
| mercoledì 2 giugno | domenica 6 giugno | lunedì 21 giugno | lunedì 28 giugno | martedì 29 giugno | martedì 17 agosto | venerdì 27 agosto | sabato 28 agosto | domenica 29 agosto | lunedì 30 agosto | martedì 31 agosto | domenica 5 settembre | mercoledì 8 settembre | domenica 19 settembre | sabato 9 ottobre | martedì 12 ottobre | sabato 16 ottobre | domenica 17 ottobre | lunedì 1 novembre | giovedì 11 novembre | lunedì 6 dicembre | venerdì 24 dicembre | sabato 25 dicembre | venerdì 31 dicembre |
martedì 2 giugno, Belluno
SALUTO ALLA DIOCESI DI BELLUNO-FELTRE
Il Santo Padre mi ha voluto Vescovo di questa Chiesa di Belluno-Feltre.
Invio a tutti i diocesani un cordialissimo saluto con l’augurio: “la pace sia con voi”.
Lo faccio con emozione. Fino a pochissimi giorni fa mi sentivo insieme a voi orfano del vescovo Vincenzo Savio e con voi in preghiera per avere un Vescovo “profeta di speranza” che desse continuità al cammino della nostra Chiesa. La scelta del Papa, che ho sentito come espressione della volontà di Dio, pone me in questo impegnativo servizio e spero nella collaborazione di quanti vogliono essere “Chiesa viva”.
Sta davanti a noi il programma del Sinodo iniziato con vigore dal vescovo Vincenzo. Personalmente mi sentivo già, come sacerdote di questa diocesi e suo collaboratore, molto coinvolto nel cammino iniziato nella Pentecoste 2002. Ora avverto di avere una precisa responsabilità perché il Sinodo possa procedere e tracciare linee precise e condivise di cammino per la nostra Chiesa. Siamo chiamati a raccogliere quanto di meglio sta nella nostra tradizione e nei percorsi impegnativi vissuti nella “Missione del Giubileo” e nei due ultimi anni (quello dedicato al “vedere” e l’ultimo concentrato sul “discernere”) che sono stati ricchi di tanta operosità sinodale.
Conto molto sulla preghiera e sulla spirituale partecipazione di molte persone, soprattutto degli ammalati. La vera vita della Chiesa attinge più in profondità rispetto alle dimensioni organizzative, anche rispetto a tutta la programmazione, che comunque è doveroso promuovere cercando ampia partecipazione. Il contributo storico dell’episcopato del vescovo Savio alla vita della Chiesa ha avuto il momento più alto dalla cattedra della sofferenza, al di là di tutti i programmi che aveva e che ha sostenuto con creatività e perseveranza.
Sento significativi i primi momenti della chiamata al servizio episcopale: l’annuncio è giunto nella Pentecoste; l’ordinazione sarà vicina alla solennità di S. Pietro, domenica 27 giugno, nella basilica cattedrale di S. Martino; nel primo giorno dopo la nomina ho avuto la grazia di mettermi sotto la protezione di Maria nel santuario di Travagola e durante l’imponente processione del decennale della Madonna di Caravaggio. In quella circostanza ho detto e ora ripeto: “poniamo sotto la protezione di Maria, Madre della Chiesa, le nostre persone nelle diverse vocazioni che il Signore ci dà - per me quella di Vescovo - e il nostro cammino sinodale”.
Chiedo la vostra preghiera in preparazione all’ordinazione di domenica 27 giugno.
Io prego per voi, chiedendo l’intercessione di Maria e dei nostri patroni, san Martino e i martiri Vittore e Corona. “La pace sia con voi”.

domenica 6 giugno, Belluno
LETTERA AI PRESBITERI, RELIGIOSI E DIACONI DELLA DIOCESI DI BELLUNO-FELTRE
Emozionato e un po’ confuso mi rivolgo a ciascuno di Voi con questa lettera che si aggiunge a quella inviata a tutta la Diocesi.
Il 16 luglio 1988, Papa Giovanni Paolo II ha parlato a noi preti nella sua visita al Centro di Spiritualità “Papa Luciani” e ci ha detto: Personalmente sento in modo profondo la mia appartenenza al presbiterio dal quale sono uscito. Naturalmente passano gli anni, cambiano le persone e il presbiterio della mia diocesi di origine è abbastanza cambiato, ma il suo nucleo è sempre lo stesso. E ci augurava di essere, ognuno, forma gregis.
Vivo l’appartenenza al nostro presbiterio dalla mia ordinazione sacerdotale. Fra pochi giorni sarò membro del collegio episcopale e pastore di questa Chiesa: Voi sarete associati a me nella sollecitudine e responsabilità pastorale, essendo insigniti dell’unico e identico sacerdozio ministeriale del quale il Vescovo possiede la pienezza.
Sento il cambiamento e l’urgenza della mia conversione personale conseguenti a questa chiamata.
Un presbiterio cambia non poco quando uno dei membri diventa vescovo della sua diocesi. Ma, nel cammino che s’inaugura, siamo anche nella condizione di percepire meglio l’identità del presbiterio e di valorizzare le molte risorse spirituali maturate nella viva tradizione di servizio al Signore e al popolo di Dio da parte delle generazioni di preti delle due ex-diocesi, ora diventate unica Chiesa particolare di San Martino e dei santi martiri Vittore e Corona.
Esprimo perciò, con riconoscenza, sentimenti di stima e di ammirazione per tutti Voi e per quanti prima di noi hanno costituito la tradizione che sta nel “nucleo del presbiterio”:
Ai molti sacerdoti corsi al letto della sua agonia, il Vescovo Vincenzo ha chiesto il perdono e la benedizione. Chiedere perdono è un bisogno dei momenti supremi. Dovrebbe essere una richiesta continua nella nostra esperienza di comunità cristiana. Ve la rivolgo in questo passaggio della mia vita che sta all’inizio di un nuovo periodo per la nostra Chiesa di Belluno-Feltre: Vi chiedo perdono nella speranza di riceverlo; Vi chiedo di scambiarci sentimenti di misericordia per entrare sempre più nell’anima profonda della Chiesa dove lo Spirito di Amore compie miracoli di comunione e di unità. Se poi, pur con i modi contenuti che caratterizzano il nostro ‘comunicare’, riusciamo a esprimere la comprensione e l’accettazione reciproca, allora potremo percepire quella “purificazione della memoria” che tanto ha caratterizzato la nostra esperienza giubilare e che rende nuovo e spedito il “camminare insieme”.
Questo sarà il modo più operativo e fecondo per aiutarci reciprocamente a realizzare l’augurio del Papa: diventare “forma gregis”.
Sarò lieto di vivere con molti di Voi il Convegno residenziale a Folgaria dal 14 al 17 giugno.
Chiedo di pregare perché possa prepararmi bene all’ordinazione episcopale che riceverò Domenica 27 giugno. Assicuro la mia preghiera per tutti, in particolare per chi soffre nel corpo e nello spirito. Invoco Maria “Salute degli infermi” e “Madre della Chiesa”.
“Il mio amore con tutti Voi, in Cristo Gesù” (1Cor 16,23).

lunedì 21 giugno, S. Luigi Gonzaga
A TUTTE LE COMUNITA' DI CONSACRATE E DI CONSACRATI
Faccio giungere il mio cordiale riconoscente saluto a tutte le Comunità di persone Consacrate mentre mi trovo in esercizi spirituali.
Avete accompagnato la nostra Chiesa nei mesi della malattia e della morte del carissimo Vescovo Vincenzo con tanta fiduciosa preghiera. Soprattutto la Vostra fede e comunione ecclesiale hanno fatto sentire a lui - persona consacrata - quella “sauna spirituale” di ferventi preghiere, elevate al Signore per intercessione di Santi e di Servi di Dio. Come ricorderete, l’espressione “sauna spirituale” l’ha coniata il vescovo Vincenzo per dire come si sentiva avvolto da attenzioni e da cure amorevoli.
Fino a fine maggio avete pregato perché lo Spirito, attraverso le scelte del Santo Padre, donasse alla nostra Chiesa di Belluno-Feltre un pastore capace di continuare l’opera pastorale dei suoi predecessori.
Dalla Pentecoste la preghiera è stata per me, vescovo eletto.
Vi ringrazio di cuore.
La lettura di molte relazioni sullo stato della Diocesi redatte dopo la morte del Vescovo mi danno l’opportunità di cogliere quanto la presenza delle persone consacrate è segno di speranza per le nostre comunità. Voglio dirvi tutto il mio desiderio di portare la nostra Chiesa a una comprensione sempre più attenta di chi Voi siete, prima di valutare con riconoscenza i frutti del Vostro lavoro generoso.
La Vostra consacrazione totale al Signore in un servizio che vi ha fatto donare la vita intera secondo carismi che arricchiscono la Chiesa; la fedeltà ai voti di castità, povertà e obbedienza; lo spendervi per i fratelli nella costanza e ferialità del Vostro servizio: tutto questo è dono incalcolabile per le nostre comunità e segno di profezia per tutti. Ricordate come il vescovo Savio ha parlato in ambienti pubblici, a persone anche distanti dalla realtà ecclesiale, del significato della consacrazione e dei tre voti? Basta rileggere il suo discorso dell’11 novembre 2003, nel teatro comunale, ricevendo il premio S. Martino dal Comune di Belluno.
Che la Vostra presenza possa continuare! Questa è la mia preghiera e l’augurio.
Pregheremo per le vocazioni di speciale consacrazione, facendole nascere dalla valorizzazione di ciò che Voi siete e di quanto fate per la crescita del regno di Cristo.
Vi chiedo di pregare anche per le vocazioni sacerdotali e per me.
“Christum oportet crescere”, “Cristo deve crescere!”, sole luminoso per la nostra vita, Redentore di tutti gli uomini. Cresca per la nostra generosa collaborazione anche il corpo reale di Cristo che è la Chiesa, nella varietà delle vocazioni e dei carismi.
Saluto e ricordo in particolare le consacrate e i consacrati che portano qualche peso grave di dolore fisico o spirituale.
Con affetto e viva riconoscenza

lunedì 28 giugno, Belluno
MESSAGGIO PER I TURISTI
Carissimi turisti,
carissimi tutti che siete in visita alle nostre vallate o alle nostre cittadine ricche di memoria di storia e di arte, come nuovo Vescovo della Diocesi di Belluno-Feltre rivolgo a voi il mio saluto. Sono felice di continuare questa iniziativa, cui tanto teneva il mio predecessore Mons. Vincenzo Savio.
Provengo da questa terra e ne sono affascinato. Scusatemi se mi lascio andare all’onda dei ricordi e ripercorro quanto ho vissuto qui, da giovane prete, con moltissimi ragazzi dell’Azione Cattolica e di altri gruppi giovanili nelle attività estive ed invernali lungo le nostre Dolomiti. Sono stato testimone di come questo nostro ambiente possa aiutare a coltivare un atteggiamento di contemplazione, ad entrare nella propria interiorità e a scoprirvi la presenza di Dio, che abita in ciascuno di noi come in un tempio (cfr. 1Cor 6,19). Proprio così mi esprimevo il giorno stesso della mia ordinazione episcopale: “Abbiamo insieme ai giovani ed ai ragazzi sperimentato quanto sono importanti gli itinerari formativi, l’attenzione ai poveri, l’incidenza degli ambienti della scuola e del lavoro soprattutto sui giovani, il rispetto della persona umana con particolare riguardo a chi è disabile; abbiamo contemplato sulle nostre montagne bellezze straordinarie, imparando non solo la salvaguardia del creato, ma i modi per tonificare il nostro spirito e per aiutarci nel cammino insieme; ci siamo convinti di quanto sia decisivo attrezzarsi spiritualmente e culturalmente per avere la vera vita, averla in abbondanza, per noi e per gli altri”.
La Diocesi di Belluno-Feltre vi dà il benvenuto, carissimi turisti! Vi augura, grazie alla liturgia che in tutte le sue chiese parrocchiali viene celebrata, e i cui orari sono riportati nel pieghevole, grazie alle sue iniziative di promozione della fede e dell’arte, in primis quella di valorizzazione dei Tesori d’Arte delle sue Chiese, che interessa, quest’anno, il Comelico, di vivere queste stesse esperienze e di ritornare alle vostre case e parrocchie arricchiti nella Fede.
Vi benedico.

