
| sabato 1 gennaio | giovedì 6 gennaio | mercoledì 2 febbraio | mercoledì 9 febbraio | venerdì 11 marzo | domenica 13 marzo | giovedì 24 marzo | venerdì 25 marzo | 26-27 marzo | giovedì 31 marzo | domenica 3 aprile | mercoledì 6 aprile | 26-27 aprile | venerdì 29 aprile | sabato 14 maggio | giovedì 26 maggio | domenica 17 luglio | sabato 23 luglio | domenica 24 luglio | venerdì 29 luglio |domenica 31 luglio| venerdì 5 agosto | domenica 7 agosto | domenica 14 agosto | lunedì 15 agosto | martedì 16 agosto | venerdì 19 agosto | venerdì 26 agosto | estate | sabato 17 settembre | venerdì 23 settembre | sabato 24 settembre | mercoledì 28 settembre | venerdì 30 settembre | venerdì 7 ottobre | sabato 8 ottobre | domenica 9 ottobre | domenica 16 ottobre | sabato 29 ottobre | domenica 30 ottobre | martedì 1 novembre | mercoledì 2 novembre | domenica 6 novembre | venerdì 11 novembre | domenica 4 dicembre | sabato 24 dicembre | domenica 25 dicembre | sabato 31 dicembre |
sabato 1 gennaio, Concattedrale di Feltre
S. MESSA DI INIZIO ANNO
Buon anno a tutti, all’arciprete mons. Giulio Antoniol, al decano del capitolo mons. Giulio Perotto, ai canonici, al clero del duomo, ai canossiani, alle persone consacrate; saluto e porgo l’augurio al sig. Sindaco, alle autorità, ringraziando per le scelte di vivere ieri sera in maniera diversa la fine dell’anno, stanti i gravi avvenimenti di questi giorni.
L’augurio che porgo a tutti di buon anno riprende le prime parole che a ogni inizio anno la lettura della Parola di Dio ci offre: “Voi benedirete i vostri fratelli”. È un augurio che diventa un comando, ma dolcissimo e consolante: «Tu benedirai». Troverai e dirai parole buone, scoprirai e dirai bene della vita; pacificherai i tumulti che sono nel tuo cuore e i contrasti fuori di te; e in famiglia e dovunque benedirai.
L’altro augurio viene a noi dal tema che il Papa ha voluto per questa 38.ma giornata mondiale della pace: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male». È un messaggio che il settimanale L’Amico del Popolo riporta sul numero appena uscito. Le parole del Papa sono per i credenti e per tutti gli uomini di buona volontà.
Il male non è soltanto fuori di noi, entra e matura nel cuore. Nella profondità di noi stessi c’è la battaglia tra il bene e il male.
Dice il Papa: «Il male ha sempre un volto e un nome: il volto e il nome di uomini e di donne che liberamente lo scelgono. Il male è, in definitiva, un tragico sottrarsi alle esigenze dell’amore».
Un’altra sottolineatura del messaggio è il richiamo alla grammatica della legge morale, comune a tutti i popoli. Così viene descritta: «impegnarsi sempre e con responsabilità per far sì che la vita delle persone e dei popoli venga rispettata e promossa». L’insistenza è sul “bene comune”, che non è solo il benessere socio-economico, ma quello della totalità della persona chiamata a raggiungere mete che trascendono la felicità del momento terreno e materiale.
Vincere con il bene il male. Ma a quale male pensiamo in queste festività? Siamo sconvolti da un’immane tragedia. Il più vasto e terrificante maremoto dell’era moderna ha provocato una distesa di morte senza confini. Ci sentiamo parte di quell’umanità che indossa la veste del lutto, colpita nell’intimo dal senso di precarietà.
Questi gravissimi fatti fanno pensare a chi vive nel dolore queste festività per la morte di persone care; in qualche modo la loro situazione è un terremoto e un maremoto. Nelle Confessioni S. Agostino così descrive il suo animo dopo la morte di una persone a lui carissima: «Il mio cuore era ottenebrato da un profondo dolore e tutto ciò che io guardavo era diventato morte… Io mi meravigliavo che gli altri mortali vivessero, perché lui era morto. E mi meravigliavo ancora di più che io vivessi dopo la sua morte…».
Mali che attribuiamo alla natura, sia a livello macroscopico come nelle nazioni dell’Asia colpite dal maremoto, sia a livello della vita fisica quando una morte prematura ferma la volontà di vivere in persone che si sentono sole, ci pongono in momenti pieni di mistero: la nostra fede ci fa cercare la roccia dell’amore di Dio: pregare per i morti, sollevare con la fraternità quelli che soffrono, non dimenticare le gravissime ferite quando il male e le sue conseguenze non hanno più audience nell’opinione pubblica. È quanto succederà entro breve; e rimarranno a lungo il problemi per la rinascita di quelle terre.
Siamo chiamati a combattere il male; non possiamo vivere passivamente né attribuire la causa di questi mali al fato o a un castigo divino; dobbiamo vincere con il bene il male; e il bene sono le migliori energie intellettuali e morali, la scienza e i mezzi tecnici di cui l’umanità dispone.
Siamo incoraggiati dalla mobilitazione che le Nazioni Unite hanno avviato e che è destinata a diventare il maggior intervento umanitario internazionale della storia per far fronte alla sconfinata devastazione.
Anche noi ci siamo già mobilitati. Il soccorso organizzato dalla nostra Chiesa di Belluno-Feltre è coordinato dalla Caritas diocesana che ha come punti di riferimento tutte le parrocchie: quanto viene raccolto sarà consegnato immediatamente alla Caritas nazionale alla quale già è pervenuto da parte nostra un consistente aiuto dai fondi per emergenze.
Enti pubblici, primo fra tutti la Provincia di Belluno, cercano i modi migliori per raccogliere aiuti da tutti e per farli giungere a destinazione con garanzie rigorose.
Ma il nostro atto di fede celebrando l’Eucaristia sta nelle parole che ci sono state proclamate. Il primo a volere il bene di ogni persona, dell’umanità intera, del cosmo che soffre le doglie del parto, è il Figlio di Maria, Figlio di Dio. Il nome impostogli con la circoncisione è «Gesù», «Dio salva».
Egli manda nei nostri cuori lo Spirito perché possiamo dire con assoluta convinzione: Abbà, Padre. Siamo sui figli, eredi di una felicità che neppure possiamo immaginare.
Affidiamoci a Maria, Madre di Dio, e da lei impariamo a custodire le ispirazioni che abbiamo in momenti come questo e a meditarle nel nostro cuore, come ci ha detto il brano di vangelo.
Il cuore non è solo simbolo dei sentimenti, ma anche dell’intimità profonda in cui la nostra persona prende coscienza di sé, riflette sugli avvenimenti, assume comportamenti responsabili verso i fatti della vita e verso lo stesso mistero di Dio.
Da cuore sgorga la benedizione che vogliamo scambiarci e portare alle persone che incontreremo, soprattutto a chi soffre fisicamente e moralmente.
Coltiviamo in noi il desiderio di avere una vita buona, pronta sempre a benedire!
Coltivare questo desiderio è già rendere buona la vita e diffusiva la pace del cuore.
Buon Anno! Lo dico a ciascuno di voi con le parole che abbiamo pronunciato poco fa: «Il Signore ti benedica con la luce del suo volto». Rivolgendomi a chi di voi non ha mai rinnegato il suo battesimo, e pur nella ricerca faticosa cerca il bene, dico: Sia la relazione con il Dio di Gesù Cristo il segreto della tua vita anche in quest’anno appena sorto: un Dio luminoso, non ricco di troni e di poteri, ma che ha il suo vero ostensorio nella luminosità dei volti di persone che soffrono e che possono incontrarlo nella tua bontà e benedizione.

sabato 1 gennaio, Cattedrale di Belluno
S. MESSA DI INIZIO ANNO
Buon anno a tutti voi e alle vostre famiglie.
Saluto sua eccellenza il Prefetto, il Sindaco di Belluno, il Presidente della Provincia, tutte le autorità civili e militari.
Lo faccio a nome del Decano del Capitolo mons. Ausilio Da Rif, dell’Arciprete mons. Rinaldo Sommacal e di tutti i sacerdoti di questa Basilica Cattedrale.
L’augurio che porgo a tutti di buon anno riprende le prime parole che a ogni inizio anno la lettura della Parola di Dio ci offre: “Voi benedirete i vostri fratelli”. È un augurio che diventa un comando, ma dolcissimo e consolante: «Tu benedirai». Troverai e dirai parole buone, scoprirai e dirai bene della vita; pacificherai i tumulti che sono nel tuo cuore, i contrasti fuori di te; e in famiglia e dovunque benedirai.
L’altro augurio viene a noi dal tema che il Papa ha voluto per questa 38.ma giornata mondiale della pace: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male». È un messaggio che il settimanale L’Amico del Popolo riporta sul numero appena uscito. Le parole del Papa sono per i credenti e per tutti gli uomini di buona volontà.
Il male non è soltanto fuori di noi, entra e matura nel cuore. Nella profondità di noi stessi c’è la battaglia tra il bene e il male.
Dice il Papa: «Il male ha sempre un volto e un nome: il volto e il nome di uomini e di donne che liberamente lo scelgono. Il male è, in definitiva, un tragico sottrarsi alle esigenze dell’amore».
Un’altra sottolineatura del messaggio è il richiamo alla grammatica della legge morale, comune a tutti i popoli. Così viene descritta: «impegnarsi sempre e con responsabilità per far sì che la vita delle persone e dei popoli venga rispettata e promossa». L’insistenza è sul “bene comune”, che non è solo il benessere socio-economico, ma quello della totalità della persona chiamata a raggiungere mete che trascendono la felicità del momento terreno e materiale.
Vincere con il bene il male. Ma a quale male pensiamo in queste festività? Siamo sconvolti da un’immane tragedia. Il più vasto e terrificante maremoto dell’era moderna ha provocato una distesa di morte senza confini. Ci sentiamo parte di quell’umanità che indossa la veste del lutto, colpita nell’intimo dal senso di precarietà.
Mali che attribuiamo alla natura, sia a livello macroscopico come nelle malattie e morti individuali, ci pongono in momenti pieni di mistero. La nostra fede ci fa cercare la roccia dell’amore di Dio, e prima di risolvere i “perché” sentiamo di dover pregare per i morti, sollevare con la fraternità quelli che soffrono, non dimenticare le gravissime ferite quando il male e le sue conseguenze non hanno più audience nell’opinione pubblica. È quanto ancora una volta succederà entro breve.
Siamo chiamati a combattere il male; non possiamo vivere passivamente né attribuire la causa di questi mali al fato o a un castigo divino; dobbiamo vincere con il bene il male e il bene sono le migliori energie intellettuali e morali, la scienza e i mezzi tecnici di cui l’umanità dispone.
Come già ho ricordato ieri sera, anche noi ci siamo già mobilitati. Il soccorso organizzato dalla nostra Chiesa di Belluno-Feltre è coordinato dalla Caritas diocesana che ha come punti di riferimento tutte le parrocchie: quanto viene raccolto sarà consegnato immediatamente alla Caritas nazionale alla quale già è pervenuto da parte nostra un consistente aiuto dai fondi per emergenze.
Ma molti enti si sono mobilitati. In particolare la Provincia di Belluno organizza la raccolta di aiuti per farli giungere a destinazione con garanzie rigorose.
Il nostro atto di fede celebrando l’Eucaristia sta nelle parole che ci sono state proclamate. Il primo a volere il bene di ogni persona, dell’umanità intera, del cosmo che soffre le doglie del parto, è il Figlio di Maria, Figlio di Dio. Il nome impostogli con la circoncisione è «Gesù», «Dio salva».
Affidiamoci a Maria, Madre di Dio, e da lei impariamo a custodire le ispirazioni che abbiamo in momenti come questo e a meditarle nel nostro cuore.
Il cuore: là dove matura il bene, sempre frutto di una lotta tra mene e male nella profondità dell’animo.
Dal cuore sgorga la benedizione che vogliamo scambiarci e portare alle persone che incontreremo, soprattutto a chi soffre fisicamente e moralmente.
Coltiviamo in noi il desiderio di avere una vita buona, pronta sempre a benedire.
Coltivare questo desiderio è già rendere buona la vita e diffusiva la pace del cuore.
Buon Anno! Lo dico a ciascuno di voi con le parole che abbiamo pronunciato poco fa: «Il Signore ti benedica con la luce del suo volto».
Rivolgendomi a chi di voi non ha mai rinnegato il suo battesimo, e pur nella ricerca faticosa cerca il bene, dico: Sia la relazione con il Dio di Gesù Cristo il segreto della tua vita anche in quest’anno appena sorto: un Dio luminoso, non ricco di troni e di poteri, ma che ha il suo vero ostensorio nella luminosità dei volti di persone che soffrono e che possono incontrarlo nella tua bontà e benedizione.

giovedì 6 gennaio, Cattedrale di Belluno
SOLENNITA' DELL'EPIFANIA
Abbiamo sentito cantare in splendida melodia il vangelo nel testo latino.
Vidimus stellam eius et venimus. Siamo qui, al termine delle solenni festività natalizie; ognuno di noi è stato chiamato come da una stella a vivere le celebrazioni del Natale. Le nostre stelle sono state tante, e ognuno di noi le conosce, nei vari stati di vita nei quali viviamo la nostra vocazione.
Qui presenti ci sono delle coppie con dei bambini: sono il più palpitante segno della comunione della Trinità santissima rispecchiata nella vocazione sponsale. Soprattutto quando la coppia genera nuovi figli e li fa crescere con la consapevolezza di tutti i doni che il Signore concede a ciascuno, la famiglia diventa lo specchio della Trinità.
Siamo qui noi preti attorno a quest’altare; e anche noi abbiamo visto e seguito la nostra stella. Vogliamo essere al servizio e camminare in questo senso, camminare anche sulle indicazioni del Sinodo che sono in via di elaborazione.
Ci sono le persone consacrate. E poi le vocazioni rispondenti a le diverse condizioni di vita e diverse età.
Il giorno della solennità della Madre di Dio, festa della pace, avevamo qui molti giovani che avevano fatto un percorso formativo a S. Marco d’Auronzo. Erano qui a partecipare e a servire all’altare. Sono in cammino verso la Giornata mondiale della Gioventù che si terrà a Colonia, proprio nella città dove c’è la Cattedrale con il più antico luogo di venerazione dei Magi.
Ognuno di noi ha una chiamata che risale al momento del battesimo. Noi battezzati non siamo fatti per restare in ‘stasi’, ma il nostro modo di vivere è nella ‘estasi’, cioè nell’uscire da forme di vita superficiale, pigra o di abitudinaria, e metterci in cammino.
Herodes rex turbatus est et omnis Hyerosolima cum illo : i Magi, arrivati a Gerusalemme, si confrontano con la città, dicono le loro speranze, verificano il loro cammino, e non hanno paura di trovare il turbamento dei potenti. Vorremmo essere anche noi ricercatori attenti, fedeli e generosi delle vie che il Signore ci traccia, pur trovando forme di turbamento e minacce attorno a noi. Non dobbiamo aver paura di dire e comunicare la nostra fede, perché è il dono più grande che possiamo dare agli altri. Dopo questo turbamento i Magi vedono di nuovo il segno: videntes stellam gavisi sunt gaudio magno valde. E quindi camminano verso Betlemme. Dopo le lotte, anche quelle più faticose, noi abbiamo l’esperienza di gioie intime: è la controprova che il nostro cammino segue la stella. La tristezza, che i Cristiani d’Oriente indicano come uno dei vizi capitali, è il segno che qualcosa dentro di noi non è secondo il tracciato voluto da Dio. Abbiamo bisogno di trovare in noi la sorgente della serenità e di lanciare nel cuore del Signore anche le preoccupazioni, per poter essere sicuri e camminare: gavisi sunt gaudio magno.
Et procidentes adoraverunt eum et apertis thesauris… : aperti i loro scrigni, offrono. Ma offrono stando prostrati davanti al Bambino. Prego, a nome mio e a nome vostro, che il Signore, in queste numerose grazie che abbiamo avuto nel Natale del 2004 e in questo inizio anno 2005, ci trovi in questo atteggiamento: essere inginoc-chiati, prostrati, pronti ad offrire quello che di più grande abbiamo. È un’offerta che sarà abbondantemente compensata dall’immedesi-mazione in Gesù, soprattutto quando ci prostriamo e riceviamo il pane eucaristico. Che la nostra vita sia assunta dalla sua per essere partecipi di quella presenza ineffabile che nel mondo può dare serenità a noi e agli altri.
Per aliam viam reversi sunt in regionem suam: dopo un sogno, la guida di Dio li porta alla loro patria per un’altra strada. Abbiamo bisogno anche noi di sentire la voce che ci fa imboccare strade nuove. Il Natale va portarlo nelle situazioni della nostra vita personale, ma anche della nostra vita di popolo per rinnovarci profondamente. Voglio ricordare che, Domenica prossima alle ore 15, nella parrocchia di Cavarzano, avremo come Chiesa e come popolo che abita questa terra un grande momento di accoglienza di tutti i rappresentanti dei molti popoli che, seguendo la loro stella, sono qui tra noi.
Anche noi vogliamo percorrere strade nuove, strade d’accoglienza, di bontà, di risposta al dono grande che il Signore ci fa per poter sempre, ogni giorno, seguire la stella ed avere la gioia.

mercoledì 2 febbraio, Cattedrale di Bellunoo
S. MESSA NELLA PRESENTAZIONE AL TEMPIO
Dopo quaranta giorni dal Natale, di nuovo la luce di Betlemme. Molti di voi ricordano: l’abbiamo portata in processione dalla piazza del Duomo fino su in piazza dei Martiri e poi in chiesa di S. Rocco.
Oggi la luce che ci fa pensare a Gesù – luce del mondo – l’abbiamo portata in mano, nella processione.
Le processioni sono “un cammino insieme”, con meta precisa, con reciproco accompagnamento.
C’è una processione che ogni tanto vedo al termine della scuola: tanti ragazze e ragazzi che dalle scuole vanno verso l’istituto Sperti.
Le suore della carità, un volonta-riato a vita, per le opere di misericordia corporale e spirituale, meritano la riconoscenza in questa giornata della vita consacrata.
Anche quella che abbiamo visto in Iraq, qualche giorno fa, è stata una splendida processione: un popolo che mostra di voler conquistare per la prima volta la possibilità della democrazia e della partecipazione alle scelte più importanti. Occorrono convinzioni forti nel cuore per affrontare i pericoli. È necessario avere una luce interiore luminosa per accompagnare gli altri su strade buone.
Dove guardavamo mentre camminavamo insieme? Alla luce che avevamo in mano, ma guardavamo davanti a noi per andare dritti, restando ben affiancati.
Imparate con le vostre catechiste a tenere in mano la luce che è Cristo; ad aggrapparvi per quando dovrete camminare in tante difficoltà da grandi; ad accompagnarvi agli altri nella comunità che è la Chiesa.
Lumen gentium cum sit Christus: il 21 novembre scorso ricorreva il quarantesimo anniversario della grande costituzione sulla Chiesa “Lumen gentium” del Concilio Vaticano II. “La luce di Cristo splendente sul volto della Chiesa”: questa è l’affermazione iniziale.
Siamo noi la Chiesa; anche noi nell’incontro (“ipapante”, cioè “incontro” è l’antico nome di questo giorno liturgico) diventiamo capaci di dire come Simeone: “Luce per illuminare le genti”. Egli legge la sua vita nella luminosità di quel bimbo che portava in braccio: sentiva che lui anziano portava il bimbo, ma il bimbo sorreggeva lui, e tutta la sua vita diventava splendida.
Nella preghiera sentiamoci sorretti da Gesù Cristo e sia questa la luce interiore capace di “fondere e purificare, che affinerà come oro e argento” dice il Signore con le parole Malachia che abbiamo sentito nella prima lettura.
Nella preghiera c’è il segreto dell’affinamento interiore e della forza di accompagnare e aiutare gli altri.

mercoledì 9 febbraio, Cattedrale di Belluno
MERCOLEDI' DELLE CENERI
Quaresima: da oggi al giovedì santo. Cenere in testa e acqua sui piedi. Sembra una strada corta: dalla testa ai piedi… Ma in verità è molto più lunga e faticosa. Perché si tratta di partire dalla propria testa e arrivare ai piedi degli altri.
Un vescovo che è morto di tumore come il nostro Vincenzo, il Vescovo Tonino Bello, diceva così: la quaresima va dal giorno delle ceneri quando sul capo viene messo uno strano shampoo – le ceneri – al giorno dell’acqua ai piedi, non sui propri piedi, ma su quelli degli altri.
Qui in duomo il giovedì santo vedrete che il sacerdote lava i piedi. Dal capo ai piedi. Allora porterete le cassettine con la vostra generosità “Un pane per Amor di Dio”.
Cosa vuol dire la cenere sul capo? È la cenere dei rami di ulivo della domenica delle palme bruciati: guardando con gli occhi che vedono solo quello che è visibile dobbiamo dire: tutto finisce, tutto si brucia, tutto va in polvere… Ma guardando con l’occhio che vede nel profondo e coglie l’invisibile noi sappiamo che non siamo fatti per essere ridotti in cenere. Saremo verdeggianti come i rami di ulivo che porteremo in mano domenica 20 marzo, domenica delle palme.
Dunque in quaresima siamo chiamati a chinarci sempre più in giù fino a metterci in ginocchio e lavare i piedi agli altri. La nostra vita fiorirà per la vita eterna.
Quindi:
1. La chiesa ci fa vivere questo periodo come un ritiro sportivo. Un tempo che ci fa crescere, nella conversione: Elemosina, preghiera, digiuno.
Il sussidio del Centro Missionario che oggi viene distribuito ci sarà di aiuto.
2. Ricorre il venticinquesimo della tragica morte del prof. Vittorio Bachelet, ucciso a Roma. L’ho conosciuto quando era presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana. Diceva: “Non rinnoveremo la Chiesa rinnovando gli altri, ma rinnovando noi stessi.” “Nessuna azione sarà valida senza una contemporanea generosità di preghiera e di sacrificio”. Dentro quella stagione splendida e rischiosa Dio quanto era straordinario questo programma che egli viveva.
Vale anche per noi, oggi.

venerdì 11 marzo, Domegge
VEGLIA DI SOLIDARIETA' CON IL MONDO DEL LAVORO
Abbiamo sentito, nei numerosi testi di questa veglia, l’emergenza in atto: posti di lavoro persi e a rischio; la crisi nel settore dell’occhialeria soprattutto, ma anche del settore tessile e del settore metalmeccanico.
Abbiamo contemplato nella Via crucis la sofferenza di Gesù e contemplando Gesù crocifisso con gli occhi del cuore noi vediamo nella sua carne la nostra carne, tutte le sofferenze delle persone e delle famiglie.
La nostra vuole essere esperienza di preghiera, non invocazione di interventi miracolistici, ma vera preghiera. Che ha sempre tre dimensioni: 1. il ringraziamento; 2. l’ascolto umile e penitente; 3. l’invocazione.
La nostra preghiera:
1. di ringraziamento: per la laboriosità della terra del Cadore; per il dono del coraggio e dell’inventiva imprenditoriale; per il sudore delle generazioni che hanno fatto progredire la nostra terra; per le forme di condivisione del lavoro e del frutto del lavoro; per il radicamento forte di tutto il progresso nella civiltà cadorina (Iustitia et fide conservabitur, dive il motto dello stemma del Cadore). I motivi di ringraziare il Signore sono tanti; importante che ognuno li scopra nell’intimo di sé per riconoscersi debitore e quindi chiamato a continuare il meglio della nostra storia.
2. di ascolto umile e penitente con richiesta di perdono a Colui che conosce e legge l’intimo del cuore di ciascuno. Guardiamo e riconosciamo le nostre debolezze! Nei percorsi realizzati in questi decenni pesa il male, contagioso e purtroppo molto condiviso. Un male è stato quello individuato nel convegno di quaresima voluto dal vescovo Vincenzo un anno fa: «I giovani entrano nel lavoro presto… dove vanno a finire?» Il benessere che è diventato tanto, ma poca la condivisione; abbiamo avuto il necessario e il superfluo, ma spesso non abbiamo né cercato né donato l’indispensabile; non abbia rispettato e promosso la nostra persona, gli altri in quanto persone; il primo posto all’affermazione di sé, a prostrarsi davanti a chi è ricco e potente, acclamando il benessere più sfacciato; non c’è molto spirito borghese con l’egoistica ricerca del benessere fine a se stesso, del possesso intoccabile, dell’insensibilità sociale? Preoccupazione del cristiano è di essere, scopo del borghese è di avere. Cent’anni fa nasceva il francese Emmanuel Mounier (1905-1950), filosofo cristiano che scrisse: «La vita del borghese è basata sulla proprietà, cioè sul senso di solidità del benessere. Preoccupazione del cristiano è di essere, scopo del borghese è di avere. Quando il borghese dice: mia moglie, la mia automobile, le mie terre, quel che conta per lui non sono la moglie, l’automobile, le terre, ma l’aggettivo possessivo che per lui prende carne.».
3. di invocazione: certamente domandiamo che ci sia il lavoro: lavoro per vivere e da vivere; il coraggio di impostare imprenditorialità sugli orizzonti nuovi del mercato mondiale. Ma vogliamo chiedere questo con senso di responsabilità. Il nostro compito è guardare il mondo e vederlo intero. Occorre vivere più semplicemente per permettere agli altri semplicemente di vivere. La sobrietà diventa un ingrediente necessario per il benessere. «Vivere con semplicità e pensare con grandezza». Se noi ci metteremo finalmente a vivere un po’ più semplicemente, permetteremo ai cittadini del mondo della miseria, agli abitanti delle terre della fame, ai residenti nelle regioni della povertà semplicemente di vivere. La nostra semplicità di vita non solo renderebbe l’atmosfera più respirabile ma anche farebbe vivere una folla di uomini, donne e bambini per ora votati alla morte. Ci sono dunque nuove sfide nell’epoca della globalizzazione e dei nuovi modelli di mercato. Preghiamo perché i responsabili dell’economia anche delle nostre aziende trovino intese e inventino modi nuovi di promuovere il lavoro.
La nostra esperienza di preghiera può farci sentire l’urgenza di pensare tutta la ricchezza della dottrina sociale della Chiesa per farci pensosi e responsabili, per non farci esprimere invocazioni superficiali, sempliciste, che non vanno verso la civiltà del futuro.
Il Papa tempo fa aveva così delineata la situazione: «è doveroso interrogarsi sul crescente disagio che, al giorno d’oggi, molti studiosi e operatori economici avvertono quando riflettono sul ruolo del mercato, sulla pervasiva dimensione monetario-finanziaria, sulla divaricazione tra l’economico e il sociale. È forse giunto il momento di una nuova e approfondita riflessione sul senso dell’economia e dei suoi fini».
La dottrina sociale della Chiesa ci aiuta a pensare con rigore a questi problemi e quindi alle persone, ai loro disagi quando ci sono crisi occupazionali; nello stesso tempo ci pone con rispetto di fronte alla complessità delle questioni economiche e sociali (determinate dalla legge di mercato e dall’estensione dei soggetti che entrano nella complesso sempre più vasto di rapporti di scambio).
Più che di “crisi” mi sembra di dover considerare il tutto come un “travaglio” che va affrontato con coraggio e speranza.
Sentiamo non solo i nostri drammi, ma quelli dell’umanità intera: “più aumenta la ricchezza più aumentano le disuguaglianze e cresce il numero di popoli e di persone che versano in crescente povertà”.
Seguendo le indicazioni del Papa sentiamo che il nostro compito è quello di convincerci che la fraternità è il segreto del progresso di tutti. Nella reciprocità dei rapporti si promuove veramente il meglio. Nella promozione della reciprocità di soggetti (persone e popoli) che hanno tutti la stessa dignità, chiamati a costruire rapporti di fraternità (che è molto di più della solidarietà) sta il futuro di una vera civiltà che promuove anche il nostro bene. Lo dico con le parole di Giuseppe Calmieri (1788): «Che ciascuno resti persuaso che per rinvenire il proprio bene bisogna cercarlo nel procurare quello dei suoi simili». Io non mi sento qui, in un’esperienza di preghiera, di parlare della delocalizzazione: sentiamo che anche questi problemi vanno affrontati con il timore di avere visuali troppo ristrette, a corto respiro, preoccupandoci sono di noi stessi.
Che le nostre famiglie, le nostre comunità parrocchiali, i momenti di confronto culturale in gruppi di cristiani possano dare un contributo responsabile, ognuno nell’ambito delle sue competenze, al travaglio in atto.
L’impegno nel Sinodo è di indicare nuove progettualità sulla linea della dottrina sociale della Chiesa.
Credo importante concludere puntando sulla famiglia e sulla necessità di legare i problemi del lavoro e dell’occupazione a questa esperienza. La famiglia è la più grande risorsa per il nostro futuro, come è stata in tutta la storia. È risorsa anche per l’attività di formazione e di lavoro.
Lo dico con un riferimento all’attualità. Oggi ricorre il giorno 7° della morte tragica di Nicola Calidari. Il fratello di Nicola, don Maurizio Calidari, ha dichiarato in una intervista, con parole che stentavano ad uscire dal cuore («le cose più preziose uno le custodisce nel cuore»): «La sua educazione è cresciuta nell’ambiente della mia famiglia, con una educazione che ha avuto come punti fermi, sull’esempio di mamma e papà, l’onestà, l’impegno nelle proprie responsabilità, la generosità. Tutto è stato legato al complesso dei valori cristiani ai quali siamo stati educati».

