Auguri a tutti.
L’augurio attinge contenuti in progressione dalle tre letture ascoltate.
Con le parole dell’antico libro dei Numeri, i sacerdoti benedicevano nel nome misterioso e impronunciabile del Dio di Israele. Nella traduzione si dice “il Signore”, ma in ebraico c’è il nome in quattro lettere, che non è lecito pronunciare. Egli «ti benedica e ti protegga, faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio; rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace».
Nel brano del vangelo abbiamo una seconda tappa: c’è un nome che possiamo pronunciare: Gesù, che significa “Dio salva”. È la persona divina che sta in mezzo a noi, che ci mostra il volto del Padre, che ci assicura della fedeltà e della bontà di Dio su di noi.
C’è ancora una terza tappa, quella presentata con parole forti, concise nella lettura dell’apostolo Paolo: «Voi siete figli, ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei vostri cuori lo spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!».
Il Presidente della Repubblica ieri sera nel suo messaggio ha citato quello che gli ha detto una bambina nella piazza di Corleone: «la pace ti nasce dal cuore e si diffonde nell’aria».
Il nostro cuore. Maria ci fa da modello di come custodire nel profondo di noi il bene più prezioso per la nostra vita e per gli altri.
Il vangelo di oggi ci dice come le parole, che in altri suscitano stupore, hanno in lei ascolto consapevole, pensoso, intelligente. Custodisce con cura e attenzione come quando si ha tra le mani una cosa delicata e preziosa.
Le medita: non è la sua una custodia passiva e inerte, ma viva, attiva, di confronto, cercando di comprendere la logica profonda anche se ci sono elementi in apparenza slegati e in contrasto.
La verità delle vicende che viviamo, ma soprattutto delle persone, è fatta di tensioni, eppure c’è un’armonia e un ordine da cogliere che appunto possiamo chiamarlo “verità”.
NELLA VERITÀ, LA PACE.
Non è compito di un’omelia illustrare il tema del primo messaggio di Papa Benedetto per la giornata della pace. Troviamo parole che offrono grandi prospettive per la pace mondiale, anche nell’appello alle Organizzazioni Internazionali. Sono molte le sollecitazioni culturali del messaggio: il Papa denuncia le ingiustizie e le disuguaglianze intollerabili, il terrorismo sempre minaccioso, il nichilismo che nega l’esistenza di qualsiasi verità, i fondamentalismi che pretendono di imporla con la forza; gli investimenti nella produzione di armi invece che sullo sviluppo dei popoli. Di grande attualità per tutti l’invito: “La verità della pace chiama tutti a coltivare relazioni feconde e sincere, stimola a ricercare e a proporre le strade del perdono e della riconciliazione, ad essere trasparenti nelle trattative e fedeli alla parola data».
Papa Benedetto rileva la contrapposizione tra verità e menzogna presente in ognuno di noi.
«L’autentica ricerca della pace deve partire dalla consapevolezza che il problema della verità e della menzogna riguarda ogni uomo e ogni donna, e risulta essere decisivo per un futuro pacifico del nostro pianeta».
Ecco: la nostra verità, quella che cresce nel cuore, deve vincere la menzogna che è faziosa, settaria e diventa principio di divisione e di violenza.
Fin dal primo libro della Bibbia, la Genesi, la menzogna è messa in evidenza: ne è figura perversa il diavolo, il “padre della menzogna” (Gv 8,44), che spinge alla separazione e alla discordia. Anche nelle ultime parole dell’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse, è marcata l’esclusione dalla Gerusalemme celeste dei menzogneri: «Fuori… chiunque ama e pratica la menzogna» (22,15).
Ognuno è dunque chiamato a «fondare la pace sulla verità di un’esistenza quotidiana», a cercare la verità di sé nelle relazioni che costituiscono la propria identità. Verità non come blocco di affermazioni ideologiche o quasi. Non si tratta di imporre agli altri la propria convinzione circa la verità. Papa Benedetto cita le parole di Giovanni Paolo II: «Pretendere di imporre ad altri con violenza quella che si ritiene essere la verità, significa violare la dignità dell’essere umano e, in definitiva, fare oltraggio a Dio, di cui egli è immagine».
