percorrendo la via di Dio e siamo autentici testimoni del Vangelo?
• Siamo in dialogo, impegnati con l’attuale cultura, che investe in particolare i giovani? Percorriamo le vie dell’uomo, così da poterlo incontrare come Gesù faceva, per ridonare con gioia ciò che preziosamente il Signore ci ha affidato?
• Abbiamo il coraggio di fare qualche scelta diversa o più coraggiosa?
La Chiesa ha un grande compito nella storia: servire l’uomo in ogni sua necessità perché possa incontrare in ogni tempo e in ogni situazione il suo Salvatore, la terra della sua felicità che è Dio-Trinità. Sinodo è tempo di grazia per aiutare a ritrovare la strada per questa vera terra promessa, per un popolo che è nostro.
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L’altro elemento che definisce il sinodo è “insieme”. Insieme sulla stessa strada.
Appare subito evidente riconoscere che su questo servizio a Dio e all’uomo non ci muoviamo singolarmente ma come Chiesa, come “sinfonia di chiamati”, comunione di doni.
Per “camminare insieme” ogni componente diocesana dovrà sentirsi responsabilizzata a portare il suo contributo necessario e insostituibile: tutta la nostra diocesi nelle sue espressioni comunitarie (parrocchia, famiglia, associazioni, movimenti e gruppi) e nelle persone (sacerdoti, religiosi e laici).
Non possiamo dimenticare la nostra storia che è fatta dalla vasta famiglia di emigranti, di famiglie che hanno la loro attività produttiva altrove e il piccolo ma significativo drappello dei nostri missionari.
Sogno di poter vedere in questo “insieme”, fin dove riusciremo ad avanzare nella collaborazione, anche tanti uomini e donne di buona volontà che non riescono a fare la scelta radicale del battesimo, che forse hanno cancellato nella loro coscienza la loro originaria appartenenza alla Chiesa e quanti provenendo da altre aree culturali ed etniche, condividono con noi lo stesso territorio, forse temporaneamente, ma con i quali siamo chiamati a costruire una società dignitosa e liberante.
Non vuole essere esperienza di vertice, non esperienza di qualcuno, ma sincera opportunità di dare consistenza alla profezia: “Dice il Signore: In quei giorni, dieci uomini di tutte le lingue delle genti afferreranno un Giudeo per il lembo del mantello e gli diranno: Vogliamo venire con voi, perché abbiamo compreso che Dio è con voi” (Zac 8, 23).
Insieme, senza fretta.
Il cammino che stiamo per intraprendere non dovrà sospendere le attività pastorali, ma saranno proprio le attività ordinarie che aiuteranno a portare dentro la vita quotidiana i valori che il Sinodo andrà gradualmente esprimendo.
2. Il calendario
Dopo aver dato alcune indicazioni di principio, rispondiamo alla domanda: “Come? in quali tempi? facendo che cosa?”
Pentecoste 2002
Annuncio del Sinodo
Solenne Annuncio di inizio del cammino sinodale: non solo ai cristiani impegnati ma anche ai rappresentanti delle istituzioni.
Costituzione della Commissione Centrale (composta da membri del clero, religiosi e laici) che, con il Segretario del Sinodo, ha il compito di aiutare il Vescovo in tutto il tempo del Sinodo.
1° momento (Pentecoste 2002-2003)
VEDERE
Inizia con la Pentecoste del 2002 un cammino che ha come titolo il “vedere”.
L’ascolto chiede di farci attenti, di avere occhi che vedono.
Gesù dice di sé. “Chi vede me, vede colui che mi ha mandato” (Gv 12, 45), e questa affermazione la gridò davanti a tutti, perché i suoi ascoltatori fissassero gli occhi su di lui.
Nella S. Scrittura “ascoltare” e “vedere” sono un unico movimento di apertura e di reciprocità: la fede nella Parola, ascoltata e accolta nel cuore, ci dà occhi penetranti per vedere oltre lo scenario immediato. Guardare con amore il volto di Gesù e il volto della sua Chiesa è scoprire l’invisibile.
Le riflessioni, consolidate nell’anno di preparazione sul tema dell’ascolto, matureranno dunque nel percorso dei prossimi mesi.
Da come guardiamo per vedere o per non vedere la realtà verrà dimostrata la nostra volontà o di voler dominare con arroganza o di voler servire e lasciarci determinare dalla verità.
Dalla nostra capacità di farci aiutare anche da persone di buona volontà e di orientamenti diversi, o di farci aiutare dalle scienze umane a leggere il contesto che abitiamo e come siamo visti e capiti, verrà espressa la sincerità della nostra voglia di conversione a Dio e alla sua causa.