domenica 13 marzo, Belluno
OMELIA ALLA PROCESSIONE DELLìADDOLORATA
1. Siamo nei giorni della Via Crucis e noi abbiamo la grazia di vivere la Via Matris; della Madre addolorata.
2. La scelta di mons. Rinaldo e dei collaboratori hanno dato come tema della processione: il cammino sinodale. Abbiamo pregato prendendo spunti dall’inteso cammino che stiamo facendo insieme. Grazie!
3. La statua di Maria camminava con noi, nel percorso che abbiamo fatto e così abbiamo manifestato una realtà che potrebbe essere detta con le parole: “Anche Maria avanzò nella peregrinazione della fede e serbò fedelmente la sua unione con il Figlio sino alla croce, dove se ne stette soffrendo profondamente col suo Unigenito e associandosi con animo materno al sacrificio di Lui” (LG 58).
4. La peregrinazione della fede. Le sette spade che trafiggono il cuore della Madre, sono simbolo dei suoi dolori legati al suo “peregrinare insieme”:
a. il cammino fino a Betlemme di madre partoriente, inospitata;
b. la salita al tempio per la presentazione di Gesù e la profezia di Simeone: «Anche a te una spada trafiggerà l’anima»;
c. e poi la fuga in Egitto;
d. lo smarrimento di Gesù nel tempio e l’ansioso tornare a Gerusalemme;
e. e il cammino lungo le strade della Palestina durante la predicazione di Gesù fino alla via della Croce;
f. e dopo la morte l’accompagnamento del corpo al sepolcro;
g. e quindi la sua maternità nei confronti di Giovanni, degli apostoli, della comunità cristiana appena nata, contrastata da rischi e persecuzioni.
5. Al momento culminante del cammino, la Madre addolorata “stette” ai piedi della croce. Stabat Mater dolorosa iuxta crucem lacrimosa. Giovanni Paolo II, al quale va il nostro pensiero affettuoso, in una sua catechesi ha spiegato così: “Con il verbo ‘stare’ che letteralmente significa ‘stare in piedi’, ‘stare ritta’, l’evangelista intende presentarci la dignità e la fortezza manifestate nel dolore da Maria. Sta ritta per incrollabile fermezza e straordinario coraggio nell’affrontare i patimenti”. Sintesi di umiltà e fierezza, di dolore e di amore, di realismo e di speranza, di dignità e di partecipazione affranta.
6. Il nostro camminare insieme, di tutta la nostra Chiesa nel sinodo, abbia nella Via Matris il suo modello.
Chiediamo di essere una Chiesa che sa stare ritta accanto al Signore che soffre; ritti nel partecipare alla ripresentazione del mistero di Gesù che muore e risorge nella celebrazione della S. Messa. Il Calvario è cattedra di silenzio; non mancano i frastuoni, ma qui vengono pronunciate e ascoltate parole maturate nell’immenso silenzio del dolore: il Figlio di Dio che soffre per il silenzio del Padre. Parole che dicono abbandono nel buio della fede e salvezza offerta da Colui che condivide il dramma del male: “Oggi sarai con me in paradiso”; “Donna, ecco tuo figlio”; e al discepolo: “Ecco tua madre”.
Nel silenzio interiore si percepiscono parole decisive; da questo silenzio vengono parole che risanano e fanno maturare cose nuove.
Affidiamoci a Maria che ha sempre saputo custodire nel suo cuore, meditandole, le realtà più importanti della sua vita.
Un grande pensatore dell’Europa moderna, Romano Guardini, qualche decennio fa diagnosticava con preoccupazione il pericolo: «Le forze del silenzio e dell’interiorità, del nucleo più intimo della persona, minacciano di abbandonare l’Europa. Qualora se ne andassero, allora l’Occidente dovrà inaridire, poiché la sua grandezza era alimentata nel più profondo da quelle forze».
Cammina insieme chi è pronto a soffrire, chi ha come spinta del suo cammino la compartecipazione della fatica, della sofferenza, dei rischi di chi gli sta accanto. La Donna dei dolori ha nel cuore i patimenti dei suoi figli ed è nel cuore di chi soffre.
Chiediamo dunque di essere una Chiesa e anche una società che sa camminare insieme agli altri, sinodalmen-te, imitando il peregrinare di Maria.
Indispensabile è accompagnarsi non con chi trionfa per fregiarsi superficialmente di gioie effimere, ma saper condividere i travagli; prima saper soffrire con chi soffre, per poi gioire con chi è nella gioia.
Qui, davanti alla Vergine addolorata, voglio dire a un anno di distanza quanto la Chiesa di Belluno-Feltre e la società bellunese ha sentito vicino mons. Vincenzo Savio e quanto lo ha accompagnato con affetto e commozione fino alla morte.
Un’affermazione che mi sento di fare: non è facilmente immaginabile, da chi vede dall’esterno, quanto le nostre comunità parrocchiali, i nostri parroci e tante persone corresponsa-bili con loro, sanno camminare insieme a chi è nel dolore e alle volte nella disperazione. È incalcolabile l’energia e la risorsa per il bene di tutti da questa via matris, anche della madre Chiesa addolorata e piena di pietà.
Certamente il sinodo dovrà delineare un aggiornamento della nostra Comunità per maturare nella condivisio-ne del dolore e del travaglio comune la capacità di accompagnarci per assumere i problemi a livello spirituale e morale, ma anche culturale e operativo: un accompagnamento che faccia crescere le persone e la società.
Concludo con la preghiera del vescovo Vincenzo Savio quando qui parlò nel 2002: «Santa Maria, addolorata, noi non possiamo pretendere di godere di percorsi meno faticosi di quelli che hai percorso tu. Ma noi ci rivolgiamo a te perché vogliamo imparare da te come ascoltare Gesù, come gustarlo anche nelle tonalità amare. Soprattutto noi vogliamo riconoscerlo come via che ci conduce alla vita; quella via che fa di te Colei che indica la via della salvezza. Amen.».

giovedì 24 marzo, Cattedrale di Belluno
OMELIA ALLA MESSA CRISMALE DEL GIOVEDI' SANTO
Siamo nel giovedì santo nell’anno dell’Eucaristia voluto dal Papa: a lui va il nostro affettuoso orante pensiero, grati per la lettera che ha scritto a noi sacerdoti nella quale indica la nostra esistenza come grata, donata, salvata per salvare, memore, consacrata, protesa verso Cristo e infine eucaristica alla scuola di Maria.
Nella pasqua dell’anno nel quale si compie l’ultimo percorso sinodale e siamo nell’anno dell’Eucaristia.
Nel 2001-02 mons. Vicenzo Savio volle l’anno dell’ascolto per prepararci al Sinodo e abbiamo adoperato un sussidio per gli incontri di formazione con la copertina riportante la figura di chi ascolta: occhi sgranati, nella mano sinistra un ramoscello d’olivo, la destra all’orecchio per tenderlo nell’ascolto. Nell’opuscolo una riflessione voluta dal vescovo e affidata a don Giulio Antoniol: “Sinodo diocesano ed eucaristia”. Il Signore vuole che il nostro Sinodo abbia il suo compimento nell’anno dell’Eucaristia.
Sentiamoci oggi partecipi di questa celebrazione eucaristica per trovare qui il cuore della nostra vita di Chiesa. Qui “diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito”.
Quello studio apparso nel 2001 chiama “primo sinodo” l’accesa discussione tra gli apostoli su chi fosse il più grande (Lc 22,24), proprio subito dopo la cena pasquale. La reazione dei commensali fu infantile. Invece di compromettersi personalmente nella vicenda di Gesù che offre se stesso, stanno a discutere su chi è il più grande fra loro, su chi è il traditore. La Chiesa che ha appena fatto la prima comunione si guarda narcisistica-mente allo specchio, non trova l’unità, tradisce il dono della nuova ed eterna alleanza.
Il fatto si ripeterà nei racconti della Scrittura, nella storia della Chiesa. Quante discussioni!
Ogni volta che siamo convocati nel nome di Gesù, se i nostri occhi sono puntati su di Lui che è sorgente della nostra vita, della nostra unità, del servizio che dobbiamo portare all’umanità, subito si mettono in evidenza le lacerazioni, le ferite, la nostra inadeguatezza di fronte all’amore supremo che è riversato nei nostri cuori.
Se ci mettiamo sinodalmente in ascolto della Parola di Dio ci scopriamo appesantiti da manchevolezze, ritardi, durezze di cuore, da peccati soprattutto contro l’unità e la dignità delle persone. La Chiesa è segnata da discussioni che sono diventate scissioni.
Ma è qui che il Signore ci aspetta. “È necessario che avvengano divisioni tra voi, perché si manifestino quelli che sono i veri credenti in mezzo a voi” (1Cor 11,19).
È Gesù stesso che ci dà i punti forza, le coordinate di fede per ricomporre l’unità, per camminare insieme.
1. Il primo punto forza è la nostra fede dell’incorporazione nostra in Gesù Cristo: la Chiesa ha le sue radici in alto, nella Trinità santissima, trova le sue sorgenti sotto la croce di Gesù, la sorgente scaturisce dal suo costato aperto. Giovanni Paolo II scrive nella Novo Millennio Ineunte (n. 35): «Non sappiamo quali eventi ci riserverà il millennio che sta iniziando, ma abbiamo la certezza che esso resterà saldamente nella mani di Cristo, “il re dei re e Signore dei Signori”, e proprio celebrando la sua Pasqua, non solo una volta all’anno, ma ogni domenica, la Chiesa continuerà ad additare a ogni generazione ciò che costituisce l’asse portante della storia, al quale si riconducono il mistero delle origini e quello del destino finale del mondo». Tutto il nostro lavoro sinodale dovrà trovare in Gesù Cristo l’asse portante: egli sta in mezzo a noi come colui che serve, lava i piedi, incorpora in lui ciascuno di noi assimilandoci a sé. Nell’epoca della frammentazione vorremmo nei prossimi mesi stare riuniti insieme prendendo Lui come modello, esprimendo la vita nuova che ci porta al servizio, a perderci nell’unità, a sentire che significante è la vita e il nostro contributo non all’interno di logiche comparative di appariscenza, ma innestandoci in Cristo per vivere nell’agape, nella carità. Non ci sarà allora la sensazione di insignificanza di tante nostre fatiche.
2. Il secondo punto forza lo troviamo nella risposta che Gesù dà alla domanda «Chi è il più grande nel Regno dei cieli?» (Mt, 18). Compie un gesto provocatorio: chiamò a sé un bambino e lo pose in mezzo. E dopo fa il discorso dicendo lo stile che dobbiamo avere, e dice che è possibile che la comunità sia di inciampo e scandalo nella crescita del piccolo. Come dire: questo piccolo imparerà che Dio è Padre se attorno a lui sente un gruppo di fratelli. Non che sanno di essere fratelli, ma che si comportano da fratelli. Mani, piedi, occhi labbra rappresentano il nostro modo esterno di apparire: i piccoli, i poveri non vedono Dio Padre, vedono il nostro comportamento, non le idee, non quello che riusciamo a insegnare con le parole. L’Eucaristia è diventare un corpo solo in Lui, secondo queste esigenze che sono sempre esplosive. Spinge la Chiesa, la nostra Chiesa in sinodo, ad essere estroversa. Non possiamo celebrare compiacendoci di quello che siamo e facciamo; non è per rassicurarci su regole e comportamenti che facciamo un sinodo ma per un rinnovamento che ci porti ad essere segno di comunione a servizio delle persone, soprattutto delle più povere. Amando e donando noi stessi al Signore che è presente nei fratelli, soprattutto nei più poveri.
Che il Signore Gesù ci insegni a essere come lui pronti al sacrificio di noi: “Pane spezzato e sangue versato per voi e per tutti”.
Ai piedi della croce noi troviamo la sorgente di come il Signore ci chiama ad essere. Martedì sera, nella chiesa di S. Pietro, la Commissione “Liturgia” del Sinodo ci ha fatto vivere una singolare contemplazione del crocifisso e il messaggio molto marcato è stato questo: ai piedi del crocifisso la Chiesa comprende se stessa.
Oggi, 24 marzo, giorno in cui da anni si fa la memoria dei martiri missionari, (l’agenzia Fides ripropone ogni anno il martirologio: 15 quest’anno!) ricorre il venticinquesimo dell’uccisione dell’arcivescovo di El Salvador Oscar Romero. Fu ucciso durante la celebrazione della S. Messa. Aveva imparato a vivere quello che celebrava nell’Eucaristia ed è stato ucciso durante la messa per come viveva a servizio dei più poveri. La Lumen Gentium afferma: «Il martirio, con il quale il discepolo è reso simile al Maestro che liberamente accetta la morte per la salute del mondo, e a lui si conforma nella effusione del sangue, è stimato dalla Chiesa dono insigne e suprema prova di carità».
Termino con le ultime parole della lettera del Papa per questo Giovedì santo: «Chi più di Maria può farci gustare la grandezza del mistero eucaristi-co? Nessuno come Lei può insegnarci con quale fervore si debbano celebrare i santi Misteri». Insieme all’augurio della seconda epiclesi della Messa: «Donaci la pienezza dello Spirito Santo, perché diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito».
giovedì 24 marzo, Cattedrale di Belluno
OMELIA ALLA MESSA IN CENA DOMINI DEL GIOVEDI' SANTO
1. L’Eucaristia. Ogni S. Messa si ricollega alla Pasqua degli ebrei raccontata nella prima lettura. Ma la Messa ripresenta a noi la Pasqua di Gesù che nella cena prima di morire, insieme ai suoi apostoli, ha sigillato la sua consegna alla morte nel dono totale di sé; ha detto e fatto quello che si è compiuto sul Calvario. È straordinario che Gesù ci aspetti ogni domenica per farci vivere questa esperienza sua di dono totale, a noi. La «sua» ora, l’ora che sommava tutte le ore della sua vita e tutte le ore della storia della terra, l’ora del dono supremo, totale, gratuito, è contenuta nell’eucaristia che tutto anticipa e tutto riassume.
È importante il catechismo, ma più importante partecipare alla Messa di domenica. Da venti secoli ripetiamo la Cena del Signore: ma facciamo quello che ha fatto Lui? Egli non ci ha soltanto ordinato un gesto rituale, ma ci indica e rende possibile per noi di entrare in un atteggiamento spirituale: che tutta la nostra vita, ogni nostra ora, sia un atto di amore per il Padre e i fratelli.
2. Il sacerdozio. Ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso. Questa mattina avevamo qui in cattedrale moltissimi sacerdoti. L’azione più alta e che dà frutti inimmaginabili è che essi celebrano la S. Messa e la fanno diventare centro della vita delle nostre comunità cristiane: “Celebrare la Messa, essere al servizio degli altri, quale dignità, quale felicità!” (Curato d’Ars). Clemente Rebora il 20 sett. 1936 celebra la prima Messa. Nella poesia Rendimento di grazie scrive: “Benedico l’Amore crocifisso / quando mi elesse a ministrare il Sangue / che al Ciel ci salva dal mortale abisso”.
3. La lavanda dei piedi. Le sette azioni di Gesù:
- si alzò da tavola
- depose le vesti
- prende un asciugatoio
- lo cinse attorno alla vita
- versò acqua nel catino
- cominciò a lavare i piedi
- e ad asciugarli con l’asciugatoio.
Per otto volte viene usata la parola “piedi”. Gesù è al nostro servizio, ci accetta dalla testa ai piedi, ci salva. Desidera che anche noi riusciamo a vivere nel servizio reciproco. Attraverso di noi giunge alle persone con un amore che non può essere spiritualistico: accogliere e servire “dalla testa ai piedi”.

venerdì 25 marzo, Concattedrale di Belluno
OMELIA DEL VENERDI' SANTO
1. Stavano presso la croce di Gesù… Anche noi fra poco staremo presso la croce. Nel testo originale quello che è tradotto con “presso” indica non una semplice vicinanza spaziale.ma una vicinanza di persone, un essere rivolti verso qualcuno.
2. Stavano rivolte verso Gesù: la madre, Maria di Cleofa, Maria di Magda e il discepolo che Gesù amava. La madre e il discepolo non sono chiamati per nome come le altre due persone. Sono rappresentativi di una relazione nuova che si stabilisce tra loro per la consegna che Gesù compie. È la relazione che riguarda tutti noi.
3. Maria raggiunge qui il punto più alto del suo cammino di fede. Il suo cammino – che nella LG è chiamato “peregrinazione” – è stato quello non di comprendere se Gesù, suo figlio, era il Messia, ma di comprendere sempre meglio quale Messia egli è. Ai piedi della croce è la perfetta discepola, vede cosa significa per il Figlio caricarsi di tutto il peccato del mondo, Figlia del suo Figlio ne condivide il dolore e diventa madre di tutti coloro che sono salvati dalla morte di Gesù, cioè di tutti gli uomini.
4. Gesù si rivolge alla madre: «Donna, ecco tuo figlio»; e al discepolo: «Ecco la tua madre». Ai piedi della croce si stabilisce un nuovo vincolo di parentela. Riguarda tutti noi.
5. Da quel momento Maria sarà sempre presente nella comunità degli apostoli e dei discepoli, anzi diventa lo specchio della Chiesa che fa vivere unanimi tutti i discepoli di Gesù, nonostante le differenze. E tutti sentono di essere “presso” ogni altra persona anche non credente con il desiderio e l’assillo di imparentarsi con chiunque, perché tutti sono salvati da Gesù, morto in croce, e amati come figli da Maria che partecipa nel dolore e nell’amore al mistero della redenzione. Come lei possiamo comprendere come Gesù salva tutti: donando se stesso, fino a lasciarsi torturare e uccidere per dare il suo spirito a tutti.
La nostra adorazione alla croce ci faccia sentire in una relazione nuova con Gesù, con la nostra Madre, tra di noi. Nel sangue versato da lui diventiamo consanguinei e la nostra appartenenza alla comunità cristiana sia fondata e continuamente rigenerata su queste relazioni nuove.
Maria del sabato santo, nel silenzio della discesa agli inferi di Gesù, insegnaci a meditare nel nostro cuore quanto si rigenera la nostra vita ponendoci come te ai piedi della croce!.

26-27 marzo 2005
OMELIA NELLA NOTTE DI PASQUA
Sono tante le veglie del mondo: veglie di festa, veglie di danza, veglie sportive, veglie di dolore e guerra, veglie per il soccorso in avvenimenti tragici, veglie di insonnia…
La Veglia pasquale che stiamo vivendo ha una storia che mette radice ancora nella prima alleanza e i cristiani la vivono da sempre. È una veglia che vuole metterci nella condizione di persone che dicono a se stesse: chi veglia per primo su di noi, sull’umanità intera? Chi, alla luce del sole e nelle tenebre della notte, rimane fedele a vegliare su di noi? È il Signore. La nostra veglia è per risvegliare la nostra comprensione che siamo amati con amore vigile, premuroso e incessante. Egli veglia anche su chi fa le veglie più pericolose e nefaste, veglie di ingiustizia e di calcolo violento o di disprezzo della dignità propria e degli altri. Veglia prima e di più di una mamma che pensa il sabato notte il figlio fuori casa.
Tutto quello che abbiamo sentito nella liturgia della Parola ci ha portato a fare memoria della storia della nostra salvezza fin dalle origini, attraverso le grandi tappe di questo cammino. Fino alla risurrezione di Gesù che è la nuova creazione. Il nostro alleluia è perché sentiamo di essere svegliati e vegliati dalla sua presenza di Risorto che ci porta a una vita nuova fino alla nostra risurrezione.
Ci stringiamo con gioia attorno a Manola Caterina Elettra, catecumena, e sentiamo di voler essere grembo materno, mirabile sacramento… «O Dio, potenza immutabile e luce che non tramonta, volgi lo sguardo alla tua Chiesa, ammirabile sacramento di salvezza. E compi l’opera predisposta nella tua misericordia: tutto il mondo veda e riconosca che ciò che è distrutto si ricostruisce, ciò che è invecchiato si rinnova e tutto ritorna alla sua integrità, per mezzo del Cristo che è principio di tutte le cose».
Ma una domanda pungente può nascere in noi mentre proclamiamo queste certezze: tante cose si distruggono, l’invecchiamento procede inesorabile, le morti e le violenze strappano persone e tutto finisce… Allora la Pasqua ci proietta in un mondo irreale? No. La nostra esistenza autentica è quella di essere e quindi di sentirci vegliati dall’amore del Risorto. Egli è con noi, vince le potenze del male, prepara un futuro per noi che neanche immaginiamo quanto sarà bello.
(Nella ricerca sulla realtà socio-pastorale della nostra diocesi, alla domanda «Che cosa pensi vi sia dopo la morte?», l’8% ha risposto che non c’è nulla; il 50,9% dice “non si può sapere cosa ci sia”; il 34,4% “Penso che ogni uomo risorgerà”. Se voi mi chiedeste: il vescovo guardando tutta la gente che ha davanti, in veglia pasquale, cosa pensa ci sia in noi mentre proclamiamo la nostra fede nel Risorto?”. Credo che la mia convinzione, la mia parola e la mia sfida debba essere questa:)
Voglio guardare tutti voi come ci guarda il Risorto. Dire a me e a voi che siamo portati come su ali di aquila e lui conosce, conosce quello che c’è in noi e i ritmi della nostra crescita intima sul futuro che ci aspetta e sul quotidiano che siamo chiamati a vivere qualificandolo sempre più umano e aperto non alle realtà fuggevoli, ma a quelle che rimangono e fanno fiorire la vita. Gesù Risorto ci conosce, ci ama, segue con pazienza i nostri ritmi di persone libere.
Con questo auguro a voi e a tutti i telespettatori “Buona Pasqua!”. Ma mi permetto di aggiungere qualcosa a questo augurio tradizionale e ovvio. Non è soltanto nella veglia pasquale che il Signore ci convoca e ci fa sentire quanto veglia su di noi, ma ogni domenica è una celebrazione della Pasqua e lui ci attende per dirci quanto ci ama e vuole farci crescere come persone e come comunità cristiana. E allora il mio augurio è “Buona Pasqua domenicale! Di domenica in domenica fino alla domenica che sarà festa senza tramonto!”.

Giovedì 31 marzo 2005, Cattedrale
OMELIA I ANNIVERSARIO VINCENZO SAVIO
La mia omelia ripercorre tre incontri che il vescovo Vincenzo ha avuto un anno fa, appena prima di morire.
Li ho rievocati nel silenzio del vescovado e ho tentato di immaginare come lui li racconterebbe e commenterebbe con voce flebile o irruenta, solo per accenni e allusioni.
Al di là di quanto io posso fare, molti di voi saprebbero arricchire il racconto e darebbero flessioni e accenti di intima sintonia con la sua voce di profeta vivente nella liturgia del cielo, ma che continua a illuminarci.
Il primo incontro è quello con la tavola di Cristo Redentore del Beato Angelico. Avvenne, nella camera dove don Vincenzo consumava le sue ultime ore, sabato 27 marzo, a notte inoltrata. Potrebbe dirci così:
«Amici, quanto ho desiderato rivedere quel volto da me conosciuto e che ho fatto l’impossibile perché anche voi lo contemplaste nella chiesa di S. Rocco. È stato per me portare al punto più alto tutta la mia passione per l’arte. Ho sentito che la bellezza, quando non solo viene goduta sul piano estetico, ma ci innesta nelle realtà più vere, più buone e più belle, ci salva. Ho sentito più di sempre “Veritas in caritate” nel suo volto, Lui che era stato per me sempre “Via, Verità e Vita”. Vi ho detto cosa ho provato con le parole di quella preghiera che anche voi conoscete: sul suo volto, i suoi occhi, le sue lacrime, le sue labbra. Ora quel volto lo contemplo così come Egli è. Vi assicuro: dopo le misteriose purificazioni che il Signore stabilisce per ciascuno di noi prima di incontrarlo, nel suo volto ho incontrato quello dei miei genitori e ho rafforzato il vincolo riconoscente con tutti i miei familiari che mi sono stati vicini; il suo volto mi parla di tutti voi, carissimi di Belluno-Feltre, di tutti i volti che cercano e desiderano redenzione. Mi ha purificato in terra l’intima sofferenza di riscontrare nell’inchiesta socio-religiosa che anche chi si definisce cristiano ha una fede che non pone Gesù Cristo al centro, che solo in minima percentuale si dice da lui affascinato. Ora intercedo per voi: il rapporto con Gesù Cristo che vi parla, che è presente nei sacramenti, che voi incontrate nei poveri sia per voi decisivo perché la Chiesa non esiste per altro che per offrirvi questo incontro. Il suo Spirito si effonda in voi per mettere nel vostro cuore la certezza che dall’eterno provenite e che nell’eterno sarà il vostro incontro con Lui.
Il secondo incontro: con i sacerdoti. Alcuni sono stati molto vicini a lui nella lunga malattia. Li voglio ricordare con riconoscenza: don Diego Bardin già suo segretario, don Ivano Brambilla responsabile della pastorale sanitaria, don Giuseppe Bratti suo segretario. Ma il 27 e 28 marzo volle ricevere tutti i sacerdoti disponibili, e altri sono venuti a Belluno lunedì 29 marzo, ma ormai non poteva più riconoscere. In contemporanea la gente partecipava con intensità straordinaria agli ultimi istanti della vita. Alcuni, un anno fa, nel cortile del vescovado, mi hanno fatto riferimento alla morte di papa Giovanni; e qualcuno in questi giorni mi ha detto: anche noi l’anno scorso eravamo sotto le finestre di mons. Savio con gli atteggiamenti della gente a Roma in Piazza S. Pietro in questi giorni.
Penso che ora direbbe a noi sacerdoti e attraverso noi alla gente:
«Vi ho incontrato uno per uno, vi ho chiesto perdono. Non era per me un formale atto di umiltà. Sentivo, e ora nel mistero di Dio sento in pienezza, che l’essere vescovo comportava vivere l’unità così umanamente difficile con tutto il presbiterio e intensificare la relazione significativa con ciascuno di voi; sento che sempre ci sono limiti a corrispondere a questa comunione sacramentale.
Essere stato nominato, nel 2000, vescovo di Belluno-Feltre non fu per me soltanto una chiamata imprevista, ma pure una sorpresa dolorosa perché conoscevo realtà ecclesiali molto diverse: il distacco dalla Toscana significava uscire dalla mia terra. La volontà amorevolmente manifestatami dal Papa, mi fece fare il salto verso il nord, verso una diocesi che amai subito coltivando sogni che solo in parte ho realizzato. Ho imparato a conoscere sacerdoti diversi da quelli che avevo incontrato: laboriosi e tenaci negli impegni, con problemi derivanti dal difficile ministero di oggi. Li ho provocati anche con parole esigenti, che forse ferivano. A molti di loro, nell’ultimo personale incontro, ho potuto dire parole riferite a percorsi difficili da loro vissuti. Ho sentito quanto mi hanno amato.
A tutti, anche a chi non ho incontrato, voglio dire: vi sento pastori delle nostre comunità cristiane, formatori delle future generazioni, accompagnatori delle famiglie nelle sfide che la storia impone. Desidero – come ho detto a più di uno nell’incontro ultimo – che il Sinodo diventi stile nel rapporto con i laici e con le persone consacrate, oltre che progettualità sul futuro della nostra Chiesa. L’autopunizione e la disperazione, che portano a suicidi e forme di alienazione grave, potranno essere combattute se l’annuncio di Gesù Cristo ritorna con forza e in nome suo la Chiesa incontra e segue le persone con amore.
Nella felicità che ora vivo, dopo aver annunciato e vissuto le beatitudini evangeliche, intercedo perché tutti voi battezzati, guidati dai vostri sacerdoti, siate costruttori di pace, pronti al perdono, amanti della comunione e facciate ancora più bella, in una civiltà di pace, la splendida terra della provincia di Belluno. I vostri occhi, riflettendo quelli del Redentore, siano il luogo dell’accoglienza e della tenerezza verso tanti che vengono anche di lontano per popolare la vostra meravigliosa terra».
Il terzo incontro, nella tarda serata di sabato 27 marzo, lo ebbe con il rettore Maggiore dei Salesiani Don Pascual Chavez Villanueva, venuto apposta a Belluno per fargli visita. Anche con lui rimase a tu per tu per un tempo prolungato, poi nella camera ci fu un momento di preghiera anche con i familiari, guidato dal Rettore Maggiore.
Ora mons. Vincenzo potrebbe dirci:
«A dieci anni sono stato accostato dai salesiani, e poi mi sono consacrato al Signore nella Congregazione di Don Bosco: ho potuto avere l’ordinazione sacerdotale e dedicarmi con passione alla formazione dei giovani. Ho conosciuto realtà del nord, del centro e del sud Italia in comunità estroverse e attente alle esigenze dei poveri, soprattutto giovani. Ho proposto e vissuto con convinzione il rinnovamento del Concilio, non senza opposizioni vivaci. Ho perfezionato i miei studi presso l’Università Salesiana, sono stato Direttore della comunità ad Alassio, parroco della parrocchia del S. Cuore a Livorno, e collaboratore del vescovo Alberto Ablondi e del Cardinale di Firenze Silvano Piovanelli per i sinodi. Lì, nel clima straordinario di Livorno – Oecumenica Civitas – e della Toscana ho potuto coltivare le mie predisposizioni al dialogo e all’ecumenismo, sostenuto da amici che non mi hanno mai lasciato solo. Se la Chiesa mi ha chiamato ad essere successore del Apostoli è perché il carisma salesiano che mi ha fatto crescere e sono stato formato da tante comunità generose e fedeli. Quali sentimenti ho vissuto quella sera nell’incontro con il successore di Don Bosco! Per me è stato come sentire tutta la vita nel cavo della mia mano e comprendere quanto dovevo alla ricchezza della Società di Don Bosco. Stringendo quella mano e sentendomi baciare da lui ho ripensato quante amicizie ho coltivato, quanti giovani ho salutato con il “dammi il cinque” espansivo e cordiale. Di Don Bosco ho letto tutto, specialmente i più recenti studi storici e spirituali che hanno fatto scoprire l’originalità e l’attualità del suo impegno apostolico. Sento di poter dire che per me è stato esemplare: ho lanciato nuovi sogni, mi sono impegnato ad attualizzare con originalità il grande carisma salesiano. E qui a Belluno ho trovato la Famiglia Salesiana: continui ad essere per la vostra Chiesa una presenza feconda di formazione e di guida pastorale.
Ricordi, tu mio caro vicario generale, la preghiera che ha intonato il Rettore Maggiore davanti a me morente? È la stessa che voi avete più volte cantato nella mia camera nelle ultime ore e che tu tanto hai recitato soprattutto con i sacerdoti dal settembre 2002: Sub tuum praesidium. Maria Ausiliatrice l’ho invocata davanti a voi fin dal primo incontro con queste parole: “straordinaria Sorella e Madre: dalla sua testimonianza dobbiamo lasciarci illuminare e incoraggiare”.
Qui Lei mi mostra lo scettro del servizio come per consegnarmelo e premiarmi: mi ha accolto come un suo buon figlio».
O Signore, più vasta del mondo è la mia anima. Più profondo di tutte le valli è il suo sospiro e il suo anelito è più doloroso del rintocco che va perdendosi nelle lontananze. Tu solo, Signore, Tu solo lo puoi soddisfare…».