Cerchiamo la pace del cuore per essere pacificatori. Lo Spirito Santo, che invochiamo solennemente con il Veni Creator, ce la concederà. Un santo caro al popolo russo, Serafim di Sàrov (1759-1833), che morì nel rogo della sua cella nella notte di capodanno del 1833 insegnava: «Quando lo Spirito divino discende in noi e ci illumina con la pienezza delle sue effusioni, allora l'anima si colma di una gioia ineffabile. Lo Spirito divino contagia con la sua gioia qualunque cosa sfiori. Conquista la pace del cuore e migliaia intorno troveranno salvezza».
Che il Signore, per intercessione di Maria, Madre di Dio e della Chiesa, ci dia lo Spirito per ascoltare il nostro cuore con purezza di intenzioni, così da vivere sereni e nella pace e irradiare attorno a noi felicità.
Vivo questa celebrazione proteso verso la festa dei popoli che domenica 8 gennaio la nostra Chiesa vivrà a Caprile, lanciando il quarto messaggio del Sinodo.
Chiedo a voi presenti e ai telespettatori che in diretta seguono la nostra celebrazione, di sentirvi tutti almeno spiritualmente presenti a Caprile per vivere in continuità con quanto oggi celebriamo nell’Epifania.
La Colletta di questa Solennità è un'umile richiesta perché Dio voglia benignamente aiutarci a 'contemplare il mistero della sua gloria'.
Sembra di riascoltare sant'Anselmo quando riconosce davanti al Signore che, se il suo cuore lo cerca, è perché ancor prima Dio stesso lo aveva cercato e toccato.
La solennità dell'Epifania celebra, infatti, la gioia e il dramma del mistero della salvezza: Dio che si manifesta, che va incontro a tutti gli uomini - nessuno escluso - , ed essi gli rispondono o gli resistono.
E' la domenica della fede che cerca e scruta, che non si arrende di fronte ad un mondo che distoglie o ad un cuore che è distratto.
“Questo mistero non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come al presente è stato rivelato”. La fede è risposta alla manifestazione che Dio stesso ha fatto, e non a una intelligente impostazione di vita che l’uomo dà a se stesso. E tutti sono chiamati, senza più nessuna distinzione tra i vari popoli. “Oggi in Cristo luce del mondo tu hai rivelato ai popoli il mistero della salvezza, e in Lui apparso nella nostra carne mortale ci hai rinnovati con la gloria dell’immortalità divina” (Prefazio dell’Epifania).
Posto di fronte a manifestazione noi come ci poniamo? Sono possibili tre tipi di risposte. Esse sono descritte nella pagina del Vangelo: l’incredulità di Erode, l’indifferenza dei sommi sacerdoti e degli scribi, la fede dei Magi nel testo evangelico che ci è stato mirabilmente cantato in una suggestiva melodia nordica che ha secoli di storia.
Incredulità, indifferenza, fede sono le tre possibili risposte che l’uomo può dare.
1. L’incredulità di Erode nasce dalla paura di trovare in Dio un pericoloso concorrente. Viene da una falsa concezione della propria autonomia che porta a vedere Dio concorrente della libertà umana. La tragedia di tanti che respirano il clima della mentalità di oggi è di sradicare la persona da ogni rapporto con Dio in base al presupposto che esso “alieni” l’uomo.
Questo tentativo di far morire Dio nel nostro cuore dà l’effetto di far morire la nostra interiorità. Quante volte don Albino Luciani ce lo ha ricordato: “morte di Dio, morte dell’uomo!”.
2. Ancora più frequente è la risposta dell’indifferenza come i sacerdoti e gli scribi di cui ci parla il Vangelo. Davanti all’interrogativo che raccoglieva tutte le attese (“dov’è il re dei giudei che è nato?”), mostrano di conoscere la risposta in modo professionale, da funzionari, ed è una risposta che li lascia assolutamente indifferenti. Quasi una questione accademica la cui soluzione è già stata prevista e che quindi non interessa la vita. Non c’è la lotta di Erode contro la salvezza cristiana, meno che meno c’è la ricerca appassionata dei Magi. Per loro ci sono cose ben più urgenti e necessarie.
Prender posizione davanti alla manifestazione di Cristo è affrontare con serietà la vita. Di indifferenza su queste questioni si muore, anche nella Chiesa si muore, per asfissia, ci si dispera. Il nulla eterno oppure Qualcuno cui rendere conto della tua vita? Anche a te tocca scegliere fra queste due alternative. Non voler fare nessuna scelta non fa fermare l’imbarcazione che va verso il punto finale della vita terrena.