martedì 29 giugno, Concattedrale di Feltre
S. MESSA, LA PAROLA DEL VESCOVO
Ringrazio il Capitolo; ringrazio tutti voi, sacerdoti numerosi, che rendete solenne questa festa del titolare della Chiesa Concattedrale, Chiesa madre di tante chiese per secoli e secoli. Vi ringrazio per il calore che sento ma soprattutto per la preghiera che vogliamo fare insieme. Un saluto deferente alle autorità; al signor sindaco, al signor presidente della provincia, alle autorità civili e militari, ai sindaci ed alle rappresentanze.
La città vive un momento importante, ogni anno, quando si riunisce in questo Duomo per la celebrazione dei SS. Pietro e Paolo. Mi rendo conto che quest’anno la celebrazione è del tutto particolare e sento la responsabilità e la trepidazione di dover rivolgere la parola a tutti voi.
Innanzitutto vi voglio esprimere un ricordo: quando il Vescovo Vincenzo Savio stava preparandosi per fare questa celebrazione, una settimana dopo essere entrato nella nostra Diocesi di Belluno-Feltre, mi lesse il discorso che poi ha pronunciato qui. E mi ricordo molto bene quanto le sue affermazioni collimavano con i miei sentimenti, anche nelle parti dove diceva della bellezza di questa città, della ricchezza di storia che ha Feltre e come essa sia fermentata da un forte impegno culturale. Lo sentivo allora; ed ancor più, dopo le ultime esperienze, mi convinco che le affermazioni da lui rivolte a tutti voi sono vere. Così come è attuale la progettualità che ha avuto subito su questo centro importante e sul territorio della zona di Feltre, sia con la mostra delle iconostasi come con le prospettive sul santuario dei SS. Vittore e Corona, con lui Vescovo diventato basilica, come nel campo della pastorale cittadina e anche nella realizzazione di un’altra importante opera, già decisa dal Vescovo Pietro Brollo: quella del museo diocesano nell’antico Vescovado di Feltre.
Ma facendo elenchi si rischia di rilevare soltanto quello che è più appariscente, per non dire materiale. Io vi assicuro che quella sera, quando ho accompagnato la salma del Vescovo Vincenzo Savio e mi sono unito a voi nell’ascolto delle parole che aveva pronunciato e poi nelle espressioni di affetto che qui sono state rivolte alla sua salma, io ho sentito che la sintonia profonda che lui ha avuto con la città di Feltre e con tutta la zona era stata compresa e corrisposta.
Vorrei aggiungere una seconda cosa proprio col cuore e con tanta spontaneità: io sono entrato per la prima volta in questo Duomo il 16 ottobre del 1951. Ero pieno di nostalgia per la mia casa; son venuto qui perché la cappella di S. Luigi era interessata da lavori di restauro e quindi i primi giorni di Seminario ci mandarono in Cattedrale per la recita del rosario del mese di ottobre. Qui era parroco Mons. Candido Fent; ma il primo rosario che ho pregato qui era guidato da Mons. Pietro Tiziani, che vidi come una persona veneranda. Lo paragonavo ai preti che io conoscevo della mia vallata.
Da quel giorno, fino al 1955, io sono cresciuto, come moltissimi preti della nostra Diocesi, nel Seminario di Feltre. E la formazione che ci veniva data era talmente forte che anche i mesi trascorsi a casa, nelle poche vacanze che allora facevamo, erano tutti fortemente allineati su quanto vivevamo in Seminario. Quel giorno ero stato accolto dal rettore del Seminario Mons. Ernesto Minella, dal vicerettore – appena nominato – Don Giuseppe Pierobon. Ho cominciato ad andare dal padre spirituale, Mons. Luigi Marsango, poi da Mons. Tarcisio Slongo; spesso andavo a confessarmi da Mons. Stefano Costa; e ho avuto molti insegnanti. Li ricordo con molto affetto. Li voglio anche nominare: i sacerdoti Rocco Antoniol, Dante Cassol, Gelindo d’Incau, Giovanni Pauletti, Virgilio Tiziani, Francesco Troian, Angelo Turrin, Isidoro Zannin. Essi sono tutti ormai nella liturgia del cielo. Ma ci sono sacerdoti che sono stati miei insegnanti partecipi di questa solenne liturgia nella Concattedrale: Mons. Attilio Minella, Don Enrico Zasio, Don Giuseppe Minella. Allora sentivo anche parlare – e un po’ c’era l’incubo, tra i miei amici delle classi superiori - di altri due insegnanti che io non ho avuto, ma ho conosciuto di fama: Mons. Giulio Perotto e Mons. Giuseppe Pante.
Ecco: io ho nominato tutti questi, perché sento che la storia non è solo quella gloriosa dei secoli lontani da noi. Dobbiamo avere un ricordo forte di quelle persone che ci hanno aiutati a crescere. Parlo per me; ma parlo anche per tanti altri preti della Diocesi. Molte sono le esperienze che ho vissuto qui: per esempio, io non ero assolutamente abituato a vedere giovani che mostravano chiaramente il loro impegno nelle fila dell’Azione Cattolica e nella vita ecclesiale. E nel Seminario di Feltre, la sera dell’Epifania avevamo dei gruppi di giovani – per due anni sono stati guidati da Don Vittorio Dalla Torre, e c’era Romeo Centa ed altri – che venivano per intrattenerci in quei giorni, che per noi erano particolarmente duri, perché si stava in Seminario durante le vacanze di Natale. Allora ho capito quello che poi ho visto con più precisione. Un particolare voglio riferirvi: nel 1986, anno particolarmente delicato e doloroso per molte persone dell’ex-Diocesi di Feltre, io ho conosciuto una donna straordinaria. La voglio proprio nominare, perché con me si è confidata e io ho cercato di dire quelle parole che mi sembrava doveroso comunicare per poter aiutarla ad affrontare quel momento di sofferenza. Questa donna era Antonietta Centa. Io nella mia mente la associo a Luisa Meneghel: due donne straordinarie, ma sono, per così dire, le persone più conosciute, anche per la scelta che avevano fatto di dedicare tutta la vita ad attività ecclesiali. Sono però rappresentanti di una schiera molto numerosa di donne e uomini, che ebbero una formazione solidissima da sacerdoti che hanno dedicato la loro vita per la formazione di comunità fatte di persone robuste in tutti i campi: in quello ecclesiale e quello civico hanno espresso il meglio dei doni che avevano avuto. Io credo che questo ricordo mi aiuti a capire le situazioni di sofferenza che avvengono all’interno della Diocesi. Sono superabili con la fede; ho invocato, soprattutto due giorni fa, durante la celebrazione della mia ordinazione episcopale, lo Spirito di Dio, perché mi dia – Lui che è il Consolatore, Lui che può essere accanto per sostenere, unico, le persone che vivono momenti difficili – la comprensione delle persone che vivono momenti delicati. E certamente, come ci ha fatto capire, nelle sue parole, sempre scultoree, Mons. Giulio Perotto, dobbiamo sentire che la Chiesa cammina, che la Chiesa è un’unità dove le differenze sono potenziate quando si vive l’unità con uno spirito di comunione e di interscambio che rispetta la storia, la sensibilità, la cultura di tutte le zone della nostra Diocesi di Belluno-Feltre.
E ora vorrei fare tre sottolineature sulla liturgia di oggi e sui brani della S. Scrittura che ci sono stati offerti.
1. Nel brano di Vangelo noi abbiamo l’affermazione: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa” (Mt 16,18). Mi ha fatto Vescovo di Belluno-Feltre il successore di Pietro; la mia vita, insieme con la vostra, ha questa roccia sulla quale noi vogliamo sentirci fermi. Io sento che la partecipazione mia al collegio episcopale dà alla Chiesa locale una dimensione universale, missionaria. E anche vivere e respirare la cattolicità aiuta a valorizzare le differenze, ma nello stesso tempo a sentire che dobbiamo provare una comunione profonda, fondata non tanto sulle nostre capacità di intesa, ma piuttosto su quella ricchezza che circola all’interno di tutte le comunità cristiane del mondo. Vorrei anche esprimere un ringraziamento, a nome di tutti voi, per la forte dimensione missionaria sempre vissuta e fatta crescere nelle comunità di questa zona e di questa Diocesi. Da poco sono tornati i sacerdoti fidei donum Don Aldo Giazzon, Don Vito De Bastiani, Don Luigi Canal, Don Luigi De Rocco; ed è partito, pochi mesi fa, Don Lucio Pante. E parlando di questi sacerdoti, voglio nominare la comunione profonda che sento, come Vescovo di Belluno-Feltre, con il Vescovo Virgilio Pante, della Diocesi di Maralal in Kenya. Voi lo conoscete e lo apprezzate. Io spero presto anche di scambiare con lui quello che altre volte ci siamo detti insieme. E dal suo entusiasmo sentire il conforto di affrontare con fiducia, nel nome della collegialità, tutta la situazione della nostra Chiesa che deve crescere in spirito missionario per annunciare il Vangelo qui e dovunque.
2. Nel primo brano che abbiamo ascoltato c’è questa affermazione: “Una preghiera saliva incessantemente a Dio dalla Chiesa” (At 12,5). Era una preghiera che veniva rivolta al Signore per la liberazione di Pietro. Ma è come un tratto che delinea la dinamica della vita di una comunità cristiana: una preghiera incessante. Io sento di dover esprimere un grande ringraziamento per quello che sta avvenendo qui in città: una preghiera di adorazione incessante, giorno e notte, avviene nella chiesa del Sacro Cuore. È un segno straordinario; è come un vettore che indica la strada che deve qualificare sempre più il nostro essere cristiani. È nella preghiera e nella celebrazione della liturgia che noi ritroviamo la nostra identità per poter affrontare serenamente, ma anche con molta determinazione, i tanti altri impegni cui siamo chiamati. Sento anche di dire come la Basilica-Santuario dei SS. Vittore e Corona e questo Duomo sono i luoghi maggiormente qualificati per far crescere la nostra appartenenza al corpo di Cristo, mediante la preghiera e mediante la celebrazione della liturgia; questa che stiamo celebrando, resa splendida dall’apporto del coro e poi per la coralità di tutti noi. Anche qui faccio una piccola confidenza: una delle telefonate più commoventi e più incoraggianti che io ho ricevuto mi è venuta da Suor Cecilia Pante, sorella di tre missionari, fra i quali il Vescovo che ho nominato, consacrata in un ordine di clausura, il Carmelo, attualmente nella zona di Udine. Io ho sentito nelle parole sue – neanche mi conosce: ha solo visto la notizia – un incoraggiamento fortissimo e mi sono ricordato di quella volta che ho fatto un corso di esercizi spirituali assieme al papà di questi grandi conterranei, tre missionari, una suora, altri figli impegnati nella vita cristiana: Alberto Pante, “Berto Popin”, che io ho conosciuto in quella circostanza. E ho visto con quanta convinzione faceva il suo corso di esercizi spirituali. La preghiera incessante: io vorrei proprio auspicare che queste forme di preghiera che hanno aiutato, formato, rasserenato generazioni e generazioni di cristiani tornino in onore.
3. Pietro e Paolo: uno è stato per tre volte traditore, e nel momento supremo della vita di Cristo, e pianse amaramente (cfr. Mt 26,75). Paolo è stato persecutore di cristiani e, sulla via di Damasco, si è sentito dire da Gesù: “Ma perché mi perseguiti?” (At 9,4). Egli perseguitava Cristo. Persone che hanno conosciuto quindi delle realtà morali che avrebbero anche potuto far ripiegare la loro vita nel pianto e poi chiuderli in sé stessi. E invece la forza di Colui che perdona li ha lanciati nella missione. S. Pietro nella sua prima lettera scrive: “Conservate tra voi una grande carità, perché la carità copre una moltitudine di peccati” (1Pt 4,8): la carità – non l’elemosina soltanto – che è reciproca comprensione e perdono dato generosamente. Noi sentiamo di aver tutti bisogno di guardare avanti con fiducia, sentendo che c’è questa realtà da condividere con le colonne della Chiesa, gli apostoli Pietro e Paolo. Non sono gli sbagli che noi abbiamo compiuto a definire il nostro rapporto con il Signore. È invece la sua misericordia che ci dà la possibilità di ricominciare; il suo occhio vede non ciò che siamo stati, non quello che siamo, ma quello che possiamo diventare se abbiamo questa fiducia di poter offrire la nostra vita nella carità. E quando dico ‘carità’ penso anche ad un altro nome, molto in onore qui in città e nella vostra zona: la Caritas. La Caritas organizza una forma concreta di carità che però nasce dal profondo di questa comprensione del rapporto che noi abbiamo con Colui che è largo nel perdono, che ci accetta come siamo per farci diventare quello che Lui vuole.
Termino con quella frase che ho posto sull’immaginetta ricordo della mia ordinazione episcopale che verrà distribuita alla fine della celebrazione. L’ho presa dalla liturgia dei SS. Vittore e Corona, che noi celebriamo il 14 maggio: dal responsorio al termine della II lettura dell’Ufficio. Ecco le parole: “Raccogliamo le forze. Prepariamoci alla lotta con spirito puro, con fede e coraggio, con dedizione totale”. La parola dura è ‘lotta’. Noi sappiamo che la vita è una lotta; noi cristiani sappiamo che con il termine ‘lotta’ si allude a tante situazioni che dobbiamo affrontare con coraggio, con fede, con dedizione totale. Una lotta nella quale si deve armare soltanto la ragione, non certo il cuore. E io vorrei proprio aggiungere a commento di questa frase che ho scelto quello che diceva Mons. Giulio Gaio: “Nella mia vita ho avuto tanti avversari, ma non nemici”. ”Non nemici”: le differenze, le difficoltà che abbiamo a tutti i livelli devono essere vissute come una lotta che arma la ragione e capire che alla fine dobbiamo sentirci uniti su quello che è l’essenziale: camminare insieme aiutandoci.

martedì 17 agosto, Belluno
MESSAGGIO CONCERNENTE UNA MOSTRA DI ICONE DA TENERSI NELLA BASILICA-SANTUARIO DEI SS. MARTIRI VITTORE E CORONA
Nella pittura iconica non ci sono le ombre: il pittore d’icone non si occupa di realtà buie e non dipinge ombre; procede dal tenebroso al luminoso, dall’oscurità alla luce. Per questo l’immaginare una mostra di icone nell’ambiente di S. Vittore fa dire: non si può trovare ambientazione più splendida di questa. La bellezza e la luminosità della casa e del santuario sono come un’iconostasi ampia e insieme capace di far concentrare lo sguardo sullo specchio dell’icona che è come una finestra sull’infinito.
“Una finestra sull’infinito” era il titolo della mostra delle iconostasi di Livorno per il IX centenario del santuario dei Santi Vittore e Corona che si svolse a Feltre nell’autunno del 2001. Fu il vescovo Vincenzo Savio, appena giunto a Belluno, a volerla con la volontà di “impegnare Feltre ad aprire vie di contatto con il mondo dell’Oriente Cristiano”: così scriveva sull’elegante volume catalogo della mostra.
L’iniziativa, che viene ora realizzata a S. Vittore, sta su questa scia e offre ai visitatori la possibilità di contemplare immagini che mettono in contatto con le realtà invisibili e anche di riprendere la sfida lanciata dal vescovo Savio sul futuro della Basilica santuario e della Casa dei santi Martiri: che diventi sempre più un luogo dove ci si confronta con forti correnti di spiritualità.
Questo è anche il mio auspicio e augurio.