Domenica 3 aprile 2005, Cattedrale
OMELIA - MESSA IN MORTE DI GIOVANNI PAOLO II
Nella domenica della Divina Misericordia, Giovanni Paolo II ha concluso il suo lungo e straordinario pontificato.
Sulle porte in bronzo della nostra cattedrale l’artista Angelo Canevari ha rappresentato Giovanni Paolo II inginocchiato davanti a Papa Luciani, nell’atto di onore reso da lui al predecessore e alla nostra terra il 26 agosto 1979, ma ora lo pensiamo anche lui ritto come il nostro Papa, nella vittoria della Pasqua di Cristo.
Noi vogliamo vivere questa liturgia rendendo grazie a Dio per i doni straordinari avuti in questi ventisette anni di pontificato.
Ringrazio per la vostra presenza tutti voi, così numerosi e ringrazio le persone, in prevalenza giovani, che dalle ore ventidue di ieri hanno pregato qui in cattedrale insieme a me.
Esprimo riconoscenza a Sua eccellenza il Prefetto, al vicesindaco di Belluno, al vicepresidente della Provincia e alle altre autorità per la loro presenza. In Prefettura è aperto il registro d’onore da questa mattina per essere sottoscritto da coloro che vogliono dire l’ammirazione e la riconoscenza verso il Papa: si possono avere svariate convinzioni, ma sentirsi uniti nel riconoscimento che la persona e l’opera di Giovanni Paolo II è stata eccezionale per la promozione della persona umana e della pace.
Ci sarà una celebrazione solenne che quanto prima verrà programmata qui in cattedrale.
Oggi esprimo la filiale ammirazione per il Papa sottolineando un suo intervento nella pietà popolare, intervento che resterà nei secoli e sostenere la preghiera dei cattolici. Riguarda il santo rosario che anche questa notte abbiamo recitato qui in basilica. In una lettera apostolica del 2002 il Papa esprime cos’è stata per lui questa preghiera e casa può rappresentare per chi lo recita. Con questa lettera egli ha aggiunto i misteri della luce ai quindici misteri del rosario. Gli storici diranno in futuro la grandezza di questo pontificato, ma chi vivrà in semplicità la grazia del Battesimo sarà grato a questo Papa per come ha arricchito e proposto l’impegno di contemplazione del mistero cristiano con il Rosario, con l’affidamento ai grandi misteri di Cristo e della nostra vita facendosi accompagnare da Maria.
È una vera e propria pedagogia della santità come ha detto nella Novo millennio ineunte.
Il primo mistero luminoso è il Battesimo di Gesù al Giordano. Gesù scende, quale innocente che si fa ‘peccato’ per noi, nell’acqua del fiume, il Padre lo proclama Figlio diletto e lo Spirito lo investe della missione di essere Salvatore.
In forza del nostro Battesimo noi siamo innestati in lui, figli nel Figlio. Quante volte Giovanni Paolo II ha detto: il momento più importante della mia vita è stato il battesimo e quanti insegnamenti per noi da questa convinzione! Ogni altra responsabilità è compito di servizio e insieme a tutti i battezzati: un prete, un vescovo un papa prima di tutto è cristiano come gli altri battezzati e l’innesto in Cristo che stabilisce l’altissima vocazione e destinazione della nostra vita è nel battesimo. È un grande compito informare la nostra vita sviluppando il germoglio del dono battesimale perché sia secondo il progetto del Signore. L’abbiamo sentito nella preghiera d’inizio: “che possiamo comprendere l’inestimabile ricchezza del Battesimo”.
Il secondo mistero è la sua autorivelazione alle nozze di Cana: Gesù è lo sposo dell’umanità, di ogni persona. L’amore sponsale è l’immagine dell’amore che egli ha per noi. Il posto di Maria nel miracolo lo conosciamo. Le nozze di Cana e ciò che rappresentano simbolicamente dicono qual è il progetto di Dio sull’umanità che cresce nelle famiglie. La famiglia nel pensiero di Giovanni Paolo II è ricchissimo e accorato. Riprendo qualche sua affermazione scultorea: “La famiglia è una dimensione essenziale dell'uomo”. “E' ambiente di vita, ambiente d'amore”. “La vita di ogni società, nazione e stato dipende dalla famiglia”. “La forza e la vitalità di ogni paese corrisponderà soltanto alla forza e alla vitalità delle famiglie che ha”. “Nessun gruppo ha tanto impatto sul paese come la famiglia. Nessun gruppo ha un compito così influente sul futuro del mondo”.
Il terzo mistero: l’annuncio del regno di Dio con l’invito alla conversione. È il Papa della “nuova evangelizzazione”. L’accento va posto sulla necessità di evangelizzare, di dare e anche di scambiarci il lieto annuncio: il primo è quello della misericordia di Dio. Giovanni Paolo II l’ha portato, con fantasia e genialità, a quante più persone ha potuto . Le immagini proposte dai grandi mezzi sono quelle delle folle oceaniche attorno al Papa. Ma lui ha voluto viaggi anche verso realtà minuscole di Chiesa, incontro a poche persone, come quando nel 2001 è andato in Kazakistan, sul confine tra la Russia e la Cina, che su quindici milioni di abitanti solo l’1,2 % è cattolico e ha incontrato 300 persone. Come ha dimostrato, privilegiando il colloquio personale, che il suo assillo è sempre stato evangelizzare testimoniando la valorizzazione della persona.
Il quarto mistero: la Trasfigurazione. La sua persona è stata, nelle successive età della vita, delineata ed espressa dalla vitalità del suo corpo. Un corpo che ha reso armonioso e forte con lo sport,;e ne ha perfezionato l’espressività con la drammaturgia; lo valorizzava nella comunicazione proiettandosi verso gli altri; anche nella vecchiaia e nella malattia ha abitato il suo corpo con la volontà di essere presente e amico. Nelle sue opere poetiche ha esaltato lo splendore del corpo e dell’amore mostrando da dove zampilla la vitalità feconda e cosa questa preannuncia: “giungere con Gesù Cristo alla gioia della risurrezione e a una vita trasfigurata dallo Spirito”.
E l’ultimo mistero: l’istituzione dell’eucaristia, espressione sacramentale del mistero della Pasqua. Quanto Giovanni Paolo II ha commentato nelle sue lettere sulla domenica anche i brani che oggi abbiamo ascoltato: nella prima lettura “assidui alla frazione del pane”; nel Vangelo dove si racconta delle prime due domeniche che iniziano la successione ininterrotta e sconfinata di domeniche che noi cristiani viviamo per stare vigile, per portare festa nei nostri giorni e poter giungere nella festa senza tramonto dove il Papa è ormai giunto proprio nell’anno da lui dedicato all’Eucaristia e nella domenica della divina misericordia.. Anche con l’anno dell’Eucaristia ci dice come egli ha sempre puntato sull’essenziale quando ha proposto percorsi di formazione e di vita come negli anni di preparazione al Giubileo del 2000 o nell’anno dedicato al santo Rosario.
Con la contemplazione della croce e affidandosi a Maria (i due simboli del suo stemma) ha fatto fiorire il germoglio del suo battesimo (“Totus tuus”).
Che possiamo anche noi comprendere l’inestimabile dono del nostro battesimo da sviluppare fino al definitivo passaggio al mistero di luce che non tramonta.

mercoledì 6 aprile 2005, Cattedrale
OMELIA - MESSA IN MORTE DI GIOVANNI PAOLO II
MESSA DI SUFFRAGIO
«Vidi la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo».
I cristiani vivono il momento misterioso della morte con l’occhio fisso su un futuro certo. Per noi la vita non va verso il baratro del nulla, ma addirittura la nuova Gerusalemme ci viene incontro agghindata a festa e la voce potente dice: «Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte …, le cose di prima sono passate».
Come accompagnare i morenti a questa misteriosa splendida dimora? Con la vicinanza orante.
Gli strumenti mediatici hanno ingigantito le ultime fasi della malattia del Papa. Hanno diffuso quanto appartiene alla tradizione cristiana nella cura dei morenti, vissuta solitamente in semplicità e nella discrezione. Il Papa è stato accompagnato con la preghiera; e in tutto il mondo si è voluto condividere quello che avveniva nella stanza dell’agonia e sulla Piazza di S. Pietro.
Abbiamo vissuto così un’esperienza interiore intensa. Ci è stato mostrato che cosa può e deve essere il morire cristiano. Il papa ha ricevuto l’Unzione degli infermi e il Viatico che è la comunione eucaristica, cibo per l’ultimo viaggio.
Come lui non è morto in solitudine, nessuno può essere condannato a morire solo anche se la società, sempre più frammentata e proiettata solo verso un futuro terreno, condanna alla solitudine e i morenti sembrano oggi non avere cittadinanza.
Un grande dono spirituale e culturale dunque ci è stato fatto alla morte di Giovanni Paolo II, come un anno fa con mons. Savio: sentire che la morte fa parte della vita e ogni sofferente va accompagnato non per il ruolo che riveste, ma perché persona alla quale siamo legati nel tempo e nell’eternità. Come dovremmo sentire noi cristiani, noi sacerdoti, la necessità di riscoprire le forme più adatte per l’accompagnamento degli ammalati e dei morenti! [Le suore di Madre Teresa nei giorni scorsi non hanno certo sentito le immagini diffuse nel mondo come esibizione dell’agonia di Giovanni Paolo II: erano prima di tutto impegnate nell’accompagnamento di agonizzanti, riversando amore sui più poveri come altri facevano nei confronti di Giovanni Paolo II.]
E vogliamo auspicare per noi di essere protetti, accompagnati e confortati in morte da chi può farci cogliere che cosa rimane di essenziale quando si percepisce la fredda solitudine del dolore: quando tutto è tolto, resta il Signore che ci viene incontro. Giovanni Paolo II ce lo ha mostrato nell’ora che è stata definita “la più luminosa del suo pontificato”.
Ascoltiamo la parola di Giovanni Paolo II nella lettera agli anziani:
«Trovo una grande pace nel pensare al momento in cui il Signore mi chiamerà: di vita in vita! Per questo mi sale spesso alle labbra, senza alcuna vena di tristezza, una preghiera che il sacerdote recita dopo la celebrazione eucaristica: “nell'ora della morte chiamami, e comanda che io venga a te”. E’ la preghiera della speranza cristiana, che nulla toglie alla letizia dell’ora presente, mentre consegna il futuro alla custodia della divina bontà.
“Nell'ora della morte chiamami”: è questo l'anelito più profondo del cuore umano, anche in chi non ne è consapevole.
Dacci, o Signore della vita, di prenderne lucida coscienza e di assaporare come un dono, ricco di ulteriori promesse, ogni stagione della nostra vita.
Fa' che accogliamo con amore la tua volontà, ponendoci ogni giorno nelle tue mani misericordiose.
E quando verrà il momento del definitivo “passaggio”, concedici di affrontarlo con animo sereno, senza nulla rimpiangere di quanto lasceremo.
Incontrando Te, dopo averti a lungo cercato, ritroveremo infatti ogni valore autentico sperimentato qui sulla terra, insieme con quanti ci hanno preceduto nel segno della fede e della speranza».
Il brano di Vangelo, che è abbiamo ascoltato, lega il momento della morte del primo papa, san Pietro, alla sua triplice attestazione di amore verso Cristo: una dichiarazione che si fa sempre più preoccupata e umile. In Karol Wojtyla, dal suo battesimo alle grandi scelte della sua vocazione, il nucleo più intimo del suo io è andato modellandosi sulla risposta alla domanda: “Mi ami tu?”.
C’è in tutti un nucleo segreto dove matura la nostra capacità di amare: nello scavo più intimo di noi soffia lo Spirito di Gesù morto e risorto per essere nostro Salvatore. Amati da lui, sentiamo di poter amare tutti. Il chinarsi di Giovanni Paolo II su tante persone e situazioni si era come somatizzato e personificato, ormai da molto tempo, nel suo corpo ricurvo. Ma da dove proveniva la straordinaria vitalità? Dall’intimità con il Signore e dalla preghiera. Imparava l’amore per l’uomo da come Gesù ama appassionatamente e si sacrifica. Al crocifisso si aggrappava, più che innalzarlo. Il segreto del suo amore verso tutti stava nella lunga gestazione di preghiera per maturare intuizioni geniali e azioni incisive. La grandezza del suo servizio pontificale aveva questa sorgente segreta alla quale attingeva continuamente.
Ecco un brano dal messaggio di Giovanni Paolo II per la XV Giornata Mondiale della gioventù:
«Vedendo e contemplando il Crocifisso, possiamo comprendere chi è veramente Dio, che rivela in Lui la misura del suo amore per l’uomo. “Passione” vuol dire amore appassionato, che nel donarsi non fa calcoli: la passione di Cristo è il culmine di tutta la sua esistenza “data” ai fratelli per rivelare il cuore del Padre. La Croce, che sembra innalzarsi da terra, in realtà pende dal cielo, come abbraccio divino che stringe l’universo. La Croce si rivela come il centro, il senso e il fine di tutta la storia e di ogni vita umana».
La storia dirà la grandezza di questo Papa. La partecipazione a questa s. Messa di suffragio lo faccia “grande” nel nostro cuore per la testimonianza che ci ha dato in vita e in morte. Da essa possiamo imparare quello che più conta e che è espresso in questa sua preghiera:
«Tu, Maria, Madre dell’umanità pellegrina, prega per noi “adesso e nell'ora della nostra morte”. Tienici sempre stretti a Gesù, Figlio tuo diletto e nostro fratello, Signore della vita e della gloria. Amen!»

26-27 aprile 2005
OMELIA-MESSA PAPA BENEDETTO XVI BELLUNO-FELTRE
“Benedetto colui che viene nel nome del Signore”. Sono le parole delle folle di Gerusalemme nell’accogliere Gesù di Nazaret. Vengono cantate a ogni Messa, al canto del “Santo ed esprimono la fede nel Signore che viene. E tutti ripetiamo “Hosanna” che è una preghiera che saluta una vittoria: “Salva, io ti prego!”
Questa sera ci pongono in grande sintonia con Benedetto XVI che nel suo primo messaggio ci ha detto: “A tutti chiedo di intensificare l’amore e la devozione a Gesù Eucaristia e di esprimere in modo coraggioso e chiaro la fede nella presenza reale del Signore» (Primo messaggio, 20 aprile). E ha aggiunto: “In quest’anno dovrà essere celebrata con particolare rilievo la solennità del Corpus Domini”.
“Benedetto colui che viene nel nome del Signore”. Sono parole che fanno pensare e dire anche del vicario di Cristo: “Benedetto colui che viene. Hosanna. Salvalo, io ti prego”. All’inizio di questo pontificato e del nuovo percorso della Chiesa, vogliamo farci consapevoli che a ogni Messa siamo chiamati a “confermarci” in unità saldissima con il Vescovo di Roma e successore di san Pietro. Soprattutto quando seguiamo le parole: “Conferma nella fede e nell’amore la tua Chiesa pellegrina sulla terra: il tuo servo e nostro papa Benedetto”. La nostra sia un’eucaristia che è rendimento di grazie per aver dato alla Chiesa papa Benedetto XVI.
“Benedetto”: il nome rievoca san Benedetto, il patriarca dell’Occidente, patrono d’Europa con il suo motto “Ora et labora”. Il grande laboratorio dell’Europa è stato, nella sua lunga storia, fondato sulla preghiera ed essa ha animato l’operosità di tante nazioni.
Questo nome, che impareremo a pronunciare con affetto, ci farà delineare in modo sempre più nitido la figura e l’opera di Benedetto XVI.
Il nuovo Papa, con le sue esperienze di studio, di vita pastorale e di 24 anni di operoso servizio alla Chiesa in un delicatissimo compito, era già considerato l’uomo più informato e stimato della Chiesa. Ci guiderà con sapienza. Ma, prima di ogni valutazione umana, vogliamo accogliere quello che lui ci ha già detto con soavità e fermezza: «Il nuovo papa sa che suo compito è di far risplendere davanti agli uomini e alle donne di oggi la luce di Cristo: non la propria luce, ma quella di Cristo».
Domenica scorsa ha manifestato alla Chiesa e al mondo come egli si concepisce nel servizio al quale è stato chiamato commentando momenti significativi del rito.
Le litanie dei santi. Possiamo dire con lui: ogni volta che noi viviamo la Messa siamo raggiunti dal Signore che viene e cammina accanto a noi insieme ai santi: san Martino, i santi Vittore e Corona, S. Prosdocimo, il B. Bernardino, i Servi di Dio Felice Cappello, Romano Bottegal, Papa Luciani.
Non siamo soli! Ci sono i santi che noi abbiamo conosciuto: persone a noi care come il vescovo Vincenzo, il papa Giovanni Paolo II, altre persone che ci sono state familiari. E il papa ha detto “tutti noi siamo la comunità dei santi: la vostra preghiera, cari amici, la Vostra indulgenza, il Vostro amore, la Vostra fede e la vostra speranza mi accompagnano”. Voglio cogliere queste parole dicendo: il nostro camminare insieme nel Sinodo, che il 15 maggio sarà ufficialmente indetto, è camminare insieme come Chiesa che ci unisce a tutti, anche a coloro che ci hanno preceduto.
mio impegno cogliere il momento migliore, nei prossimi mesi, per guidare a Roma i diocesani che aderiranno al pellegrinaggio per affidare alla preghiera del nuovo Papa il nostro cammino sinodale.
Ha poi spiegato il significato del pallio, la fascia in pura lana posta sulle sue spalle, con le croci che simboleggiano le piaghe di Cristo. Il pallio è immagine del giogo di Cristo, della pecora che il pastore pone sulle spalle con amore dopo averla cercata.
Sì, santo padre, preghiamo per te, perché tu sia pastore che ama tutti noi, “perché - come hai detto - tu non fugga per paura davanti ai lupi; preghiamo gli uni per gli altri perché il Signore ci porti e noi impariamo a portarci gli uni gli altri”. Anche noi vogliamo guardarci dai lupi: dovranno essere da noi individuati quanti tentano di strappare in maniera rapace le tue parole, che ne fanno conoscere solo alcune – come già con i tuoi predecessori – per contestarle o per esaltarle manipolando la tua parola evangelizzatrice. Vogliamo impegnarci a conoscere quello che ci insegnerai in modo autentico, sicuro e integro, con un lavoro culturale qualificato e con strumenti adeguati, soprattutto quelli della comunicazione sociale che hai già sottolineato come decisivi per il servizio all’umanità riprendendo parole di Giovanni Paolo II: “Il fenomeno attuale delle comunicazioni sociali spinge la Chiesa a una sorte di revisione pastorale e culturale, così da essere in grado di affrontare in modo adeguato il passaggio epocale che stiamo vivendo” (Udienza ai giornalisti, 23 aprile).
Quindi ha parlato dell’anello del pescatore che gli è stato consegnato. Ha detto di sentire la voce che lo chiama a prendere il largo nel mare della storia e gettare le reti. La sua missione è “portare fuori gli uomini dal mare salato di tutte le alienazioni verso la terra della vita, verso la luce di Dio. Solo laddove si vede Dio, comincia veramente la vita. Solo quando incontriamo in Cristo il Dio vivente, noi conosciamo che cosa è la vita. Non siamo il prodotto casuale e senza senso dell’evoluzione. Ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio. Ciascuno di noi è amato, ciascuno di noi è necessario”. La missione della Chiesa è di annunciare la lieta notizia che va al cuore dell’esistenza di ciascuno. Come è urgente per noi sentire che l’evangelizzazione va orientata alla persona nella sua singolarità!
Lo vogliamo fare, soprattutto nel sinodo, con lo stesso atteggiamento di Benedetto XVI nel suo primo messaggio: “Mi accingo a intraprendere questo peculiare ministero al servizio della Chiesa universale con umile abbandono nella mani della Provvidenza divina. È in primo luogo a Cristo che rinnovo la mia totale e fiduciosa adesione: «In Te, Domine speravi; non confundar in aeternum»”.
Anche noi diciamo la totale adesione a Cristo facendo nostra la solenne professione di speranza per il tempo e per l’eternità: “In Te, Signore, pongo la mia speranza; non sarò confuso in eterno».

Venerdì 29 aprile 2005, Danta di Cadore
ALLA BENEDIZIONE DEL CAMPANILE RESTAURATO
C’è un paesaggio visivo e c’è un paesaggio musicale.
Nel panorama del Comelico, il turrito campanile di Danta svetta e dà caratteristiche uniche al verde altipiano sul quale sorge il paese, e domina la grande vastità sopra il piano che si distende all’infinito su tutti i lati, che si dispiega fino alle cime, proteso verso la profondità del cielo.
Ma per i paesani di Danta il paesaggio musicale: chi non ha la nostalgia delle campane?
Una voce familiare, cara, che esprime identità, parla di appartenenza a una comunità: nessuna distanza può far dimenticare quello che abbiamo vissuto in questo paesaggio.
Ci possono essere campanilismi, ma con troppa fretta rischiamo di associare campanile a campanilismo.
So che non avete mai avuto paura di guardare oltre il vostro campanile, di andare lontano per motivi professionali e di lavoro, per aprirvi a realtà nuove: e sono convinto che la nostalgia delle campane vi ha accompagnato.
Nostalgia e compagnia che dice l’amore per la vostra terra e le vostre radici, necessario all’uomo come il pane, oggi più di sempre. Ho conosciuto nel 2001 in una festa a un signore turista da decenni in questo bel centro quanto amava il paese. Anche i turisti…
Il campanile col suo slancio è puntato come indice verso il cielo. Al cielo e oltre il cielo.
Dalle nostre case e tra le nostre cose è importante indirizzare lo sguardo al cielo, al senso ultimo delle nostre ore, cadenzate ormai con precisione satellitare, che fintanto che il Signore vorrà ci verranno donate.
La base del campanile è ben ancorata al centro del paese, l’area più vitale, da sempre luogo di tanti eventi lieti e tristi.
Pensiamo a quanti con gli stessi sentimenti, guarderanno in alto e ascolteranno la voce delle campane.
Dopo 104 anni continuerà a svolgere con fedele eleganza il suo importante compito. Gli vorremmo dire grazie, ed evidentemente il nostro grazie va a chi l’ha costruito e ora restaurato. Un’impresa grandiosa, alla quale ha partecipato la popolazione oltre che i vari Enti contributi: l’attenzione al campanile come alla storia delle cose più care.
Il grande prete e pensatore Romano Guardini (che molto ha influito sulla mentalità del nuovo Papa Benedetto XVI scrive:
«Nella cella campanaria sono sospese le campane che oscillano e vibrano e mandano lo scampanio nella vastità dello spazio. Ondate di note armoniche: limpide e rapide, gravi e piene… Sciamano via, percorrono la vastità immensa e la riempiono dell’annuncio. Il messaggio della vastità, il messaggio di Dio senza limiti né confini. Chiamano le persone il cui cuore è aperto all’immensa vastità. Quando i rintocchi delle campane inondano lo spazio, il petto si allarga e sente d’essere molto più ampio di quanto credesse. Si percepisce la vastità. Così vasto è il mondo, dicono le campane. Così pieno di nostalgia… Dio chiama… In Lui solo è la pace.
Sabato 14 maggio
OMELIA-MESSA SS. VITTORE E CORONA
Con l’emozione di celebrare per la prima volta con voi questa solenne S. Messa, dico la gioia e la riconoscenza a tutti, in particolare al rettore del santuario mons. Secondo Dalla Caneva, al consiglio amministrativo del Santuario, al personale della casa, alla forania di S. Giustina che anima questa celebrazione e a tutti voi.
Saluto il sindaco che a nome di tutta la cittadinanza, secondo gli antichi statuti, porta al santo patrono della città la lampada; il mio riconoscente saluto a tutte le autorità civili e militari.
Vi confido i sentimenti profondi, di trepidazione, di speranza e di invocazione ai santi patroni della diocesi, trovandomi a vivere questa solennità alla vigilia dell’indizione del Sinodo Diocesano che avverrà domani, nella solennità di Pentecoste, sul tema della vita che non muore.
Da tanti secoli il 14 maggio qui si arriva in pellegrinaggio; i passi in salita degli ultimi dieci gradini per giungere sul piano questa splendida aula, segnano l’ultima ascensione di alto valore simbolico. Un cammino di popolo che qui arriva – “in questo scrigno prezioso e santo” (card. Ignace Mousa Daoud) – per incentrare la preghiera e tutta la fiducia nell’altare dove il Signore Gesù compie il sacrificio, associando alla sua morte e risurrezione tutte le generazioni di battezzati che credono in lui. E accanto all’altare: l’urna dei martiri Vittore e Corona. L’eucaristia la si celebra accanto o sopra i resti dei martiri che hanno dato il loro corpo e versato il loro sangue, perché così viene mostrato come si vive l’Eucaristia: nel dono di sé.
Ogni celebrazione della Messa domenicale, e soprattutto il prossimo Corpus Domini, in quest’anno dedicato all’Eucaristia, siano contemplazione del Signore che si dà a noi perché la nostra vita trovi nell’amore oblativo il senso pieno.
Non sarebbe dunque autentica la nostra partecipazione se non fossimo accanto all’altare nella disposizione di testimoniare la nostra fede come il senso assoluto della nostra esistenza.
Prima di pensare a come vivere secondo la moralità cristiana, sentiamoci incoraggiati a fondare tutto il senso della nostra esistenza sul Signore.
La prima lettura ci ha proposto il martirio di persone di diverse età, in uno scambio di testimonianza che le ha reciprocamente corroborate. Gli anziani hanno mostrato ai più giovani di scegliere “il patire” per essere autentici e salvare la vita. La II lettura l’apostolo Paolo e il brano di vangelo ci parlano della grazia “non solo di credere in Cristo, ma anche di soffrire per lui”: egli riempie il cuore e fa fiorire sulle labbra le parole giuste.
Sentiamoci anche noi destinatari di splendidi doni di fede e di generosa partecipazione alla vita della Chiesa: ci sono stati donati e li scambiamo in reciprocità.
Possiamo pensare l’evento del Sinodo alla luce di questi scambi che sono i più sostanziali perché toccano il cuore e danno senso alla vita.
Preghiamo che il grande appuntamento sinodale ci faccia discernere orientamenti precisi per il cammino delle nostre comunità.
E dallo slancio che ne nascerà, possano essere realizzate quelle indicazioni che il vescovo Vincenzo, nell’omelia di san Vetoret, 18 settembre 2002, ha qui pronunciato nella erezione di questo santuario a basilica. Insieme con l’auspicio che “questo particolare luogo della fede sia valorizzato come centro di devozione, di spiritualità e di apertura alla conoscenza del vicino oriente cristiano”, lanciava molti appelli. Ne indico qualcuno:
1. a voi sacerdoti: fare di questa Basilica Santuario una meta privilegiata di pellegrinaggio e di incontri spirituali; 2. a voi religiose/i: trovate occasioni propizie per creare appuntamenti di spiritualità per voi e per quanti si affiancano al vostro carisma; 3. a voi laici, donne e uomini: qui si sono formate intere generazioni di giovani generosi: ritornate in silenzio, frequentemente, voi con i vostri giovani per rinfrancare i valori che innervano la vita.
E faceva quindi constatazioni che a poco più di due anni si mostrano ancora più documentabili. “Situazione di crisi progressiva del nostro territorio, crisi che tocca tanti ambienti di lavoro; la stanchezza e la genericità nella partecipazione alla vita di tutti; l’urgenza di una formazione culturale e religiosa; la carità come capacità di essere insieme per meglio rispondere ai bisogni che si evolvono in continuazione”.
Concludo con alcune parole della stessa omelia: «O martiri Vittore e Corona, avete onorato la nostra terra e noi ci siamo affiancati nei secoli alla vostra provocazione di fede. La vostra presenza ha allargato a noi gli orizzonti verso altri mondi. Vi ringraziamo per la silenziosa parola di speranza e di incoraggiamento che ci lanciate, da secoli, dalla vostra urna. Il vostro martirio ci spinge a fare di Cristo il nostro unico Signore».

Giovedì 26 maggio 2005
CORPUS DOMINI
Giovanni Paolo II ha voluto un tempo di straordinaria concentrazione su quanto stiamo vivendo: un anno eucaristico, il Congresso eucaristico nazionale di Bari che domenica avrà la presenza di Benedetto XVI, la processione dell Corpus Domini vissuta con convinzione.
Il tema del congresso a Bari è «Senza domenica non possiamo vivere». È stata l’esperienza dei cristiani in tempo di persecuzione nei territori dell’attuale Tunisia (a 80 Km da Cartagine; la località si chiamava Abitene ed eravamo nel 303-304, durante la persecuzione di Diocleziano) a esprimere con queste parole la fede in un esperienza che fermenta tutta la loro vita. Il gruppo dei 49 martiri di Abitene muoiono per non sottostare all’imposizione di abbandonare la riunione eucaristica di domenica: rispondono con fermezza e semplicità che non possono vivere senza partecipare all’eucaristia nel giorno del Signore. Non era per l’osservanza a un precetto (solo molti secoli dopo la Chiesa darà il precetto di partecipare alla Messa, quando era meno percepita esigenza), ma perché vedevano nella domenica e nell’eucaristia un elemento costitutivo della loro personalità cristiana e del loro camminare insieme.
I cristiani hanno sempre sentito che il Signore è geloso di questo giorno: «Ricordati di santificare le feste», «Ricordati di me». E lo fa perché? Perché siamo noi ad avere bisogno di incontrarlo e solo in lui troviamo il senso della nostra vita imparando a vivere insieme.
Una settimana senza domenica sarebbe un continuo filo grigio. Purtroppo si fa di tutto ai nostri giorni per ridurre la festività domenicale a mero «fine settimana», spogliandola della sua oasi di silenzio, di ascolto, di pace, di mistero e riducendola anch'essa a frenesia, a fatica, a tensione.
Una Chiesa che vive secondo la domenica risponde alla sete di gioia e di speranza degli uomini del nostro tempo.
La domenica ci forma a uno stile di vita fatto di un calendario che va conto corrente rispetto al calendario pagano dove la festa è svuotata di senso perché ogni occasione è buona per far festa. La domenica ci porta a vivere il faticoso quotidiano nei giorni feriali e ad aspirare alla festa da vivere insieme. Essa ha la forza di rigenerarci perché il Signore ci chiama e – contro tutte le illusioni di avere gioia completa quaggiù – ci pone in attesa della sua venuta, quando sarà festa senza fine.
È un giorno che invita al sogno, alla speranza, alla vita insieme nella famiglia e nelle comunità parrocchiali.
Anche oggi noi siamo dunque invitati ad affrontare il martirio per non lasciarci derubare il tesoro della domenica cristiana. Il martirio di andare conto corrente pur di viverla.
Essa salva il senso della nostra vita, ci fa vivere un tempo qualificato che rende sereni e fecondi tutti i giorni: “Nel giorno del Signore… i nostri giorni” (tema della giornata mondiale delle vocazioni).
Alla morte di Giovanni Paolo II, una classe terza e quarta delle elementari di Borgo Piave ha scritto dei messaggi al Papa morto, illustrati da disegni, che ho letto e ammirato. Li abbiamo spediti a Roma. In uno di questi, Mariangela scrive: «Carissimo Karol Wojtyla, noi alla domenica ti guardavamo attraverso la TV e ricevevamo la tua benedizione. Adesso sei morto; sentiamo molto la tua mancanza. Eri pieno di coraggio e allegria; volevi la pace. Aiutaci nelle difficoltà…». La Chiesa continua ogni domenica ad affacciarsi sull’umanità; è il nuovo Papa che lo fa; ma essa fa una cosa ancora più importante da sempre: ogni comunità parrocchiale, con lo scampanio che invita alla Messa, annuncia a tutti che il Signore non soltanto si affaccia, ma viene tra noi, si fa nostro pane, nostra vita.
Mentre con umile fierezza portiamo il Corpo di Cristo nell’eucaristia per le vie di Belluno, pensiamo e preghiamo perché la nostra fede convinta ci faccia dire: «Senza la domenica non possiamo vivere».