3. Infine la fede dei Magi. Essa nasce da una ricerca vera e prolungata (ab oriente venerunt Jerosolimam, “giunsero da oriente a Gerusalemme”: un lungo cammino). Da una ricerca ragionata che si fonda su “segnali” della natura letta come calligrafia di Dio (Benedetto XVI) (vidimus stellam eius in oriente et venimus, “abbiamo visto sorgere la sua stella”). Da una ricerca appassionata (Gavisi sult gaudio magno valde, “essi provarono una grande gioia”). La fede consiste nell’abbandono che l’uomo fa totalmente di se stesso al Signore Iddio (“liberamente prestandogli l’ossequio dell’intelletto e della volontà e assentendo volontariamente alla rivelazione che egli fa”, Dei Verbum 5): intrantes domum invenerunt puerum cum Maria matre eius et procedentes adoraverunt eum, “entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua Madre, e prostratisi lo adorarono”.
Farsi piccoli davanti a Gesù, il Salvatore, è sperimentare subito che egli ci risolleva e ci fa camminare: per aliam viam reversi sunt in regionem suam, “per un’altra strada fecero ritorno al loro paese”.
L’unico davanti al quale inchinarci, anzi prostrarsi senza che la nostra dignità e ricchezza siano mortificate. L’unico che contro ogni indifferenza e vacuità di cuore ci dà la passione e l’entusiasmo di camminare e di abitare felici.
Nuova la strada, nuovo l’abitare il loro paese.
Pochi giorni fa il Papa, ricordando l’esperienza di Colonia, ha detto: «Prima di ogni attività e di ogni mutamento del mondo deve esserci l'adorazione. Solo essa ci rende veramente liberi; essa soltanto ci dà i criteri per il nostro agire. Proprio in un mondo in cui progressivamente vengono meno i criteri di orientamento ed esiste la minaccia che ognuno faccia di se stesso il proprio criterio, è fondamentale sottolineare l'adorazione. Per tutti coloro che erano presenti rimane indimenticabile l’intenso silenzio di quel milione di giovani, un silenzio che ci univa e sollevava tutti quando il Signore nel Sacramento era posto sull'altare».
L’adorazione sia l’esperienza che ci fa vivere il mistero del Natale: l’adorazione silenziosa soprattutto nella partecipazione alla S. Messa domenicale e in momenti di quieta dimora davanti alla presenza eucaristica di Gesù nella nostre chiese.
Ringrazio la presidente dell’Associazione Stampa, Tiziana Bolognani, per questo incontro nella festa del santo patrono, organizzato in via straordinaria in maniera diversa dal solito.
Ho incontrato i politici: cinque incontri; partecipazione quasi plebiscitaria. In ascolto per il Sinodo. È in linea con questa impostazione che preferisco un dialogo che ora introduco, ma che prevede una conversazione aperta.
Dico prima di tutto che è giusto considerare la difficoltà della vostra professione, in una società dove si cerca 1’intrattenimento più che l’informazione. È dura la ferialità del vostro lavoro quotidiano che ha vari scogli.
Ho pensato il mio intervento introduttivo con una citazione del nostro Dino Buzzati, scrittore finissimo e giornalista, nel centenario della nascita (che la Provincia ha annunciato di voler celebrare come merita).
“Un sacrificio non arriverà mai ai piedi di Dio Onnipotente se non sarà stato consumato in segreto”.
La frase è nel racconto La corazzata Tod. Sono parole che fanno pensare alle difficoltà segrete di una laboriosità che può essere rischiosa e diventare
monotona. Quello che vale veramente non è mai ostentato. ma discreto e profondamente radicato in noi.
Un importante avvenimento di carattere ecclesiale e culturale che in ottobre sarà al centro di molte attenzioni in Italia sarà il Convegno nazionale di Verona e viene proposto con un libro neotestamentario della Prima lettera di san Pietro apostolo, dove si legge: “Se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non vi sgomentate..., non turbatevi...: siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in noi ma questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza” (l Pt, 3, 13-16).
Nel volume Buzzati giornalista pubblicato nel 2000 e che raccoglie gli Atti del convegno sul nostro grande conterraneo tenutosi a Feltre e Belluno nel maggio 1995, si legge un saggio, di Giuseppina Giacomazzi, che “illustra l’onestà intellettuale che è alla base della sua innata e segreta religiosità, non esente da dubbi, ma neanche da speranza, una speranza arricchita da un tormento e da un’angoscia che la autenticano come profondamente sentita”.