venerdì 27 agosto, Cattedrale di Belluno
S. MESSA NELL'ANNIVERSARIO DI S.E. MONS. GIOACCHINO MUCCIN
L’antica tradizione della Chiesa stabilisce che ogni anno ci sia una solenne celebrazione di suffragio per l’ultimo pastore morto, pastore Vescovo di ogni Diocesi.
Quest’anno è l’ultima volta che celebriamo solennemente l’anniversario della morte di S.E. Mons. Gioacchino Muccin. Dal prossimo anno, la celebrazione sarà il 31 marzo, in suffragio di S.E. Mons. Vincenzo Savio. Ma il suffragio per il Vescovo Gioacchino che noi abbiamo conosciuto ed amato continuerà: la preghiera di suffragio per noi cristiani è il respiro di comunione che va oltre la morte, è affidare l’invocazione a Colui per il quale ogni momento è eternamente presente.
Mons. Muccin è morto nel giorno del ricordo liturgico di S. Monica, la quale disse a suo figlio, nel grande dialogo riportato dalle Confessioni, avvenuto nella città di Ostia: “Seppellite il mio corpo in qualsiasi luogo: non datevene pena. Una cosa vi chiedo: ricordatevi di me dovunque siate, dinnanzi all’altare di Dio”. Questa donna straordinaria, mamma di un santo, sapeva quanto è preziosa l’invocazione di suffragio davanti all’altare di Dio. E poi il suffragio fa bene a noi, perché ci ripropone la figura di un cristiano, nostro fratello, che può, come nel caso nostro, darci degli esempi che irrobustiscono la vita di fede e ci confortano.
Dopo tredici anni dalla morte di Mons. Gioacchino Muccin e ventinove da che egli ha lasciato il suo ministero episcopale presso di noi, la sua figura diventa sempre più grande, proprio come succede nei confronti delle nostre montagne dolomitiche che appaiono nella loro imponenza prendendo la distanza da esse.
Nato il 25 novembre 1899, fu consacrato sacerdote nel 1923; servì la sua Diocesi di Concordia – oggi Concordia-Pordenone – in molti ministeri; fu l’educatore dei futuri preti e insegnante in Seminario. Svolse a lungo il suo ministero in parrocchia, fino alla sua nomina a Vescovo di Feltre e di Belluno nel maggio 1949. Rimase nostro pastore fino al 1975, quando andò ad abitare a S. Pietro di Feletto. Da allora non ha cessato, fino al 27 agosto 1991, di interessarsi e di pregare per la nostra Diocesi e per tutti noi. Non certo interessandosi dei problemi materiali, ma delle persone. E fu di conforto, soprattutto per noi sacerdoti ma anche per moltissimi laici, che andavano da lui. Voglio ricordare con gratitudine l’opera svolta da Mons. Giuseppe Fant, fino alla morte del nostro amato Vescovo: le cure che prestò furono il segno di tutto l’affetto che la nostra Diocesi e tutto il presbiterio aveva verso Mons. Gioacchino Muccin. Ne siamo grati.
Ho avuto l’avventura – lo dico perché la cosa mi è tornata con molta vivezza, poco più di due mesi fa, nella memoria e nel cuore – di essere stato il 27 agosto 1991 davanti a lui, ormai in agonia, fino a pochi minuti prima della sua morte. Non riconosceva più: ma ho avuto molti momenti di intensa partecipazione alla storia della nostra Diocesi, vedendo il nostro pastore che stava affrontando l’ultimo combattimento prima dell’incontro con il Risorto.
Delle molte cose che sarebbero da ricordare di lui e che fanno bene a noi voglio accennarne soltanto tre.
1. La prima: fu appassionato formatore di sacerdoti. Curò le vocazioni. Ebbe a cuore il Seminario, interessandosi con molta discrezione, ma anche con grande acume, del cammino di coloro che avrebbe consacrato sacerdoti. Li accompagnò poi nel loro cammino nell’impegno pastorale con grande amorevolezza. Voglio ricordare quanto per lui è stato importante al Concilio Vaticano II e come seppe applicare con molta sapienza quello che lì aveva sperimentato e appreso. Ad esempio: personalmente andai da lui quando feci dei tentativi per aprire il nostro mondo bellunese a un movimento ecclesiale, quello di Comunione e Liberazione, che allora era molto avversato. Trovai in lui quella posizione che proprio in questi giorni leggiamo, con riconoscenza al Signore, nei resoconti del Meeting di Rimini. Certo, l’unità con la Chiesa di coloro che si impegnano nei movimenti ecclesiali è fondamentale: ma quella volta ebbi proprio la percezione che il Vescovo Muccin sapeva cogliere anche i segni di novità e quindi era aperto al futuro della Chiesa.
2. Un secondo accenno: tutto l’impegno che ebbe per gli emigranti. Non sto a dire quanto fu benefico: per chi si trovava lontano dalla sua terra e anche per chi, dimorando qui, nella nostra provincia, era privo della presenza dei propri cari. Ma c’è un aspetto che si rileva con molta chiarezza dai due volumi che raccolgono i Discorsi e gli Scritti di Mons. Gioacchino Muccin: per lui la visita agli emigranti, il rapporto che stabiliva con le culture diverse nelle quali vivevano i nostri bellunesi e feltrini, fu vissuto come un’apertura all’Europa e al mondo intero. Anche l’impegno che diede perché ci fossero sacerdoti fidei donum che raggiungessero continenti lontani sta a dire quanto aveva a cuore e quanto seppe efficacemente condurre la nostra Chiesa verso scambi ed aperture senza confini.
3. Infine l’ultimo aspetto: la prima lettura parla di tempi di angoscia: quanti momenti di angoscia ebbe la nostra popolazione durante i venticinque anni di episcopato di Mons. Muccin! Il prossimo anno ricorre il 40° anniversario di Mattmark, ma pensiamo anche alle alluvioni e soprattutto al disastro del Vajont, con le duemila vittime. Quanto egli ha partecipato a questa sofferenza, con la fortezza e la robustezza di personalità che aveva, ma anche con la dolcezza del cuore! Ebbe mille attenzioni anche ai bisogni materiali di chi viveva nel disagio, vittima di disgrazie e di ingiustizie.
Il 4 aprile 1971 era la Domenica delle Palme; a Fortogna venne benedetto il nuovo cimitero, quello che in questi mesi sta per essere trasformato in un cimitero monumentale. Nonostante l’intensità degli impegni della Domenica delle Palme egli fu presente. Fece un breve ma magistrale discorso. Adoperò quest’immagine biblica: “Siamo qui – disse – ed assistiamo all’inaugurazione di un’arca, come l’arca di Noè; e il segno dell’ulivo di questo giorno delle Palme fa pensare alla colomba di pace che incorona oggi tutto quel lavorio non facile di costituire un luogo dove la pietà e il dolore di tanti superstiti può esprimersi davanti alle tombe, con nome e senza nome, delle numerose vittime del Vajont. Una colomba, con l’ulivo, foriera di pace”.
Io voglio concludere questa mia omelia dicendo che gli ultimi avvenimenti, che portano, per opera di non molte persone, a polemiche circa quel cimitero, a polemiche che in qualche modo si incentrano anche sulla tomba del nostro amato Vescovo, che volle essere sepolto lì per partecipare anche dopo la morte alla sorte dolorosa di tante famiglie, non può trovarci insensibili. Come Vescovo suo successore proprio oggi ho scritto una lettera al comune di Longarone e al suo sindaco, per dire che vogliamo essere portatori di pace, perché questo era l’intendimento di Mons. Muccin. Siamo pronti a dare ogni nostra disponibilità perché possa essere superato il momento di difficoltà e di scontro. Una proposta che non vuol certo turbare né la volontà del nostro Vescovo né l’affetto sempre dimostrato dai longaronesi e da tutti i nostri diocesani per la sua scelta, molto toccante e commovente, di essere sepolto con le vittime del Vajont. Vogliamo dissipare ogni dubbio. Mostrare che la Chiesa non può essere a favore di nessuna polemica, meno che meno quando questa avviene in riferimento ad un uomo di pace, al Vescovo Gioacchino Muccin.

sabato 28 agosto, Belluno
AI PELLEGRINI DELL'UNITALSI A LOURDES
La coincidenza del Pellegrinaggio diocesano a Lourdes con il corso per vescovi novelli a Roma mi impedisce di essere con voi. Sono dispiaciuto. Vi seguirò con il pensiero e la preghiera, lieto di sapere che il numero di pellegrini è quest’anno più elevato del solito.
In particolare ricorderò gli ammalati. Molti rivivranno le emozioni della presenza del vescovo Vincenzo lo scorso anno, quando ricevette l’Unzione degli Infermi, immerso nella vasta comunità di diocesani che su lui ammalato invocava il conforto dello Spirito. Egli ancora è con voi e con noi nel mistero di comunione che unisce vivi e defunti.
Il tema proposto dal vescovo di Lourdes per i pellegrini di quest’anno ha risonanze particolari per noi, gente di montagna: «La roccia del mio cuore è Dio».
Certamente l’accurata preparazione che la presidenza dell’UNITALSI assicura alla straordinaria esperienza di Lourdes, offrirà approfondimenti suggestivi e invocazioni di preghiera che daranno fiducia e slancio ai cuori titubanti e impauriti.
Dio è roccia sicura sulla quale fondare il centro degli affetti e delle aspirazioni: non c’è nessun altro che possa rassicurare il nostro cuore.
Il Servo di Dio Papa Luciani insegnava a pregare con queste parole: «Sei tu, Signore, la roccia alla quale si appoggia con fiducia la mia debolezza».
Basti ricordare l’invito del profeta Isaia: «Guardate alla roccia da cui siete stati tagliati» (Is 51,1). Siamo stati tutti tratti dalla stessa cava e solo Colui che ha fatto il nostro cuore a sua immagine e somiglianza lo può colmare.
Da dove prendeva slancio la Vergine Maria quando prorompeva nel canto di fede: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore”?. Il suo cuore era colmo dell’amore del Signore, sentiva di poter appoggiare la sua umiltà su questa solida roccia che la rendeva grande e felice.
Vi chiedo di pregare davanti alla grotta di Massabielle con sentimenti che io esprimerò così nella preghiera, unendomi a voi: “O Maria, vogliamo offrirti l’ultimo anno sinodale che porterà a compimento l’opera condotta con passione ed entusiasmo dal vescovo Vincenzo. Ti supplichiamo di benedire il nostro cammino, di entrare nei nostri cuori, nelle nostre case, nelle nostre parrocchie in modo da aiutarci a vivere in comunione con te e fra di noi. Fa’ che la Chiesa di Belluno-Feltre accetti le sfide che deve affrontare perché tutti “abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. Le proposte di quest’anno, offerte a tutti per far fruttificare il lavoro dell’anno del “vedere” e del “discernere”, siano accolte con slancio così da portare all’Assemblea sinodale luce profetica per il cammino del nostro immediato futuro. Incoraggiaci, o Maria, e sostienici sulle strade del tuo Figlio e nostro Signore. Amen.”
Con gioia e affetto vi saluto e vi accompagno benedicendo.

domenica 29 agosto, Canale d'Agordo
S. MESSA NEL XXVI ANNIVERSARIO DELL'ELEZIONE A SOMMO PONTEFICE
DI S. S. PAPA GIOVANNI PAOLO I
È la prima volta che questa celebrazione a Canale, nell’anniversario dell’elezione di Don Albino al Sommo pontificato, viene celebrata dopo l’apertura della causa di canoniz-zazione. Siamo qui per ricordare con ammirazione e affetto il Servo di Dio che in questa valle ha avuto il Battesimo e la formazione cristiana, conoscendo e attingendo dalla santità di tanti battezzati nostri conterranei.
Immagino con quali accenti avrebbe oggi parlato il Vescovo Vincenzo Savio che un anno fa ha dimorato per settimane a Vallada, ospite di Don Sirio.
È questa l’occasione per ringraziare il postulatore, il vice postulatore e i sacerdoti del tribunale che stanno lavorando per raccogliere le testimonianze secondo i criteri stabiliti dal postulatore.
Quanto il popolo di Dio sta testimoniando a favore della santità di Albino Luciani lo si percepisce in questa chiesa per il continuo pellegrinaggio di genti di ogni dove, nella lettura dei messaggi che riempiono pagine e pagine del volume posto accanto alla sua statua, per i numerosi partecipanti a questa annuale celebrazione: sacerdoti, laici e consacrati che ringrazio di cuore.
Saluto i Sindaci e le Autorità presenti.
Venticinque anni fa Papa Giovanni Paolo II venne e pregò in questa chiesa.
Fra un mese è prevista la partecipazione di un buon numero di rappresentanti della Diocesi alla celebrazione dell’anniversario della morte di Papa Luciani, nella basilica di S. Pietro a Roma, e la partecipazione all’udienza generale del Papa. Allora porteremo il ringraziamento per la sua visita qui, nel 1979.
Una visita allora sorprendente. Disse: “Ho sentito il dovere di venire fino qui proprio per ricordare a voi, abitanti di Canale d’Agordo, e Bellunesi tutti, come pure a tutto il popolo italiano, la bellezza e la grandezza della vostra vocazione cristiana1 ”.
La vocazione cristiana. Non è sentire passione per alcuni valori cristiani, o tradizioni, o dottrina, o ideali. Vocazione cristiana è sentirsi chiamati a mettere Cristo al centro della propria vita per innestarsi in Lui e sentire che Lui vive in ciascuno di noi.
Quando Papa Giovanni Paolo II venne qui nel 1979, aveva appena scritto la sua prima lettera enciclica Redemptor Hominis nella quale dice: “Occorre dirigere lo sguardo di ognuno, indirizzare la coscienza e l’esperienza di tutta l’umanità verso il mistero di Cristo, aiutare tutti ad avere familiarità con Gesù redentore2 ”.
E affermò che la struttura portante della vita di Papa Luciani e del suo pontificato fu l’Amore a Cristo Signore3 .
Di Gesù, Don Albino si fece discepolo fin da bambino; crebbe con il desiderio di servire lui e i fratelli con un atteggiamento di bontà e di tenerezza verso tutti. Chi non ricorda il suo interessamento per la persona quando ci incontrava, per i nostri familiari quando parlava con noi?
Ho sempre ricordato nella mia vita (e l’ho sentito in modo particolare poche settimane fa, quando sono stato chiamato ad essere vescovo) quello che tanti anni fa don Albino ha detto, parlando in questa chiesa a noi ragazzi.
Ci ha fatto osservare la statua del Risorto che domina la cupola di questo tabernacolo del Brustolon, con il labaro della vittoria sulla morte in mano, e ci diceva: Vedete chi è alle spalle di Gesù? Giovanni Battista, il nostro patrono. Anche lui in piedi, con l’asta della croce in mano e il cartiglio: “Ecco l’Agnello di Dio”. La sua mano indica il Redentore ristoro che sta davanti.
E continuava: “Anche noi dobbiamo guardare Gesù e mostrarlo agli altri. Lui non delude nessuno, mai. È Salvatore, ci dà quello che più possiamo desiderare”.
Ogni cristiano è chiamato a fare esperienza di Cristo: è lui il vero, l’unico maestro. Per additarlo con la nostra mano e la nostra vita siamo chiamati a servirlo negli altri: “Il più grande tra voi sia vostro servo4 ” e “Chi si abbassa sarà innalzato5 ”.
L’amorevolezza di Don Albino era il frutto della sua umiltà: aveva imparato dal Maestro ad essere “mite e umile di cuore6 ”.
Vorrei esprimere un accorato desiderio: che riscopriamo e impariamo come battezzati a incontrare, di domenica in domenica, nella celebrazione della S. Messa, il nostro Maestro che così può plasmarci per essere ricchi di umanità, di fede, di speranza e di carità. “Non stacchiamoci dalla roccia” diceva don Albino e si riferiva al Papa (per il quale in questa celebrazione preghiamo con riconoscenza) e a chi ha nella Chiesa il compito di farci sentire che la roccia solida, sulla quale possiamo appoggiare la nostra vita, è il Signore. Ci sentiamo deboli, soprattutto in certi passaggi della vita, ma se non ci stacchiamo dalla roccia, possiamo stare sicuri.
Esattamente trent’anni fa il Patriarca Albino Luciani, parlando ad Auronzo per il centenario della sezione cadorina del CAI, concludeva la sua relazione dicendo: “Vediamo nei monti l’immagine del nostro Dio: sei tu, Signore, la roccia alla quale si appoggia con fiducia la nostra debolezza”.