Domenica 17 luglio 2005, Vigo di Cadore
XVI DEL TEMPO ORDINARIO, CENTENARIO MORTE DI ANTONIO RONZON
La parabola di oggi (grano e zizzania) ci mostra come Dio dà tempo al tempo, desidera che il grano venga a maturazione; solo alla fine c’è la scelta: zizzania da bruciare, grano da mettere nei granai.
“I mulini di Dio macinano lentamente, ma macinano fino!”.
Questa giornata che il Comune di Vigo di Cadore ha voluta solenne per il centenario della morte dello storico del Cadore prof. Antonio Ronzon (nato a Laggio il 23 marzo 1848 e morto a Lodi il 23 gennaio 1905), ci trova qui nella chiesa pievanale di S. Martino, culla di tutte le grandi personalità del mondo laico ed ecclesiastico che qui hanno la loro patria.
Il mio saluto al sindaco Antonio Mazzuzzo, ai curatori di tutti i momenti che fra poco si svolgeranno nel palazzo della Biblioteca Cadorina in Vigo fondata dal prof. Ronzon, agli storici e ricercatori che valorizzano e arricchiscono le ricerche del passato con nuovi lavori per “ricordare”, cioè per riportare al cuore persone e fatti che aiutano a comprendere il presente e a costruire il futuro. La curiosità storica è linfa e sangue della vera civiltà.
Pensiamo la parabola del grano e della zizzania: tutta la vicenda suppone lo svolgersi del tempo: non la fretta di separare, ma la pazienza di attendere, e solo nel tempo definitivo il grano è esaltato.
La vita di Antonio Ronzon ha avuto ritmi di professionalità (insegnante Lodi, Caltanisetta, Arpino e ancora a Lodi fino alla morte) e di appassionata ricerca storica che gli ha fatto valorizzare il tempo. La calma pacata e puntigliosa della ricerca, che prende in considerazione tanti documenti per svolgere un esame rigoroso, dà alla fine il frutto di conclusioni ben verificate.
Gli archivi e gli studi dei ricercatori di storia li possiamo immaginare come monasteri dove non c’è la paura, anzi c’è la gelosia, per i momenti di quiete, di solitudine e di riflessione.
È un grande insegnamento per me e per voi cogliere il valore del tempo ben scandito e operoso, che non accetta di essere usato male in una ricerca affannosa del “tutto-subito”, del risultato immediato da programmazione digitale.
I bilanci che fanno verità sulla nostra vita e la prospettano in avanti con speranza vengono quando sappiamo riconciliarci con il tempo per viverlo con intensità.
Una colomba, nel suo volo, sentendo la resistenza dell’aria, non può pensare: «Se non ci fosse l’aria volerei più veloce!». Senz’aria non volerebbe affatto! Così a noi: impegni e scadenze ci danno ansia, sembrano toglierci possibilità di vivere. Quello che va recuperato è un rapporto sano con il tempo, togliendo l’affanno, scegliendo momenti di lavoro quieto e ben ritmato; un vivere il tempo che faccia maturare le valutazioni su grano e zizzania, su ciò che è positivo e negativo nel nostro vivere.
Questo vale anche per il nostro mondo interiore.
Davanti a un grande cadorino come Antonio Ronzon si rimane affascinati dal suo mondo interiore, vorremmo sapere di più come ha saputo costruire la sua intima personalità per rendere la sua vita così feconda.
Nel 1892, facendo l’orazione funebre a un suo amico, Luigi Coletti (Braccio destro del Calvi nella difesa del Cadore) disse di lui: «Era un cumulo di virtù morali, civili, domestiche. Com’eri gentile, com’eri modesto, com’eri benefico! La sua anima bella era aperta a ogni indulgenza e chiusa ad ogni rancore».
Nel 1987, curando la pubblicazione delle poesie di Natale Salamini scrisse di queste opere: «Nei suoi versi non trovi uno che “plauda al vizio o la virtù derida”».
Importante dire zizzania alla zizzania e grano al grando; non dire bene del male e male del bene!
Pensiamo anche per la nostra moralità quello che ci dice la parabola.
Nel campo della nostra interiorità c'è di tutto: c'è grano e zizzania, dolcezza e veleno, santità e oscenità, amore e odio, in un impasto strano e il più delle volte scoraggiante.
Ma come è importante riconoscere e accettare che dentro di noi ci sia la zizzania, ma anche il buon grano! Dobbiamo stare attenti a quel perfezionismo che alla fine ci fa pessimisti su noi stessi. Il principio più fecondo è «il pensare bene» (si badi: non il "ben pensare" che spesso è solo ipocrisia e inganno).
Iustitia et fide conservabitur.
Nella limpidità della coscienza diciamoci pure: certi problemi che ci appesantiscono la vita hanno senso non perché noi li togliamo, ma perché li dobbiamo accettare. Il Signore che conosce meglio di noi il nostro cuore ci vuole capaci di accettarci come siamo per diventare come vuole lui: fiduciosi e sereni.
Puntando su quanto è in noi luminoso, lo dobbiamo far crescere; sarà il giudizio di Lui, che è paziente e misericordioso, a giudicare come noi abbiamo valorizzato il tempo.
Concludo con le parole della preghiera che abbiamo fatto a conclusione dei riti di introduzione: «Ci sostenga sempre, o Padre, la forza e la pazienza del tuo amore: fruttifichi in noi la tua parola perché si ravvivi la speranza di veder crescere l’umanità nuova che il Signore al suo ritorno farà splendere come il sole nel tuo regno».
Questa sia la preghiera e l’augurio anche per i lavori commemorativi di questa importante giornata.

Sabato 23 luglio 2005, Alano di Piave
S. MESSA PER L’ASSEMBLEA ABM
Il saluto a tutti. Al sindaco; Al presidente e ai dirigenti dell’associazione”Bellunesi nel Mondo”; all’assessore regionale ai flussi migratori.
Alano di Piave: un centro di una lunga e gloriosa storia di emigrazione.
L’augurio per una giornata intensa di lavoro nella verifica e nella programmazione.
La S. Messa è a suffragio degli emigranti defunti, per le vittime degli attentati di questa notte. Che il Signore ci doni giorni di pace.
OMELIA
Nella prima lettura la parola di Dio fa affermazioni che raccolgono e portano a sviluppo pieno le aspirazioni di chi migra ed è straniero: «Il Signore vostro Dio è il Dio grande, forte e terribile, che non usa parzialità e non accetta regali, rende giustizia, ama il forestiero e gli dà pane e vestito. Amate dunque il forestiero. Poiché anche voi foste forestiero». Sento che mie parole di commento rischiano di togliere incisività a quanto abbiamo sentito. Solo, riprendendo parole di Gesù nel vangelo, possiamo aggiungere: «Siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Mt 5,45).
La nostra fede in Dio, che non fa parzialità, è nella nostra civiltà cristiana un parametro fondamentale di valutazione: di diagnosi dei problemi – penso ai molti che verranno affrontati da voi oggi – e per le prospettive di impegno che facciano progredire il bene di tutti per “rendere giustizia”.
Lettera a Diogneto: “I cristiani abitano la propria patria, partecipano a tutto come dei cittadini, e però tutto sopportano come stranieri. Ogni terra straniera è la loro patria e ogni patria è terra straniera” .
Nel brano di vangelo abbiamo i discepoli di Emmaus. Li vogliamo considerare come la personificazione di quanti si allontanano dalla casa. Lasciano; speravano. Non c’è un passo che non sia accompagnato e colui che si accosta a loro è sentito come straniero.
Trovano una mensa alla quale invitano chi sembrava più viandante ed estraneo di loro. Nella condivisione riconoscono e cambiano i loro percorsi di vita.
A chi di noi l'albergo di Emmaus non è familiare? Chi non ha camminato su quella strada una sera che tutto pareva perduto?
Il Signore dice a ciascuno: «Qualcuno, totalmente diverso da te, cammina accanto a te, e pare per nulla utile a te; e, ciononostante, tu gli sei affidato e lui a te, perché vi troviate l'un l'altro, e l'uno diventi un dono per l'altro, ciascuno per la salvezza dell'altro. Come è decisivo che tu metta al primo posto l’esigenza di incontrare la persona, di avere scambi personali! È un invito a scoprire accanto a te una presenza».
Troppe volte ci lasciamo condizionare dall’illusione che l’altra persona non ci sia necessaria; ci pare possibile procedere da soli.
È urgente sentire sempre più di essere «un dono l'uno per l'altro». E questa esperienza di condivisione («spezzare il pane») sarà decisiva per noi, per le nostre famiglie, per la società.
Oggi voi affronterete temi importanti per il futuro (l’annoso problema del voto all’estero, crisi di lavoro e di nuova emigrazione, di rinnovamento delle Famiglie bellunesi, di rapporti con le istituzioni…); io prego – in questa S. Messa – che nell’intimità del vostro cuore sia vivo il desiderio di prospettare tutti i problemi strutturali, istituzionali, organizzativi in vista di quello che maggiormente sta a cuore a tutti: vincere la solitudine, essere un dono l’uno per l’altro.
Perché questo non sia un’utopia o parole illusorie ecco la celebrazione che stiamo compiendo in suffragio dei defunti emigranti – con particolare ricordo delle vittime di Mattmark a 40 anni dalla tragedia e insieme tutti i defunti emigranti che hanno avuto morti penose e premature per malattie contratte in lavori rovinosi per la salute, come pure avendo presenti i morti delle vittime di attentati. Varcando quella soglia si conosce il senso vero dell’esistenza. Si incontra Colui che c’è tra l’uno e l’altro di noi: quel «terzo» misterioso la cui vicinanza è reale eppure impalpabile e sovrumana al punto da far battere più forte il cuore nel petto. Egli consola la nostra tristezza e le nostre speranze frustrate. Noi forse cogliamo solo la sua ombra che si stampa «sulla strada bianca», accanto al nostro passo. Ma quando giungiamo nell'intimità di quella casa, dinanzi alla mensa, ecco aprirsi i nostri occhi che lo riconoscono e, anche se egli scompare, noi sappiamo che rimane con noi sotto i segni del pane e del vino.
Carissimo mons. Rinaldo De Menech,
posso soltanto partecipare spiritualmente alla festa della dedicazione della chiesa di S. Stefano, giornata che la Comunità parrocchiale ha voluto rendere più solenne associando il “grazie” al Signore e a Lei per il Suo sessantesimo di ordinazione sacerdotale.
Questa domenica 24 luglio 2005 Le farà sentire tutta la stima e l’amore che il Suo popolo ha maturato verso la Sua persona di uomo e di sacerdote. Lei lo sta servendo dal 1962 con fedeltà e dedizione, impiegando le Sue energie anche nei ministeri più faticosi come quello della Benedizione alle famiglie e mettendo a frutto i doni di mente e di cuore nel seguire con competenza e amore persone e problemi della parrocchia. Penso, ma sono flash esemplificativi, al Consiglio pastorale, alle celebrazioni della V domenica di quaresima per la festa dell’Addolorata, alla cura dei bambini nella Scuola materna, alle iniziative per giovani e anziani, al giornale parrocchiale “Il Quadrante”. Sul quadrante della storia di questa parrocchia, con la sua splendida chiesa dedicata 508 anni fa, gli ultimi decenni del secolo XX e i primi lustri del XXI sono caratterizzati da un’intensa vita di popolo da Lei sapientemente guidata con il sostegno corresponsabile di famiglie e di fedeli. Siano grazie a Dio e a Lei.
Esprimo poi riconoscenza, a nome della diocesi e dei miei predecessori, per gli importanti ministeri svolti in diocesi: educatore e insegnante in Seminario, assistente di Azione Cattolica, direttore dell’Ufficio catechistico, direttore per molti anni dell’ufficio Arte sacra, giornalista dalla penna forbita su “L’Amico del Popolo” (lavoro che, non so da quanti decenni, continua con discrezione sul settimanale e lo arricchisce molto), assistente dell’Associazione medici cattolici, membro e anche responsabile di varie commissioni diocesane e regionali.
Con parole della seconda lettura di oggi auguro: «Tutto concorra al bene di coloro che amano Dio», anche questa splendida festosa giornata alla quale mi associo con particolare ricordo nella S. Messa che celebro a Pieve di Livinallongo.
Vi saluto e benedico con riconoscenza e affetto.
Belluno, 23 luglio 2005
Domenica 24 luglio 2005, Pieve di Livinallongo-S. Giacomo
50 anni di sacerdozio del decano mons. Alfredo Murer; 40 anni di sacerdozio di don Franco Troi (assente oggi per motivi pastorali ma qui con il cuore e noi lo sentiamo presente), di don Eugenio Palla e P. Eugenio Rossi, nel 1965 sono stati accompagnati da mons. Lorenzo Irsara; 50.mo di professione di una suora missionaria e di una suora Discepola del Vangelo; e poi 60°, 50°, 40° e 25 di matrimonio.
Nei giubilei di sacerdozio, di vita consacrata, di vita missionaria e di vita coniugale il credente attribuisce al Signore i grandi doni ricevuti; sente di averli come «un tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi»; con intima convinzione dice «tutto è dono, tutto è grazia!» e alla riconoscenza si intreccia il senso di umiltà e di penitenza.
Leggendo l'articolo di fondo dell'ultimo bollettino del Decanato, si entra in questa onda di sentimenti che sappiamo intensi in tutti coloro che oggi festeggiano i giubilei e in mons. Lorenzo Irsara che lo scorso anno ha raggiunto traguardi significativi della sua storia di uomo e di sacerdote.
"L'umile lavorare nella vigna del Signore" -citazione della parole del nuovo Papa Benedetto, fatta dal decano in quell'articolo - continua con più motivi e
con più generosità quando sappiamo riconoscere che tutto è dono.
Il senso della vita e il suo premio è sentirsi, nonostante tutti i limiti, permanentemente orientati dalle parole che Gesù ha detto in risposta alla mamma dei figli di Zebedeo - Giacomo titolare della vostra Chiesa e Giovanni - che chiedeva un posto privilegiato: «Colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo».
In tappe come quelle di oggi si ritorna alla meraviglia dell'inizio. Quante volte la parola di Dio ci dice: "Ricordati... ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi 40 anni nel deserto..." (Dt 8,2-4).
Si ritorna alla promessa di Dio, all'entusiasmo dell'inizio: promessa ed entusiasmo che poi sono soggetti alla prova del tempo, conoscono il deserto, cioè tempi e luoghi dove la meraviglia dell'inizio deve passare attraverso il prezzo della fedeltà. Più l'amore si immerge nella fedeltà dei giorni, più sperimenta la fedeltà eterna di Dio a noi, nonostante tutti i nostri limiti.
Proprio in questa chiesa, come per mons. Alfredo nella chiesa di Falcade, nei sacramenti del battesimo, della cresima, dell'eucaristia e quindi nella partecipazione domenicale alla S. Messa, il Signore vi ha mostrato che c'è un tesoro nascosto, una perla di grande valore che vai la pena di preferire a ogni altro bene.
"Cercatori di tesori, cercatori di pietre preziose": ecco una significativa immagine evangelicaper descrivere i credenti che vivono la loro vocazione cristiana.
Cercatori di quello che non muore e non fa morire, cercare il Regno di Dio. Persone vive, pellegrini con poche certezze, ma quelle essenziali e necessarie per la pace del cuore e per amare; innamorati della vita, liberi per rischiare, poeti-mistici, persone con peccati e difetti, ma con gli occhi sempre pieni di luce; appassionati di amore, di umanità, di acqua nuova.
Nelle chiese, nelle comunità abbiamo imparato a pregare guidati dalla Parola.
Non ci si appassiona al tesoro e alla perla nascosta se non si prega, se non si vive con la preghiera nella dimensione della meraviglia per tutti i doni di Dio.
Parrocchia scuola di preghiera; comunità cristiana scuola di preghiera; famiglie scuole di preghiera.
Così si diventa "scribi": persone sagge e intelligenti che estraggono dal loro tesoro cose nuove e cose antiche.
Preparandomi questa omelia ho pensato e immaginato quali sono i frutti duraturi di tanti anni di fedele risposta alla vocazione. Si possono fare le tappe cronologiche della vita, ricordare avvenimenti e persone, ma i veri frutti sono altri. Le persone che avete fatto crescere, le cose nuove e cose antiche che avete fatto assimilare e sono diventate linfa vitale.
Chi potrà mai sapere quanta ricchezza formativa hanno trasmesso e consegnano continuamente alle nuove generazioni i genitori che festeggiano i giubilei: amore alla terra dei Fodom e alla cultura di questo decanato?
Solo il Signore conosce i pesci buoni e i pesci cattivi (come dice il vangelo di oggi): lui saprà mostrarci quanti doni, quanta grazia avete saputo donare.
A volte è cosi difficile immaginare quanto sia straordinario l'ordinario!
Abbiamo già pregato con queste splendide parole della prima orazione e vogliamo accordare gli animi su queste richieste: «O Padre, fonte di sapienza, che ci hai rivelato in Cristo il tesoro nascosto e là perla preziosa, concedi a noi il discernimento dello Spirito, perché sappiamo apprezzare fra le cose del mondo il valore inestimabile del tuo regno, pronti ad ogni rinunzia per l'acquisto del tuo dono».

Venerdì 29 luglio
IL SENTIERO DEL SINODO
Su un foglio sussidio che è stato sotto gli occhi di decine di migliaia di frequentanti le Messe di domenica scorsa in tutta la diocesi si è parlato de
IL SENTIERO DEL SINODO
che collegherà i luoghi più significativi della meravigliosa natura, della cultura e della religiosità del nostro territorio. Ecco le parole che si riferiscono a tutti voi: «Persone competenti e generose sono all’opera per realizzare questo percorso che costituirà un anello che circonda tutta la splendida diocesi dolomitica. Come un anello di fedeltà… ».
Anello che fa pensare al legame di fedeltà con la montagna e con la nostra terra di tutte le persone che hanno promosso il sentiero.
Queste persone competenti e generose sono qui.
Ho l’onore e l’obbligo di esprimere un vivissimo ringraziamento a tutti.
L’iniziativa è nata dalla Commissione sinodale per la Comunicazione presieduta dal dott. Luigi Guglielmi con splendide motivazioni: per un dialogo con moltissima gente; per valorizzare tutto l’impegno di chi “cammina insieme in montagna” e vuole impegnarsi alla sua salvazione e promozione, per lanciare il simbolismo di “camminare insieme in alto” per ricercare quiete, pace e contemplazione e un giusto modi di rapportarsi ai territori e ai problemi che incontriamo quando si scende, per collegare nelle varianti dell’anello molte realtà locali.
Ringrazio dunque il dott. Guglielmi e tutta la Commissione.
Ringrazio il Presidente della Provincia, l’assessore al Turismo Teddy Soppelsa e l’Amministrazione provinciale per il solerte sostegno dato all’iniziativa.
E la riconoscenza mia e della diocesi va al gruppo di lavoro che si è attivato con i risultati che questa sera vengono presentati. Oltre alle persone già nominate: Giorgio Fontanive, Gabriella Bellenzier, Diego Tabacchi, Cesare Lasen, Francesco Laveder, Michele Cassol, Carlo Avoscan e mons. Giacomo Mazzorana. Numerosi sono anche gli esperti locali coinvolti nell’impresa: ringrazio tutti.
Nel 2006 potremo avere in mano la carta unitaria della Provincia, prodotta dall’eccellente editore Tabacco, con il sentiero del sinodo insieme a notizie di grande interesse turistico, a tutta la viabilità minore e all’intera rete dei sentieri del CAI. L’anello del sentiero del sinodo sarà incastonato nel contesto della nostra splendida terra della quale Cortina d’Ampezzo è la città più conosciuta.
A questa commissione sinodale per la comunicazione vanno annoverati interventi molto significativi che fanno entrare nella sensibilità della gente l’avvenimento del Sinodo: questo del sentiero è un progetto di grande efficacia insieme a quello che prevede a Belluno nel mese di ottobre la tela di Tiziano Vecellio raffigurante la Trasfigurazione.
Ma tra le altre iniziative ce n’è un’altra che trovo pertinente porre in relazione con il sentiero: il concorso per il logo del sinodo che ha fatto scegliere l’immagine simbolo ideata dal grafico 29novenne di Voltago – Gabriele Riva – che si è aggiudicato il premio offerto dal settimanale L’Amico del Popolo: Mano nella mano tre persone salgono insieme un’altura: il primo tenendo una fiamma, il terzo con un braccio proteso all’indietro, il secondo è anello solido di unità tra chi porta la fiamma e tutti gli altri. La scena si svolge di fronte a una montagna. La fiamma nella mano del primo è la vita da servire e da diffondere.
È evidente il rapporto tra questa immagine e il sentiero che oggi viene presentato.
Questo mi fa augurare che l’avventura intrapresa dalla diocesi di Belluno-Feltre con il sinodo e da tanti volonterosi con l’elaborazione del “sentiero del sinodo” sia di augurio a tutti, secondo i sogni di ciascuno: auspichi e promuova unità per percorrere, in ascesa e con passo sicuro, sentieri che siano illuminati dalla passione per la vita: la vita delle persone e della nostra terra di montagna.
Quanti hanno percorso le altitudini delle Dolomiti! Penso a chi ha conosciuto la durezza di valicare montagne impervie e di lavorare boschi e prati quasi impraticabili; ai giovani che nella guerra iniziata qui esattamente 90 anni fa hanno sofferto o sono morti sui due fronti; penso alle vicende dell’ultima guerra mondiale soprattutto nella lotta per la liberazione; ai molti spiriti laici che hanno consegnato alla storia e alla letteratura pagine esaltanti sull’esperienza di ascensioni alpine. Nel “sentiero del sinodo” possiamo sentire compagni di esperienza i due Papi Giovanni Paolo – I e II – che questi percorsi li hanno vissuti con passione e spiritualità mistica.
Anche il vescovo Vincenzo sognava ascensioni quando nel 2002, nella lettera pastorale sul Sinodo scriveva: “... Se noi organizzassimo delle ascese insieme, camminando fianco a fianco giovani, adulti, persone di ogni condizione! I sentieri in salita sulle nostre montagne portano alla dimensione giusta per favorire un’esperienza comunitaria forte di azione e contemplazione: parabola del nostro impegno personale e comunitario”». Sono parole che esprimevano – ne sono testimone – l’ammirazione per il programma di molte parrocchie di montagna che d’estate organizzano il camminare insieme in montagna per locali e turisti di tutte le età, gite guidate da sacerdoti.
Le parole del vescovo Savio mi venivano in mente quando gli ero vicino nel suo combattimento finale e in particolare poche ore prima della sua morte quando mi trovai a leggere il testo antichissimo di un salmo:
«Tu non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che veda la corruzione. Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra» (Salmo 15/16, 10-11).
Con questa fiducia egli ha varcato la soglia della morte, e qui lo ricordo insieme a tutti i caduti delle nostre montagne – morti in guerra o in ascensioni – perché chi percorrerà il sentiero sentirà che il cammino, nella quiete e nella pace, farà pensare a tanti che ci “sono andati avanti”.
Con fierezza, insieme a tanti collaboratori laici che sono attivi nel sinodo, sento che questo appuntamento è in linea con il sogno del vescovo Savio e mio: moltiplicare le forme di dialogo con realtà pubbliche e con l'associazionismo laico variamente impegnato sulla frontiera dell’amore per la nostra gente e la montagna.
Questo sogno lo avete accolto e portato a splendore. Grazie.
Domenica 31 luglio
LETTERA PER LA GIORNATA DEL SEMINARIO
È il 31 luglio 2005, festa di S. Ignazio di Loyola, che scrisse: «I giovani talenti sono come vasi dal collo stretto: si possono riempire soltanto versandovi il liquido lentamente, goccia dopo goccia».
Le molte conoscenze da istillare per la formazione di un giovane non possono cascargli addosso come un acquazzone. È il modo attento e rispettoso che si fa determinante nella trasmissione di quanto è necessario per preparare i giovani talenti. Una formazione lenta, personalizzata: vasi dal collo stretto che chiedono cura attenta, quieta trasmissione, selezione raffinata dei doni essenziali da versare.
Penso a come Gesù ha formato gli apostoli: con lunghi itinerari di percorsi e di tempi, vissuti in stretta intimità con i suoi, per farli partecipi del suo messaggio e della sua vita.
Anche gli apostoli di oggi chiedono questa formazione e dovranno a loro volta formare comunità cristiane in nome e per conto di Gesù Cristo, con lo stesso stile. Saranno chiamati a toccare il cuore per dare il lieto annuncio, per battezzare facendo nascere una vita avvolta nella tenerezza dell’amore che ha la sorgente in Dio, per donare l’eucaristia e innestare la vita nell’esistenza di Cristo, per accompagnare passo passo la crescita corroborando per i grandi passaggi della vita. Dovranno certo capire le novità dei tempi e usare linguaggi adatti, ma è l’amorosa vicinanza che qualifica il servizio verso gli altri.
I futuri pastori chiamati a questo hanno molti gli anni di formazione. Iniziano nell’intimità della famiglia e proseguono nella parrocchia, negli ambienti di formazione di ragazzi e giovani, infine in seminario.
La scuola formativa del seminario è essenziale per il futuro della Chiesa.
Nella solennità dell’Assunta viene celebrata in tutte le parrocchie da più di mezzo secolo la Giornata del Seminario per mettere a tema questo istituto, il più importante della diocesi. Una giornata per chiedere all'intera comunità di pregare, conoscere, sostenere il Seminario perché qui viene portata a pienezza, nel modo più specifico, la formazione dei sacerdoti.
Pregare col gemito insistente e con fiducia incrollabile che i giovani rispondano a questa vocazione quando sono chiamati e abbiano il necessario equipaggiamento per essere apostoli e pastori. Sarebbe destinata a perire una Chiesa nella quale non si avesse più la certezza che Dio chiama anche oggi a consacrare a Lui tutta la vita per il servizio del Regno. E' questa fede che stimola la preghiera per le vocazioni ed essa è il fondamento di ogni altra collaborazione.
Di cuore ringrazio tutti coloro che accolgono questo invito e chi nelle parrocchie mobiliterà le risorse migliori per far condividere anche ai numerosi ospiti della stagione estiva la preghiera intensa, la riflessione responsabile e l’aiuto generoso, anche quello materiale.
Belluno, 31 luglio 2005
+ Giuseppe, vescovo

venerdì 5 agosto 2005
AI MEMBRI DELL'ASSEMBLEA SINODALE
Dopo anni di preparazione, ci troviamo nella fase finale del Sinodo diocesano e Lei è membro dell’Assemblea sinodale. Tutti siamo nuovi a questa esperienza e la sentiamo come una chiamata dello Spirito.
Molti di Voi sono stati scelti mediante elezione e l’esperienza vissuta nelle parrocchie, nelle foranie e nella diocesi per procedere con votazioni alla costituzione dell’assemblea sinodale è stata un momento intenso di partecipazione alla vita della nostra Chiesa: sono riconoscente al Signore e a tutti i collaboratori.
Ringrazio Lei per quanto finora è avvenuto e per la disponibilità a partecipare a tutte le giornate del Sinodo.
Accompagno con questa lettera il fascicolo che ora Vi giunge: “Verso l’assemblea sinodale.
PER PREPARARCI AL SINODO”, preparato dal moderatore don Luigi Del Favero e dalla segreteria. Mi auguro che sia strumento di riflessione: le pagine sono ricche di spunti per sentirci chiamati a un progetto comune.
La presentazione del sussidio dice bene l’utilità di farci riflessivi. Ripeto l’invito a “pensare”: riflettere, leggere, studiare, diventare competenti.
Intensifichiamo la preparazione fatta soprattutto di preghiera.
La Vergine Maria, Madre della Chiesa, ci sia modello e ci accompagni. I Santi Martino, Vittore e Corona intercedano per noi.
Con affetto cordialmente saluto e benedico.
Belluno, 5 agosto 2005
Dedicazione della Basilica di S. Maria Maggiore
Madonna della Neve
+ Giuseppe, vescovo
AI RAPPRESENTANTI DELLE PARROCCHIE, ELETTORI DEI MEMBRI DELL'ASSEMBLEA SINODALE
Dopo anni di preparazione, ci troviamo nella fase finale del Sinodo diocesano e Lei è stato scelto dalla Sua parrocchia a partecipare alla riunione foraniale nella quale sono stati eletti i membri dell’assemblea sinodale.
Le parrocchie hanno scelto i rappresentanti e le elezioni foraniali sono state tutte un momento intenso di partecipazione alla vita della nostra Chiesa: sono riconoscente al Signore e a tutti i collaboratori.
Ringrazio Lei per quanto finora è avvenuto e per il contributo che potrà dare al Sinodo. Tutti i rappresentanti parrocchiali – dei quali abbiamo gli indirizzi regolarmente rilasciati – saranno invitati ai seguenti appuntamenti:
Sabato 24 settembre a Borca di Cadore nella chiesa di Nostra Signora del Cadore alla celebrazione presieduta da mons. Pietro Brollo, arcivescovo di Udine: «Tu non morirai mai! Messaggio al nostro territorio sulla custodia del Creato».
Domenica 16 ottobre nella cattedrale di Belluno: sessione di apertura dei lavori del Sinodo; sarà presente mons. Francesco Lambiasi, assistente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana.
Domenica 30 ottobre nella Concattedrale di Feltre: «L’identità cristiana, dono di una lunga storia: messaggio sulla cultura».
Domenica 4 dicembre, nella chiesa di Longarone: «La vocazione alla carità: messaggio sul volontariato». Sarà presente mons. Giancarlo Bregantini, vescovo di Locri.
Domenica 8 gennaio 2006, al palasport di Caprile: «Festa dell’accoglienza dei popoli: messaggio sulla missione».
Accompagno con questa lettera il fascicolo che ora Vi giunge: “Verso l’assemblea sinodale. PER PREPARARCI AL SINODO”, preparato dal moderatore don Luigi Del Favero e dalla segreteria. Mi auguro che sia strumento di riflessione: le pagine sono ricche di spunti per sentirci chiamati a un progetto comune.
La presentazione del sussidio dice bene l’utilità di farci riflessivi. Ripeto l’invito a “pensare”: riflettere, leggere, studiare, diventare competenti.
Intensifichiamo la preparazione fatta soprattutto di preghiera.
La Vergine Maria, Madre della Chiesa, ci sia modello e ci accompagni. I Santi Martino, Vittore e Corona intercedano per noi.
Con affetto cordialmente saluto e benedico.
Belluno, 5 agosto 2005
Dedicazione della Basilica di S. Maria Maggiore
Madonna della Neve
+ Giuseppe, vescovo
Domenica 7 agosto, Cima Grappa
XIX DEL TEMPO ORDINARIO
“Donaci, Signore, la tua presenza di pace”.
È Lui che ci sta parlando nella liturgia della Parola; è Lui presente sull’altare fra poco nella liturgia eucaristica.
Stiamo rendendo omaggio alle vittime della prima guerra mondiale su questo storico baluardo nei cimiteri italiano e austro-ungarico; ai caduti partigiani e alla tomba del gen. Viola.
Ora siamo nell’esperienza che fece Gesù sul monte: “salì sul monte, solo, a pregare”. Sul monte, come Elia sull’Oreb, nel mormorio di un vento leggero si incontra la presenza più decisiva per la nostra vita.
Per Gesù la solitudine sua era vita ricchissima del suo Spirito, concentrazione nella comunione con il Padre, per essere pronto a scendere sul mare di Galilea, dove le onde erano agitate dalla violenza del vento e i discepoli sono impauriti.
Anche noi vorremmo questo tipo di esperienza nella solennità della celebrazione che stiamo compiendo in suffragio di tutti i caduti. Siamo una moltitudine di persone di tante provenienze, ma vogliamo stare concentrati in noi stessi, in quella solitudine che vince le voci dell’esteriorità, pronti ad abitare con tutto il nostro “io” l’esperienza di trovarci davanti all’altare dove si rende presente e attuale il sacrificio che Cristo ha offerto al Padre, una volta per tutte, sulla Croce, in favore dell’umanità: con la S. Messa siamo sul monte ideale più alto della storia, il Calvario.
La Cima Grappa è stato un Calvario reale per migliaia di giovani e con la celebrazione eucaristica noi professiamo la nostra fede in Gesù morto e risorto che innesta nella sua passione, morte e risurrezione tutte le sofferenze e le morti di chi è caduto quassù.
Pensiamo alla preghiera dei combattenti e dei morenti, nella solitudine drammatica di chi chiama “mamma!” perché sente che nessuno può aiutarlo.
Nelle guerre i cristiani sentono di sopportare il dramma che sta in contrasto con la loro volontà di essere “costruttori di pace”; professano nella S. Messa non il Dio-con-noi, Gott mit Uns, che deve portare la vittoria a una parte, ma il Dio-per-noi, che in Gesù Cristo che muore e risorge innesta in sé ogni sacrificio umano per farci partecipi tutti della sua vittoria sulla morte. Questo nelle guerre mondiali che hanno ferito queste terre e nelle guerre e drammi di oggi.
Non è artificio di fantasia sentire su di noi gravi drammi, siamo su acque agitate e minacciose: possono essere problemi nostri personali, familiari; ma anche i problemi dell’umanità di oggi: a 60 anni, stati ieri, del tremendo scoppio dell’atomica, sentiamo tante minacce di violenza, di terrorismo e di guerra disseminarsi ovunque e pensiamo al numero incalcolabile di vittime che continuamente vanno ad assommarsi a quelle da noi conosciute e amate delle due guerre mondiali.
Come vorrei avere la santità del patriarca Sarto che qui venne il 4 agosto 1901 a benedire il sacello dedicato a Maria! E dire a nome di ciascuno di voi le parole di Pietro sulle onde agitate: «Signore, salvami!». Quando Papa Sarto morì presentiva “il guerrone” come egli ripeteva agli intimi; invano stava tentando di scongiurarlo. E il successore Benedetto XV sulla guerra che coinvolse anche l’Italia 90 anni fa: “Orrenda carneficina che disonora l’Europa”; “suicidio dell’Europa civile”; “la più fosca tragedia della follia umana”; fino alla famosa espressione: “Inutile strage”. E volle che i Vescovi seguissero con documentazione meticolosa l’evolversi delle vicende belliche: i vescovi del Veneto lo fecero con esemplare impegno e furono alleviati per opera della Chiesa tanti disagi.
La lettera apostolica di Giovanni Paolo II a 50 anni dallo scoppio della II guerra mondiale (1989) incomincia con le parole: “Mi hai gettato nella fossa profonda, nelle tenebre e nell’ombra della morte” (Sal 88). In quella lettera fa un appello all’Europa: “Sì, Europa, tutti ti guardano, coscienti che tu hai sempre qualcosa da dire, dopo il naufragio di quegli anni di fuoco: che la vera civiltà non è nella forza, che essa è frutto della vittoria su noi stessi, sulle potenze dell’ingiustizia, dell’egoismo e dell’odio, che possono giungere fino a sfigurare l’uomo”.