Anche noi sentiamo il tormento dei problemi della nostra terra di montagna, possiamo avere anche momenti di angoscia per problemi nostri: ma questo autentichi la speranza fondata su una segreta religiosità coltivata con onestà intellettuale.
Siamo in un momento che alle volte dà la sensazione che il mondo della politica, dei mezzi di comunicazione, dell’opinione pubblica (“pubblica o “pubblicata”?) si sostituiscano alla vita reale. Credo che dobbiamo augurarci di essere montanari che tastano con attenzione l’appoggio dove mettere i piedi e gli appigli che ci fanno salire: contro ogni illusione che la virtualità possa sostituire la passione per il reale. Così da poter riconoscerci, prima che in contrapposizioni di parte, riconoscerci nella passione per il bene della nostra terra.
In una lettera al Presidente della Provincia nella quale spiegavo di non sentire di mia competenza la sottoscrizione del documento “Acqua & Futuro” perché comprendeva scelte tecniche, esprimevo però “la mia adesione all’azione intrapresa per unire coralmente competenze e forze delle realtà amministrative provinciali al fine di favorire un’unità di azione per il riconoscimento di quanto è giusto assicurare al territorio e alla sua popolazione” e mi rifacevo al metodo “sinodale”, di camminare insieme” per raggiungere quegli obiettivi che tutti dicono di considerare essenziali. Questo deve essere possibile pur nella diversità di posizioni geologiche. Si può essere “avversari senza diventare “nemici”, superando inimicizie che vadano direttamente contro la propria terra e il bene di tutti”.
Il tema scelto per questa conversazione: “L’informazione come sostegno nel cammino della comunità civile ed ecclesiale”.
Certamente c’è una distinzione precisa tra le due comunità. La comunità ecclesiale che sono chiamato a guidare non vuole interferire su scelte che competono alla comunità civile. Eppure è chiamata a promuovere quello che gli è proprio e che dà ispirazioni forti ai cittadini soprattutto se, con onestà intellettuale, coltivano valori e risonanze segrete come quelle accennate nel grande Buzzati.
La notizia di questi giorni, che rimbalza a livello mondiale, è quella della prima lettera enciclica di Benedetto XVI: “Dio è carità”. L’amore ha la cifra che lo autentica e che lo fa forza unica, indispensabile e universale se è aperto sul mistero della persona, dell’essere, del senso pieno della nostra vita.
Sono felice se i vostri interventi, nel desiderio di promuovere il bene della nostra terra, vengono ora offerti accogliendo quello che sento con molta convinzione: che siano prospettati con speranza e con amore.
Giovedì 2 febbraio, nella festa della Presentazione del Signore, celebriamo la giornata della vita consacrata che quest’anno, cadendo di giovedì, coincide con la giornata mensile di preghiera per le vocazioni (primo giovedì del mese).
Faccio giungere il mio cordiale riconoscente saluto a tutti i componenti di Comunità di persone Consacrate: religiose, religiosi, membri di Istituti secolari. Nella celebrazione in cattedrale e in tutte le comunità parrocchiali – anche in quelle dove non è visibile il dono di questa presenza – ringrazieremo il Signore per il dono della vita consacrata che anche recentemente in diocesi ha fatto fiorire la scelta di donne giovani e di qualche giovanotto, e lo invocheremo perché i chiamati rispondano con generosità.
Nella sessione sinodale di Borca di Cadore la vita consacrata è stata presente: si è anche votato un testo nel quale si rileva che per sua natura la vita religiosa e consacrata è “annuncio” e si auspica qualche presenza nuova di comunità monastiche sul nostro territorio.
I modelli di vita oggi vistosamente proiettati sul “ben-avere” scambiato per “ben-essere” rendono difficili le scelte impegnative che investono tutta la vita. Eppure nel silenzio e nella preghiera lo Spirito è luce che apre a totale dedizione: ne è prova la crescita anche in Italia di vocazioni alla vita contemplativa.
Che la prossima giornata ci porti a una comprensione sempre più attenta di chi sono le consacrate e i consacrati, prima di valutare con riconoscenza i frutti del loro generoso lavoro. La loro presenza arricchisce la Chiesa. La fedeltà ai voti di castità, povertà e obbedienza, lo spendersi per i fratelli nella quotidianità, sono doni incalcolabili per le nostre comunità.
Con loro possiamo tenere vivo nella nostra Chiesa il fuoco della missione e promuovere l’educazione delle nuove generazioni che è prima di tutto aiutare i giovani a pensare in termini di “vocazione” la loro vita.
Con affetto e viva riconoscenza.