lunedì 30 agosto, Belluno
COMUNICAZIONE S. MESSA CELEBRATA A ROCCA PIETORE NEL XXV ANNIVERSARIO DELLA VISITA IN DIOCESI DI BELLUNO
Il 26 agosto, nella festa della Madonna di Czestochowa, abbiamo ricordato con riconoscenza la visita pastorale donataci da Vostra Santità esattamente venticinque anni fa. La S. Messa è stata celebrata nella chiesa di Canale d’Agordo, patria di Giovanni Paolo I, nell’anniversario della Sua elezione al soglio di Pietro.
Domenica 29 agosto, nella parrocchiale di Rocca Pietore, abbiamo rivissuto l’esperienza della Sua ascensione alla vetta della Marmolada per la benedizione della statua della Regina delle Dolomiti, nel venticinquesimo.
I numerosi partecipanti alle S. Messe celebrate da me, Vescovo diocesano, hanno pregato per Vostra Santità con animo grato per la guida pastorale, che accresce in noi il senso di ammirazione e di fiducia nella forza che lo Spirito Santo dona a Vostra Santità, amatissimo Santo Padre.

martedì 31 agosto, Belluno
PREFAZIONE AL VOLUME "IL SANTUARIO DEI SANTI VITTORE E CORONA DI FELTRE. STUDI AGIOGRAFICI, STORICI E STORICO-ARTISTICI IN MEMORIA DI MONS. VINCENZO SAVIO
Il Santuario dei Santi Vittore e Corona di Feltre. Studi agiografici, storici e storico-artistici in memoria di mons. Vincenzo Savio. - a cura di Fabio Coden: quest’opera, che ho l’onore di presentare, si impone per l’autorevolezza degli autori che qui consegnano a noi e alla storia studi pregevoli.
Il volume onora la memoria del vescovo Vincenzo Savio, e meritatamente. Con decisione egli ha diffuso il culto dei Martiri Vittore e Corona in tutta la diocesi di Belluno-Feltre e ha fatto giungere su vaste aree d’Italia la rinomanza delle tradizioni legate al monte Miesna. La prefazione migliore a quest’opera non poteva essere che lo scritto che egli rivolse alla Diocesi, nel febbraio 2002: “Il dono dei Martiri tra noi”.
A me spetta esprimere la riconoscenza verso il mio predecessore per aver favorito questo particolare luogo di fede. I contributi qui pubblicati mostrano quanto il suo slancio è arrivato in alto, fino a validi studiosi che qui sviluppano appassionate ricerche. Al curatore dell’opera e agli autori degli studi va il senso di ammirazione e di riconoscenza.
Nel volumetto Memorie per servire alla storia de’ santi Vittore e Corona martiri protettori della città di Feltre - Aggiuntevi quelle della sua chiesa e dell’antico suo culto - Feltre 1812 - dai torchi del Seminario - per Giovanni Mansura, si leggono testi antichi del culto che si svolgeva nella mirabile solennità del santuario. Nell’inno Ad divum Victorem Feltrensem si trovano queste prime due strofe:
O miles Christi factis, et nomine Victor,
Quem prope sic victrix Divina Corona manet,
Feltria perpetuo flagrans pietatis amore
Extruit ex pario marmore templa tibi.
O soldato di Cristo, che alla prova dei fatti
oltre che con il nome hai dimostrato d’essere Vittore,
mentre presso di te rimane per sempre Corona
vincitrice per la forza che viene da Dio:
Feltre ardente di amore perenne e di pietà
coi marmi più pregiati ha costruito per voi questo tempio.
A Feltre, ardente e scintillante di devoto amore, si è congiunto il vescovo Vincenzo che nel mirabile Santuario, con lui insignito del titolo di “Basilica”, ha presieduto solenni celebrazioni e assaporato la ricchezza della fede e della pietà. Ripenso all’ultima sua Messa solenne in Basilica vissuta con convinzione di fede e sofferto trasporto, il 14 maggio 2003.
Mi concedo di formulare l’auspicio: continui in tutti noi - nel vescovo primamente - il desiderio e la volontà di dare incremento alla vita liturgica e spirituale della Basilica-Santuario: possa essere veramente il cuore pulsante della spiritualità del Feltrino e della Diocesi.
Nella conclusione del suo studio, Giulio Antoniol scrive: “Il martire non è un eroe, ma un discepolo innamorato di Cristo, libero interiormente e proiettato con forza nel futuro di Dio. Sa apprezzare le realtà create, ma ne conosce la provvisorietà e il limite; scopre nelle avversità forza e luce interiore. Si presenta davanti agli avversari “pronto a rendere ragione della speranza che è in lui”, e la sua testimonianza è contagiosa, provocatoria, comunque mai lascia indifferenti. In lui è consegnato alla storia un segno tangibile della presenza del Signore”. Noi celebriamo nella divina liturgia la reale presenza del Signore che ci assimila a sé. L’esemplarietà dei Martiri la possiamo perseguire innestandoci in Cristo mediante i sacramenti.
In questa esperienza sia incentrata la nostra vita per proiettarci nel futuro di Dio interiormente liberi e fortificati dalla speranza.

domenica 5 settembre, Belluno
PRESENTAZIONE DEL CALENDARIO LITURGICO
“Cristo deve crescere”. Questo programma, che ho posto come motto del mio servizio alla Chiesa di Belluno-Feltre, si realizza soprattutto nell’anno liturgico, in forza delle celebrazioni sacramentali. E questo calendario è la mappa dettagliata del succedersi dei giorni che sviluppano il disegno della salvezza a partire dal nucleo domenicale di Gesù morto e risorto.
L’anno liturgico fraziona il mistero e se ne appropria negli aspetti particolari. Fa un po’ come lo spettro rispetto al raggio di luce. Questo, guardato in sé, ci appare semplicissimo, ma non ne cogliamo facilmente tutte le componenti. Frazionandolo e facendo apparire i colori dell’iride, lo spettro rivela e offre a noi tutta la semplicità e la ricchezza del dono di Dio che trasforma la nostra vita.
Con questo sussidio la Chiesa ci accompagna, fornendoci indicazioni precise e commenti che arricchiscono la nostra esperienza di preghiera per farla diventare scuola di santità.
È la nostra santità che mostra la crescita di Cristo nella storia, a partire dalla vicenda personale di ciascuno, anche se siamo portati spesso a sottovalutarla perché ci sembra normalissima e perfino banale.
Un grande maestro di vita spirituale respingeva le cose sensazionali. Affermava, infatti, che il divino è nascosto solo nelle cose comuni. Un discepolo, però, si mise a praticare un ascetismo strepitoso e a compiere gesti straordinari che attiravano folle. Il maestro non si scompose e a chi gli chiedeva un giudizio sulla vicenda replicava: «La santità è una cosa misteriosa: quanto più è grande, tanto meno la si nota».
La santità vera si nutre del dono di Dio che viene a noi anche in celebrazioni liturgiche dimesse e semplici, se le viviamo in preghiera silenziosa, per far fiorire la nostra giornata in carità nascosta e in lotta serena contro il male.
L’anno liturgico 2004-05 è importante per la nostra Chiesa perché avvia a compimento il cammino sinodale. Siamo convinti che “camminare insieme” è farci sempre più discepoli del Signore? Egli ci guida e ci accompagna passo dopo passo, giorno dopo giorno.
Sì, camminare insieme è camminare in santità di vita.
È questo il mio augurio.

mercoledì 8 settembre , Belluno
COMUNICAZIONE DELL'ASSEMBLEA SINODALE
Carissimi,
già nel convegno di Folgaria era stata comunicata la data dell’Assemblea del Clero al Centro Papa Luciani di S. Giustina, giovedì 23 settembre, dalle ore 9 alle 12,30.
Con questa mia voglio raggiungere i convocati per dire quanto è importante ritrovarci tutti per affrontare il programma del prossimo anno pastorale, anno decisivo per il compimento del Sinodo diocesano.
Sarà la prima assemblea sotto la mia presidenza: l’attendo con trepidazione e speranza. Lo Spirito del Signore chiede a noi sempre di muoverci “sinodalmente”, anche a prescindere dall’evento che stiamo vivendo, ma sento che le difficoltà non mancano per partire con fiducia sui percorsi che il Signore chiede a me e a Voi.
Rivolgo quindi a tutti il pressante invito a partecipare, cercando anche di prepararsi spiritualmente e culturalmente. La prossima settimana sarà inviato lo schema del lavoro che sta all’ordine del giorno di quella mattinata, con un’ipotesi ben precisata, ma anche suscettibile di miglioramenti. Seguiranno nel mese di ottobre gli incontri foraniali come nei precedenti anni. Anche per questi è in programma la mia partecipazione.
Auguro ogni bene a tutti e a ciascuno, invocando su tutto il nostro lavoro l’intercessione di Maria con le parole della liturgia odierna: “Il Signore ha posto in te le sorgenti della vita” e la nostra Chiesa vuole, con il Sinodo, mettersi meglio al servizio della vita, anzi della pienezza della vita che ha in Maria le sorgenti.
Ringraziando per la fedeltà e l’operosità, invio cordiali saluti.

domenica 19 settembre, chiesa arcipretale di Limana
S. MESSA PER LA CONSACRAZIONE DI SUOR ROBERTA DE TOFFOL NELL'ISTITUTO DELLE PICCOLE SUORE DELLA SACRA FAMIGLIA
Suor Roberta ha scelto per la sua consacrazione questa chiesa di S. Giustina, in Limana. È la chiesa del suo Battesimo e della sua Cresima; è la chiesa della sua piena partecipazione all’Eucaristia. Qui i genitori hanno irrobustito il loro amore e hanno fatto crescere la famiglia, partecipando alla vita di questa comunità.
È una chiesa, questa, che ha fatto fiorire moltissime vocazioni. Ricordo con riconoscenza – anche se non sto ad elencare molti nomi – gli arcipreti di questa parrocchia, da quindici anni guidata pastoralmente da Don Attilio Menia. È qui, concelebrante, anche Mons. Mario Carlin.
È questa la chiesa che ha avuto ed ha la grande fortuna di una comunità femminile di donne consacrate: le Piccole Figlie dei SS. Cuori di Gesù e di Maria, Congregazione nata nella città di Parma. Sono qui da cinquant’otto anni; vennero a fondare l’asilo con l’allora arciprete Don Paolo Pescosta. È questa una chiesa che ha dato anche tanti sacerdoti.
Qui Suor Roberta fa la sua professione solenne. L'accompagna la Madre generale dell'Istituto delle Piccole Suore della Sacra Famiglia con molte altre donne consacrate e anche con laici che partecipano alla vita dell'Istituto assumendone il carisma specifico; oltre ai genitori e familiari ci sono qui tanti amici conosciuti in questi ultimi anni, ma anche provenienti da varie parti della nostra Diocesi, fra questi i compagni di studi all'Istituto di Scienze religiose di Belluno. Qui c'è anche il signor Sindaco, che saluto assieme a tutta la comunità di S. Giustina.
È un grande privilegio partecipare, in questa Diocesi, al momento decisivo per Suor Roberta e per moltissime persone che lei incontrerà. Sentiamo questa celebrazione eucaristica significativa e corale non solo per la presenza di tutti noi, delle persone defunte che sono state legate a Suor Roberta – ognuno di noi ha nel cuore delle persone che hanno fatto maturare la nostra fedeltà alla vocazione cristiana – ma attorno all’altare sono presenti misteriosamente – nel Corpo di Cristo morto e risorto – bambini, giovani, ragazze, persone in difficoltà, poveri di chissà quali comunità, che avranno da Suor Roberta la testimonianza della consacrazione e l’operosa collaborazione che darà al Signore Salvatore di tutti .
Le parole che abbiamo sentito nella seconda lettura, scelta da Suor Roberta, “Anch’io sono stato conquistato da Cristo1 ”, ci danno il significato della celebrazione che stiamo vivento. “Mi sforzo di correre per conquistarlo2 ” prosegue San Paolo; ma prima riconosce di essere stato conquistato da lui. È Lui che ci ama al punto tale da dare alla nostra vita una serenità di fondo, una volontà di sentirci sicuri per camminare secondo il suo disegno. Questo è il senso della vocazione cristiana. Tutto il resto diventa secondario: difatti, all’inizio della lettura, san Paolo dice che considera ‘spazzatura’ molte cose che, secondo una mentalità mondana, luccicano e sembrano importantissime. Tutte liquidate con una sola parola: “spazzatura”. Di fronte a questo fatto straordinario, vorrei ripetere le parole di Gesù: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi3 ”. Non tu, Suor Roberta, hai scelto Cristo, lo sposo, ma Lui ha scelto te. La consapevolezza che ha Sr. Roberta dà una visione che ognuno di noi può portare in sé per comprendere il senso della sua vita ripensando al proprio Battesimo. Io ho avuto l’avventura – e la considero anche una provvidenza – di sposare, trentasette anni fa, nella parrocchia di Castion dov’ero cappellano, Beppino e Giustina, i genitori di Suor Roberta. Anche nel matrimonio, alla fine, qual è il cuore di quell’amore che Dio dona a noi? Non è tanto sentire la nostra bravura a dire di sì, ma mettere l’altra persona al centro. Anche nel matrimonio cristiano che hanno celebrato e vissuto Giustina e Beppino, questa è la chiamata: sentirsi scelti da un Altro. E la prima fedeltà è nei suoi confronti. Diventa, allora, una fedeltà feconda, che promette giorni sereni, che fa guardare avanti con fiducia a tutto l’arco della vita propria e dei discendenti.
Accettiamo questo messaggio: il Beato Giuseppe Nascimbeni, fondatore dell’Istituto nel quale si consacra Suor Roberta, non amava sentire lodi alla sua opera o racconti trionfali su quello che lui aveva fatto. Diceva una frase che voglio ripetere, perché mi ha sempre colpito: “Se noi raccontiamo in questo modo le cose, ogni storia diventa boria”. Ma non è in questo che noi troviamo né la vera grandezza della nostra vita, né la dignità e lo splendore delle persone che incontriamo. Se, invece, consapevoli del nostro battesimo, ognuno nella sua vocazione, riusciamo veramente a sentire che decisiva per la nostra vita è la consapevolezza di essere amati dal Signore, allora ci sentiamo poveri, non vogliamo andare avanti con “boria”, ma mandare avanti una “storia” di amore alla quale siamo chiamati a collaborare generosamente.
Anche Madre Maria Domenica Mantovani, donna eccezionale, che ha collaborato insieme al Beato Nascimbeni a fondare quest’Istituto di vita consacrata, ha dato una prova straordinaria di servizio nascosto, operoso e devoto. Tre aggettivi che mi fanno pensare con riconoscenza all’Istituto che, nella nostra Diocesi, rende un servizio così connotato in due importanti case: in quella storica di Longarone – dove cinque Suore hanno perso la vita, quarantun anni fa –, e poi nell’importante presenza nel Centro di spiritualità “Papa Luciani” a Col Cumano di Santa Giustina. La spiritualità di Nazareth e della Sacra Famiglia, alla quale si ispira tutto l’Istituto, è un richiamo per tutti noi a quei tre aggettivi del servizio “nascosto, operoso, devoto”. Anche la lettura del Vangelo che abbiamo ascoltato ci dice che saremo misurati sul “poco4 ”, sulle cose minime, per ricevere quelle grandi. Il poco della vita nascosta che diventa il molto quando è operosa; non a forza di parole noi potremo essere diffusori dell’amore di Dio, ma lavorando con concretezza. E è servizio è devoto: perché la preghiera è senza dubbio il segreto di ogni risposta fedele in chi consegna la propria vita al Signore come ha fatto e come sta facendo qui oggi davanti a noi la nostra carissima Suor Roberta.
Fra poco, quando sentiremo le parole che accompagnano il gesto della consegna dell’anello: “Sposa dell’eterno re, ricevi l’anello nuziale e custodisci integra la fedeltà al tuo Sposo, perché ti accolga nella gioia delle nozze eterne”, sapremo che ‘integra’ significa vita nascosta, operosa, devota.
E quindi ascolteremo le parole finali: “perché ti accolga nella gioia delle nozze eterne”. Pensiamo alla nostra vocazione battesimale. Noi riusciremo veramente a capire lo splendore del cammino della storia che il Signore ci dona giorno per giorno se abbiamo l’occhio sempre puntato su quella meta finale che illumina, con luce radiosa, ogni piccolo segmento delle nostre giornate terrene.
E tanto più di questa splendida giornata di festa qui, nella chiesa di S. Giustina in Limana.