Domenica 14 agosto 2005, Nevegal
SANTUARIO IMMACOLATA DEL NEVEGAL
Porgo un riconoscente saluto a tutti voi, al rettore don Angelo Bellenzier, alla Comunità delle Suore, al diacono prof. Francesco D’Alfonso, ai numerosi collaboratori laici che amano il Santuario e lo dimostrano fattivamente.
Domani celebrerà la S. Messa il vescovo mons. Maffeo Ducoli che ha avuto l’ispirazione e la decisione di costruire questo santuario del quale lo scorso anno abbiamo festeggiato il primo decennio. A mons. Maffeo il ringraziamento per aver curato la biografia di mons. Giuseppe Pierobon che vogliamo ricordare con commosso suffragio in questa solenne S. Messa a nove mesi dalla morte e per la generosità che sempre dimostra verso il Santuario.
La prima lettura è tratta dal libro delle Cronache che fu scritto per glorificare il tempio di Davide, visto come simbolo perfetto dell’opera divina. Tempio e arca erano il preannuncio del tempio vivo dello Spirito che è Cristo insieme a tutti coloro che si edificano su di Lui.
Noi leggiamo in questo brano una «figura» di Maria, “Foederis Arca”, arca della nuova alleanza, arca della gloria di Dio.
Pensiamo al cammino che Maria ha fatto – proprio come l’arca nel racconto della prima lettura – portando nel grembo Gesù appena generato: arrivò per zone montagnose dalla cugina Elisabetta. È stato il primo cammino di un itinerario lungo che Lei visse anche nel buio della fede per giungere alla gloria di un corpo incorruttibile (II lettura).
Il richiamo che ci viene suggerito da queste letture ci riporta al viaggio che in queste ore centinaia di migliaia di giovani stanno vivendo per recarsi a Colonia, in Germania, per la XX Giornata Mondiale della Gioventù con il Santo Padre Benedetto XVI. Cresce il numero dei partecipanti da ogni parte del mondo – calcolato ormai a oltre 800.000 e alla celebrazione papale si calcola un milione di presenze, 100.000 italiani, alcune centinaia anche dalla nostra diocesi –, cresce l’intensità della risposta che tutti questi giovani danno all’invito di Giovanni Paolo II e del nuovo Papa. Ma è risposta prima di tutto al Signore. «Siamo venuti per adorarlo» è il tema della Giornata.
Benedetto XVI una settimana fa ha detto: «Tutta la Chiesa è spiritualmente mobilitata per vivere quest’evento straordinario». E ha sviluppato il tema: «Cosa significa adorare?»
Ha richiamato quella ben nota preghiera che si recita al mattino e alla sera: “Ti adoro, mio Dio, ti amo con tutto il cuore…”.
Nell’adorazione di Dio, soltanto di Dio, l’anima respira e trova la sua dignità e libertà. Adorare beni materiali significa restare schiavizzati; anche la relazione con le persone matura legami saldi e durevoli quando si adora Dio solo e in Lui si percepisce la dignità di ogni persona e il senso vero dei rapporti che instauriamo e che matureranno nella vita che non muore.
Solo amando Dio sopra ogni cosa ogni persona può realizzare pienamente se stessa.
Il Papa ha anticipato la grande proposta che lancerà a Colonia a tutti i giovani del terzo millennio: la santità vetta dell’amore.
Ha detto: «Chi più di Maria ci può accompagnare in questo esigente itinerario di santità? Chi più di lei ci può insegnare ad adorare Cristo? Sia Lei ad aiutare specialmente le nuove generazioni a riconoscere in Cristo il vero volto di Dio, ad adorarlo, amarlo e servirlo con totale dedizione».
Da questo santuario diocesano, davanti a tutti voi, facendomi voce vostra e di tutta la diocesi, ai nostri giovani che partono per Colonia e che ho incontrato due volte nell’impegnativo cammino di preparazione alla Giornata Mondiale della Gioventù, esprimo il saluto pieno di ammirazione e di speranza: voi rappresentate tutti noi che vogliamo essere con il cuore giovane accanto a voi.
Seguiremo le cronache dell’eccezionale avvenimento e faremo nostro l’appello che vi viene rivolto di dare «un impulso nuovo a un continente vecchio».
Preghiamo, per intercessione di Maria, che voi e noi possiamo trovare la felicità ascoltando la parola di Dio e osservandola (Vangelo). Questo volontà non è un fardello. È bello scegliere con libertà interiore di sentirsi amati da Dio e di amarlo con tutto il cuore. Che i giovani tornino da Colonia con la loro fede battesimale rinvigorita e pronta a confrontarsi con i modi di pensare e di comportarsi della nostra società. La Giornata Mondiale della Gioventù non potrà restare un fatto isolato: avrà l’energia di lievitare la vita d’ogni giorno e di portare a una mentalità nuova da maturare anche insieme agli amici che non hanno partecipato all’eccezionale appuntamento.
Tutti ci aspettiamo tanto da questa esperienza e vogliamo dire la riconoscenza per la Pastorale Giovanile diocesana, per associazioni, movimenti e gruppi che hanno mobilitato centinaia di nostri giovani e che accompagneranno poi il loro cammino. Un ricordo particolare e molto riconoscente ai sacerdoti che accompagnano la folta schiera.
Pensando al cammino verso Colonia, preghiamo per le vocazioni in questa giornata del Seminario. Diamo vigore alla risposta, ognuno alla sua vocazione, per dare vitalità alle nostre comunità cristiane e comunicare forza per le scelte coraggiose che i giovani saranno chiamati a compiere nella loro vita.

Lunedì 15 agosto 2005, Seren del Grappa
DECENNALE A SEREN DEL GRAPPA-PROCESSIONE
Il centro di Seren del Grappa mobilitato da mesi e mesi.
Un comitato per i festeggiamenti che ha avuto generosa collaborazione nell’allestimento di molti appuntamenti: una mostra sull’emigrazione (“La valigia in mano”), altre mostre di artisti; serate di folklore, giochi, gare.
Tutto questo fermento, apprezzato da gente di Seren che viene da lontano e da tanti visitatori, ruota intorno al vero motivo della festa: rendere omaggio alla Madonna. E per la mobilitazione risale a molti mesi fa: migliaia di fiori predisposti e chilometri di catene; archi e addobbi.
Parrocchia di Maria SS. Immacolata. Dal 1785.
La prima in diocesi.
Pestilenze del 1836 e 1855.
La statua: umile ancella.
Cammina accanto…
Parroco al primo voto: Francesco da Cortà; al secondo voto: Francesco Menegoni.
Un annuncio (evangelizzazione); primo annuncio.
Lucia Rech (sr. Maria Ancilla):
«O Immacolata di Seren, noi siamo tanti ditratti da te, ma tu non losei da noi, grazie, grazie. Noi soffriamo lontano da te; ma tu prendi questa sofferenza e questi mali e, a nostra insaputa, li passi a Gesù. Per sua grazia si trasformeranno in merito, in pace: a nostra insaputa».
Il Papa ha anticipato la grande proposta che lancerà a Colonia a tutti i giovani del terzo millennio: la santità vetta dell’amore.
«La fede non è un fardello; la Chiesa non è vecchia; non distribuisce una minestra riscaldata».
Ha detto: «Chi più di Maria ci può accompagnare in questo esigente itinerario di santità? Chi più di lei ci può insegnare ad adorare Cristo? Sia Lei ad aiutare specialmente le nuove generazioni a riconoscere in Cristo il vero volto di Dio, ad adorarlo, amarlo e servirlo con totale dedizione».

Martedì 16 agosto 2005, Cavarzano
ESEQUIE MONSIGNOR EMILIO DEL DIN
Rm 14, 7-12
Gv 6, 51-59
«Fratelli, nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore».
Questa Parola di Dio è illuminante.
Ci insegna che la vera e più consistente opposizione non è fra vita e morte, ma fra l’orientamento fondamentale che dà significato al nostro vivere e al nostro morire: “per il Signore” oppure “per noi stessi”?
Per colui che appartiene al Signore né vita né morte hanno una diversità fondamentale, dal momento che Gesù Risorto è il Signore dei vivi e dei morti.
L’appartenenza a Cristo di noi cristiani è costituita dal Battesimo; è perfezionata dalla Cresima e cresce partecipando all’Eucaristia.
Emilio Del Din ha avuto i sacramenti dell’iniziazione cristiana (Battesimo, Cresima, Eucaristia) nella parrocchia di Rivamonte comunità allora guidata da D. Giovanni Ren, sacerdote che coltivò numerose e ottime vocazione sacerdotali; è cresciuta in una famiglia dove un altro figlio divenne sacerdote – don Pietro morto il giorno di Natale 2001. La memoria della famiglia e della parrocchia di origine ci porta e ricordare con riconoscenza, oltre al parroco e il fratello sacerdote, anche la sorella Marcella che lo seguì nei vari ministeri.
Essere del Signore…
Il legame con Cristo assume una configurazione particolare nella persona del sacerdote: egli non vive per se stesso in una modalità sua propria, poiché è del Signore in modo unico.
Don Emilio ebbe l’ordinazione sacerdotale da mons. Girolamo Bortignon il 3 giugno 1944 insieme ad altri nove giovani: erano quell’anno 7 sacerdoti novelli nella diocesi di Belluno e 3 nella diocesi di Feltre. Da allora, per 61 anni ha celebrato i sacramenti impersonando Gesù Cristo. Ha detto : «questo è il mio corpo, questo è il mio sangue»; ha sciolto un numero incalcolabile di anime dai pesi che condizionano la vita più di ogni altra difficoltà: «Io ti assolvo dai tuoi peccati»; ha accompagnato la crescita spirituale dei battezzati; ha aiutato, nella risposta alla chiamata del Signore, ragazze e giovani generosi.
Il brano di Vangelo che abbiamo ascoltato fa pensare a quel momento sul quale ruota tutta la vita del sacerdote: la S. Messa, soprattutto quella domenicale. (Negli ultimi tempi, quando sentiva suonare le campane, si avviava istintivamente alla porta di casa per raggiungere la chiesa). Nella Messa la persona del sacerdote è unita a Cristo e risplende la realtà oggettiva della sua vita: nessun sacerdote vive per se stesso e nessuno muore per se stesso. Servo di Cristo, è al servizio della comunione con il «pane di vita e di risurrezione».
Questa identità con il Signore è poi vissuta da ogni prete in un modo proprio a ciascuno: secondo le caratteristiche originali della persona ed il servizio richiesto dalla Chiesa. Così è stato di Don Emilio: ha accettato di svolgere nella Chiesa locale servizi delicati e pesanti, che esigevano prudenza e fortezza d’animo: li ha affrontati con volontà ferma, con introspezione acuta su situazioni e persone.
È stato servo buono e fedele.
Con i colleghi di ordinazione e con molti sacerdoti sostenne amicizie cordiali, in conversazioni serene e argute, trasmettendo desiderio di amicizia e uno stile di vita comunionale che aveva sperimentato nella parrocchia di origine e in contatto con don Bernardo Tomaselli quand’era suo cappellano.
Era parco di confidenze, pur nell’affettuosa cordialità, e molti di noi hanno ricordi vivi della sua conversazione, spesso aiuto rasserenante nelle nostre difficoltà. Vogliamo tutti, noi del presbiterio, sentire quanto è importante dare respiro al nostro bisogno di compagnia nella fraternità sacerdotale prima che in altri ambiti.
Appartenere a Cristo, vivere e morire per il Signore, è far crescere il nostro legame nel presbiterio della Chiesa locale.
Sul santino ricordo della sua consacrazione e della prima Messa (nel giugno 1944) pose una frase della lettera a Timoteo: “Mi ha stimato degno della sua fiducia”.
Sì, don Emilio ha sentito la dignità di essere fiduciario del Signore, ma con senso di umiltà. Soprattutto ha dimostrato di dovere a Lui e alla Chiesa un’obbedienza generosa per servire il Regno di Dio: questa obbedienza è stata particolarmente evidente nell’affrontare, dal 1966, i problemi di questa parrocchia dove entrò in forma dimessa; e nel lasciare il ministero di parroco nel 1993. 27 anni come parroco e altri 12 anni come collaboratore.
Scriveva sul suo primo bollettino parrocchiale qui a Cavarzano: «I primi passi sono difficili per voi e per me… suggeriscono al sacerdote tanta prudenza e pazienza…». Questa chiesa e il centro parrocchiale sono realtà materiali che resteranno simbolo della vitalità della parrocchia e dell’assiduo lavoro spirituale che don Emilio ha svolto per edificare la comunità viva di famiglie e di persone da lui accostate con assiduità e amore.
Mons. Emilio Del Din è morto nel cuore della notte assistito con amore da don Luigi Soccol.
Nella sua devozione a Maria, che tante volte ha pregato davanti a questa immagine della sua chiesa, è vissuto secondo le parole espresse nel testamento dal suo coetaneo Giovanni Paolo II, classe 1920: «Ognuno deve tener presente la prospettiva della morte. E deve esser pronto a presentarsi davanti al Signore e al Giudice – e contemporaneamente Redentore e Padre. Allora anch’io prendo in considerazione questo continuamente, affidando quel momento decisivo alla Madre di Cristo e della Chiesa – alla Madre della mia speranza».

venerdì 19 agosto 2005, Belluno
UNITALSI, IL SALUTO DEL VESCOVO
Ai pellegrini dell’UNITALSI a Lourdes Settembre 2005
Saremo insieme a Lourdes. Ognuno portando nel cuore persone e intenzioni di preghiera. Ci accompagneremo alle tante persone del treno e sull’aereo, ma ognuno di noi sente anche la presenza di quanti si sono affidati alle sue preghiere.
Dico a me e a voi di vivere il pellegrinaggio come un servizio soprattutto agli ammalati e a quanti hanno gravi problemi familiari e personali. Il chiedere in favore di altri ci conforma e ci unisce alla preghiera di Gesù, che intercede presso il Padre; ci fa sentire in intima condivisione con Maria nostra avvocata, ausiliatrice, soccorritrice e mediatrice.
Il tema proposto quest’anno «VENITE A ME VOI TUTTI… I malati e coloro che li accompagnano» ci fa consapevoli che il viaggio a Lourdes va sentito come esperienza che ci conduce dentro di noi. Nell’interiorità noi abbiamo la chiamata a diventare come il Signore ci vuole: itineranti nel suo amore e nell’aiuto reciproco.
Il vangelo ci chiede di incontrare Gesù in chi ha bisogno di aiuto. Incontrando Lui, scopriremo malattie nascoste dentro di noi e ci sentiremo noi stessi bisognosi di aiuto. Accogliamolo rendendoci docili alle ispirazioni interiori: senza dubbio ci verrà anche attraverso la testimonianza degli ammalati che diventeranno nostri accompagnatori.
Questo tema del pellegrinaggio lo vogliamo collegare con la preghiera per il Sinodo che avrà entro poche settimane la sua conclusione.
Nel tema della vita, voluto dal vescovo Vincenzo a seguito dell’anno del “vedere”, è presente la diagnosi di molte malattie che portano alla morte. Vogliamo essere comunità cristiana che si mette sempre più in ascolto di Colui che è “via, verità e vita”: Egli ci ama e dice “Tu non morirai mai”. Lo dice alle persone, alle famiglie, alle comunità della nostra terra di montagna.
Ascoltando come per la prima volta questo annuncio straordinario sentiremo qual è la missione nostra e della Chiesa: portare speranza e vita facendo entrare sempre di più nella nostra mentalità che siamo tutti chiamati alla vita eterna.
Pur ammalati e zoppicanti, se la direzione del cammino sarà questa, noi faremo tanta strada, ci troveremo bene e saremo con il Signore.
Siamo nell’anno dell’Eucaristia voluto da Giovanni Paolo II. Già in primavera siete stati a Loreto e mi avete chiesto una preghiera su questo tema. La ripropongo con qualche variante per il nostro pellegrinaggio.
Con affetto vi saluto e benedico. La gioia del Signore sia la nostra forza.
Belluno, 19 agosto 2005
PREGHIERA DEL VESCOVO PER IL PELLEGRINAGGIO A LOURDES
O Signore,
perché noi tutti ricevessimo in te l’adozione a figli,
Maria, tua Madre, Vergine Immacolata,
ti ha offerto il suo grembo verginale
ed è diventata Vergine e Madre, figlia del suo Figlio.
Nell’Eucaristia, “Mistero della fede”,
ci innesti nel mistero della tua vita
e diventiamo eredi della tua gloriosa risurrezione.
Aiutaci a vivere la comunione con te
assimilando la nostra vita alla tua.
Fa’ che possiamo accogliere l’invito di Maria:
“Fate quello che vi dirà”,
rimanendo fedeli ogni domenica
a quanto ci hai detto nell’Ultima Cena:
“Fate questo in memoria di me”.
Che possiamo rendere la nostra vita come la tua:
“Pane spezzato” e “Sangue versato”
spendendoci nell’amore.
Diventati in te una cosa sola,
sospinti dal vento dello Spirito Santo,
possiamo camminare sinodalmente
e sentire l’urgenza di essere missionari
per donare agli altri, a gloria di Dio Padre,
quello che gratuitamente abbiamo ricevuto.
Maria, Vergine Immacolata, prega per noi

26 agosto 2005, Canale d'Agordo
LE PAROLE DI BENVENUTO E DI PRESENTAZIONE DI MONS. MAGAROTTO
Siamo riconoscenti per avere Sua Eccellenza mons. Alfredo Magarotto a presiedere la celebrazione, ogni anno solenne e partecipata, del 27° anniversario dell’elezione di Papa Giovanni Paolo I. A nome della Diocesi e di tutti voi lo ringrazio.
Vi saluto tutti con affetto; dico all’arciprete di Canale don Sirio Da Corte e a tutti i suoi collaboratori la riconoscenza per questa celebrazione e per come è stata spiritualmente preparata; saluto il sindaco di Canale, gli altri sindaci, le autorità.
Mons. Alfredo Magarotto, vescovo emerito di Vittorio Veneto, è stato per 8 anni successore di mons. Albino Luciani nella diocesi di S. Tiziano e il popolo cristiano da lui guidato ha sempre riconosciuto in lui tratti di somiglianza con il futuro Papa: pastore umile, attento all’essenziale, desideroso di incontrare e servire le persone nel nome del Signore.
Un dato importante della vita di mons. Alfredo è la lunga collaborazione, anche come Vicario Generale, offerta al vescovo di Padova mons. Girolamo Bortignon, che a 39 anni fu nostro vescovo, per un quinquennio. Di lui ricorre quest’anno il centenario della nascita e qui lo ricordo, a nome della diocesi, con ammirazione e riconoscenza per l’opera svolta durante i tormentati anni 1944, 1945 e nell’immediato dopo guerra. Apprezzò e sostenne l’opera di mons. Augusto Bramezza, autorità indiscussa in Valle del Biois, che rimase con la gente a far fronte alle drammatiche situazioni soprattutto dopo il 20 agosto 1944 (e subito il vescovo Girolamo venna a Caviola e Canale per incontrare la popolazione colpita e dare il sostegno al parroco). Fu mons. Bortignon a scoprire e valorizzare i talenti di don Albino e a volerlo suo primo collaboratore. È stato lui a formare la personalità di mons. Magarotto negli anni lunghi e fecondi del suo episcopato a Padova.
Eccellenza, noi di Canale, con tutti coloro che hanno conosciuto da vicino Papa Luciani, vogliamo vivere questa celebrazione pensando all’esemplarità evangelica di don Albino. Egli desiderava far crescere la santità di tutti i battezzati: la santità umile, ordinaria, nascosta.
Alla sua scuola siamo meno preoccupati di conoscere clamorose notizie sulla sua causa di beatificazione e siamo più attenti alla santità da riconoscere e promuovere in noi e attorno a noi.
Tre anni fa, quando qui mons. Vincenzo Savio annunciò l’avvio della causa di canonizzazione, diede con vigore l’impostazione che Albino Luciani maggiormente avrebbe desiderato e ispira in noi: “passare da una Chiesa tentata di ostentare i segni del potere a una Chiesa capace di mostrare il potere dei segni della fraternità e del servizio”.
La ringraziamo di aver accettato con fraternità di essere qui tra noi e vogliamo lasciarci intimamente guidare da Lei nell’ascolto della Parola di Dio e nella celebrazione dell’eucaristia per innestare la nostra vita nel sacrificio del Calvario e metterla sotto il potere dei segni sacramentali.

Estate
SALUTO DEL VESCOVO
Carissimi Ospiti della nostra Provincia dolomitica,
a nome di tutte le comunità cristiane della diocesi di Belluno-Feltre vi do il benvenuto, augurandovi di poter ritemprare le energie a contatto con le nostre montagne e con la nostra gente, che mi auguro sia tutta accogliente e ospitale.
Certamente vogliono essere cordialmente aperte a voi le parrocchie che vi ospitano soprattutto la domenica per la celebrazione della S. Messa, ma anche negli appuntamenti feriali di preghiera o di riflessione. E sento subito il bisogno di dirvi la riconoscenza: voi animate la vita delle nostre comunità portando presenze ed energie anche all’interno delle parrocchie. Molti di voi sono stabilmente ospiti della nostra terra e hanno propria abitazione tra noi. Frequentandoci durante i prossimi mesi, sarete a contatto con il cammino straordinario che la nostra Chiesa sta compiendo: il Sinodo.
Voglio assicurarvi che in tutta la consultazione preparatoria a questo importante appuntamento abbiamo tenuto molto presente la nostra vocazione all’ospitalità e allo scambio di fede e di cultura con chi viene a vivere con noi la bellezza e salubrità delle vallate che abitiamo. Sarà dunque un grande dono se anche voi “camminate insieme” (sinodo) nel tempo che trascorrerete qui: potrete dare apporti provenienti dall’esperienza delle Chiesa a cui appartenente o comunque da una sensibilità che ci arricchisce.
Tema dominante della vita della nostra Chiesa in Sinodo è: “Chi ama dice: tu non morirai mai”. Chi ama la natura, la difficile vita in montagna, lo splendore dei monti e delle rocce, sente di dire a tutti e a tutto: Non siamo destinati a morire. Siamo creati per vivere e per salvaguardare e vivificare tutti i doni della natura: vogliamo respirare e coltivare la certezza che siamo fatti per la vita e per la felicità.
Un poeta fiammingo conclude una poesia sul girasole con questi versi: «…lui sempre cerca i raggi del sole. / Ah, se fossi come quel fiore / in tutto il mio agire, / nei timori e nelle afflizioni, / dentro casa e fuori... / Buio e tristezza sovente / m'avvolgono: mali antichi / e nuovi, ferendomi l'anima, / mi abbattono: / ma alla fine, o Dio, la mia oscurità / volgendosi a Te ritrova la luce, / i miei occhi chiusi ti vedono, / nuovamente respiro alla chiarità del sole» (Guido Gezelle).
A tutti questo cordiale augurio: di respirare nuovamente e sempre “alla chiarità del sole”.
Vi benedico.
+Giuseppe Andrich
Vescovo di Belluno-Feltre

17 settembre 2005, Canale d'Agordo
OMELIA AI FUNERALI DI DON GIOVANNI BATTISTA
“Spero nel Signore: i miei occhi vedranno il suo volto”.
In questa chiesa di S. Giovanni Battista don Giovanni Battista Lucchetta è stato battezzato, ha ricevuto la cresima, la prima comunione, ha celebrato la prima S. Messa.
Qui ha alimentato la fede e la speranza; ha compreso cosa significa essere realmente “figli di Dio” e consacrare la vita perché altri sentano quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati “figli di Dio” ed esserlo realmente.
Da questa chiesa, dove è ritornato anche nella solennità dell’ultimo “S. Giovanni”, è partito per il lungo percorso di 56 anni di sacerdozio, vissuti in fedele servizio, in attesa di avere la manifestazione di ciò che in terra non può essere pienamente rivelato.
E noi qui invochiamo il Redentore perché don Giovanni entri nella piena manifestazione di Dio per essere simile a lui vedendolo come egli è.
Che i suoi grandi occhi vedano il volto del Signore.
Nel salmo che ci ha fatto ripetere: “Spero nel Signore: i miei occhi vedranno il suo volto” noi abbiamo sentito le antiche parole: “Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la dolcezza del Signore e ammirare il suo santuario”. Le possiamo considerare parole divenute programmatiche per questo sacerdote che ha curato le chiese di pietra delle comunità che ha servito, perché sentiva che in quello spazio si svolgevano i momenti più alti del suo compito per far crescere la fede e la speranza dei figli di Dio. È facile immaginare che uno dei giorni più intesi di tutta la sua vita sia stato l’11 agosto 1968, quando mons. Albino Luciani consacrò la nuova chiesa parrocchiale di Frassenè che la comunità guidata da don Giovanni aveva portato a compimento. Don Albino: lo considerò sempre il suo maestro ed educatore impareggiabile; su lui profetizzò grandi cose: quelle avveratesi le conosciamo, altre oggi sono avviate e auspicate dalla Chiesa, ma lui le aveva preannunciate ancora 27 anni fa.
È morto verso la fine dell’anno consacrato da Giovanni Paolo II all’eucaristia. Il vangelo ci ha detto: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna, io lo risusciterò”. Conosco direttamente dal racconto don Giovanni faceva che la sua vocazione è nata e si è alimentata in una famiglia che aveva saldissima la fede nella vita che non muore e poneva al primo posto la partecipazione alla Messa domenicale. Di sua mamma Ermenegilda, morta a 77 anni nel 1966, scrisse sull’immagine ricordo: “sempre vicina a noi con la tua presenza illuminata, forte e soave; tu vivi nella pace eterna; ti vediamo ancora pregare, soffrire, amare; aiutaci a chinare il capo ai voleri divini e a raggiungerti”. A questa donna forte egli attribuiva la sua vocazione e la saldezza di principi cristiani di tutta la grande famiglia Lucchetta che ha raggiunto anche il continente americano. Se non coltiviamo nelle famiglie una mentalità cristiana che porta a una fede certa nella vita eterna, se non pensiamo le scelte della vita a partire da questa meta, non chineremo il capo ai voleri divini, la vita non sarà sentita come vocazione, sarà difficile dare un senso al nostro vivere.
E la S. Messa domenicale è l’esperienza che ci alimenta per la vita eterna: “Chi mangia questo pane vivrà in eterno”. I parrocchiani di don Giovanni sentivano che il cardine della sua vita e l’appuntamento che desiderava fosse percepito da tutti, perché di tutti si sentiva parroco, era quello della domenica. La civica amministrazione di Cibiana, nel 40° del suo sacerdozio, espresse in un indirizzo di omaggio questa chiara percezione, citando una frase del grande parroco don Primo Mazzolari e applicandola all’impostazione pastorale di don Giovanni: “Ognuno nei nostri paesi, anche se non credente, è parrocchiano”.
Da mamma Ermenegilda alla mamma celeste: sul santino ricordo del suo trentesimo di sacerdozio scrisse la parole pronunciate da Papa Luciani all’inizio del suo pontificato: “La Vergine che ha guidato con delicata tenerezza la nostra vita di fanciullo, di seminarista, di sacerdote … continui a illuminare e a dirigere i nostri passi”. Le parole del suo maestro divennero sue e noi affidiamo le nostre preghiere di suffragio all’intercessione di Maria, fulgida stella di ogni vita sacerdotale e di ogni vocazione cristiana.
17 settembre 2005, Basilica - Santuario dei SS. Vittore e Corona
INTERVENTO ALLA CERIMONIA DI PRESENTAZIONE DEI RESTAURI ULTIMATI
Esprimo riconoscenza ai presenti, alle autorità, a quanti hanno contribuito all’importante restauro splendidamente illustrato in questa inaugurazione. Sottolineo quanto diceva il moderatore, il prof. Gabriele Turrin: dobbiamo esprimere gratitudine alle numerose persone che hanno sostenuto i restauri in semplicità e silenzio.
Questo momento importante per la nostra terra mi fa rivolgere parole di apprezzamento per quanto è stato fatto in Provincia dalla presidenza di Oscar De Bona e che è ora continuato dalla presidenza di Sergio Reolon e dall’Assessore per la cultura a favore dei “Tesori d’arte”; pure nel Comune di Feltre si moltiplicano le iniziative per valorizzare i beni artistici e quindi esprimo riconoscenza al Sindaco Brambilla e all’Assessore alla cultura. Ringrazio tutte queste persone costituite in autorità per la loro presenza.
Un “grazie” vivissimo ai Rettori del Santuario: a Mons. Attilio Minella, (sotto il suo rettorato sono inziati i lavori di restauro), a Mons. Secondo Dalla Caneva che ha organizzato e aperto con il suo intervento questa inaugurazione; a don Aldo Giazzon. Le realizzazioni importanti di questi anni e l’animazione delle iniziative del Santuario hanno il contributo valido e competente del Consiglio di Amministrazione che ringrazio di cuore. Così esprimo riconoscenza alla dott. Anna Maria Spiazzi, Soprintendente per il patrimonio storico, artistico e etnoantropologico per le province di Venezia, Padova, Belluno e Treviso; alla Prof.ssa Pinin Brambilla Barcilon e la sua équipe; ai tanti benefattori e in particolare la Fondazione Cassa di Risparmio di Verona, Vicenza, Belluno e Ancona.
Sento doveroso il riferimento a quanto mons. Giulio Perotto scriveva, nell’anno 2000, presentando la pubblicazione di Mons. Attilio Minella dedicata a “Il Santuario dei Santi Martiri Vittore e Corona – Feltre”. Allora l'opera di restauro degli affreschi era appena iniziata.. Rifacendosi a versi danteschi del canto 31° del Paradiso li commentava così: "Il visitatore, devoto pellegrino e curioso turista che sia, una volta entrato nel Santuario, non potrà non rivivere la profonda esperienza di Dante Alighieri". Quale esperienza? Quella che Dante aveva provato
“quasi pellegrin che si ricrea
nel tempio del suo voto riguardando
e spera di ridir com'ello stea”.
Anche noi questa sera, a lavori ultimati, ci ricreiamo riguardando la straordinaria armonia di forme e di colori che è stata raggiunta e coltiviamo le emozioni in noi per “ridirci” quanto stiamo vivendo e comunicarlo ad altri.
Proviamo godimento estetico di fronte alle meraviglie che ci circondano. Ogni opera d'arte va vista e ammirata con una analisi che passa dal particolare all'insieme: all’insieme del ciclo pittorico; all’insieme della mirabile architettura; all’insieme dello spazio così come qui è stato animato e vissuto da secoli, con la dinamica ascensionale che dall’ingresso per il portale, con la salita dei dieci gradini, ci fa assorbire nella magnificenza dell’aula ed elevare lo sguardo soprattutto verso la volta stellata del martyrium. Architettura e affreschi ci fanno sentire che simbolicamente qui s’ingloba la dimensione cosmica, il mistero della sua bellezza e del suo Autore, come dalla iscrizione in lettere arabe della frase coranica di uno dei capitelli centrali: (“Al Mulko Lilàh”) L’universo è di Dio.
Qui sentiamo che le forme architettoniche del tempio, gli affreschi, le icone, gli oggetti di culto non sono semplicemente riuniti come gli oggetti in un museo, ma come le membra di un corpo, vivono di una medesima vita misterica, sono integrati al mistero liturgico.
Ritengo quindi compito mio, di vescovo, sottolineare che la contemplazione estetica di questa Basilica Santuario ha il suo apice nei divini misteri che qui si celebrano, in funzione dei quali questi affreschi sono stati dipinti.
E infatti Dante, nella terzina successiva a quella sopra ricordata, descrivendo i beati della candida rosa dice di aver visto volti che persuadevano all’amore e alla carità, illuminati dalla luce di Dio e da intima gioia, manifestando atti e portamenti di onestà, serenità, di compostezza e pace interiore.
Vedeva visi a carità suadi,
d'altrui lume fregiati e di suo riso,
e atti ornati di tutte onestadi.
Negli affreschi appena restaurati straordinaria è la presenza di santi, in primis dei Martiri Vittore e Corona.
Esprimo la fede mia e di quanti partecipano, da epoca immemorabile, alle liturgie in questo luogo: ci sentiamo al seguito di questi beati in una processione interminabile. Insieme alla dimensione “ascensionale” c’è qui quella “peregrinante” delle generazioni che si susseguono sostenendosi nel cammino, incontrandosi nei templi e nei santuari per sentire la compagnia di chi ci sta accanto e di chi è andato avanti. La pregnante bellezza di questo Santuario fa infatti risplendere in noi il destino che abbiamo di poterci “fregiare di altrui lume” irradiando letizia. Tutto questo non è suggestione emotiva, ma ci viene oggettivamente donato nella liturgia e può essere coltivato in atti di pietà.
Certamente dunque va il plauso convinto alle iniziative (come alle visite guidate) che favoriscono la contemplazione degli affreschi e del Santuario.
E nello stesso tempo l'esperienza dell'estetico, dentro la quale prende corpo l'originaria apertura della coscienza alla spiritualità del sensibile, ci avvia all’evidenza simbolica di un mondo “altro”, dell’altrui lume.
Anche dalla contemplazione estetica nasce dunque l’auspicio che qui la vita spirituale e liturgica possa svolgersi con sempre maggior intensità e faccia nascere il desiderio di condividere con altri la propria esperienza interiore.
Quest’ansia sarà oggetto particolarissimo dell’imminente Sinodo diocesano nel quale non potrà mancare il senso di gratitudine per la cultura cristiana della nostra terra e i conseguenti impegni:
1. di valorizzare la forza evangelizzatrice delle nostre più belle chiese, veri tesori d’arte;
2. di condividere l’imperiosa necessità di celebrare in splendore e bellezza le nostre liturgie.
Questo mi fa esprimere anche il desiderio, credo condiviso dal nostro popolo, che la vita insieme non sia impostata solo su comunicazioni intellettualistiche, ma in momenti di profonda sintonia capaci di promuovere concordia e volontà di far progredire la nostra terra in tutte le dimensioni.
Un sentito “grazie” a tutti.