sabato 28 gennaio 2006, intervento
INTERVENTO INERENTE AD UN ARTICOLO PRESENTE SU "AVVENIRE" DEL 21 GENNAIO 2006
Nell’appuntamento della Giornata diocesana del quotidiano cattolico “Avvenire” ho pensato il mio intervento su queste colonne come una personale confidenza di quanto questo giornale lo sento importante per me, irrinunciabile punto di riferimento per la mia cultura e il mio servizio di vescovo.
Non lo faccio con affermazioni generali, ma riferendomi a due articoli, fra i tanti che mi hanno aiutato in questi ultimi mesi.
Il primo: «Il cristianesimo, questo sconosciuto. Molti europei pensano di conoscere la fede del Vangelo. Ma non è così. Potremmo dire anzi che essa è oggi la religione meno nota del continente». Un’intervista allo storico Rémi Brague fotografa la situazione della nostra cultura. «Ignorare le dottrine più elementari del cristianesimo non è più considerato una vergogna. Anzi, alcuni arrivano a vantarsene, proprio perché si pensa che il cristianesimo sia qualcosa di molto conosciuto. Ed effettivamente, ogni europeo è passato un giorno davanti a una chiesa, vi è entrato per un funerale, ha sentito parlare di Dante o di Pascal in lezioni di letteratura, ha addirittura comprato un'icona da un antiquario. Ma questo basta per capire il messaggio cristiano?». La risorsa del quotidiano “Avvenire” ha potenzialità sicure per la nostra cultura. La densa rubrica “Agorà”, che ha respiro europeo e internazionale, offre contributi di grande originalità e attualità come quello citato; vanno ad aggiungersi agli articoli di cronaca e di opinione, agli editoriali di seconda pagina, alle pagine di “Catholica”. Quando ci si è familiarizzati con il quotidiano, tutto questo lo si sente irrinunciabile pane quotidiano. Occorre infatti ripensare le ragioni della fede dentro la situazione del nostro tempo, a contatto con gli avvenimenti quotidiani.
Il secondo articolo è uno dei tanti che “Avvenire” dedica alla tappa eccezionale per le Chiese che sono in Italia: il convegno di Verona, a ottobre: «Verso Verona 2006 con un annuncio d'amore e felicità. Un’intervista a don Luca Bonari, direttore del Centro nazionale vocazioni». Ecco un passaggio: «Ogni uomo, nella sera della sua vita, non sarà giudicato su quello che ha fatto, sul suo lavoro o sulla posizione che ha acquisito nella vita terrena. No: ciascuno di noi sarà giudicato solo ed esclusivamente sull'amore. Per questo motivo, alla luce del contesto socio-culturale in cui viviamo, ogni bambino sin dalla sua nascita ha il diritto di incontrare persone che lo educhino all'amore. E noi dobbiamo comprendere che questo è suo diritto». E ancora: «Solamente una Chiesa locale unita in tutte le sue componenti è il soggetto di cui abbiamo bisogno per rispondere alle prove del nostro tempo. La sfida è quella di promuovere una pastorale vocazionale che sia annuncio d'amore e di felicità facendo comprendere ai giovani, attraverso la testimonianza personale, che tutta la loro vita può essere un dono al Signore, che amare come Gesù è andare incontro alla Resurrezione e alla Vita».
In questi giorni arriva a compimento il Sinodo diocesano di Belluno-Feltre.
I due riferimenti sono in sintonia con il lavoro sinodale durato anni. Danno sviluppo alla convinzione che l’emergenza prima delle nostre comunità è l’educazione. La fede di persone adulte non può essere qualcosa di imparaticcio, che si presume di conoscere per una qualche appartenenza a momenti di vita religiosa. Chiede di mettere a fondamento della mentalità l’annuncio che Cristo è risorto ed è il Salvatore: questo “primum” spinge a trovare criteri di valutazione sul vissuto nostro e della società, da scambiarci per una reciproca educazione a trovare nella propria vocazione la pace del cuore e la felicità, facendo della nostra vita un “dono di amore”.
+ Giuseppe Andrich

domenica 5 febbraio 2006, Cattedrale di Belluno
OMELIA DEL VESCOVO ALLA S. MESSA PER LA 28.MA GIORNATA DELLA VITA
Giobbe, con la vita tormentata e nel buio più nero, sa soffrire senza interrompere il confronto con Dio; si appella alla sua imperscrutabile sapienza; è appassionato della vita e si lamenta dei giorni più veloci di una spola, della vita che è come un soffio.