sabato 9 ottobre, cimitero delle vittime - Longarone
S. MESSA NEL XLI ANNIVERSARIO DEL VAJONT
N ell’imminenza del primo anniversario del disastro del Vajont (era l’anno 1964) il vescovo Gioacchino Muccin scriveva da Roma (dove si trovava per il Concilio Vaticano II): “Vogliamo offrire un nostro particolare suffragio a Dio per le Vittime della catastrofe, là dove riposano i loro resti mortali, nel camposanto di Fortogna. Per molti motivi è a noi santo quel campo: per la Benedizione che vi abbiamo impartita in nome di Dio; per il sacro immenso deposito di membra martoriate che accoglie; per l’incommensurabile sacrificio di angosce, di lacrime, di visite, di preghiere che vi sono confluite”.
Oggi questo cimitero riceve una nuova benedizione con una preghiera speciale e con questa celebrazione della S. Messa che pone tra i filari di tombe, nel nuovo recinto monumen-tale, i segni sacri della morte e risurrezione di Gesù, donata a tutti perché possiamo essere partecipi della sua vittoria sulla morte.
È apprezzato il grande lavoro per rendere monumentale questo spazio; ma tale opera è in funzione di quel sentire intimo che ci lega a quanti hanno avuto una tragica fine, ai familiari e amici affranti dalla morte di 1910 persone.
Le autorità civili consegnano questo cimitero rinnovato alla storia; noi con la S. Messa vogliamo rendere esplicito il sentire dei credenti che su queste tombe pregheranno con la fede nella risurrezione: e quindi questo ‘campo’, per noi ‘santo’, è insieme consegnato alla misericordia di Dio che esalta chi è umiliato e che ci assicura, con le parole della prima lettura: “Le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi”.
Gemiti e sofferenze su questo grande ‘campo’, che sentiamo ‘santo’ perché crediamo per la forza della parola di Dio che i gemiti sono quelli delle doglie del parto: sono spasimo generante la vita che non muore.
«Chi ama dice: “Tu non morirai mai”». Quest’affermazione, che ci accompagnerà come tema del Sinodo, la voglio pronunciare per la prima volta durante una S. Messa qui, davanti a tutte le tombe.
“Chi ama”. E abbiamo sentito dal brano di Vangelo, nelle parole di Gesù all’ultima cena, che egli ama tutti – Tu, o Padre, li hai amati come ami me1 – nel momento di affrontare la croce il suo cuore abbracciava tutti: e chi crede in lui si sente amato, si sente chiamato per nome. Noi crediamo che nessuno muore senza avere un nome nel cuore di Gesù, il Salvatore: Lui accoglie ognuno per portarlo con Sé: Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato, siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria2 .
Chi ama dice: “Tu non morirai mai”. Lo vogliamo dire anche noi. Lo afferma anche la scritta che campeggerà nel cimitero: Prima il fragore dell’onda, poi il silenzio della morte, mai l’oblio della memoria. Contro l’oblio della memoria noi cristiani, soprattutto quando celebriamo la S. Messa per i defunti, diventiamo un solo corpo con Colui che ci dà vita e risurrezione. Non si vive solo perché si sopravvive nel ricordo dei posteri, ma perché abbiamo dal nostro Salvatore “la risurrezione della carne e la vita eterna”.
Ogni volta che anche solo una persona si accosta con fede e preghiera alle tombe delle vittime del Vajont, quest’area sarà sentita come “campo santo”, renderà vive le convinzioni che noi siamo fatti per non morire mai, maturerà in noi disposizioni d’animo verso la fratellanza, la comprensione e il perdono.
Quest’atteggiamento interiore che viene dall’esperienza cristiana ci fa partecipi di quella prospettiva verso il futuro da tutti condivisa ed efficacemente promossa da autorità e associazioni.
Tutte le tappe del percorso della memoria del Vajont (dagli spazi della diga frequentati da un numero sempre più crescente di visitatori, al centro di Longarone e degli altri paesi, agli altri punti significativi) hanno il loro vertice nella chiesa di Longarone e qui, in questo luogo, dove la pietà per le vittime sostiene e rende vivo ogni altro sentimento di memoria e di partecipazione agli eventi tragici di quarantun anni fa.
Anche il prof. Don Giuseppe Capraro e il Vescovo Vincenzo Savio, che ricordo, assieme a tutte le vittime, in questa S. Messa, hanno sostenuto con convinzione la realizzazione e il rafforzamento di questo percorso. Esso offrirà nel futuro anche più lontano moniti e insegnamenti di altissimo valore a favore della giustizia, della priorità da dare sempre alla persona umana e alla sua salute, del rispetto e della salvaguardia del creato, della promozione di rapporti di concordia e di pace.
Alla benedizione del cimitero di Fortogna il 4 aprile 1971, Domenica delle Palme, quando la quasi totalità delle vittime era stata portata in questa terra e il primo cimitero era stato allestito, il Vescovo Mons. Muccin paragonò la solidarietà dei superstiti, che un anno primo aveva costituito un’unità solerte anche nel provvedere alla memoria dei loro cari, all’arca dell’alleanza e scrisse: Anche i superstiti del Vajont si fabbricarono un’arca di fede e di speranza nella quale mai cessò di ardere la fiamma dell’amore. In essa vi si rifugiarono. Qualcuno poteva pensare che ne uscisse, ad esplorare l’orizzonte coperto di nubi, il nero uccello dell’odio e della vendetta. Ne uscì invece la colomba. Quella colomba è tornata, dopo un anno, recando il ramoscello d’olivo… Era il 1971.
Che la colomba della pace sia sempre il messaggio che viene lanciato da questo luogo come segno che mai c’è l’oblio della memoria, né del memoriale che stiamo ora celebrando della morte e risurrezione di Gesù Cristo.
Egli dice a chi crede in lui: “Tu non morirai mai”.

martedì 12 ottobre, Belluno
MESSAGGIO PER CONVEGNO MISSIONARIO DIOCESANO
Una delle tappe della nostra Diocesi di Belluno-Feltre, che il vescovo Vincenzo ha sentito più urgente e rilevante anche per il cammino sinodale, fu il Convegno di Borca di Cadore dell’ottobre 2003 con i sacerdoti “fidei donum” e con quanti volevano unirsi, in una impegnativa settimana, a riflettere sulla dimensione missionaria della Chiesa.
Organizzato da Don Aldo Giazzon – al quale esprimo pubblicamente la riconoscenza per i suoi otto anni di lavoro come direttore del Centro Missionario – il convegno fu coordinato da Don Luigi Canal che ora è ritornato dal Brasile ed è vicario generale e direttore dello stesso Centro, con il compito di promuovere in tutta la diocesi lo slancio della missione, intesa non come una serie di attività, ma come l’anima stessa dell’esperienza ecclesiale.
Seguendo il tracciato che ci aveva dato il vescovo Savio, vogliamo vivere con intensità la Giornata Missionaria Mondiale del 24 ottobre sul tema che il Santo Padre ha stabilito: “Eucaristia e Missione”; insieme vogliamo lanciare con forza l’impegno della formazione missionaria.
Ecco il perché del Convegno per l’animazione missionaria della nostra Chiesa, che si terrà per la prima volta in questa forma, sabato 23 ottobre prossimo dalle ore 9 alle 16 al Centro “Papa Luciani” di S. Giustina, al quale convoco tutti coloro che hanno a cuore la vita della nostra Chiesa: laici, persone consacrate, sacerdoti. Il mio impegno è di parteciparvi dall’inizio alla fine per condividere la ricerca che dovrà dare continuità ai progetti del Vescovo Vincenzo.
Il programma del Sinodo che stiamo proponendo in tutte le foranie per questo anno pastorale è impostato sull’AGIRE che contiene sempre due aspetti: CONVERSIONE e MISSIONE. Siamo chiamati a convertirci alla missione: la Chiesa deve avere il coraggio di lasciare le novantanove pecore per andare in cerca di quella smarrita.
Sono fiducioso che molti, anche senza particolari inviti personali, siano presenti al Convegno.

sabato 16 ottobre, Seren del Grappa
Mentre nella chiesa di Seren del Grappa veniva celebrate la S. Messa Esequiale di Mons. Tancredi Sagrillo, iniziava in tutta la Chiesa l'Anno dell'Eucaristia indetto dal Santo Padre.
Il Vescovo, nell'omelia, ha sottolineato la coincidenza.
OMELIA AL FUNERALE DI MONS. TANCREDI SAGRILLO
"Sforzati di presentarti davanti a Dio come un uomo degno di approvazione, un lavoratore che non ha di che vergognarsi, uno scrupoloso dispensatore della parola di verità”. Queste e altre parole dell’esortazione di S. Paolo a Timoteo (2,8-15) sono state vissute da mons. Tancredi Sagrillo nella sua lunga vita.
1. "Uomo degno di approvazione" per la sua semplicità e limpidezza nel rapporto con tutti, a incominciare da noi sacerdoti. È stato un godimento per tutti la sua parola schietta, che offriva il meglio del suo sapere e della sua lunga esperienza.
Approvazione per la sua fedeltà all’ordinazione sacerdotale che ebbe 64 anni fa e per la meticolosità del suo servizio nei vari compiti che gli vennero assegnati.
Anche la stessa longevità la possiamo vedere con sguardo biblico come una consumazione positiva e gloriosa dell’esistenza, un’approvazione che viene dal Datore di ogni bene. Non possiamo accettare quello che la civiltà moderna pretende di fare dell’anzianità: una specie di appendice della vita. Un uomo, diventando vecchio di anni, non è mai un sopravissuto di sé: la vita è sempre un andare avanti, un salire, un dono che si fa agli altri. In questa parrocchia di Seren del Grappa, dopo i ministeri di lunga durata che aveva avuto, si è dedicato con premura alla cura pastorale. Anche negli ultimi tempi (premurosamente assistito dall’arciprete don Arrigo Campigotto, dai parenti, dal personale della Casa P. Kolbe) la sua vita è stata un dono per chi lo ha amorevolmente assistito: tutti hanno dato molto, ma hanno anche molto ricevuto. Grazie al Signore che ci ha donato un sacerdote degno di approvazione.
2. "Un lavoratore che non ha di che vergognarsi": il servizio parrocchiale e la promozione della devozione mariana nel santuario di Travagola, i servizi liturgici e di preghiera nel Cimitero di Feltre con l’accostamento di migliaia di persone che hanno avuto conforto con le certezze della fede; la cura di persone in questo centro di Seren del Grappa soprattutto nella casa “Soteria”: in tutti i ministeri egli è stato solerte e laborioso. Molti altri servizi ha poi reso con generosità a colleghi sacerdoti e a tante parrocchie, sempre vicino alla gente: tutto questo ci fa dire “è stato un lavoratore che non ha di che vergognarsi”. .
Soprattutto sento di dover riconoscere la sua grande carità. È vissuto poveramente e ha distribuito con generosità quello che aveva: a tanti, a comunità e a persone singole, al seminario. S. Tommaso d’Aquino ha scritto: “La gioia non è una virtù distinta dalla carità: ne è un atto o un effetto ed è a questo titolo che è citata tra i doni dello Spirito Santo”. La gioia che comunicavi, quasi “giullare di Dio”, ha avuto la sua sorgente nella carità. Grazie, mons. Tancredi!
3. "Uno scrupoloso dispensatore della parola di verità". Lo è stato nel suo impegno di studio, di lettura della stampa ecclesiale fino ad alcuni mesi fa, nel tenersi aggiornato su tanti campi, ma specialmente negli studi di liturgia, di canto, di storia. Le sue omelie, preparate con cura, erano il frutto di una fede adamantina, ma anche di studio e del suo pensare riferito alla mentalità degli ascoltatori. Fu dispensatore della verità con il linguaggio elevato: la musica. Il suo impegno per la scuola di musica “mons. Silvio Santagiuliana”, nelle esercitazioni offerte a tanti seminaristi, nell’aver contribuito a coltivare un numero elevato di sacerdoti e laici competenti e amanti della musica religiosa e liturgica. Le parole di verità da lui distribuite anche con la potenza della musica siano in noi capaci di armonizzarci con il Verbo di Dio e con il corpo di Cristo che è la Chiesa: la Chiesa di Belluno-Feltre oggi, come ieri la Chiesa di Feltre.
Il brano del vangelo di Giovanni che abbiamo ascoltato ci fa pensare alla centralità dell’Eucaristia nella vita del sacerdote e della comunità cristiana. Siamo nei primi vespri della domenica che segna l’inizio dell’anno dell’Eucaristia voluto dal Papa: dal Congresso eucaristico internazionale del Messico tutte le chiese cattoliche del mondo ricevono il segno forte di incentrarsi nell’Eucaristia. Noi lo facciamo qui, celebrando la messa esequiale di un sacerdote competente e convinto liturgo dell’Eucaristia, amante adoratore della presenza di Gesù nel mistero dell’altare: da queste esperienza cardine riceveva la forza di amare il corpo di Cristo reale: la gente. Aveva 9 anni nel 1922 quando partecipò al primo congresso eucaristico della diocesi di Feltre e alla vigilia della consacrazione sacerdotale nel 1939 al secondo congresso: furono momenti di grazia – insieme con i congressi catechistici – per evangeliz-zare e scuotere dall’abituale routine la vita delle parrocchie, si puntò più che su manifestazioni trionfalistiche su un lungo periodo di preparazione e su programmi di vita pastorale che diedero grande impulso alla vita della Chiesa feltrina.
“Chi mangia questo pane vivrà in eterno”. “Chi ti ama dice: Tu non morirai mai”. L’anno dell’eucaristia, che come vescovo inauguro qui insieme a voi celebrando la nascita al cielo di Tancredi Sagrillo sacerdote, ci dia l’entusiasmo di servire la vita con un lavoro intenso per il compimento del Sinodo.
Mons. Tancredi è ha raggiunto la porta del cielo dalla Casa “Padre Kolbe”, nello stesso comune di Pedavena dove sorge il santuario della Madonna Travagola, chiesa che servì con dedizione per 19 anni.
Quanto ha amato Maria!
Sei anni fa, andandolo a trovare, mi regalò la pubblicazione di Sr. Maria Ancilla dell’Eucaristia (Lucia Rech di Giovanni e di Zita Sagrillo di Seren del Grappa, sua nipote, morta a 56 anni nel 1987, suora di clausura, che espresse la sua ricchezza spirituale anche con la poesia), dal titolo “Una finestra che s’apre”. Da quella raccolta di poesia della nipote colgo la poesia “Ianua Coeli” pensando al momento della morte del nostro amato e stimato mons. Tancredi e invocando grazie per la vita e la morte di tutti noi che siamo riconoscenti per la testimonianza esemplare che egli ci ha dato:
"Verso di me Qualcosa
Scende a gradini timidi di luce,
poi rischia un tocco:
su la stanchezza mia
è la tua mano, Ianua Coeli.
Aula che t’apri a me,
porto dove trasporto il viver mio.
Fragranza della Gloria,
stazione di bellezze popolata.
Villeggiatura dei Tre sulla terra,
decoro della mia pietà nel mio cielo.
Fatta così per me
Nel sueto giorno Ianua Coeli mia, Maria"
CENNO DI SALUTO AL CARD. RATZINGER A BELLUNO PER LE CELEBRAZIONI D'INIZIO DELL'ANNO DELL'EUCARISTIA
Eminenza,
la nostra diocesi di Belluno-Feltre è onorata per la Sua presenza, questa sera qui e domani nella Basilica Cattedrale di Belluno per la celebrazione eucaristica che inaugura l’anno dedicato all’Eucarista.
Abbiamo tra noi il collaboratore principale del Santo Padre per la Dottrina della Fede, cioè per garantire l’irradiazione migliore della luce che viene da Gesù Cristo attraverso la Chiesa, la quale è chiamata ad attualizzare, nella progressione della storia, la verità perenne che illumina, riscalda e salva.
La ringrazio a nome di tutti.
Sento il desiderio di esprimere anche un ringraziamento personale: nel 1974, sul volume edito in Italia dalla Queriniana con il titolo “Dogma e predicazione” ho attinto, dall’allora docente di teologia Giuseppe Ratzinger, pensieri illuminanti per me giovane prete. Ne riprendo solo uno, che per la mia riflessione e il mio impegno è stato importante: «Verità senza amore non ha bisogno di morire ma solo di condannare; amore senza verità, allo stesso modo, non ha bisogno di morire, ma soltanto di piegarsi. Però dove tutti e due si trovano insieme, lì si eleva la croce». Grazie, Eminenza per il suo lungo servizio alla verità come teologo: esso ha aiutato anche me tra i moltissimi suoi ascoltatori e lettori.
Un altro ringraziamento lo faccio come vescovo di questa Chiesa: il mio servizio ha come strumento essenziale il Catechismo della Chiesa Cattolica che fu preparato da una commissione della quale presidente era il cardinale Ratzinger e fu consegnato a tutti i vescovi nel 1992; ma anche la recente lettera ai vescovi da Lei firmata e approvata dal Santo Padre il 31 maggio di quest’anno “Sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo”, la sento di grande attualità per il mio servizio episcopale.
La nostra Diocesi sta vivendo il Sinodo guidato fino a pochi mesi fa dal compianto amatissimo mons. Vincenzo Savio. La lettera è illuminante e dà vigore all’apporto di uomini e donne al camminare insieme. Che il Signore ci faccia coltivare, nel rispetto della distinzione uomo – donna, e nella valorizzazione del “genio della donna”, la possibilità della collaborazione per il cammino particolare che stiamo compiendo e che deve essere molto fecondo per il futuro della nostra diocesi di montagna.
«La donna conserva l’intuizione profonda che il meglio della sua vita è fatto di attività orientate al risveglio dell’altro, alla sua crescita, alla sua protezione» (13). Molti dei presenti sentono anche da questa breve citazione della lettera come i suoi contenuti c’entrano con i nostri temi sinodali.
Ho quindi pensato di offrire in omaggio a tutti i presenti, onorando così l’illustre ospite, la lettera. Leggendola crescerà ancor più la riconoscenza a Sua Eminenza di tutto il suo servizio alla Chiesa, e dell’aver riservato energie e tempo per noi in queste due giornate.