23 settembre 2005, Feltre
OMELIA PER IL 60° CSI
Vi saluto con riconoscenza.
Saluto il presidente nazionale del Centro Sportivo Italiano Edio Costantini, il presidente del CSI di Feltre Enrico Brambilla e il Comitato che cura la celebrazione del 60°, il presidente e il consulente regionale.
Questa celebrazione, insieme ad altre iniziative e alla pubblicazione curata da Raffaella Gabrielli, ci fanno vivere un’esperienza che innesta il presente nella vitalità ecclesiale di Feltre.
Sono qui per esprimere la riconoscenza dei vescovi miei predecessori verso i protagonisti di questa storia che ha 60 anni e verso tutti coloro che hanno partecipato e partecipano alla vita del CSI. Tra i premiati di questa sera c’è mons. Giulio Perotto: siamo nella sua casa dove è nato ed è ospitato il CSI che ha trovato in lui, oltre che ospitalità generosa, l’impulso per svilupparsi precorrendo i tempi. Gli altri premiati sono Alberto Brambilla – che saluto come sindaco insieme alla cittadinanza qui presente – e l’US Cesio.
In questa S. Messa Vi sento partecipi dell’atto di ringraziamento per tutti i doni che il Signore ha dato a generazioni di feltrini attraverso la vostra corresponsabilità e insieme vogliamo pregare perché fede diventi operosa sempre, in tutte le stagioni della vita.
Le letture scelte per questa celebrazione ci danno la Parola certa che offre orientamento e sostegno per dare senso alla vita.
Il vangelo (Mt 10,28-32): anima e corpo, interiorità e completezza della persona nella dimensione fisica, ma necessità di stabilire la gerarchia tra le dimensioni della nostra persona. È uno stile di vita da far valere; è la salvezza della nostra anima il problema; questa l’impostazione ci fa capaci riconoscere il nostro Salvatore davanti agli uomini e saremo da lui riconosciuti quando giungiamo al traguardo.
Il traguardo: nella prima lettura (Fil 3,12-15) siamo invitati ad essere sempre protesi verso il futuro, a correre verso la meta per arrivare al premio. Ne siamo convinti? Soprattutto chi ha sviluppato il suo fisico con lo sport sente il dramma di sperimentare il declino delle energie, ma porta in sé, come esperienza vitale, la passione di protendersi al premio che sarà dato non solo all’anima ma al corpo nella risurrezione finale. Queste certezze qualificano la nostra vita di cristiani, sono state e rimangono l’ispirazione più determinante per l’impegno di promozione di tutta la persona.
Ed ecco la grande affermazione del salmo che abbiamo ascoltato: “Che cosa è l’uomo? L’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato”.
Sulla pubblicazione che oggi viene consegnata al pubblico con la storia di questi 60 anni, ci sono parole che augurano “di continuare a proporre con efficacia i ritmi tonificanti di attività sportive che danno scansioni di maturazione umana e spirituale: il corpo, la mente, il cuore, le relazioni richiedono tempo, logica di squadra, pazienza e allenamenti disciplinati per promuovere le persone in tutte le potenzialità e imprimere un ordinato sviluppo ai nuovi modelli di convivenza”. Ma voglio dare autorevole sostegno a questo augurio.
Il 25 giugno scorso, alla vigilia dell’incontro con il Papa in occasione del 60°, il presidente Edio Costantini, che ha guidato il CSI nel Giubileo del 2000 e che è stato riconfermato per il nuovo quadriennio, in una intervista al quotidiano Avvenire ha fatto affermazioni che voglio cogliere come lezione e augurio per le nostre parrocchie in condivisione con voi.
“Lo sport è per noi propedeutico a un cammino di fede. … Oggi c’è un grande ritorno allo sport come strumento per aggregare ed educare. … L’attività sportiva educa ad assumere uno stile di vita, a prendere in mano la vita. Lo sport fa miracoli, se promosso in questa chiave. Un detenuto, condannato a 30 anni, che sta in una nostra società sportiva all’interno di un carcere, ha detto che questa attività per lui è un appuntamento prezioso, che lo migliora e lo fa crescere. «Peccato non aver incontrato lo sport prima di entrare qui dentro», è stato il suo commento. Bellissimo, ma anche drammatico.” Cogliamo questa esperienza sentendola rappresentativa di molte forme di imprigionamento che attentano allo sviluppo della persona giovane. Che i nostri giovani possano incontrare lo sport prima di essere irretiti da forma di schiavitù.
Signor presidente, tutti voi del CSI di ieri e di oggi, grazie di richiamarci con la vostra presenza queste prospettive di speranza e di impegno per formare, soprattutto nelle parrocchie, le nuove generazioni perché siano “incoronate di gloria e di onore”.

Sabato 24 settembre 2005, Borca di Cadore
MESSAGGIO SINODO
In questa splendida località, siamo accolti e salutati dalle meraviglie della natura, dal gioioso suono delle campane, dalla festosa accoglienza. Un grazie di cuore al presidente della Commissione sinodale per la Liturgia – D. Davide Fiocco – e a tutti i collaboratori.
A nome della diocesi saluto e ringrazio l’arcivescovo mons. Pietro Brollo e tutti i convenuti. In particolare il Presidente della Provincia Sergio Reolon; il rappresentante dell’Amministrazione comunale di Borca di Cadore; le autorità; i membri dell’assemblea sinodale; i giovani guidati dalla Pastorale giovanile che riceveranno il mandato; i rappresentanti della zona n. 1 e delle altre zone sinodali.
Oggi facciamo i primi passi che inaugurano il percorso finale del Sinodo diocesano. Ma sentiamo che è sempre l’amore del Signore a fare il primo passo per mettersi al nostro fianco.
Due momenti della nostra storia recente vissuta con il Vescovo Pietro ci fanno sentire che il Signore ci precede e ci guida.
Il primo: l’esperienza giubilare e in particolare l’indimenticabile Purificazione della memoria nella chiesa di Longarone l’11 aprile del 2000. Sul punto più elevato di quella chiesa - monumento nella quale simbolicamente si concentrano le contraddizioni della nostra storia, del nostro vivere, del nostro rapporto con il creato, abbiamo riconosciuto gli errori con umile sentimento.
I passi di oggi, vogliono essere umili e penitenti, ritmati su quella esperienza.
Il secondo momento: la Pentecoste, 11 giugno del 2000, quando con il voto dell’assemblea dei Consigli Pastorale e Presbiterale, il Vescovo Pietro ha deciso di celebrare il Sinodo. Attualizzando la parola dell’apostolo Paolo potrebbe dire: «Io ho piantato, Vincenzo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere» (1Cor 3,6). Tutti, quanti sono coinvolti nel cammino sinodale, il segretario e il moderatore, io successore dei due vescovi, tutti sentiamo che l’impresa del Sinodo è Dio che a farla crescere. Camminiamo dunque in riconoscenza e responsabilità. La chiamata è grande; ancora più grande e difficile sarà rinnovarci e rinnovare la nostra Chiesa secondo il soffio dello Spirito.
Ci conforta essere sostenuti dalla preghiera di tante persone: famiglie e bambini, persone consacrate, le monache di Vedana, infermi e sofferenti che mi hanno assicurato la loro spirituale partecipazione.
La convocazione di oggi ci faccia dissetare in una corale esperienza di parole, di canti, di silenzi. Dissetarci ad acque pure e zampillanti come quelle delle nostre montagne. In questi ultimi anni molte voci si levano per dire: «Se le guerre del secolo scorso sono state combattute per il petrolio, quelle del secolo prossimo avranno, come oggetto del contendere, l'acqua». Cresce la consapevolezza del rischio che questa creatura di pace e di vita possa paradossalmente essere trasformata in segno di lotta e di morte. Nel segno di «sora acqua, la quale è molto utile et umile et pretiosa et casta» vogliamo salvaguardare e contemplare il creato mettendoci in cammino secondo parole di un antico testo sacro: «Acque, siete voi a darci la forza della vita. Partecipiamo della suprema delizia della vostra linfa vitale come foste madri affettuose e così procediamo spediti verso la casa di Colui per il quale voi acque ci date vita».

28 settembre 2005, Basilica di San Pietro - Roma
OMELIA NELLA CELEBRAZIONE ANNIVERSARIA DELLA MORTE DI PAPA LUCIANI
"Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa". Le parole del Vangelo che abbiamo appena ascoltato giungono al termine di un dialogo serrato e sempre più coinvolgente tra Gesù e i suoi discepoli. Sono la risposta e il sigillo della incisiva professione di fede di Pietro: "Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente".
Pensiamo alle convinte, toccanti professioni di fede dei successori di Pietro in questa Basilica. All'indomani dell'elezione, Benedetto XVI ha espresso la sua con queste parole: "Io, successore di Pietro, ripeto con trepidazione le parole del Pescatore di Galilea. Se è enorme il peso di responsabilità che si riversa sulle mie povere spalle, è certamente smisurata la potenza divina su cui posso contare". Pensiamo con memoria riconoscente alla fede del Servo di Dio Giovanni Paolo II, professta qui e nel mondo intero per più di 26 anni, e alla professione di fede di Giovanni Paolo I, espressa per soli 33 giorni, con voce soave e ferma dalla cattedra di Pietro, ma vissuta con passione e generosa dedizione fin da ragazzo a Canale d'Agordo. Ripeteva e commentava spesso, già da sacerdote, le parole di S. Francesco di Sales: "La fiducia in Dio è il perno di tutti i miei pensieri e di tutte le mie azioni; essa è più debolezza che fortezza di Dio, perchè i forti li lascia camminare mentre i deboli, al contrario, li porta. Se gli apparentemente cattivi non credono in Lui, Egli risponde: Sono ben io che credo in voi!"
Vorrei che io, successore di Vincenzo Savio, voi della Diocesi di Belluno-Feltre, noi tutti, avessimo oggi la forza di professale la fede in Gesù con l'entusiasmo e la fermezza di Vincenzo Savio. Esattamente due anni fa, il 28 settembre 2003, Mons. Savio celebrò a questo altare, e ammalato com'era, si fece sentire con voce ferma e forte per comunicarci questa fede in Gesù, Figlio di Dio, Salvatore.
Sia la fiducia in lui il perno dei nostri pensieri e delle nostre azioni. Lasciamoci portare da Lui. Portiamo in questa celebrazione, come Chiesa di Belluno-Feltre - oggi è anche la memoria di uno dei nostri santi, il Beato Bernardino da Feltre -, mai staccata dalla roccia che è Pietro, l'assillo di giungere a tutti perché: "A chi non crede in lui Egli risponde: Sono ben io che credo in voi!".
Qui, nel centro della cristianità, risuoneranno ora le intenzioni di preghiera per il Sinodo di Belluno-Feltre, così come sono risuonate alla fine di giugno in Terra Santa e pochi giorni fa a Lourdes, come risuonano in questi giorni in molte altre chiese. Una signora, qui presente, mi diceva ieri con commozione che pochi giorni fa, a S. Giacomo di Compostella, si trovò al microfono per la preghiera dei fedeli: pensava di dover leggere un testo e invece doveva esprimere una sua richiesta. Con spontaneità pregò allora per il Sinodo di Belluno-Feltre e grande fu la commozione, all'ascoltare tutti i concelebranti e i partecipanti di molte nazioni ripetere quello che anche noi diciamo davanti alla cattedra di Pietro: "A Te, Signore, affidiamo il Sinodo di Belluno-Feltre".

Venerdì 30 settembre 2005, Belluno
INTERVENTO PER L'INAUGURAZIONE MOSTRA ANTOLOGICA DI IPPOLITO CAFFI
Porto i sentimenti di amore alla nostra terra da parte di quanti possono sentirsi da me rappresentati. E dico la riconoscenza per questa straordinaria mostra antologica.
La ricchezza della nostra terra Ippolito Caffi la porta con sé quando, nel 1825, lascia Belluno per approfondire studi, raggiungere i primi riconoscimenti e affermarsi per l’originalità della sua arte pittorica.
Quanto viene diffuso attraverso i mezzi di comunicazione in occasione di questa prima antologia, non può che farci sentire ammirati.
La nascita in Provincia, ai piedi di montagne su cui la luce si riverbera creando mille sfumature e incredibili giochi di colore; il progressivo crescere e maturare di esperienze, affetti e convinzioni a contatto con un paesaggio che l’uomo, con antica sapienza, ha modificato senza turbarne l’armonia; l’acquisizione di un abito mentale che proprio quel paesaggio contribuisce a formare per l’amore faticoso a cui impegna, che educa a ideali di sacrificio, di laboriosità, di sobrietà, ma che al tempo stesso stimola la curiosità e lo stupore per tutto ciò che di bello e di significativo ci circonda o accade.
Con più evidenza che per ogni altra persona per i grandi artisti rimane inaccessibile il mistero degli anni della formazione: frutto di corale intervento di famiglie e di popolo.
Da questi semi germoglierà la sua arte, quasi incarnazione delle parole di un pensatore orientale (all’Oriente il nostro si sentì irresistibilmente attratto e lì poté coronare qualche sogno) che affermava: “Coloro che hanno sepolto la freschezza dello spirito non devono dipingere. Coloro che amano il lusso non devono dipingere. Coloro che lottano per il potere e per il denaro non devono dipingere”.
Questo ha imparato anche Ippolito Caffi nei suoi giovani anni e rimanendo fedele a questi insegnamenti egli ha lasciato Belluno – non ramingo, ma pellegrino – per muoversi lungo le strade del mondo, toccare città e paesi anche molto lontani, spinto dal desiderio di conoscere e far conoscere, dando espressione attraverso i colori alla propria vita interiore.
La sua prima opera accertata è a soggetto religioso: la Via crucis proposta al parroco di Caerano S. Marco. Viene a contatto con Gregorio XVI, con il successore, Pio IX: sento interesse per l’intrecciarsi della sua esistenza con la realtà istituzionale che rappresento. Ma risulta molto più significativo cogliere nelle sue opere e nella sua vita il volto di paesaggi e città, anche avvolte nelle tenebre e nelle nebbie, e da lui illuminate da luci che scintillano nella misteriosità del suo animo.
Il paesaggio diventa l’elemento fondamentale della sua ricerca espressiva. Grazie a una perenne giovinezza interiore egli riesce a entrare in sintonia col paesaggio, dovunque si trovi; riesce a vibrare al richiamo dei diversi messaggi che gli giungono dalla natura, dai fatti di ogni giorno o dai grandi eventi dei suoi anni, fino a sacrificare la vita per desiderio di raccontare la storia, in un atto che testimonia la giovinezza e lo slancio del suo cuore.
La riconoscenza per chi fa conoscere le genialità della nostra terra è grande. Grazie!

7 ottobre 2005
OMELIA PER ORDINAZIONE DIACONALE DI VITTORIO DALLA CORT
È per me un’emozione particolare celebrare per la prima volta l’ordinazione diaconale, imporre le mani su un uomo che conosco per la sua ammirevole testimonianza di vita cristiana e per il generoso servizio. Vittorio dice oggi il suo “sì” ad essere per sempre costituito diacono e mettersi in una nuova, profonda e definitiva relazione con Gesù Cristo servo: questo colma di consolazione tutti noi a iniziare dal vescovo che lo sente suo stretto collaboratore e dal parroco mons. Sergio e dai sacerdoti che lo accolgono nell’ordine sacro.
Saluto con riconoscenza la mamma, i suoi familiari, la parrocchia di S. Giustina che vive nella solennità della santa sua titolare una così promettente celebrazione. In questa comunità Vittorio ha molto ricevuto dai sacerdoti, da persone consacrate, da laici generosi; ha corrisposto dedicandosi a tante mansioni di servizio (voglio ricordare la sua appartenenza e la sua attività in Azione Cattolica, nelle ACLI, nell’UNITALSI).
Il ringraziamento è al gruppo dei diaconi permanenti e al responsabile della formazione e dell’accompagnamento, don Giuliano Follin. Ai diaconi Rino Zoldan, Giovanni Piccolin, Sandro Miola, Francesco D’Alfonso ora si aggiunge Vittorio; torniamo al numero di cinque diaconi dopo l’immatura morte di Bruno Dittura che sentiamo presente dalla liturgia del cielo.
Sento quanto è significativo questo momento che viene a coincidere con la celebrazione del Sinodo: sono certo che crescerà nell’evento sinodale la convinzione di quanto è provvidenziale anche per la diocesi di Belluno-Feltre il diaconato permanente ricostituito nella Chiesa nel 1972, a seguito del Concilio Vaticano II.
Nella partecipazione alla Celebrazione eucaristica è il momento più alto del servizio diaconale, alla presenza viva del Dio vivente e personale che è al centro della fede autentica, là dove può configurarsi ogni nostro servizio ai fratelli perché porti loro l’amore di Dio. Già oggi il diacono Vittorio parteciperà alla S. Messa con vincolo nuovo al mistero della morte e risurrezione di Cristo nella quale attingiamo la vera vita. Auguro a lui di avere, insieme ai sacerdoti celebranti, le più intime gioie quando di domenica potrà sentire attorno alla Parola e al Pane di vita un popolo che cresce di domenica in domenica, fino alla domenica senza tramonto.
Le letture che abbiamo ascoltato in questa liturgia della solennità di santa Giustina danno luce al cammino che oggi Vittorio inizia: «Se uno mi vuol servire mi segua e dove sono io sarà anche il mio servo». E dov’è Gesù? Le parole immediatamente precedenti lo dicono: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore produce molto frutto».
Caro Vittorio, tu conosci la sofferenza e la sua fecondità spirituale; svolgerai il diaconato anche nell’ospedale di Feltre come assistente religioso. La preparazione che hai avuto ti farà sentire a nuovo titolo seguace di Gesù che si offre in dono agli altri, che partecipa intimamente della sofferenza. Com’è grande oggi nelle persone l’esigenza di non essere sole nel dolore! di sentire in uno stile particolare di vicinanza e di servizio l’amore di Dio che trasfonde speranza e rende certi che la sofferenza è sempre feconda!
Nella lettura del II libro dei Maccabei è narrato il martirio dei sette fratelli, figli di una mamma che aveva formato i figli a una fede indomita nella risurrezione, nella vita che non muore.
E la lettura dell’apostolo: «Pur messi a morte, nessuno ci separerà dall’amore di Dio. In tutto siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati».
Vittorio, con la sua vita e la sua parola (un diacono ha anche il compito di predicare; ma si predica prima con la vita e poi con la parola) è chiamato a far entrare nella mentalità dei cristiani e delle famiglie l’orizzonte della vita vera, della risurrezione. Su questo traguardo vanno valutate le esperienze della vita terrena. Quando ci si compenetra della certezza che noi non moriremo mai, allora si riesce ad affrontare la vita con energia e serenità.
La felicità senza fine viene a lievitare anche i percorsi della nostra vita sulla terra.
Pensiamo alla mentalità di fede che aveva S. Bernardetta dopo aver vissuto l’incontro con l’Immacolata: la gioia di donarsi anche fino al martirio perché si crede nella risurrezione.
L’abbiamo proclamato, ora ce lo diciamo reciprocamente, lo pronunciamo come preghiera e augurio al nuovo diacono: «Chi dona con gioia, risorge nel Signore».

8 ottobre 2005, chiesa di San Rocco
INTERVENTO PER L'INAUGURAZIONE DELL'EVENTO
Saluti a Sindaco, Presidente della Provincia, autorità, partecipanti.
Un “grazie” vivissimo a quanti hanno organizzato questo segno che offre alla nostra contemplazione la Trasfigurazione di Cristo, opera del nostro grande conterraneo Tiziano Vecellio. Inauguriamo oggi una iniziativa culturale e spirituale che merita la considerazione di quanti stimano i sommi valori dello spirito espressi e raffigurati dall’arte. Tutto è stato laborioso (il progetto e l’avvio di questa impresa con il superamento di oggettive difficoltà, l’allestimento degli articolati ambienti della mostra, il far giungere qui il capolavoro, l’esposizione, il predisporre l’accompagnamento dei visitatori ad opera di 150 volontari), ma tutta è stato condotto magistralmente dalla Commissione sinodale per la Comunicazione presieduta dal dott. Luigi Guglielmi, che ha trovato consensi e collaborazione in tante autorità, istituzioni e persone.
Ringrazio la Parrocchia di San Salvador con il parroco don Natalino Bonazza: lo ascolteremo tra poco.
La Diocesi di Venezia e in particolare don Gianmatteo Caputo, direttore della Sezione Promozione del settore beni culturali ecclesiastici.
La Soprintendenza per i Beni architettonici, per il Paesaggio e per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico di Venezia e Laguna, diretta dall’arch. Renata Codello e qui rappresentata dalla dott. Annalisa Bristot che ha seguito la pratica di autorizzazione dell’iniziativa.
Il Ministero per i Beni e le Attività Culturali che ha autorizzato il trasferimento e l’esposizione dell’opera.
La Prefettura di Belluno Ufficio territoriale del Governo, nella persona del Signor Prefetto dott. Lorenzo Cernetig, che in un messaggio inviatomi si complimenta - scrive – “per la meravigliosa iniziativa”; egli è qui rappresentato dal vice prefetto dott. Francesco Squarcina: la Prefettura ha curato il Coordinamento per la sicurezza.
La Fondazione Cassa di Risparmio di Verona Vicenza Belluno e Ancona, che ha sostenuto la realizzazione, qui rappresentata dal prof. Paolo Conte.
La Chiesa di S. Rocco con il rettore, il comm. Don Carlo Onorini che ci ospita.
La pubblicazione monografica ci trova riconoscenti verso La Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore di Pieve di Cadore, che ha fornito il supporto scientifico per la realizzazione del volume, in particolare nelle persone della vice presidente prof. Maria Giovanna Coletti e del presidente del comitato scientifico prof. Bernard Àikema.
La Regione del Veneto, coeditore del nostro volume e sostenitrice dell’opera, con il presidente della Giunta Regionale Giancarlo Galan, qui rappresentato dal portavoce dott. Franco Miracco.
I ringraziamenti saranno ripresi in questa celebrazione inaugurale: a tutti la riconoscenza della Diocesi.
Un momento altissimo, indimenticabile, del cammino sinodale della diocesi è stato vissuto qui, a fine marzo e nel mese di aprile 2004, in coincidenza con la morte del vescovo Vincenzo Savio. Era stato lui a sognare l’originale impresa e poi a prodigarsi con tutte le forze perché potessimo contemplare il Redentore del Beato Angelico custodito a Livorno. Inaugurò lui stesso quel momento, nella camera della sua agonia, quanto stette a lungo e in solitudine a contemplare il Redentore: era sabato 27 marzo, a notte fonda. Lunedì 29 iniziò la contemplazione qui a S. Rocco. C’erano a disposizione delle piccole immagini dell’opera riportanti le parole dettate da mons. Savio nella notte della sua personale contemplazione: una preghiera che è come il sillabare mistico di un uomo nell’atto di offrire la sua vita per partecipare alla vita del Redentore risorto. Quella fu l’inaugurazione fatta dal vescovo. Poi, all’indomani dei funerali di Vincenzo, ci fu la meditazione del card. Angelo Scola, davanti a una folla di persone, nel vicino salone del Centro Giovanni XXIII sul tema: «Tu mi guardi dalla croce. Cristo destino dell’uomo».
Il destino dell’uomo ora, in coincidenza con la celebrazione del Sinodo, lo contempliamo nella Trasfigurazione. Tiziano ci fa “vedere la Parola”: la Parola del Padre che ci indica chi ascoltare per orientarci verso il più fulgido destino.
Come vorrei cogliere la preghiera del cuore di chi verrà a contemplare la Trasfigurazione e sentirà qual è il suo destino: la trasfigurazione, la “metamorfosi”, che lo farà partecipe della vita del Risorto dopo aver preso su di sé la croce!
Qui il tema del sinodo, con le arcane suggestioni dell’arte è visto e può entrare nel profondo del cuore: “Colui che ama dice: Tu non morirai mai!” E infatti, nella preghiera di mons. Savio: «Le labbra pronunciano, fino all’ultimo istante, la Parola di vita del Verbo di Dio: lo Spirito, da lui effuso, che sempre opera per mettere nel cuore del mondo la certezza che dall’eterno proveniamo; che nell’eterno sarà il nostro incontro con Lui».
Paolo VI nel IV centenario della morte di Tiziano celebrato nel 1976 scrisse: «Raccogliendo l’eredità del sommo artista noi fisseremo gli occhi incantati ed ancor più i nostri cuori commossi, all’insuperabile iconografia religiosa del grande pittore, e ci sentiremo felici di dare fervida voce alla nostra preghiera davanti alle stupende immagini sacre che il Tiziano ci lasciò, documenti non solo dell’arte sua, ma altresì della fede da lui professata e onorata...»
Occhi incantati e cuori commossi: tutti i personaggi, nel meraviglioso dipinto, guardano il volto di Cristo sul quale si rispecchia la Parola del Padre. Nei discepoli il portamento dice reazioni diverse del loro intimo. Vedo raffigurate le diversissime situazioni interiori di chi verrà a contemplare la Trasfigurazione e seguirà le meditazioni che si terranno di martedì sera. Ma certamente, e lo chiederò nella preghiera che conclude il nostro incontro inaugurale, a tutti Egli parlerà perché accoglie in sé i riflessi di tutti i volti.
«Un volto che parla di tutti i volti che cercano e desiderano la redenzione. E sono certo che in Te l’hanno trovata. Sei tu la nostra salvezza» (preghiera di V. Savio).