Veramente l’occhio vede a partire dal cuore in ascolto: è quello che sant’Agostino ha inteso quando ha detto che solo l’amore è capace di vedere.
Negli impegni che caratterizzeranno il prossimo anno, e che ci portano a vedere la nostra realtà con le finalità, il metodo e gli strumenti più sotto descritti, non vogliamo diventare semplici osservatori. L’ascoltare e il vedere suppongono una trasformazione, una condivisione cordiale che ci fa crescere e sentire parte del tutto.
Saremo chiamati a vedere il volto della nostra Chiesa. Con atteggiamento penitenziale, come quello della “purificazione della memoria” svoltasi a Longarone nell’anno giubilare, ne vedremo le macchie e le rughe. Ma lo sguardo non potrà fermarsi a questo: i nostri occhi saranno in contemplazione del volto di Cristo che deve risplendere nella sua Chiesa: e quanti motivi di vederne i tratti nella vita generosa di tante persone, nella testimonianza anche eroica di tante sorelle e fratelli, soprattutto di chi è povero e infermo.
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Voglio tradurre in immagine il senso di questa prima fase del nostro cammino sinodale.
Nel nostro procedere verso la meta noi raggiungiamo un primo crinale e da lì osserviamo e cerchiamo di comprendere il paesaggio che sta appena sotto i nostri piedi. Si vedono distintamente case e strade; ci giunge ancora il vociare delle persone degli abitati appena sotto. Non è difficile ascoltare le voci dei ragazzi che giocano. Anzi ci pare proprio di sentirle distintamente: siamo appena più in alto ma ancora a tiro di voce per riconoscerle. Da lì riusciamo a vedere con particolare chiarezza la struttura del paese e la sua collocazione nell’ambiente circostante. Come avviene per le fotografie aeree da qui è più facile individuare gli spazi opportuni dove potrebbero essere costruite le nuove case e la chiesa senza deturpare l’ambiente; e dove è necessario rafforzare la natura per evitare che sia soffocata o mortificata dal cemento.
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È questa un’immagine dell’appassionato percorso del “vedere”.
L’immagine potrebbe anche diventare gesto simbolico se in quest’anno che l’Onu ha dedicato alla montagna, noi organizzassimo nelle diverse zone della nostra meravigliosa diocesi delle ascese insieme, camminando, fianco a fianco, giovani, adulti, persone di ogni condizione. I sentieri in salita, sulle nostre montagne, portano alla dimensione giusta per favorire un’esperienza comunitaria forte di azione e contemplazione: parabola del nostro impegno personale e comunitario.
Sui monti l’umanità ha visto da sempre concentrarsi tratti simbolici mistici, storici, trasfigurativi e ascetici. Nella Bibbia la montagna è, per eccellenza, il luogo dell’incontro dell’uomo con Dio. Ma da essa, la Parola di Dio ci invita a discendere per riportare nel percorso feriale della vita il frutto di quell’incontro divino che solo può “raddrizzare” sentieri e “colmare” valli.
Un appuntamento significativo e coinvolgente come questo liberamente proposto nelle nostre comunità; la predisposizione da parte della Commissione Centrale di sussidi per gli incontri autunnali dei gruppi; faranno di questa estate la porta di ingresso al cammino sinodale diocesano.
Ecco come si svilupperà il nostro percorso di questa prima fase:
Finalità
Leggere bene la nostra situazione religiosa e sociale, capire quali sono le sfide presenti e quelle che maggiormente ci interpellano e impegnano la priorità pastorale della nostra diocesi.
Metodo
Istituire ovunque è possibile gruppi di ascolto, aperti a tutti, per meglio condividere la lettura della nostra situazione, attraverso la riflessione comune. È allora necessario preparare per tempo animatori diocesani di sostegno e animatori di gruppo; elaborare schede di approfondimento per incontri (da 5 a 7); proporre strumenti perché questi gruppi possano, oltre il tempo delle schede, proseguire come gruppi di base nella comunità e come referenti primi per le comunità che vogliono vivere attraverso assemblee il confronto e l’impegno nel proprio territorio.
Strumenti
Va premessa la costituzione in tutte le parrocchie del Consiglio sinodale là dove fosse mancante quello pastorale; il lavoro dei gruppi si accompagna con il rilevamento dei partecipanti alla messa domenicale in tutta la diocesi e con la prima indagine socio-religiosa quantitativa e qualitativa nel nostro territorio.