domenica 17 ottobre, Belluno
Associazione bellunesi nel mondo
MESSAGGIO PER L'INCONTRO IN BRASILE
Sono il successore del vescovo Vincenzo Savio che all’inizio dell’estate del 2002 ha fatto una visita in Brasile. In un articolo del 15 luglio di quell’anno scrive: «Scorrono davanti ai miei occhi una serie di visioni, capaci di ridonarmi in freschezza le mille emozioni vissute».
Dalla viva testimonianza del vescovo Vincenzo ho ascoltato il suo entusiasmo di aver incontrato il popolo brasiliano, i missionari, molti emigrati italiani, tante persone che l’hanno emozionato così da portare vivo il ricordo in tutti i lunghi mesi di dolorosa malattia, fino alla morte avvenuta il 31 marzo di quest’anno, quando gli mancavano pochi giorni al sessantesimo compleanno.
Da lui e dall’Associazione Bellunesi nel mondo, come pure dalle letture che faccio so che il Brasile, pur con tutti i suoi problemi, ha un popolo che ha conservato tutta la sua gioia di vivere e non ha rinunciato al suo modo di essere.
Auguro di cuore e prego che, nei mutamenti veloci di quest’epoca, voi non perdiate l’identità culturale specifica dei vostri popoli, costituita da una ricchezza di culture – anche quelle di tanti emigrati – per le quali la tradizione cattolica è oggi una componente essenziale.
Una delegazione della nostra terra di Belluno-Feltre vi porta i segni dell’affetto e la volontà di scambio tra noi e voi. Un sacerdote – don Domenico Cassol – vi dirà parole che esprimono anche la mia gioia di stabilire con voi contatti e di rafforzare l’unità per partecipare ai vostri sogni e insieme farli diventare realtà. Mons. Helder Camara, arcivescovo di Recife, diceva: «Quando si sogna da soli, è solo un sogno. Quando si sogna tutti insieme, è il principio della realtà».
Un desiderio vivissimo sento in me mentre scrivo queste righe: che ci sia in voi una fede forte che vi sostiene nelle difficoltà della vita e che moltiplica le gioie e le soddisfazioni. È la fede in Gesù Cristo nostro Salvatore che ci rende uniti, sempre pronti al perdono per sognare insieme e realizzare i sogni che trasmettano alle nuove generazioni serenità e gioia.
Che non siate orfani di felicità.
Prego per voi e vi benedico con affetto.

lunedì 1 novembre, Duomo di Feltre
OMELIA FESTA DI TUTTI I SANTIE
Uno dei più grandi pensatori del secolo appena terminato ha scritto: «I santi nella Chiesa sono il commento più importante del Vangelo, perché sono l’interpretazione incarnata della parola incarnata di Dio e quindi realmente una via di accesso a Dio» (Hans Urs von Balthasar).
La storia della Chiesa è la storia dei santi. La relativa facilità con cui oggi la Chiesa spiana la via alla santità è per offrire a tutti modelli di vita vicini alla contemporaneità.
Giovanni Paolo II ha fatto a tutt’oggi 1340 beati; e 487 canonizzazioni.
La santità si manifesta nelle vicende non solo di tanti santi e beati riconosciuti dalla Chiesa, ma anche nelle vicende di un’immensa moltitudine di uomini e donne sconosciuti, il cui numero è impossibile calcolare, come abbiamo ascoltato nella I lettura della Messa.
I battezzati: essi sono santi nella misura in cui, separati dal mondo in quanto soggetto al Maligno, si consacrano a rendere gloria all’unico e vero Dio.
La radice di ogni santità è Dio, la sua perfezione, il suo amore che viene riversato in noi. Come ci ricorda la II lettura della Messa, il Padre che è nei cieli ci ha realmente resi suoi figli fin da ora, dandoci la vita e destinandoci alla pienezza di comunione con lui. Di fronte al meraviglioso destino che ci attende, la liturgia ci invita alla gioia.
Ciascuno di noi può vivere questa gioia perché la santità è la nostra vocazione, la nostra vera identità.
Ma questa identità è ancora in formazione, in cammino; essa ci sarà rivelata in pienezza quando vedremo Dio come egli è, secondo le parole dell’evangelista Giovanni nella II lettura.
Ciò che conta, qui e ora, è dare spazio allo Spirito santo perché ci faccia essere come Gesù, portando a pieno sviluppo la grazia battesimale. Non siamo chiamati alla impeccabilità, ma a rispondere nell’amore, in una progressione che ci rimane misteriosa ma che ogni giorno ci fa percepire la novità e la bellezza della vita.
La festa di oggi è quindi festa di speranza e di gioia, festa della bellezza perché non c’è niente di più bello del volto di una persona che si lascia compenetrare dall’amore quale riflesso della santità e bellezza di Dio.
La folla sterminata di santi ci dà tre insegnamenti.
1. Il primo impegno di una chiesa che vuole scorgere il suo vero volto nella santità dei suoi figli è quello di riaprire continuamente ogni aspetto della convivenza umana al mistero. Se la chiesa fa questo, compie già moltissimo della sua opera. Chiesa: umilissimo segno di un altissimo mistero nella storia. Questa è la prospettiva che ci aiuta a entrare in comunicazione con le persone e con le situazioni di vita.
2. La via della fraternità. A servizio degli ultimi. Le Beatitudini sono la grande regola e queste ci lanciano anche in un impegno fattivo nell’edificazione di una società più equa e fraterna. Questa regola fondamentale di vita per noi cristiani non ci proietta in un mondo futuro sminuendo l’impegno nella vita presente. Un altro grande teologo ha l’affermazione riportata anche sul foglio-sussidio “Domenica”: «Prima di essere una speranza per il futuro, la vita eterna è un’esigenza per il presente» (H. De Lubac). Le preoccupazioni e le esigenze degli altri sono la chiamata ad essere, secondo le beatitudini, soprattutto operatori di pace.
3. Tutti i santi che celebriamo hanno, secondo l’immagine della Apocalisse, la palma del martirio in mano: sono passati attraverso la grande tribolazione. Ogni domenica, partecipando alla S. Messa noi rendiamo grazie e diciamo lo stesso incondizionato “sì” al Padre pronunciato da Gesù fino alla morte in croce. Il Papa, in una lettera del 7 ottobre scorso per l’anno dell’Eucaristia che abbiamo iniziato (Mane nobiscum Domine – MND) ci dice: in questo “grazie” e in questo “sì” ci ritroviamo con la nostra autentica identità contro ogni vana autosufficienza: «La creatura, senza il Creatore, svanisce» (GS, 36; MND, 26). E il nostro cuore si apre all’amore concreto, oblativo: «Chi impara a dire «grazie» alla maniera del Cristo crocifisso, potrà essere un martire, ma non sarà mai un aguzzino» (MND, 26).

giovedì 11 novembre, Cattedrale di Belluno
S. MESSA NELLA SOLENNITA' DI SAN MARTINO
Ho sentito giorni fa un uomo, che ha responsabilità pubbliche e che è qui presente, dire: «San Martino, con il suo gesto di tagliare il mantello e darlo al povero, ci dà l’immagine laica dell’impegno per gli altri».
È vero: il giovane Martino – “piccolo Marte” era il nome datogli dal padre che da soddisfatto militare voleva un futuro eguale anche per il figlio – era solo catecumeno quando compì il gesto di coprire con il suo mantello il povero: da laico, un gesto di generosità.
Anche nel brano del Vangelo Gesù ci parla di gesti di bontà che non hanno intenzionalmente un marchio cristiano: “Quando mai ti abbiamo visto affamato, assetato, forestiero, nudo, ammalato, in carcere?”.
Eppure chi ama e si china verso i piccoli e i poveri vive un rapporto personale con Gesù.
La notte dopo la divisione del mantello, Gesù compare a Martino in sogno, rivestito di metà del mantello militare, che diceva agli angeli: «Martino, ancora catecumeno, mi ha coperto con questo mantello».
«Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli l’avete fatto a me» (Mt 25,40).
Perché? Perché Cristo stesso è il più piccolo! Lui è nascosto nel più ignoto dei nostri fratelli, ha voluto farsi “minimo”, fino ad essere schiacciato.
«Se l’avete fatto a uno solo di questi miei fratelli l’avete fatto a me».
E la domanda che stabilisce la modalità giusta del nostro vivere i rapporti con gli altri: «E io dove sono? Se Cristo è l’ultimo, dove collocarmi? Dovrei assestarmi a un’altezza qualunque per dopo chinarmi e rivolgermi al più piccolo?». È evidente che anche per ciascuno di noi l’unico posto giusto si trova fra i più piccoli. Dopo, soltanto dopo, vedremo cosa fare per loro.
Che il nostro patrono ci aiuti a sentirci giorno per giorno valutati dalla pagina di vangelo che vogliamo portare nel cuore per sentirci piccoli e protesi verso i più piccoli, dove lui è presente.
Penso al prossimo Avvento di fraternità che è proposto dalla Caritas, e da varie realtà diocesane come il Centro Missionario, Migranti, Catechistico e della Pastorale Familiare: “Il Bambino di tutti, per tutti i bambini”.
Martino lasciò spada e mantello militari e, fattosi monaco, divenne poi contro la sua volontà, vescovo di Tours. L’ultimo episodio della sua vita ce lo presenta, ottantenne, ammalato, in missione presso una comunità di chierici per portare pace e unità. Va in una località lontana dalla sua sede – Candes – e muore.
Il primo gesto è la carità verso un solo povero, l’ultimo è la generosità di spendersi anche da ammalato per l’unione e la concordia di molti, frazionati e contrapposti.
Quale la spinta interiore per contrapporsi alle potenze della divisione e portare la pace? Il suo amore a Cristo che sentiva presente nella comunità come nel singolo più povero.
Quale la ragione decisiva di un superamento di ogni conflitto che toglie la pace interiore e scatena la lotta degli uni con gli altri? La fede in Cristo risorto che ci fa protesi verso la risurrezione e la vita eterna.
Affermava la beata Madre Teresa di Calcutta, con insistenza: “La più grande carità è annunciare Cristo Risorto”.
Senza tenere gli occhi fissi su di lui e da lui ricevere la forza sovrumana che vince le forze disgregatrici che stanno dentro di noi e nei rapporti tra noi, non c’è carità, non c’è perdono, non c’è rinnovamento nella giustizia e nell’amore.
Non è forse esperienza di tutti noi la difficoltà a sanare dentro di noi sentimenti di odio e di vendetta?
Il perdono chiede lucidità di fede nella vita vera; è un amore che ha la sorgente nel Risorto.
Il nostro ricorrente tema di quest’anno sinodale : “Chi ama dice: Tu non morirai mai!” mi porta ad auspicare e pregare in questa solenne Messa del Santo patrono che a tutti i livelli si cerchi rispetto, concordia e pace ponendoci tutti in una prospettiva che punta su un futuro pieno di speranza. Di Martino la liturgia canta le parole: “Uomo meraviglioso, non ebbe paura della morte e non rifiutò le fatiche della vita”.