9 ottobre 2005, Fortogna
OMELIA CIMITERO VITTIME DEL VAJONT
«Abiterò per sempre nella casa del Signore».
L’abbiamo ripetuta questa affermazione di fede alternandola ai versetti del salmo 22: “Il Signore è il mio pastore… Su pascoli erbosi mi fa riposare… Se dovessi camminare in una valle oscura non temerei alcun male…”.
Per noi sono parole che ci fanno certi di camminare verso la vita che non muore; per tutte le vittime del Vajont, che da 42 anni sono in questo grande campo, sono affermazione della loro esperienza definitiva: «Sono qui, e abiterò per sempre nella casa del Signore».
La Parola di Dio è svelata in tutta la sua forza a coloro che entrano nella vita che non muore. Proviamo a sentire come parole pronunciate da loro quelle antichissime dette al profeta Isaia: «Eliminerà la morte per sempre: il Signore asciugherà le lacrime su ogni volto…». O la parabola che chiede la veste nuziale per entrare e rimanere nel banchetto della felicità piena.
I morti del Vajont hanno avuto un definitivo battesimo nell’onda che li ha travolti: noi preghiamo che quell’acqua tragica li abbia purificati e fatti entrare nel banchetto della felicità che Dio prepara per chi accoglie il suo invito.
Nel 2001, nella sua omelia qui pronunciata, il vescovo Vincenzo disse che i morti del Vajont sono “maestri per noi e per il mondo”. Maestri che denunciano: nessuno ha diritto di farsi padrone della vita dell’altro, di ignorare il valore di ogni vita al di là di interessi economici e di logiche di potere. In questo silenzio resta alto l’insegnamento di questi umili, divenuti per noi involontari maestri.
Questa grande piana diventa quindi una cattedra di insegnamenti esigenti sul futuro della nostra terra che va rispettata e resa accogliente. Nella celebrazione del messaggio sinodale sulla salvaguardia del creato, svoltasi a Borca di Cadore sabato 24 settembre, abbiamo ripreso e sviluppato quanto proclamato nella purificazione della memoria vissuta nell’anno giubilare nell’anfiteatro della chiesa di Longarone. Il futuro della nostra terra va tutelato e promosso dopo aver pagato un così caro prezzo; questo monumentale cimitero è cattedra autorevole dalla quale vengono mòniti e insegnamenti alle generazioni future e a chi deve provvedere al bene comune. La vita nella nostra Provincia va accolta e promossa e l’acqua sarà il simbolo reale della vitalità del nostro popolo. Non può più diventare, anche nel quotidiano governo delle risorse, un’onda che mortifica.
Ma dal giugno scorso questa piana, che rappresenta la terra madre dopo la violenza dell’acqua, ha uno squarcio di verde sul quale svettano statue di marmo di Carrara che dicono le nostre speranze.
Il monumento ai superstiti, ai soccorritori, ai bambini mai nati e agli emigranti – opera di Franco Fiabane – richiama con l’efficacia dell’arte che questo luogo è cattedra che fa memoria di tutto l’amore operosamente profuso dopo la tragedia dai soccorritori e quindi lancia la speranza che la fraternità faccia fiorire la nostra terra.
Mi sono fermato in ammirazione davanti ai gruppi marmorei riprendendo nel mio animo le parole della seconda lettura: «Siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte… Il Signore ha dato la vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli».
Il punto apice del monumento ricorda i bambini mai nati travolti dall’onda del Vajont quando erano ancora nel grembo delle mamme. Il commento dell’artista Fiabane lo riprendo alla lettera così come l’ha espresso all’inaugurazione: “I bambini mai nati e le loro madri, per i quali tutto si è concluso prima ancora di avere inizio sono stati privati dell’evento più straordinario dell’uomo che è il venire al mondo, il vedere la luce, il diventare neonato, cioè nuovo nato. L’evento più gioioso qual è la nascita che porta alla vita, assieme all’evento più triste qual è la morte, determinano la vita di ciascuno di noi. Partendo da un concetto naturale anche la vita da embrione e poi da feto è già tale da essere considerata una e unica”. Fin qui l’artista.
Cogliamo l’insegnamento: l’alta cattedra del cimitero del Vajont, a Fortogna di Longarone, determini in tutti noi e in chi ama la nostra terra decisioni precise per farci accoglienti nei confronti della vita e sceglierla a tutti i costi contro ogni mentalità e tutti i comportamenti, oggi diffusi, che sono onda di distruzione e di morte.
“Colui che ama dice: Tu non morirai mai!”.

16 ottobre 2005, Basilica Cattedrale di Belluno
OMELIA ALLA PRIMA RIUNIONE DELL'ASSEMBLEA SINODALE
Liturgia della Ventinovesima domenica del Tempo ordinario
Questa assemblea per la celebrazione dell’eucaristia è straordinaria. Certamente non c’è nessuno di noi che può ricordare una riunione come questa. I duecentoquarantasei membri dell’assemblea sinodale, che ora è assemblea eucaristica, sono persone elette nelle elezioni foraniali da rappresentanti scelti in ogni parrocchia. È questa la prima sessione del nostro sinodo e ci sentiamo, con tutti gli altri partecipanti alla Messa, espressione del popolo di Dio di Belluno-Feltre, di tutte quelle componenti storiche che costituiscono la nostra unità diocesana.
Ringrazio il Signore per tutti voi, come dice l’Apostolo ai Tessalonicesi nella seconda lettura, e dico “grazia a voi e pace”.
La celebrazione eucaristica che stiamo vivendo è il primo atto, quello costitutivo, che ci dà il codice genetico di tutto il percorso sinodale ora a compimento dopo anni di lavoro.
Lasciamoci evangelizzare nel profondo di noi da questa Eucaristia dopo la straordinaria lezione che abbiamo avuto dal Vescovo Francesco Lambiasi, teologo che conosce e segue il cammino di molte Chiese in Italia, assistente centrale dell’Azione Cattolica.
Monsignor Francesco, Lei è nella terra delle splendide Dolomiti; qui si ambienta bene qui quel paragone di San Tommaso d’Aquino nelle sue opere teologiche: il maestro di fede è come uno che raccoglie l’acqua su in alto, in montagna, e la fa scorrere verso le vallate, verso la pianura, per portare vita e fecondità.
Ecco, noi abbiamo avuto una lezione che ci dà vita e sarà feconda, come il presbiterio ha avuto una sua conferenza tempo fa: due interventi fondamentali per il nostro cammino e per il nostro Sinodo. La ringraziamo di cuore.
Un vero teologo, un maestro di fede non parla a memoria di Dio, parla mostrando tutto quel mondo culturale e soprattutto interiore che dà solidità all’annuncio e noi ringraziamo il vescovo Francesco perché ci ha fatto sentire presente la forza della parola del vangelo.
Nella seconda lettura noi abbiamo ascoltato le parole “Noi ben sappiamo che siete stati eletti da Dio”: sì, sentiamoci “eletti” da Dio, chiamati a precise responsabilità nella nostra diocesi di Belluno-Feltre, che è agli inizi del suo cammino così come oggi è composta. Quello che stiamo vivendo sarà importantissimo per le generazioni future. “Scelti” e quindi la chiamata trovi in noi una risposta consapevole: la vogliamo dare non a chi organizza, a chi modera, a chi siede alla tavolo della presidenza, ma davanti al Signore che ci chiama; siamo scelti da lui.
Le ultime parole della seconda lettura ci dicono quale sarà la nostra consistenza per essere all’altezza di questa scelta: “Il vangelo si è diffuso tra voi con potenza, con Spirito Santo e con profonda convinzione”. I primi a lasciarci evangelizzare dobbiamo essere proprio noi. Che il vangelo compenetri il nostro cuore con “la potenza”; non con la potenza di esteriorità appariscenti, perché la vera potenza di chi segue Gesù è l’umiltà e il senso di povertà: “Quando sono debole, è allora che sono forte” (2Cor 12,10). “Con lo Spirito Santo” può affermarsi in noi la forza del vangelo. E quindi sentirla “con profonda convinzione”: essere “convinti”, cioè essere “avvinti, “legati gli uni con gli altri” per la forza dello Spirito Santo che ci dà la potenza che viene da Dio.
La invochiamo in questa celebrazione.
Il brano di vangelo termina con le famose parole “rendete a Cesare quel che è di Cesare, rendete a Dio quel che è di Dio”. “Restituendo a Cesare quel che è di Cesare” secondo l’immagine impressa sulla moneta; e rendere a Dio quel che è di Dio perché ognuno di noi porta in sé: siamo fatti a immagine di Dio.
E c’è un’altra immagine imponente che ho davanti a me da questa cattedra: l’immagine di una chiesa riunita intorno all’ambone e intorno all’altare convocati dal Risorto.
Sento di dovervi comunicare la mia fede: per me questa è l’immagine della forza dello Spirito di Dio che ci unisce nonostante tutto. E allora dobbiamo rendere a Dio quel che è di Dio. Il nostro lavoro sinodale dovrà essere a gloria sua così come ogni celebrazione dell’eucaristia porta tutto il nostro sacrificio, innestato in quello di Gesù, a gloria di Dio Padre per la forza dello Spirito Santo.
Viviamo tutti con intensità questa esperienza: mi rivolgo a tutti, ai duecentoquarantasei sinodali, alle persone che oggi qui con noi.
Sentiremo tutti che alcune cose non si possono spiegare nella nostra vita di Chiesa se non pensando all’eucaristia. La sincerità, la lealtà dei nostri apporti, anche il rigore dei nostri confronti, la passione di pensare al futuro, di arrivare alle persone povere e agli immigrati, con la spinta della carità evangelica, dovrebbero proprio far dire: è inconcepibile tutto questo se non ci fosse l’Eucaristia.
Lasciamoci evangelizzare da questa celebrazione per camminare insieme, per essere “assemblea permanente” da oggi fino al termine dei nostri lavori.
Preghiamo gli uni per gli altri come dice ancora l’Apostolo nella lettura oggi annunciata, per sentirci uniti e provare un convincimento profondo nel rispondere a Chi ci ha “eletti”.
Il Vangelo in tutti noi sia forza e lievito che dà significato alla nostra storia personale ed ecclesiale con la potenza con lo Spirito Santo e con profonda convinzione.

29 ottobre 2005, chiesa di San Pietro
OMELIA ORDINAZIONE DIACONALE DI COLLE MATTEO
SLetture: Is 42,1-7; Salmo 22; Gv 13,1-17
Oggi per noi è giorno di festa, per tutta la Chiesa di Belluno-Feltre, per tutti voi.
Una delle gioie più grandi del ministero del Vescovo è certamente quella di celebrare le ordinazioni presbiterali e diaconali.
Sono dunque molto lieto di salutare tutti e ciascuno di voi, e ringrazio papà, mamma e familiari di Matteo, i suoi compagni e amici di lavoro, il gruppo (il Rosone) di consacrati secondo la spiritualità di S. Luigi Grignon di Monfort con mons. Mario Carlin, il nuovo parroco di Lentiai don Gabriele Secco con i parrocchiani qui presenti, il responsabile della pastorale giovanile cappellano di Mel, don Giuliano Follin e i rappresentanti della parrocchia di Sospirolo, tutti i tuoi educatori del seminario e i seminaristi.
Tra poco, per l'imposizione delle mie mani, Matteo avrà il dono speciale dello Spirito Santo che lo conformerà in maniera specifica a Cristo, servo del Signore e servo di tutti gli uomini.
Gli auguro di conservare per tutta la vita il senso di sorpresa, meraviglia ed entusiasmo per il dono che oggi trova definitiva consacrazione: quei sentimenti che ho constatato personalmente quando Matteo ha scelto di seguire la vocazione al sacerdozio: è rimasto allora colpito e trepidante e noi con lui: ai primi di ottobre del 1999 fu l’unico ad entrare in Comunità vocazionale e la nostra consolazione fu grande.
L'ordinazione è un'azione divina, non umana: è Gesù stesso che qualifica e abilita questo giovane prendendolo al suo servizio e rendendolo capace di servire Dio e il suo popolo.
II misterioso testo della I lettura, dal libro di Isaia (42,1 -7), riporta il primo canto del servo del Signore. Gesù si riconoscerà annunciato in questo servo. «Ecco il mio servo che io sostengo» dice il Signore «ho posto il mio spirito su di lui», perché lo accompagni nel suo servizio che si esprimerà in un amore disarmato, gratuito, in uno stile di soavità e mansuetudine, non imponendosi con la forza e non gridando nelle piazze. Nel Vangelo Gesù non solo ricalcherà la figura del servo, ma la completerà definendo tutta la sua vita e la sua missione come un servizio: «II Figlio dell'uomo è venuto per servire e dare la vita in riscatto per molti» (Mt 20,28).
Per servire Dio anzitutto. A nulla, infatti, Gesù ha tenuto così tanto come a essere a servizio della volontà del Padre, dell'annuncio del Regno; nessuna carne umana ha tanto servito il volere di Dio quanto l'umanità di Cristo.
Gesù è inoltre servo degli uomini: «Sono in mezzo a voi come colui che serve» (Le 22,2,7) - il termine greco è sempre diacono -. Ci serve guarendo le nostre infermità e liberandoci dal male con misericordia, perdono, compassione, con mitezza, dolcezza, pazienza, disinteresse. Gesù ci serve purificandoci e donandoci la sua vita, quella vera, attraverso il sacramento del suo Corpo e del suo Sangue.
Ecco, Matteo, stai per essere configurato, nella potenza dello Spirito Santo, a Cristo servo e, nella misura in cui ti lascerai servire da lui, amare e purificare, potrai servire Dio e la Chiesa, le donne e gli uomini che ti incontreranno.
Sarai un segno visibile e personale di Gesù servo. Dunque il tuo è un compito affascinante e insieme arduo, difficile, esigente. Per questo hai bisogno di nutrirti quotidianamente dell'ascolto della Parola, dell'Eucaristia, della liturgia delle ore, della preghiera contemplativa.
La pagina del Vangelo di Giovanni, un testo conosciuto, è il racconto della lavanda dei piedi mediante il quale ci viene rivelato il volto di Dio, di un Dio che non siede su un trono altissimo ma si mette in ginocchio davanti a noi, è a servizio di ogni persona per amore.
Qui abbiamo il senso profondo dell'Eucaristia in questo episodio che nel vangelo di Giovanni sta al posto dell’Eucaristia; quasi a dire che l'Eucaristia è un rito sacramento per la vita terrena e passerà, mentre l'amore del Signore è eterno: lui stesso ci accoglierà alla cena dell’Agnello e ci servirà.
Il lavare i piedi dà un messaggio forte, esprime quello che di più essenziale e permanente noi desideriamo: il servizio del diacono configurato a quello di Gesù è un servizio di amore gratuito e dedicato. Se Dio serve l'uomo per amore significa che la realizzazione dell'uomo sta nel servire per amore fino a dare la vita. Gloria vera la diamo a Dio così, non con imprese appariscenti e clamorose; bellezza sorgiva per la nostra spiritualità e per la letizia del cuore è il servire; e Gesù definisce il servizio come una beatitudine: sarete beati se metterete in pratica ciò che io ho fatto (Gv 13,17).
Concludo ringraziando con Voi il Signore per la consacrazione di questo giovane, per avere attorno a questo altare altri giovani che stanno verificando la chiamata, tre appena entrati in Comunità vocazionale.
Ma sento di voler assumere, io per primo, e di indicare anche a voi due consegne che ci vengono dalla vocazione di Matteo.
La prima è di guardare sempre con affetto filiale a Maria, la serva del Signore, per partecipare ai suoi atteggiamenti di fede, speranza e amore, di semplicità, di disponibilità, di fiducia in Dio. La dimensione mariana è stata decisiva nella vocazione di Matteo: darà a lui e a noi lo stile di servizio fedele vissuto con spirito di interiore nascondimento.
La seconda consegna viene dalla testimonianza che Matteo ci ha dato in questi anni: seguire Cristo domanda una pratica di vita essenziale, serena, pacata. Che il suo e nostro servizio ci faccia semplici, sereni, pacifici. Porti consolazione. Dio “ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo consolare coloro che si trovano in ogni genere di afflizione”. Anche lo strumento di lavoro del Sinodo ci dice: “La comunione ci impegna a curare relazioni buone, profondamente umane ed evangeliche per mostrare ai nostri conterranei il volto umano, materno e misericordioso della Chiesa”.
E lo stare insieme in preghiera ci inondi interiormente facendoci certi che è il Signore a compiere quest’opera per donare a questo giovane e a tutti la consolazione della mente e del cuore.

domenica 30 ottobre 2005, Duomo di Feltre
MESSAGGIO SINODO SULLA CULTURA
Con lo sguardo su questa grande assemblea, che riunisce persone di ogni età e di tante parrocchie, accolgo e abbraccio tutti con l’affetto ispirato all’amore che il Grande Pastore, Gesù Cristo, ha per tutti noi riuniti nel suo nome.
Un riconoscente saluto a Sua Eccellenza il Prefetto, al Sindaco di Feltre, alla Vicepresidente della Provincia, a tutte le autorità. Un grazie vivissimo ai presidenti delle due Commissioni sinodali per la Liturgia e per la Storia, alle molte persone che con loro hanno collaborato per questa celebrazione.
A nome di tutti saluto Sua Eminenza il card. Giuseppe Tomko.
Eminenza, siamo tutti onorati della Sua presenza in questo importante momento del nostro Sinodo. Cinquant’anni fa, da giovane sacerdote, Lei conobbe le diocesi di Feltre e di Belluno: qui esercitarono il servizio sacerdotale preti della sua nazione, la Slovàcchia.
Gli alti incarichi che lo portarono ad essere eminente collaboratore del Papa soprattutto come segretario del Sinodo dei Vescovi, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli e Presidente del Pontificio comitato per i congressi eucaristici internazionali, ci fanno riconoscere in Lei la persona che animerà la nostra celebrazione dando autorevolezza al “messaggio sulla cultura” che oggi viene consegnato nelle mani di autorità rappresentative, per esprimere simbolicamente la volontà di farlo giungere a tutta la popolazione della Diocesi.
Sento di dover sottolineare un fatto che la celebrazione porrà in evidenza: le rappresentanze delle vallate qui, oggi, sono la presenza viva di vicende storiche che differenziano le componenti della nostra Chiesa. Differenti per storia e sensibilità, ma con il senso di essere “Chiesa una”, che celebra il primo sinodo della diocesi di Belluno-Feltre.
E il nostro sguardo spazia in ampiezza, ben oltre le nostre montagne, per concentrarsi sull’unità della Chiesa secondo l’ecclesiologia del Concilio Vaticano II.
Noi tutti sentiamo che Lei, Eminenza, nella parola che ci rivolgerà, rende presente il successore di Pietro, “perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei Vescovi come della moltitudine dei fedeli” (LG 23). Per volontà del Papa nel 1986 venne costituita la nuova diocesi di Belluno-Feltre della quale sono vescovo, cioè “visibile principio e fondamento di unità in questa Chiesa particolare, formata a immagine della Chiesa universale”. Siamo una delle oltre 3000 diocesi “nelle quali e dalle quali è costituita l’una e unica Chiesa cattolica” (LG 23), come dice il Concilio; e Lei si sente in famiglia tra noi e ci ha dato tanti segni di stima e affetto: quello di oggi rimarrà nella memoria del cuore e nella storia della nostra terra.
Una delle più giovani diocesi del mondo è Maralal, in Kenia, che Lei, Eminenza, conosce bene, dov’è Pastore un figlio dell’antica diocesi di Feltre, mons. Virgilio Pante da Lei consacrato vescovo.
Sentiamo partecipi del nostro cammino sinodale il vescovo Virgilio con i sacerdoti “fidei donum”, i missionari preti religiosi e laici, tanti che pregano e vivono con noi questa tappa importante della nostra Chiesa e che ci aprono sulla prospettiva della Chiesa universale.
Il ‘messaggio sulla cultura’ è diffuso da questa città, Feltre, che ha istituzioni di grande rilievo per la nostra Provincia e che raccoglie dalla sua storia una vivace vita culturale.
Nel 1946, mons. Giovanni Battista Montini inviò per il V centenario della morte di Vittorino da Feltre una lettera, a nome del Papa Pio XII, chiamando il nostro cittadino “il più grande pedagogo del Rinascimento” e scriveva: “Vittorino ha saputo fondere lo spirito cristiano con gli ideali umanistici, la squisita pietà religiosa col sapere più vasto, la piacevolezza con l’austero dovere e, facendo del bello il naturale alveo del vero, nella sua Casa, detta ‘Gioiosa’, ha educato schiere di giovani che a lui accorrevano da ogni parte del mondo civile”.
Mons. Montini, divenuto Papa Paolo VI, nell’esortazione “Evangelii nuntiandi” ci traccia la via da percorrere nell’esperienza che stiamo vivendo: “La Chiesa universale si incarna di fatto nelle Chiese particolari, costituite dall’una o dall’altra concreta porzione di umanità, che parlano una data lingua, che hanno mentalità e cultura dalla loro specifica storia, con eredità culturali nelle quali rimangono radicate”.
Che la nostra Chiesa sia unita e concorde nella ricerca dei linguaggi nostri, capaci di scolpirsi anche nella roccia, che incarnino l’annuncio del Vangelo nella cultura della nostra terra di montagna, con messaggi di vita che ci facciano sentire abitatori di una “Casa Gioiosa”.

1 novembre 2005, Duomo di Feltre
OMELIA TUTTI I SANTI
Domenica scorsa qui c’era la grande assemblea della Chiesa di Belluno-Feltre, la Chiesa terrestre, che pregava e rifletteva sulla propria identità.
Oggi siamo qui per lasciarci sollevare in alto, per meditare su quella patria dove sono arrivati coloro che ci hanno preceduto nel segno della fede: è la festa della Chiesa celeste, che ha una identità descritta dalla prima lettura che abbiamo ascoltato. Un’identità non più sottoposta alla prova, ma pienamente vittoriosa: «Sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide nel sangue dell’Agnello».
Una folla immensa che proclama il primato di Dio: «La salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all’Agnello».
A distanza così ravvicinata al momento storico vissuto domenica sentiamo la relazione tra Chiesa terrestre e Chiesa celeste e possiamo quindi pensare qual è l’identità di ogni cristiano e delle comunità cristiane che nel Sinodo vogliono cogliere il senso del cammino preceduti da Gesù, il Risorto.
Potremo esprimere in questa solennità – ognuno nell’intimo della sua anima – parole come queste: Colui che mi ama mi dice «Tu non morirai mai»; la tua patria è dove si trovano già persone che hai conosciuto e amato: una folla immensa che nessuno può contare.
È una festa questa contro la solitudine e contro ogni isolamento, una festa che ci assicura di essere in comunicazione (comunione) fra la Chiesa terrestre e la Chiesa celeste.
Il segreto del nostro pellegrinaggio terreno, del nostro camminare insieme, che conosce la grande tribolazione, sta in questa méta che noi proclamiamo nella fede e che ci farà impostare, nel profilo delle realtà durevoli e che contano in assoluto, i problemi del nostro vivere e del nostro cammino terreno.
Nella seconda lettura san Giovanni dà il fondamento alle certezze che ci fanno camminare insieme dalla città terrestre a quella del cielo: «Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente». È lui che ci attrae, è lui che ci dà il modello nel Figlio suo.
Le beatitudini sono il ritratto del vero figlio del Padre celeste, ma prima sono l’autoritratto di Gesù. Nella beatitudini egli parla di sé ai discepoli che vogliono vivere da figli. Dov'è l'identità cristiana? Autenticamente cristiano è colui che vive lo spirito che anima le beatitudini.
Rileggendole, cogliamo il nostro cammino: povertà di spirito, afflizione consolata e non disperata, mitezza, amore per la giustizia, perdono e misericordia, purezza di cuore, passione per la pace, gioia nelle sofferenze e nelle persecuzioni. Ricordiamo in questa celebrazione le ragazze cristiane barbaramente trucidate in Indonesia perché cristiane.
“Camminiamo sulla strada che han percorso i santi tuoi, o Signore”.
Tra questi vogliamo ricordare oggi, nel centenario della presenza delle Suore della carità, dette “di Maria Bambina”, in via Marconi, tutte le donne consacrate che hanno speso la vita a Feltre nella struttura sanitaria della Casa di Cura Villabruna – Bellati, tutti gli ammalati e morenti che hanno accompagnato alla nascita al cielo.
Mi faccio interprete del sentimento profondo di gratitudine della nostra città verso la comunità di donne consacrate di Via Marconi, verso i grandi benefattori che hanno voluto e sostenuto la Casa di Cura, verso coloro che oggi nella stessa struttura sanitaria continuano il servizio ai malati con la dedizione di quattro delle sei suore che compongono oggi la Comunità religiosa: sr. Antonietta, Sr. Rosalba, Sr. Silvana e Sr. Giuseppina. La superiora Sr. Maria Rosa e Sr. Emanuella sono al servizio all’ospedale S. Maria del Prato e a favore dei disabili.
Le fondatrici, santa Bartolomea e santa Vincenza, nel giugno 1833 firmarono un atto costitutivo dicendo di unire comunità “spinte dal desiderio di mettersi a portata di giovare all’umanità, più che procurarsi una vicendevole grata compagnia”.
Ma oggi vogliamo essere noi a esprimere la gratitudine a questa compagnia che continua a trovare il segreto della gioia nel vivere la carità.
Avvento di Fraternità 2005
L’ 11 marzo 2005, a Domegge di Cadore, nella “Veglia di solidarietà con il mondo del lavoro”, voluta dalla Pastorale sociale e del lavoro e organizzata in collaborazione con l’Arcidiaconato del Cadore e le parrocchie, è stato rilanciato quello che già a Feltre, il 17 dicembre, nella veglia per il Natale 2004, avevamo vissuto: l’urgenza che tutta la nostra Chiesa sia sensibilizzata sul fenomeno del disagio delle famiglie a causa della perdita del posto di lavoro.
Abbiamo pregato e riflettuto. Sono problemi che sfidano la nostra responsabilità di cristiani e di comunità che vogliono essere solidali con i disagi riflettendo e pregando, pronti a svolgere anche un lavoro culturale per diagnosticare i problemi della nostra terra nel quadro di fenomeni che hanno estensione globale.
La diocesi ha ora una proposta che sollecita una fattiva partecipazione alla situazione difficile con la costituzione di un fondo di solidarietà. Viene divulgata con l’annuale “ AVVENTO DI FRATERNITA’”. Avrà come titolo: “Accendi anche tu la speranza”.
Accompagno il materiale rivolgendomi a tutte le comunità cristiane, perché il percorso, preparato dalla Caritas assieme alla Pastorale sociale e del lavoro e da altre realtà, sia valorizzato con convinzione e decisione in foranie e parrocchie.
La proposta di gesti concreti per la promozione di un fondo di solidarietà a sostegno delle famiglie con difficoltà economiche a causa della perdita del posto di lavoro sia vissuta in un cammino spirituale che richiama la necessità di assumere, in preparazione al Natale, uno stile di vita secondo la Parola di Dio che ci viene annunciata in questo importante tempo liturgico: uno stile di attesa in essenzialità e austerità di vita, con attenzione alle forme di povertà presenti in noi.
Auguro di cuore a tutti un’attesa vigilante, serena e operosa del prossimo Natale.
Belluno, I novembre 2005
+ Giuseppe Andrich

2 novembre 2005, Feltre e Belluno
OMELIA COMMEMORAZIONE DEI DEFUNTI
III Messa del 2 novembre
Siamo nel luogo – il cimitero – e nel momento – la S. Messa – che nel modo più completo e intenso ci pongono in comunicazione, in comunione con i nostri defunti.
Il luogo: il cimitero. Anticamente si adoperavano altri termini per indicare il sito delle sepolture: il termine “necropoli” o qualche altro nelle diverse culture e tutti i vocaboli facevano pensare solo alla morte. I cristiani hanno espresso la loro fede con un nome nuovo: “cimitero”, che significa “dormitorio, casa dei dormienti”. Qui veniamo per sentire non il ricordo soggettivo e nostalgico di persone estinte, ma una vicinanza con coloro sono chiamati a risvegliarsi, anche nel loro fisico, come da un sonno, per condividere il trionfo di Gesù Cristo sulla morte; siamo qui per sentire che lo spirito immortale dei nostri defunti vive. “Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio… Agli occhi degli stolti parve che morissero, ma essi sono nella pace.”
Sulle tombe ci sono fiori e scritte parole che dicono quanto i nostri defunti sono stati amati; se accanto c’è anche la croce, questo è il segno dell’amore più grande che hanno avuto nella vita terrena, della relazione più sicura e durevole che per sempre li abbraccia. È il segno del mistero racchiuso in ogni esistenza umana, che trova il suo momento apice nella morte e lì il Vincitore della morte attende tutti. Quel segno che hanno ricevuto nel battesimo e moltiplicato tante volte in vita (i piccoli segni di croce al vangelo, il segno al mattino e alla sera e quello tracciato nella celebrazione della Messa all’inizio e alla fine) è il titolo più sicuro per essere attratti là dove l’amore del Signore fa giungere ogni persona: “Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno il suo popolo…”. “Io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio.
Restiamo affezionati a questo segno sulle tombe, sui ricordi dei nostri morti. È il segno più veritiero della dimensione creaturale della nostra vita che conosce sofferenze e morte, ma insieme il segno che meglio esprime la speranza di essere innestati in colui che dalla croce ci fa passare alla risurrezione. “Tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate”.
Il momento: la celebrazione della S. Messa. La memoria dei nostri defunti è continuamente ripresa nella grande preghiera eucaristica. “Accogli nel tuo regno i nostri fratelli defunti e tutti i giusti che in pace con te hanno lasciato questo mondo; concedi anche a noi di ritrovarci insieme a godere per sempre della tua gloria”.
La memoria dei defunti è dentro la tonalità eucaristica, di lode e di ringraziamento: “grazie che ce li hai dati”, “con loro speriamo di godere per sempre”. Questo significa innestare la preghiera per i morti dentro l’avvenimento che ha cambiato la storia: la morte e risurrezione di Gesù presente nella Messa perché possiamo innestare il nostro sacrificio nel suo. La Messa, in particolare quella domenicale, ci pone sempre tra il tempo e l’eternità e ci fa sentire la comunione con i nostri defunti.
La partecipazione alla Messa di suffragio soprattutto nel giorno anniversario della morte, che i cristiani chiamano “giorno natalizio”, è compiere l’azione più intensa per la loro vita che non muore e per la nostra speranza di non morire alimentandoci della forza vittoriosa della Pasqua.
Alle volte si pretende di spiegare e animare la Messa in termini soltanto legati all’azione terrena con semplificazioni che non ci fanno consapevoli della dimensione di mistero, cioè della realtà che materialmente non si vede e che è essenziale (“l’essenziale è invisibile agli occhi!”); che ci fa sentire come “lo Spirito ci riunisce in un solo corpo” con quanti ci hanno preceduto nel segno della fede.
Lo sguardo, nella S. Messa, deve dunque essere ampio, oltre i limiti del visibile, oltre la morte: questo ci educa all’amore che il Signore ha per noi, ci muove a cercare la felicità nella direzione delle beatitudini e sentire come l’esistenza umile e generosa alimenta la vita e la felicità nel tempo e nella città futura.
Oggi, nella commemorazione di tutti i fedeli defunti, sul luogo-cimitero viviamo il momento pasquale che ci attende ogni domenica. Su di noi e sulle tombe di questo cimitero sono risuonate le beatitudini che stanno tutte e completamente nell’ottica della vita che non muore.
Ricordiamo, qui in questa celebrazione, tutti i defunti, in particolare, riprendendo l’ultima beatitudine “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno… Rallegratevi perché grande è la vostra ricompensa nei cieli”, ricordiamo le tre ragazze cristiane barbaramente uccise in Indonesia perché cristiane. Accogliamo l’invito del Papa a farci pensosi e oranti su tutti i casi di persecuzione che si moltiplicano nel mondo.