Il materiale raccolto viene rielaborato per ogni zona pastorale e offerto alla rilettura dei gruppi per un giudizio di merito.
A termine di questo cammino il Vescovo, analizzando i dati delle indagini, dei focus-groups e con i risultati dei lavori di gruppo individuerà il tema (o i temi) della riflessione sinodale.
Tempi
* settembre: preparazione degli animatori sinodali
* autunno: visita foraniale del Vescovo e formazione dei gruppi di ascolto
* novembre-dicembre: lavoro dei gruppi su schede – raccolta schede
* gennaio-febbraio: sintesi di tutta la riflessione (viene realizzata dalla Commissione Centrale)
* aprile: confronto nelle zone pastorali (uno-due incontri)
2° momento (Pentecoste 2003-2004)
DISCERNERE
Nell’anno pastorale 2003-2004, seguendo un calendario che riprende il ritmo del 1° momento, saremo chiamati ad approfondire il tema (o i temi) scelto per chiederci come la Parola di Dio lo illumina e cos’ha da dire in merito la nostra fede e la nostra responsabilità pastorale. Lo faremo, ancora, principalmente attraverso i gruppi sinodali.
3° momento (Pentecoste 2004-2005)
DECIDERE
L’anno 2004-2005 infine vedrà la convocazione della grande Assemblea Sinodale.
In essa saremo chiamati a fare scelte concrete per la vita della nostra diocesi e delle nostre realtà parrocchiali e comunitarie.
Possiamo così riassumere:
2002-2003 = Vedere
2003-2004 = Discernere
2004-2005 = Decidere
FACCIAMO IL NOSTRO INGRESSO NEL SINODO...
Il Sinodo è dono di Spirito Santo:
la preghiera avrà il primo posto.
Il Sinodo è costruito da tutti:
si darà particolare attenzione al mondo degli ammalati e degli anziani.
Il Sinodo è vissuto oggi
ma proiettato verso il domani:
la nostra fantasia pastorale dovrà favorire la partecipazione dei giovani e dei più piccoli.
Il Sinodo è celebrazione di fraternità:
non può ignorare e non coinvolgere i poveri.
Il Sinodo è celebrato in una terra
impegnata sul turismo:
condivideremo con l’ospite la nostra gioia.
Il Sinodo è tempo di riconciliazione
e testimonianza di comunione:
proponiamo di incontrarci con chi abbiamo emarginato e con chi si sente escluso per situazioni personali, per appartenenze religiose diverse...
Il Sinodo ci attende fin dall’inizio:
sarà presenza gradita anche chi riesce a decidersi all’undicesima ora.
Il Sinodo è esercizio di comunione:
ci avviamo in esso con la forte convinzione che tutte le nostre energie e le nostre possibilità le deponiamo fiduciosi nelle mani di Dio; esse sono come i cinque pani e due pesci del ragazzo nelle mani di Gesù, certi che Egli le saprà moltiplicare per il bisogno di tutti.
Noi ci avviamo a viverne l’esperienza sereni e tranquilli come un bimbo svezzato in braccio a sua madre.
Così è l’anima nostra nelle mani di Dio (Sal 131).
...ISPIRANDOCI ALLA VERGINE MARIA
Ci ispira e ci incoraggia Maria,
immagine sublime della Chiesa
la cui protezione invochiamo e la cui imitazione
vorremmo perennemente realizzare:
* Con Lei, davanti a Dio, presentiamo la nostra povertà, che è grande.
* Come Lei vogliamo stare in totale obbedienza a Dio, attendendo il suo Spirito di fecondità.
* Chiamati a portare Cristo nel mondo, siamo certi che là dove noi saremo Egli opererà salvezza.
* Confidiamo in Lei e chiediamo il suo aiuto quando ci turbano fatica e incomprensione.
* Come Lei, donna di carità, vogliamo vivere bene il nostro ministero e ritornare nel silenzio.
* Continueremo a chiedere a Lei di imparare a riconoscere presto il bisogno di ogni persona.
* Continueremo, con Lei, ad implorare vita e pace per il mondo.
* Lo Spirito ci aiuterà ad essere, come Lei, discepoli pronti a camminare lungo la via della croce.
* Porteremo in noi, con Lei, la sofferenza per ogni povero Cristo, ancora ingiustamente crocifisso.
* Vogliamo, come Lei, essere gioiosi annunciatori di resurrezione,
testimoni di preghiera,
laboratorio di comunione,
artefici di riconciliazione
messaggeri d’amore.
Sappiamo di appartenere, come Lei,
ad un tempo che chiede coraggio.
Signore, duc nos in altum!
Amen.