lunedì 6 dicembre, Belluno
PRESENTAZIONE DEL LIBRO SU SAN VITO DI CADORE DI BELLI MARIO FERRUCCIO
Questo volume è l’ultimo nato di una serie di opere del prof. Mario Ferruccio Belli: tutte hanno alle spalle studi appassionati di ricostruzione storica offerta con stile vivace.
Sono opere che fanno “ricordare”, e il verbo significa “riportare al cuore”. Chi non ha memoria – soprattutto la memoria del cuore – non ha il senso prospettico della sua esistenza; chi è smemorato, si ritrova meno cosciente di sé e non rinvigorisce il cuore per il cammino che gli spetta. Dico dunque l’ammirazione riconoscente all’autore di questo volume e di tutte le altre sue pubblicazioni che fanno “ricordare”.
Nella lettura di queste pagine ho sentito rivivere le vicende del paese e della pieve di San Vito come se tutto un mondo, quello paesano ma anche dei paesi circonvicini, si animasse davanti a me. Ci si addentra in una galleria di ritratti: dal fabbro che non è capace di scrivere e che deve firmare con quattro segni di croce; all’ostessa Maria Fiori, donna antesignana della vocazione turistica di San Vito, che riceve la paga per aver sfamato ed alloggiato i costruttori della Chiesa; ai pievani che si susseguono, ciascuno con la sua personalità. Ho avuto la sensazione di un paese sovrabbondante di vita, concentrato su un’opera capace di generare concordia: ognuno con un suo ruolo per servire la chiesa, tutti con la volontà di cercare l’impossibile per rendere la propria chiesa bella ed accogliente. La “pieve”, cioè il “popolo”, ha così costituito lo specchio nel quale ritrovare la più splendida immagine di sé.
La chiesa pievanale di S. Vito è stata edificata e frequentata per realizzare soprattutto il “Fate questo in memoria di me…”: e quanti pievani e sacerdoti si sono succeduti per guidare il popolo a incentrare la sua vita nel “memoriale” della santa Messa! L’esperienza cristiana si regge infatti su questa azione voluta dal Maestro - “fate in memoria” – ed essa costituisce una presenza che fa assumere con fede i problemi del presente e apre al futuro più desiderato.
Il “ricordare” si fa allora accorato augurio: che i sanvitesi, grazie alla lettura di queste memorie che fanno scoprire la storia della propria chiesa-edificio, possano sentire il fascino di essere “pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale” (1Pt 2,5), per diventare degni eredi di quel popolo che il pievano Simon Costantini di Resinego descrisse al Vescovo Hermolao Barbaro, coadiutore del patriarca, nella visita pastorale del 1604: “per la gratia di Dio ho un bonissimo populo”.

venerdì 24 dicembre, Cattedrale di Belluno
MESSAGGIO DI NATALE
Ho vissuto la preparazione a questo primo Natale da vescovo di Belluno-Feltre condividendo un cammino caratterizzato da due percorsi: quello dell’Avvento di fraternità e quello dell’avvio del terzo anno sinodale sul tema “Colui che ama dice: Tu non morirai mai”.
Abbiamo vissuto l’Avvento di Fraternità pensando a “Il Bambino di tutti … per tutti i bambini”. Auguro a tutti i lettori del settimanale “L’Amico del Popolo” di vivere il Natale ponendo al centro Gesù di Nazaret, “il Bambino di tutti”. Egli risveglia in noi lo stupore di sentirci amati, la gioia di un Natale che va all’essenziale, la volontà di mettere al primo posto le persone.
Impariamo dal Bambino del presepio e dai bambini che ci stanno accanto – la più grande risorsa delle famiglie e dei paesi! – ad essere semplici: chi diventa come i bambini non calcola ma si affida, attende e non pretende, sa spendersi e donare.
Facciamoci capaci di vivere per tutti i bambini. Crescere in maturità significa imparare ad essere padri e madri. Ci sono molti che generano bambini, ma non tutti i bambini hanno padri e madri che li fanno crescere. E noi possiamo far giungere “paternità e maternità” anche a bambini distanti, quelli che abbiamo conosciuto nelle proposte che la diocesi ci ha fatto in quest’Avvento.
“Tu non morirai mai”: è la parola che genera in noi la speranza più decisiva.
Il Bambino che nasce si dona fino alla morte per salvarci dalla morte. Innestati in lui sogniamo e promuoviamo vita per la nostra terra, per le famiglie, per tutta la gente – anche per gli stranieri che abbiamo tra noi –, per chi soffre ed è solo, per chi è tentato di disperarsi.
Ci sono problemi sociali che inquietano: sentiamo che il travaglio della nostra società ci chiede coraggio e fiducia.
Nel Natale degli ultimi anni era forte la sensibilità per la pace contro le guerre. Non vogliamo cadere nell’assuefazione al dramma della guerra che è presente nel mondo molto più di quanto i mezzi di comunicazione lo documentino. Il Natale c’insegna la pace del cuore come il primo segreto del nostro vivere: che questo dono sia prima di tutto in noi per farci lieti e pacificatori, quindi pronti ad ogni impegno a favore della pace fuori di noi.
Il mio Vicario generale sta impegnandosi con molti collaboratori per vivere un momento di festa – domenica 9 gennaio 2005 – con le persone dei numerosi popoli rappresentati qui, nella nostra terra. Anche questo è il segno di una volontà: possiamo e dobbiamo lanciare segni e opere di accoglienza e di speranza a tutti.
Il Vescovo, augurando “Buon Natale”, assicura che la preghiera sua, dei sacerdoti e di tutte le comunità cristiane è vissuta in contemplazione di Gesù che nasce a Betlemme per donare vita a tutti, a incominciare dai bambini.
È contemplazione per pensare a cosa ognuno può ottenere e donare agli altri, secondo le parole di un grande maestro di cristianità e di civiltà, sant’Ambrogio: «Egli volle essere bambino, perché tu potessi diventare uomo perfetto; egli fu costretto in fasce, perché tu fossi sciolto dai lacci della morte; egli fu nella stalla, per porre te sugli altari; egli fu in terra, affinché tu raggiungessi le stelle».
MESSA DELLA NOTTE
Carissimi, siate i benvenuti; porgo un saluto affettuoso ai molti telespettatori, soprattutto a chi ha problemi di salute ed è costretto suo malgrado a casa.
Un cordiale saluto ai rappresentanti delle chiese cristiane di oriente e di occidente che hanno portato la luce di Betlemme.
Credo che ci sentiamo tutti a casa pur in un’aula così vasta o con distanze fisiche che ci separano.
Ci si sente a proprio agio davanti al presepio, ad ogni presepio: anche quando ci sono particolarità originali, alla fine l’occhio cerca Colui che lo abita e che ci consente di sentire anche noi abitanti in quella scena che sta all’inizio di una nuova era per l’umanità intera.
Non solo davanti al presepio, ma anche nella Messa: l’altare è il centro che fa convergere l’attenzione e l’affetto.
Vorrei che tutti, proprio tutti sentissimo quanto è accogliente il Signore: anche chi si sente lontano e forse guarda la Chiesa con senso di disagio.
Io vescovo e tutti i concelebranti vorremmo essere immagine di una comunità che si specchia in Maria; e Maria guarda e presenta il Figlio, e il Figlio ha le braccia spalancate per accogliere: il palpito più carico di affetto è per chi può sentire disagio e ha motivo di essere triste per la sua vita e scettico sui grandi ideali del santo Natale.
In questa notte la nostra attenzione è su un robusto cero con una fiamma attinta settimane fa a Betlemme.
In un punto preciso della terra – la basilica di Betlemme – è stata attinta la fiamma che arde davanti a noi. In un punto preciso di quella basilica, dove in contemporanea con noi si celebra la Messa con qualche promettente segno di pace, c’è una stella d’argento che indica il punto dove nacque Gesù. E il vangelo appena ascoltato dice il momento preciso della storia – il censimento di Cesare Augusto, il governatore della Siria Quirino – quando ci fu la nascita fisica del figlio di Maria, Figlio di Dio.
Com’è scarno il racconto! I personaggi principali non pronunciano nessuna parola, sono muti. Non c’è accenno ai sentimenti di Giuseppe, di Maria che dà alla luce il figlio in una grotta, ponendolo in una mangiatoia. Tutti gesti umili, semplici, vitali, scanditi nel silenzio.
Sullo sfondo stanno i grandi poteri: soprattutto il potere romano che si estendeva sulle più lontane province e manovrava i sudditi per il censimento.
Ma nella seconda parte del brano evangelico si muove inaspettatamente una scena che esprime fremiti e sentimenti di gioia: un angelo, la gloria del Signore che avvolge di luce, una moltitudine che proclama gloria e pace.
È davvero straordinario il contrasto tra la povertà della scena centrale e la magnificenza di quella successiva che coinvolge i pastori.
Cogliamo il contrasto.
Se noi ci situiamo in una delle due scene, certamente è più facile per noi identificarci nella seconda: abbiamo bisogno di sentire voci; di esprimere stupore e paura; di sentirci rassicurati: “Non temere”, di andare fino a Betlemme.
Facciamo come i pastori che vanno alla grotta, che trovano il bambino avvolto in fasce, posto nella mangiatoia.
Ma qui c’è il percorso più difficile.
Come abbiamo bisogno di lasciarci avvolgere dal silenzio, dall’incanto di un bimbo appena nato, di una mamma che non ha altro centro se non il bambino e una intimità inviolabile con lui; di un uomo – Giuseppe – che è contento di seguire i segni di Dio con cuore pacificato e che pone al primo posto il bambino a la mamma!
Se nel silenzio ci lasciamo guardare dal Bambino che allarga le sua braccia verso di noi, possiamo sentire che la nostra persona (il corpo, la psiche, l’anima) è la realtà più importante per lui; ognuno di noi è importante e determina tutto il suo amore.
Così impariamo a considerarci con sguardo diverso; a scegliere percorsi interiori che diventano sconfinati; a preferire per noi e per gli altri le vie della fiducia, contro ogni forma di sconforto e di disperazione.
Da lui impariamo a dare il primo posto alle persone e non alle cose; a costruire relazioni significative affidate alla responsabilità.
Com’è facile lasciarci distrarre da ciò che torna conto a noi e allarmarci soltanto di fronte a fatti gravi di ingiustizia e di violenza, per lo più quelli che hanno risonanza nelle grandi sceneggiature della vita appariscente e pubblica.
Ma per costruire e trovare ognuno il nostro posto è necessario alimentare l’attesa e l’impegno per la cura reciproca che ognuno può dare agli altri. È importante promuovere ambienti incoraggianti che ci permettano la costruzione di noi e degli altri come persone che hanno valore inestimabile, quello che ci viene dato dal Bambino che nasce per noi e ci dona la vera libertà e la vita che non muore.
Betlemme: un punto geografico preciso dove in una data definita della storia è nato Colui che raggiunge tutti i tempi e tutti i luoghi. Non abbiamo soltanto la luce attinta a Betlemme: nella S. Messa che celebriamo questa notte come ogni domenica abbiamo il fatto che nella semplicità e nel silenzio diventa decisivo per la vita nostra e delle persone che ci incontrano.
Buon Natale! Che il Signore nasca in noi; non trovò posto nell’albergo, ma nel nostro cuore lo trovi, in questo natale e ogni giorno: per sentirci amati e per amarci reciprocamente.
Buon Natale.