6 novembre 2005, chiesa si San Rocco in Belluno
OMELIA ALLA MESSA DAVANTI ALLA TRASFIGURAZIONE DI TIZIANO VECELLIO
I tre discepoli pregustano quello che il brano del profeta Daniele annuncia nella prima lettura: la candida figura del vegliardo con un fiume di luce che scende davanti a lui. E il “Figlio dell’uomo” che riceve la totalità dei doni e delle possibilità per irradiare la luce che non tramonta mai. Lo diremo tra poco nel Credo: “Luce da luce”: sono ammirati e intimoriti Pietro e Giacomo, avvolto e assorbito Giovanni.
Quanto ha insistito Giovanni Paolo II al sopraggiungere del terzo millennio: che i cristiani abbiano davanti a loro, come specchio nel quale riflettersi, il volto di Cristo. Da lui abbiamo luce da luce.
Il volto di Gesù è diventato specchio in questa chiesa: nella primavera dello scorso anno quello del capolavoro del Beato Angelico; in questi giorni – che fortunatamente si prolungano – quello della Trasfigurazione del Tiziano. E nella Trasfigurazione abbiamo il volto di Cristo sulla cattedra del Tabor.
“Su un alto monte”; come Mosè ed Elia: uomini di alti moti. Il brano di vangelo ci dice che “conversavano con lui” Mosè (la legge), Elia (i profeti): tutta la storia della prima alleanza ha raggiunto la meta, la vetta più alta.
“Gesù Cristo ha fatto risplendere la vita” (2Tim 1,10).
Quanto ammiriamo nell’opera di Tiziano manifesta che anche per ciascuno di noi questa è la meta: avere Cristo in noi, essere di lui: “Non sono più io che vivo…”. Anche noi diventare luce, perché il potere suo è di far sprigionare tutta la luce che c’è in ciascuno. Questo già nella vita in terra, ma poi in pienezza nella liturgia del cielo.
Più di 22.000 persone hanno puntato gli occhi su quel volto.
«È bello stare qui!».
Vogliamo pregare in questa celebrazione perché ognuno possa sentire che è bello avere l’esperienza di contemplazione, di ascolto di Lui nella sua Parola, di immedesimazione in lui cibandoci del suo corpo.
“Gesù Cristo fa risplendere la vita!”: rende bella tutta l’esperienza anche qui sulla terra; fa splendida l’esistenza. La luce del volto di Cristo è la sorgente della vita, posta a tema del nostro sinodo.
Vogliamo cogliere da questa esperienza straordinaria tre indicazioni, più una conclusiva:
1. La contemplazione. Gesù viene trasfigurato mentre prega. Ogni persona diventa ciò che guarda con gli occhi del cuore. La preghiera – anche attraverso aridità e senso di solitudine – alla fine ci porta luce ardente.
2. L’ascolto. Gesù è la voce che diventa volto. Non abbiamo nella Parola di Dio dei contenuti da cogliere come valori importanti per il nostro vivere, ma la presenza del volto del nostro Signore e Maestro. Ascoltarlo significa essere trasformati perché ci modelliamo su di lui. La seconda lettura, che abbiamo sentito qui commentare da don Giulio Antoniol, ci dice come Pietro viveva immedesimato il Colui che è “luce da luce” richiamando a se stesso l’esperienza della Trasfigurazione: «Siamo stati testimoni oculari della sua grandezza… Questa voce noi l’abbiamo vista scendere dal cielo mentre eravamo sul santo monte. E così abbiamo conferma migliore…».
3. Occhi nuovi. “L’occhio è la lucerna del corpo” (Mt 6,22). Moltiplichiamo sulla terra occhi di lucerna. Non occhi che desiderano e vogliono possedere. Concupiscenza, possesso senza amore. Siano occhi che manifestano la luce che abbiamo nell’anima, che cercano la luce e la bellezza più duratura delle persone, del creato; se l’occhio sarà lucerna metterà luce attorno a sé perché altri possano vedere. Su questo tema evangelico vogliamo prospettare l’impegno di evangelizzazione che sarà il frutto principale del Sinodo. Gesù Cristo fa risplendere la vita servendosi della luminosità dei nostri occhi. La pace e la serenità del cuore, che traspaiono dal volto e dallo sguardo, evangelizzano più della facondia delle parole.
L’indicazione conclusiva.
L’evangelista Luca, subito dopo la Trasfigurazione, colloca la svolta decisiva del suo vangelo e la descrive con una pennellata: «Gesù indurì il suo volto e si incamminò verso Gerusalemme». Il volto bello del Tabor, diventa il volto forte; il volto davanti al quale è bello stare, diventa il volto in cammino.
Quando il card. Carlo Maria Martini celebrò il sinodo della grande diocesi di Milano, dodici anni fa, scelse, come motto o logo, proprio queste parole: “Indurì il suo volto”. Anche noi abbiamo la volontà di camminare con decisione – come Gesù andando a Gerusalemme – sui percorsi ardui e difficili del Sinodo e della missione della nostra Chiesa. Vogliamo farci discepoli di Gesù con un volto che ha la ferma volontà di portare la voce e la luce del Figlio dell’uomo, seguendolo sulla via della croce.
Ma indurire il volto, dopo aver contemplato sulla cattedra del Tabor il volto luminoso di Gesù, sarà anche per noi renderlo come il suo: deciso a fare la volontà del Padre, fermamente determinato al dono di sé a ognuno di noi, e perciò inscalfibile nella tenerezza, inflessibile nella misericordia e nel perdono.
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Al termine della S. Messa, prima della benedizione, vengono il vescovo ringrazia il presidente della Commissione sinodale per la Comunicazione dott. Luigi Guglielmi anche per l’organizzazione delle quattro meditazioni scaglionate settimanalmente; i centocinquanta volontari che hanno accolto e accompagnato le migliaia di visitatori; mons. Giacomo Mazzorana per l’allestimento delle immagini e delle didascalie, nell’apposita sala del percorso della mostra, illustranti “La Trasfigurazione nell’arte cristiana”; la “Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore” di Pieve di Cadore con la prof. Maria Giovanna Coletti; il rettore della chiesa di S. Rocco comm. Don Carlo Onorini.
Il rettore è invitato dal vescovo a dire la sua testimonianza sulla straordinaria esperienza in atto.

11 novembre 2005, Cattedrale di Belluno
OMELIA ALLA MESSA DI S. MARTINO
Domina davanti a tutti voi, sul fondo del coro, la pregevole opera della metà sec. XV, il polittico di san Martino provvisoriamente posto qui per i restauri in corso nella cripta.
La produzione artistica intorno alla figura di S. Martino è immensa, si sviluppa in tutta Europa e negli altri continenti; si estende senza interruzioni lungo tutti i secoli, dal sec. IV quando visse il santo.
La sua popolarità è sempre stata e rimane straordinaria, anche nella nostra terra.
Sento di dover segnalare due fatti che documentano per noi questa affermazione.
1. Il primo. Tra le numerose opere pittoriche, scultoree, a graffito o a bassorilievo – molte delle quali a soggetto sacro – diffuse tra noi, nel Veneto ma anche oltre i confini nazionali, l’artista Franco Fiabane che oggi riceve dal Comune di Belluno il Premio S. Martino”, ha curato l’immagine del santo in opere significative, prima fra tutte la scultura posta all’ingresso dell’ospedale “S. Martino”. Voglio associarmi, a nome della Chiesa, al senso di ammirazione e di riconoscenza di tutta la cittadinanza verso il nostro artista che oggi riceve il prestigioso riconoscimento.
2. Da due giorni è aperta una mostra “I santi alle finestre” allestita dal 3° Circolo didattico di Belluno presso la Direzione Provinciale del Turismo di Via Psaro, con lavori delle Scuole materne e primarie di Mussoi e di Bolzano Bellunese: san Martino è il santo privilegiato dagli alunni che già dallo scorso anno sono fatti attenti alla storia locale collegandosi alle nostre tradizioni iconografiche più significative. Ringrazio di questo il dirigente scolastico del circolo, gli insegnanti, gli alunni e le famiglie.
I) Il nostro polittico.
Martino campeggia sulla scena centrale nel celebre atto di dividere il suo mantello con il povero. È ancora giovane catecumeno e gli è dato di comprendere il senso del suo generoso gesto: «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli l’avete fatto a me» (Mt 25,40).
Negli incontri sinodali che ha posto la nostra Chiesa in ascolto di politici, amministratori, sindaci, presidenti di comunità montane e di altre realtà sociali ho sentito più volte in questi giorni la constatazione: da noi cresce a povertà; sempre più persone e famiglie si rivolgono alle istituzioni per chiedere aiuto per la sussistenza.
Il vangelo che abbiamo ascoltato ci dice l’inscindibile rapporto tra carità e incontro con Gesù Cristo.
Di anno in anno chiediamo al nostro patrono di maturare in noi e nella nostra chiesa questa convinzione che muova a scelte coraggiose, non in dichiarazioni altisonanti ma con costante impegno.
Tra pochi giorni abbiamo un’occasione particolare. In ogni avvento e tempo natalizio viene organizzato l’Avvento di fraternità. Quest’anno con la proposta “Accendi anche tu la speranza” vogliamo sollecitare le comunità cristiane a collaborare per la costituzione di un fondo di solidarietà a sostegno delle famiglie con difficoltà economiche a causa della perdita del posto di lavoro. La proposta viene a seguito di due momenti di riflessione e di preghiera vissuti nel dicembre 2004 a Feltre e nel marzo di quest’anno in Cadore. Maturiamo e viviamo questo gesto di condivisione con uno stile di vita che ammiriamo in san Martino: uno stile più austero e sobrio.
II) Delle altre scene del polittico ben tre rappresentano l’inquietante presenza del diavolo.
Davanti al divampare di tanti fuochi come quelli che abbiamo visto in questi giorni sui teleschermi, come di altri che tormentano in modo meno palese la vita degli stati, di città, di famiglie e di realtà sociali si possono fare diagnosi, alle volte sbrigative altre volte più documentate e attendibili; ma è difficile andare nella profondità e nell’estensione delle cause che provocano guerre, ingiustizie, ribellioni, fuochi distruttivi.
Martino nella sua vita lottava non contro le persone, ma contro l’idolatria, lo strapotere, gli inganni diabolici, la potenza del male, in una parola contro “il principe del male”. Una forza che pervade la storia, si contagia con l’assenso personale e quindi attenta alla serenità della nostra anima. Gravi conseguenze, maggiori di ogni previsione, si diffondono con nefasta influenza quando il principe del male ha vittoria. Il male ha in lui la radice. La fede cattolica ci fa combattere contro la potenza oscura con sicurezza della vittoria, perché Gesù Cristo lo ha vinto. È il lui la salvezza. Se il male non fosse così radicale, esteso e potente, potremmo affidarci a forme di volontarismo, non sarebbe necessario il Salvatore, il Dio-con-noi.
Martino faceva appello al Salvatore e alla santità della vita, che non significa impeccabilità ma armonia interiore irradiata dalla luce dello Spirito Santo abitante in noi. Modellava la sua vita su quella del Servo di Dio, annunciato nella prima lettura, venuto “per la liberazione, per consolare e allietare gli afflitti”. Tutti possiamo collaborare alla pace e all’armonia se, con la fede nel Salvatore e con la forza della sua parola, ci facciamo consolatori, artefici di pace e di armonia. La preghiera del Padre nostro ci fa domandare nelle parole finali: “Liberaci dal male”. E lo sviluppo della richiesta la sentiamo a ogni celebrazione della Messa: “Liberaci da tutti i mali, concedi la pace ai nostri giorni e con l’aiuto della tua misericordia vivremo sempre liberi dal peccato e sicuri da ogni turbamento”.
III) L’ultima scena del polittico è la serena morte di san Martino. Dopo ventisei anni di episcopato, dopo aver lottato per amore della giustizia e aver lavorato per la diffusione del vangelo, compiuto l’ottantesimo anno di età, andò lontano della sua casa per mettere pace in una comunità devastata dalle beghe. “Sentiva che se fosse riuscito a mettere l’armonia in quella chiesa avrebbe degnamente coronato la sua vita tutta orientata al bene” (Sulpicio Severo). Era vivo in lui, come dice l’apostolo nella seconda lettura – il dovere di predicare il vangelo e predicarlo con la vita, anche a costo di fatiche e di rischi. E il vangelo è vita di fraternità che si fa vittoriosa su tutte le liti. È farsi debole con i deboli, farsi tutto a tutti per salvare a ogni costo qualcuno.
Non basta tutt’intera la vita per imparare ad amare; dallo slancio di giovane catecumeno a questa ultima dedizione, piena di delicatezza, Martino ha fatta sua l’arte di amare. Ha sviluppato la libertà imparando le grandi leggi della vita serena capace di rasserenare gli altri. Si è fatto tutto a tutti.
San Martino, patrono della nostra diocesi che è in Sinodo, intercedi per noi perché lo Spirito ci dia la volontà di una profonda comunione di vita con il Signore e tra noi; donaci speranza e volontà di cercare il bene della nostra terra imparando che ogni nostro atto di amore fa riecheggiare in noi la grande parola: “L’hai fatto a me… l’hai fatto a me”.

4 dicembre 2005, Longarone
MESSAGGIO SINODO SUL VOLONTARIATO
Né le molte piogge, né l’abbondante neve hanno potuto spegnere l’entusiasmo per questo incontro: saluto tutti voi che siete presenti e quanti saranno raggiunti dalle immagini televisive.
Un riconoscente saluto al Sindaco di Longarone, e a tutte le autorità. Un grazie vivissimo ai sinodali, alla Commissione sinodale per la Liturgia, alla parrocchia e forania di Longarone, alle molte persone che hanno collaborato per questa celebrazione.
A nome di tutti saluto gli ospiti d’eccezione di questo incontro.
Mons. Giancarlo Bregantini è autorevole vescovo che sa infondere speranza.
Nella sua terra, la Locride, dove la violenza fa scorrere sangue e la ‘ndrangheta fa piombare la popolazione nella paura e nelle lacrime, egli è il punto di riferimento per la fede indomita e la speranza che sa comunicare, per la vita di carità che promuove con la sua Chiesa a favore di tutta la Calabria.
Carissimo vescovo Giancarlo, grazie per la tua presenza. Ti sentiamo vicino anche perché trentino di nascita, con noi montanaro; sei esperto nel coraggio di affrontare pericoli e rischi; sai prospettare vette di ottimismo e di speranza raggiungibili quando ci si impegna per il futuro con amore e gratuità,.
Don Luigi Ciotti lo conosciamo e lo salutiamo ancora una volta tra noi. Vorremo essere della sua indole, come siamo della sua terra: solidi nell’affrontare con risolutezza i problemi; solidali nel sostenerci reciprocamente; pronti a spendersi per il bene di tutti. Vogliamo ricordare il 40.mo del Gruppo Abele nato a Torino per l’intuizione del seminarista Luigi Ciotti.
Carissimo don Luigi, quello che ci dirai con forza lo riconosciamo frutto della fatica tua e del Gruppo Abele per contrastare la logica di Caino: nell’educazione alla legalità e alla pace, nell’essere accanto alle persone che soffrono forme di emarginazione: chi non ha fissa dimora, disabili, carcerati, sbandati della città, tossicodipendenti. È grande l’insegnamento che ci dai, imperniato sull’idea che ti guida: “Non fare qualcosa ‘per’ qualcuno (quasi per gratificarsi), ma stare accanto a chi fatica a vivere”.
Le due eccezionali testimonianze sono il miglior commento a uno dei temi che abbiamo sentito fortemente anche nella sessione sinodale di Borca: l’accoglienza.
Il messaggio è diffuso da Longarone, al cospetto di una montagna dalla quale, a seguito della violenza infertale dall’uomo, è piombata un’ondata di morte. Siamo nella chiesa del Michelucci che rappresenta, nella sua architettura, l’onda tragica e anche la volontà e lo slancio ascendente della ricostruzione, resa possibile dal corale volontariato e dalla carità qui giunta da ogni dove, ma soprattutto dalla gente alpina.
Questo messaggio è dato con ammirazione e gratitudine a tutte le realtà ben identificabili che hanno avuto nella nostra terra, da vari decenni, sviluppo e coordinamento promosso da persone generose e geniali.
Vuole mostrare attenzione e riconoscenza al volontariato più nascosto e anonimo, anche quello sorretto da vincoli familiari o di vicinanza, che spesso viene giudicato soltanto doveroso – e ci sfugge quanto è oneroso e alle volte eroico.
Intende additare anche le forme tradizionali della nostra terra capaci di educare alla fraternità e alla prossimità.
Ogni forma di accoglienza e di accompagnamento delle persone – anche quella di varie realtà sportive e del mondo della montagna – va da noi accolta e valutata con limpidezza di fede evangelica, non meramente come scambio rilevante dal punto di vista sociale. Perché ogni forma di dono, di servizio, di volontariato, fatta da chiunque, fa fiorire in noi l’eco delle parole “Ogni volta che avete fatto questo a uno dei più piccoli l’avete fatto a me”. E sentiamo che lo Spirito di Dio soffia dove vuole.
Come vescovo, sono presidente della carità diocesana (e della Caritas); i sacerdoti, soprattutto i parroci, che celebrano l’Eucaristia sono presidenti dell’agàpe – carità – delle nostre parrocchie; i diaconi permanenti sono il segno sacramentale di come la carità diventa servizio.
Vogliamo qui ribadire il convincimento profondo che il Signore ci fa coltivare. Eccolo: le comunità eucaristiche sono il segno operante della carità di Dio nella storia degli uomini. Perciò la carità e la prontezza a servire segnano indelebilmente l’essere e l’agire della Chiesa. Ogni comunità cristiana ha la vocazione alla carità. È sì chiamata a valorizzare i carismi caritativi individuali e organizzati che il Signore dona ai credenti, ma non può delegare o appaltare ad altri, anche solo di fatto o in nome dell’efficienza, la carità: questa è sua dimensione costitutiva, nella quale siamo chiamati a crescere di domenica in domenica. Vivere l’amore accogliente, servire i poveri in prossimità con accompagnamento premuroso, non è l’impegno da assicurare “nella” Chiesa in qualche modo, ma la dimensione essenziale “della” Chiesa e l’irrinunciabile forma dell’unica evangelizzazione.
La chiesa di Longarone è intitolata a Maria Immacolata e giovedì contempleremo, in festa solenne, la “piena di grazia” in previsione del suo “sì”. Quando lo pronunciò, nel suo grembo si fece carne il Figlio di Dio e, in forza dello stesso messaggio, in fretta andò a servire la vita accudendo a un’altra donna, Elisabetta.
Maria Immacolata, splendore di carità delicata, sollecita e operosa: prega perché anche noi viviamo sul modello di Gesù, Servo dell’umanità.
Mons. Giuseppe Andrich
Vescovo di Belluno-Feltre

24 dicembre 2005, Casa circondariale di Baldenich
S. MESSA DI NATALE
È sempre con grande emozione che vengo in mezzo a voi.
Penso al cammino di ciascuno; alla storia personalissima di ognuno; ai desideri, alle sofferenze, alla amarezze che vivete; ai vostri cari.
L’emozione è particolarmente intensa nel Natale.
“Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità” (I lettura). La sovranità è quella che gli verrà ponendo sulle sue spalle la croce, tutta la negatività di noi uomini.
Quelle braccia aperte – e fanno pensare alla croce sulla quale le braccia saranno inchiodate in apertura totale a tutti – sono accoglienti; accoglienti e indifese; offrono clemenza. È questo il nome cristiano che indica la radice profondamente umana, - anzi divina! – di ogni forma concreta e giuridica praticata dall’autorità per alleviare la pena.
Il bambino con le braccia aperte e accoglienti fa apparire la grazia di Dio apportatrice di salvezza per farci vivere con sobrietà, giustizia e pietà (II lettura).
Ecco: la clemenza molte invocata dal Giovanni Paolo II è gesto di pietà umana dal profondo valore culturale e spirituale. Viene dalle braccia allargate dal Bambino di Betlemme che nasce e del Figlio di Dio che muore con le braccia spalancate.
Egli è venuto per dirci che siamo tutti capaci di errore, ma la persona non coincide con il suo errore. Egli condanna il male, ma è sempre accogliente nei confronti della persona e per farla salva si è sottoposto alla tortura e alla morte in croce; lì ha pronunciato le parole al ladrone che si è proteso verso di lui, parole che non dovremmo mai scordare: «Oggi sarai con me in paradiso».
Tutti abbiamo bisogno di clemenza: non possiamo concepirci posti su scalini diversi. Tutti abbiamo bisogno di perdono e di clemenza che viene a noi dal Figlio di Dio nato e morto per portare su di sé tutti i nostri errori e peccati.
Con gioia ho conosciuto qualche giorno fa due donne consacrate che sono in un paese vicino a Belluno per accogliere donne con bambini, in alternativa alla casa circondariale. Lo considero un segno di clemenza. E prego in questa S. Messa perché si moltiplichino i segni di clemenza. I lavori portati appena portati a termine in questa casa siano il segno che non solo materialmente le celle sono più accoglienti, ma più sostanzialmente diventino luogo dove potete provare fiducia in voi stessi, capacità di pensare con la mente e con il cuore alimentando la speranza di giorni migliori.
“Vi annuncio una grande gioia… Una moltitudine dell’esercito celeste lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama».
Credo di non dover moltiplicare molto le parole: affidiamoci alla potenza spirituale di questa celebrazione, alle emozioni che avete per i ricordi di Natali anche lontani nel tempo; sentite la volontà di bene del cappellano don Carlo; della cordialità di tutti noi che viviamo la prima Messa della notte di Natale qui con voi. Ma il nostro amore che ci fa condividere con voi questo momento sarebbe niente se non fosse il segno di quell’amore grande, dolcemente penetrante nell’anima che ci è annunciato: “Pace in terra agli uomini che egli ama”.

25 dicembre 2005, Cattedrale
S. MESSA DI NATALE, mezzanotte
«Non temete, ecco vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è Cristo Signore».
La liturgia che ci dà ogni anno l’augurio di un natale gioioso, di una gioia che viene dall’avvenimento sconvolgente che celebriamo qui, in questa notte santa.
Non sia questo un Natale di routine. Non sappiamo quanti natali potremo ancora vivere quaggiù: viviamo questo con mente e cuore attoniti nel riandare a quello che la Parola di Dio ci dice ancora una volta, non sarà ripetitiva, la potremo sentire nuova e feconda per questo momento della vita.
La prima lettura è un inno al messia che viene. È descritta la condizione del popolo: «Il popolo che camminava nelle tenebre … su coloro che abitavano in terra tenebrosa una grande luce rifulse».
Anche noi abbiamo tenebre.
Un aspetto tenebroso del nostro camminare sta nell’essere immersi in un modo di pensare che non pone più la persona davanti alle domande fondamentali: da dove vengo? Dove vado? a quale traguardo ultimo sono orientato?
“Venuti all’esistenza per caso, siamo destinati a scomparire per sempre”: oggi è facile pensare così, forse anche in chi vive la pratica religiosa del natale.
Il peso di questa risposta è insopportabile. Ritenere che le domande sulla propria origine e sulla propria destinazione finale siano domande inutili o comunque che non possano ricevere una risposta certa fa sprofondare nelle sabbie mobili del provvisorio, del disimpegno, del non-senso; ci fa persone senza radici e senza destinazione, capaci di navigare solo a vista.
Ma ecco la grande notizia di questa notte: nelle tenebre del non senso, una luce si è accesa; una risposta è stata donata. La notizia che fa scoppiare di gioia il profeta Isaia: «Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia».
Perché? Perché Dio libera dall’oppressione: «Un bambino è nato per noi … ed è chiamato Principe della pace».
E a queste si aggiungono le parole dell’apostolo: «È apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza per tutti gli uomini».
Proprio nella rivelazione della grazia, l’uomo trova la risposta alla sua domanda più grande. Si sente pensato e voluto da Dio stesso. Prima di essere concepito sotto il cuore di una donna ciascuno di noi è stato concepito nel cuore di Dio. Ci è dato un annuncio che vogliamo sentire sempre nuovo, capace di suscitare in noi lo stupore: Colui che viene a noi e ci ama dice a ciascuno: «Tu non morirai mai!». Quante schiavitù e violenze si spezzano se la nostra vita accoglie questa luce! «Tu hai spezzato il giogo che l’opprimeva, la sbarra sulle sue spalle e il bastone dell’aguzzino».
Allora la grazia di Dio «ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà».
Ma come e dove «è apparsa la grazia di Dio apportatrice di salvezza per tutti gli uomini»?
«Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia». La grazia di Dio non consiste in un nuovo insegnamento religioso da confrontare con altri insegnamenti; non consiste nella notificazione di un più rigoroso codice morale. Dio ha scelto, per far apparire la sua grazia, la presenza in mezzo a noi di una persona: Gesù Cristo. Il Figlio di Dio fatto carne; che fa presente la grazia di Dio, e l’uomo la può vedere e toccare.
Ecco perché in questa notte «il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse».
I primi appartenenti a questo popolo furono «alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge». Strano inizio del nuovo popolo! Non era necessario essere persone di cultura, poiché non si trattava di apprendere una dottrina; non era necessario essere fedeli osservanti delle legge, poiché non si trattava di acconsentire ad un codice. Si trattava di andare a vedere un bambino appena nato, perché quel bambino è la grazia di Dio fatta carne umana.
I pastori andarono. E quando tornarono che cosa era cambiato per loro? Nulla per quanto riguarda le vicende esteriori. La vita scorreva come prima. Ma per loro e per noi cambia il senso dell’esistenza, cambia l’orizzonte e la prospettiva in cui si compie, cambia la forza interiore; in una parola cambia tutto. È come quando in matematica, al posto del segno negativo davanti a un numero lo mettiamo positivo; un ‘più’ invece del ‘meno’; il numero sembra lo stesso, in realtà cambia tutto. Tutto è nuovo: il dolore si apre alla speranza, la gioia cerca radici profonde nell’animo, il lavoro ci personalizza in vista di un futuro certo. Sicuri di essere amati da Dio si è pieni di stupore scoprendo la dignità della persona e del suo futuro che non muore.
Buon Natale a tutti: che Dio ci conceda di uscire da questa Cattedrale come i pastori dalla grotta di Betlemme per camminare in novità di vita.
domenica 31 dicembre 2005, Cattedrale
MESSA DI FINE ANNO 2005
«Voglio ricordare i benefici del Signore, quanto egli ha fatto per noi», così nella prima lettura della Parola di Dio.
Siamo qui per rendere grazie.
Vedo anche persone che hanno vissuto un anno con problemi e drammi; sono qui per riconoscere che qualcuno ci riscatta dai momenti di angoscia con amore e compassione, ci solleva, ci porta su di sé.
Due fatti del 2005 restano fissati nella mia memoria e li sento condivisi da voi:
1. Il vangelo posto sulla bara di Giovanni Paolo II sfogliato da un vento impetuoso; insieme con una rappresentanza consistente di diocesani, soprattutto di giovani, ero lì nella piazza di S. Pietro venerdì 8 aprile. Un papa che aveva consumato la sua voce ad annunciare in ogni continente la parola del vangelo. E subito un altro pastore – Benedetto XVI - chiamato a spalancare quel libro
e annunciare la parola. Voglio dire grazie questa sera per avere questa parola eterna e sempre nuova, attuabile in ogni momento della vita: è in forza di questa parola che abbiamo la speranza e ci apriamo con fiducia al futuro, che la pena e la fatica diventano croci che preparano la Pasqua, e la gioie della vita le possiamo sentire come promesse di quella gioia che riempirà pienamente il cuore.
Possono venire venti minacciosi che quasi ci fanno con ansia e irruenza sfogliare quelle pagine: ma anche nei venti minacciosi ci sarà il soffio soave dello Spirito che ci porta parole di luce e di serenità. Dovremmo preoccuparci se sentiamo poca riconoscenza per avere la fede nella parola del vangelo.
Che il Signore ci faccia ritrovare fiducia nella sicurezza e nella gioia del vangelo.
2. Il secondo fatto vissuto con intensità nella nostra comunità è il Sinodo e faccio riferimento in particolare al segno della Trasfigurazione di Tiziano Vecellio. Abbiamo contemplato il volto del Signore per imparare dalla bellezza dell’arte a saper contemplare il volto della comunità cristiana, delle persone che stanno con noi e che sono venute ad abitare tra noi. A contemplare il volto di gloria anche nelle persone sofferenti e povere; Abbiamo imparato a sentire che Lui, il Salvatore, lo incontriamo e contempliamo nella liturgia, soprattutto nella celebrazione della S. Messa domenicale.
Il grande uomo e un grande prete che nel secolo scorso diede un colpo d’ala alla cultura europea, l’italo-tedesco Romano Guardini, in un diario della settimana santa del 1929 vissuta in Italia, a Monreale, dice ammirato dei partecipanti alla liturgia: «Tutti vivevano nello sguardo, tutti erano protesi a contemplare. Allora mi venne chiaro qual è il fondamento di una vera pietà liturgica: la capacità di cogliere il ‘santo’».
Alla fine, durante il possente canto del Te Deum laudamus, te Dominum confitemur; Patrem immensae maiestatis che abbiamo la gioia di vivere ancora una volta ascoltando il coro diretto da mons. Sergio Manfroi, anche noi vivremo nello sguardo; con le orecchie tese in ascolto, ammireremo negli spazi di questa cattedrale la bellezza della sua architettura e ancora di più, soprattutto a me che presiedo stando davanti a voi, toccherà la fortuna di “vivere nello sguardo” di ammirazione riconoscente su tutta questa comunità, sulle persone che vedranno le immagini della nostra basilica attraverso la televisione. Sguardo di ammirazione per questa Chiesa pellegrinante che siamo noi, ma sguardo anche su chi vive nella luce inalterabile del Risorto e per molte di queste saprei indicare il posto abituale in presbiterio o nell’aula.
Come vogliamo questa sera ringraziare per la nostra fede nella luce del Vangelo, così vogliamo anche essere grati per il senso di ammirazione e di stupore che quest’anno abbiamo avuto per la Chiesa, per la Chiesa in sinodo con molti laici anche giovani che hanno testimoniato maturità e responsabilità; grati per l’ammirazione che abbiamo coltivato cogliendo sui volti delle persone che conosciamo disagi, fatiche e sofferenze nelle difficoltà che devono portare.
Non si può amare la Chiesa senza ammirarla. La si ama perché la sia ammira e la si ama ammirandola.
Grazie, Signore, per questo sguardo credente che vogliamo mantenere e aguzzare nella vita di tutti i giorni per cogliere la tua presenza e onorare e valorizzare ogni persona.
Maria, Madre di Dio, che serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore, ci aiuti a coltivare nel cuore i sentimenti che ci fanno ammirati e grati: gli occhi hanno le radici nel cuore.
L’augurio per le ore di passaggio verso l’anno nuovo lo affido alle parole che sentiremo e ammireremo solenni e imploranti: Per singulos dies benedicimus te; et laudamus nomen tuum in saeculum et in saeculum saeculi:
«Tutti i giorni esaltiamo i tuoi benefici. E noi cantiamo la gloria del tuo Nome, oggi, sempre, e in tutti i secoli».