sabato 25 dicembre, Concattedrale di Feltre
MESSA DEL GIORNO
Un cordiale affettuoso saluto a tutti.
La città di Feltre ha avuto momenti molto significativi per prepararsi a questo Natale: iniziative culturali come la mostra “Natività, maternità e adorazioni”; la fiaccolata e veglia di preghiera per i problemi che toccano tante famiglie per l’incertezza del lavoro; il messaggio comparso ieri sulla stampa locale a firma dell’arciprete del Duomo mons. Giulio Antoniol, messaggio intenso che coglie la preoccupazione del momento che stiamo vivendo e insieme messaggio positivo e propositivo.
Ma c’è un’altra preparazione che è stata fatta e della quale voglio ringraziare: gruppi che stanno lavorando per la preparazione del Sinodo; gruppi, associazioni e persone che operano nella Caritas, che hanno raccolto viveri alle porte dei supermercati, che hanno sostenuto l’Avvento di Carità: “Il Bambino di tutti … per tutti i bambini”; negli ospedali e case di soggiorno per anziani; nelle scuole materne, nell’Istituto “Vittorino da Feltre” e nella scuole statali soprattutto nelle lezioni di Religione Cattolica.
E voglio ringraziare chi ha vissuto bene i percorsi spirituali e liturgici dell’Avvento soprattutto nella catechesi parrocchiale, chi ha coltivato l’adorazione nella chiesa del S. Cuore; i sacerdoti del duomo che hanno celebrato e annunciato la Parola di Dio, che hanno confessato. Com’è essenziale per noi avere, nel sacramento della confessione, la preparazione di questa solennità!
Lo crediamo veramente che è a questo livello che cresce la nostra personalità di battezzati e di cristiani, che qui c’è il continuo incontro con il Signore per avere la pace del cuore ed essere capaci di costruire la civiltà dell’amore?
Riprendo le parole di mons. Giulio Antoniol: “Se vogliamo ricostruire il presepe devastato, dobbiamo rimettere al centro il suo protagonista, Gesù Cristo, l’uomo nuovo, capostipite dell’umanità nuova. Il primo germoglio a fiorire nella capanna di Betlemme è il silenzio e l’interiorità”.
Il brano di Vangelo che abbiamo ascoltato è uno dei passi più belli, più profondi e sconvolgenti di tutti i libri della Bibbia. Il Verbo, che in principio era tutto rivolto verso Dio, colui per mezzo del quale tutto è stato fatto, il Figlio unigenito del Padre, si rivolge verso l’umanità, verso di noi, prende corpo nella Vergine Maria e viene ad abitare in mezzo a noi.
“In principio”: un principio che desta in noi stupore, connotato com’è in senso esclusivamente positivo: parla di luce e di vita, è in sé Parola che si comunica piena di grazia e di verità. Stiamo celebrando il fatto incredibile del Dio eterno e invisibile che ha preso un corpo umano e così ha illuminato di senso nuovo l’intero universo e la nostra storia. In questo principio, presso di Lui e in Lui ci siamo anche noi, ognuno chiamato a diventare figlio di Dio nel Figlio.
Ma subito un altro motivo di meraviglia: inspiegabilmente noi rifiutiamo la luce e la vita: «Il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe; venne tra la sua gente ma i suoi non l’anno accolto». Perché? Non sappiamo perché rifiutiamo di aprirci a questo dono, perché chiudiamo i nostri occhi alla luce. Anche in questo consiste lo stupore del Natale: in un amore che viene rifiutato ma che ci viene ostinatamente e amorevolmente riproposto.
Come sarebbe falsante il mio commento ora se mi ponessi a denunciare i mali più vistosi, le ingiustizie, i disagi sociali e chissà quanto altro, e non ponessi l’interrogativo a ciascuno di noi: accogliamo Lui che è il vero Salvatore? Conduciamo la nostra vita sui percorsi dell’interiorità e del silenzio per lasciarci illuminare dalla luce che viene dal Verbo di Dio?
Meno di un mese fa è stato presentato a S. Vittore un volume promosso dal vescovo Vincenzo e curato da persone esperte: c’è in questo volume l’auspicio che il Santuario continui e potenzi sempre più il compito storico che l’ha reso fulcro della vita cristiana del feltrino. Ma insieme alla promozione di iniziative adatte ai tempi per animare la Casa di S. Vittore, c’è nei battezzati il desiderio e la convinzione che il primo germoglio a fiorire nella capanna di Betlemme è il silenzio e l’interiorità e che questo è il fondamento e il segreto della pace del cuore e della risposta generosa alla nostra vocazione cristiana? Non dovrà essere questo il principale obiettivo della valorizzazione della Casa di S. Vittore? Siamo chiamati a perseguirlo con forme nuove e decise.
La solennità del Natale ci vieta pensieri piccoli, ma ci conduce su indicazioni semplici ed essenziali per farci grandi, per darci la misura della santità che è data a ciascuno secondo un disegno misterioso che noi leggiamo ascoltando il Signore.
Quest’anno un cardinale molto conosciuto dagli italiani, Ersilio Tonini, ha compiuto novant’anni. In una recente intervista ha detto: «Le preghiere del mattino, di cui le nostre madri erano gelose, credo che siano state la salvezza. Noi dobbiamo recuperarle. Se noi vescovi lanciassimo questo programma, invece di grandi raduni…!».
Godiamo di poter partecipare a questa solenne S. Messa: oggi una splendida luce discende sulla terra. Anche la luce accesa a Betlemme che sarà accolta alla stazione nel pomeriggio e portata da non vedenti nel centro del libro parlato e che poi proseguirà verso la Comunità Arcobaleno è un richiamo splendente alla presenza del Salvatore.
Buon Natale! A tutti voi, ai sacerdoti del duomo, ai parroci della città e della zona del feltrino. Buon Natale alle famiglie che hanno problemi; alle coppie di sposi; a chi vive situazioni affettive e di convivenza che inquietano nel momento di confrontarsi con lo sguardo luminoso del Salvatore; ai giovani che stanno prendendo decisioni sul loro futuro, soprattutto a chi è chiamato a grandi scelte vocazionali; ai bambini, agli ammalati, agli anziani e alle persone sole.
Affido le nostre preghiere e i nostri desideri all’intercessione di Maria, Madre di Gesù che nel silenzio adorante contempla il volto del Figlio e in lui il volto di tutte le donne e tutti gli uomini della terra, specialmente dei più sofferenti nel corpo e nello spirito.
Buon Natale.

sabato 25 dicembre, Cattedrale di Belluno
MESSA DEL GIORNO
Un cordiale affettuoso saluto a tutti.
Con senso di stima e di gratitudine al Signore vi accolgo insieme all’arciprete mons. Rinaldo, al Capitolo con tutti i canonici e i sacerdoti della cattedrale, al coro, a chi serve all’altare e prepara accuratamente la liturgia: tutti vorremmo essere immagine di una comunità che si specchia in Maria; e Maria guarda e presenta il Figlio, e il Figlio ha le braccia spalancate per accogliere e il suo palpito più carico di affetto è rivolto a chi ha motivo di essere triste per la sua vita e scettico sui grandi ideali del santo Natale, anche se ha deciso di partecipare alla solennità cristiana.
La nostra città di Belluno ha avuto momenti molto significativi per prepararsi a questo Natale: iniziative culturali come la mostra “A Nord di Venezia”, presso la Crepadona, interessante rassegna di meravigliose opere di fede che sono godimento estetico, ma soprattutto spirituale; due incontri organizzati dalla Forania di Belluno con persone che sentono i problemi affettivi e familiari incrociarsi con le loro convinzioni di fede
Ma c’è un’altra preparazione che è stata fatta e della quale voglio ringraziare: gruppi che stanno lavorando per la preparazione del Sinodo; gruppi, associazioni e persone che operano nella Caritas, che hanno raccolto viveri alle porte dei supermercati, che hanno sostenuto l’Avvento di Carità: “Il Bambino di tutti … per tutti i bambini”; la preparazione negli ospedali e case di soggiorno per anziani; nelle scuole materne, nelle scuole statali e in quelle cattoliche.
E voglio ringraziare chi ha vissuto bene i percorsi spirituali e liturgici dell’Avvento soprattutto nella catechesi parrocchiale; i sacerdoti della basilica cattedrale, i parroci della città, che hanno celebrato e annunciato la Parola di Dio, che hanno confessato. Com’è essenziale per noi avere, nel sacramento della confessione, la preparazione di questa solennità!
Do pubblico ringraziamento al Signore anche alla preparazione al Natale vissuta nelle case, con i bambini, con momenti di preghiera, con la costruzione dei presepi.
Lo crediamo veramente che è a questo livello che cresce la nostra personalità di battezzati e di cristiani, che qui c’è il continuo incontro con il Signore per avere la pace del cuore ed essere capaci di costruire la civiltà dell’amore?
Il brano di Vangelo che abbiamo ascoltato è uno dei passi più belli, più profondi e sconvolgenti di tutti i libri della Bibbia. Il Verbo, che in principio era tutto rivolto verso Dio, colui per mezzo del quale tutto è stato fatto, il Figlio unigenito del Padre, si rivolge verso l’umanità, verso di noi, prende corpo nella Vergine Maria e viene ad abitare in mezzo a noi.
“In principio”: un principio che desta in noi stupore, connotato com’è in senso esclusivamente positivo: parla di luce e di vita, è in sé Parola che si comunica piena di grazia e di verità. Stiamo celebrando il fatto incredibile del Dio eterno e invisibile che ha preso un corpo umano e così ha illuminato di senso nuovo l’intero universo e la nostra storia. In questo principio, presso di Lui e in Lui ci siamo anche noi, ognuno chiamato a diventare figlio di Dio nel Figlio.
Ma subito un altro motivo di meraviglia: inspiegabilmente noi rifiutiamo la luce e la vita: «Il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe; venne tra la sua gente ma i suoi non l’anno accolto». Perché? Non sappiamo perché rifiutiamo di aprirci a questo dono, perché chiudiamo i nostri occhi alla luce. Anche in questo consiste lo stupore del Natale: in un amore che viene rifiutato ma che ci viene ostinatamente e amorevolmente riproposto.
Come sarebbe falsante il mio commento ora se mi ponessi a denunciare i mali più vistosi, le ingiustizie, i disagi sociali e chissà quanto altro, e non ponessi l’interrogativo a ciascuno di noi: accogliamo Lui che è il vero Salvatore? Conduciamo la nostra vita sui percorsi dell’interiorità e del silenzio per lasciarci illuminare dalla luce che viene dal Verbo di Dio?
C’è nei battezzati il desiderio e la convinzione che il primo germoglio a fiorire nella capanna di Betlemme è il silenzio e l’interiorità e che questo è il fondamento e il segreto della pace del cuore e della risposta generosa alla nostra vocazione cristiana?
La solennità del Natale ci vieta pensieri piccoli, ma ci conduce su indicazioni semplici ed essenziali per farci grandi, per darci la misura della santità che è data a ciascuno secondo un disegno misterioso che noi leggiamo ascoltando il Signore.
Quest’anno un cardinale molto conosciuto dagli italiani, Ersilio Tonini, ha compiuto novant’anni. In una recente intervista ha detto: «Le preghiere del mattino, di cui le nostre madri erano gelose, credo che siano state la salvezza. Noi dobbiamo recuperarle. Se noi vescovi lanciassimo questo programma, invece di grandi raduni…!».
Buon Natale! A tutti voi, ai sacerdoti; alle famiglie; alle coppie di sposi; a chi vive situazioni affettive e di convivenza che inquietano nel momento di confrontarsi con lo sguardo luminoso del Salvatore; ai giovani che stanno prendendo decisioni sul loro futuro, soprattutto a chi è chiamato a grandi scelte vocazionali; ai bambini; agli ammalati, agli anziani e alle persone sole.
Affido le nostre preghiere e i nostri desideri all’intercessione di Maria, Madre di Gesù. Ella, che nel silenzio adorante contempla il volto del Figlio e in lui il volto di tutte le donne e tutti gli uomini della terra, specialmente dei più sofferenti nel corpo e nello spirito.
Buon Natale.

venerdì 31 dicembre, Cattedrale di Belluno
S. MESSA DI RINGRAZIAMENTO
La festa del Natale 2004 è stata sconvolta da un’immane tragedia. Il più vasto e terrificante maremoto dell’era moderna ha provocato una distesa di morte senza confini. Ci sentiamo parte di quell’umanità che indossa la veste del lutto, colpita nell’intimo dal senso di precarietà, incoraggiata dalla mobilitazione che le Nazioni Unite hanno avviato e che è destinata a diventare il maggior intervento umanitario internazionale della storia per far fronte alla sconfinata devastazione.
Mi faccio interprete di tutti noi, qui presenti questa sera, dei telespettatori che seguono la celebrazione, per dire il cordoglio anche alle persone più vicine a noi che hanno morti o dispersi nella tragedia.
Questi gravissimi fatti fanno pensare a chi vive nel dolore queste festività per la morte di persone care; in qualche modo la loro situazione è un terremoto e un maremoto. Nelle Confessioni S. Agostino così descrive il suo animo dopo la morte di una persone a lui carissima: «Il mio cuore era ottenebrato da un profondo dolore e tutto ciò che io guardavo era diventato morte… Io mi meravigliavo che gli altri mortali vivessero, perché lui era morto. E mi meravigliavo ancora di più che io vivessi dopo la sua morte…».
In questi momenti pieni di mistero vogliamo accogliere l’invito del Papa a pregare per le vittime e a mobilitarci per contribuire alle opere di solidarietà verso le popolazioni colpite e ora esposte al rischio di epidemie.
Il soccorso organizzato dalla nostra Chiesa di Belluno-Feltre è coordinato dalla Caritas diocesana che ha come punti di riferimento tutte le parrocchie: quanto viene raccolto sarà consegnato immediatamente alla Caritas nazionale alla quale già è pervenuto da parte nostra un consistente aiuto dai fondi per emergenze. Anche la presidenza della Provincia di Belluno si è impegnata a diventare punto di riferimento per la promozione della solidarietà e ponte per far giungere gli aiuti.
Nella fede in Dio, nella serenità che ci viene dalla sicurezza di poter appoggiare la nostra vita e la vita di tutti sulla roccia del suo amore, vogliamo in questa solenne celebrazione esprimere il nostro rendimento di grazie e la nostra invocazione.
“Come l’erba sono i nostri giorni, finiamo i nostri anni come un soffio. Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore”. Queste parole antiche del salmo 89 fanno sentire l’implacabile scorrere del tempo (tra poche ore non saremo più nel 2004) e insieme ci aprono a una prospettiva fiduciosa perché i nostri giorni vissuti bene, con il senso della nostra creaturalità e precarietà, ci facciano giungere alla sapienza del cuore.
E la sapienza del cuore si esprime sempre nel senso di riconoscenza per la vita, per la fede, per il futuro di gloria che ci dona il nostro Salvatore, Gesù Cristo: dal suo prezioso sangue tutti siamo redenti e destinati alla vita che non muore.
Sentiamo allora scendere nel cuore le toccanti parole della prima lettura: «Il Signore faccia brillare il suo volto su di te, ti sia propizio, ti dia pace». Questo volto è quello di Gesù: il suo nome – “Gesù” che significa “Salvatore” - dice tutto di lui e della sua relazione con noi. È lui che manda nei nostri cuori lo Spirito perché possiamo dire con assoluta convinzione: Abbà, Padre. Siamo sui figli, eredi di una felicità che neppure possiamo immaginare.
Affidiamoci a Maria, Madre di Dio, e da lei impariamo a custodire queste cose meditandole nel nostro cuore, come ci ha detto il brano di vangelo.
Il cuore non è solo simbolo dei sentimenti, ma anche dell’intimità profonda in cui la nostra persona prende coscienza di sé, riflette sugli avvenimenti, medita sul senso del tempo che inesorabilmente scorre, assume comportamenti responsabili verso i fatti della vita e verso lo stesso mistero di Dio.
Potessimo in queste ore di fine anno portare nel cuore le ispirazioni di questa liturgia solenne! In particolare, quelle che ci possono compenetrare appena dopo la comunione eucaristica quando in piedi, intenti al ringraziamento, seguiremo il Te Deum: un canto splendido, inno alla Trinità santissima che veniva cantato già sedici secoli fa.
Il Te Deum che il coro guidato da mons. Sergio Manfroi eseguirà in polifonia, ci pone nel clima spirituale per sentire in profondità il mistero del Natale che vogliamo vivere in rendimento di grazie per un anno segnato da tanti avvenimenti.
Colgo l’occasione per ringraziare insieme al Coro, il Capitolo della Cattedrale guidato dal Decano mons. Ausilio Da Rif, la parrocchia di S. Maria Assunta e di S. Maria di Loreto con l’Arciprete mons. Rinaldo Sommacal, i responsabili della Curia diocesana e i collaboratori che hanno preparato le liturgie, l’emittente televisiva Telebelluno e tutti coloro che hanno fatto vivere con intensità gli avvenimenti tristi e lieti di quest’anno, momenti importanti che hanno avuto il loro centro qui, nella nostra Basilica - Cattedrale.
Rimangano tutti nella memoria del cuore insieme con il volto sereno del vescovo Vincenzo che rispecchiava la luminosità del volto di Cristo che egli ha voluto farci contemplare.
Chiedo che nel solenne canto del Te Deum, al versetto “Te ergo quaesumus…” tutti ci poniamo in ginocchio per adorare i misteriosi decreti della volontà di Dio che hanno in Gesù Redentore il punto culminante, fonte di ogni dono per tutti gli uomini: «Te dunque preghiamo: soccorri i tuoi figli che hai redenti con il tuo Sangue prezioso».
Con questa fede riconoscente la nostra vita sarà animata dalla speranza e dalla carità: «In te Domine speravi, non confundar in aeternum».