L’ultima risposta di Giobbe a Dio – alla fine del libro – contiene parole come queste: «Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono».
Vediamo Dio con i nostri occhi nel Figlio suo, Gesù.
Il vangelo ci dice il potere di guarigione ha Gesù e la forza divina con cui scacciava i demoni che attentano alla felicità della vita.
Nel brano è descritta una giornata tipo di Gesù: ritmata tra il totale dono di sé la preghiera. Il levarsi presto al mattino e cercare luoghi solitari dove entrare in contatto profondo col Padre, dice in modo esemplare che cosa significa essere figli di Dio.
Apriamo la giornata nella consapevolezza che la sorgente del nostro vivere è il Padre Celeste. È con Lui che dobbiamo metterci in relazione nel “grazie” per il dono inestimabile della vita e nell'invocazione di grazia per vivere da figli lo scorrere delle ore.
A Cafarnao tutti reclamano la sua presenza, potrebbe fare tanto! E invece, nel dialogo con il Padre, sente altre urgenze: «Andiamocene altrove perché io predichi anche là; per questo sono venuto».
E l’apostolo Paolo: è un dovere per me predicare; guai a me se non predicassi il vangelo! Vuole, per amore, donarsi agli altri – “farsi tutto a tutti” – e sente che questo lo porta a dire, proclamare, comunicare che l’annuncio di Gesù Cristo è il tutto che deve donare, è il più grande dono da portare agli altri.
Siamo nella 28.ma giornata per la Vita. Il messaggio per questa giornata si conclude con queste parole:
«Se nel cuore cerchi la libertà e aspiri alla felicità, rispetta la vita, sempre e a ogni costo».
E il messaggio tiene presenti soprattutto i giovani.
Deve starci a cuore la libertà e la felicità, la gioia di vivere; tutto l’amore che vogliamo gli uni per gli altri, e soprattutto per le persone legate a noi da affetto, ci porta ad augurare loro “libertà e felicità”.
Il messaggio per questa giornata è molto ricco di orientamenti soprattutto per la formazione dei giovani che oggi sono indotti a credere strada per la libertà e la felicità il soddisfacimento di tutti i desideri.
Ma colleghiamo la giornata alla Parola di Dio che abbiamo ascoltato.
Lo fa il presidente del Movimento diocesano per la Vita, il professor Andrea Basile, che in preparazione alla giornata ha scritto:
«Il messaggio che la nostra Chiesa vuole portare agli uomini e alle donne di buona volontà sulle strade e nelle case della nostra terra, è che Gesù Cristo, la vera Vita, quella con la “v” maiuscola, è Colui che ci dona una vita nuova, piena, inesauribile». «È una giornata di grande speranza, ma anche di grande contraddizione per la cultura dominante».
Quante minacce alla vita umana! Spaventa la mentalità provocata dalla prassi legale di una legge che permette la soppressione diretta di vite innocenti e che è praticata anche malamente e in modo mancante su punti che dovrebbero qualificarla come orientata alla tutela della maternità”.
Fanno paura le cifre del Ministero della Sanità e della Regione Veneto: dal 1978 al 2004: 4.658.004 aborti in Italia; 211.479 in Veneto; 15.515 a Belluno. Ma sappiamo, anche da giornali non sospetti, che gli aborti clandestini sono in aumento.
Il Centro Aiuto alla Vita nel 2005 con l’opera dei volontari che ringrazio di cuore, ha seguito 26 donne (14 immigrate; 12 italiane) che si sono aggiunte ad accompagnamenti già avviati negli anni precedenti. L’iniziativa “Una primula per la vita” nel 2005 ha visto coinvolte più di 50 parrocchie: oltre 6000 le primule offerte che hanno consentito di sostenere “Progetti Gemma” per l’adozione prenatale anche a distanza.
Nel 2005 a Belluno sono nati 12 bambini per questo impegno, ma sono molti di più quelli seguiti con le loro famiglie.
Una generosa opera che è sempre accompagnata dalla preghiera. È la preghiera che salda le iniziative all’annuncio del vangelo della vita. Il contagio della fede, della speranza e dell’ottimismo (nonostante situazioni da libro di Giobbe)… L’impegno della catechesi parrocchiale, dei gruppi giovani… la proposta di assicurare per noi la preghiera (“si ritirò in un luogo deserto e lì pregava”) e di educare alla preghiera…sono garanzie sicure per la libertà e la felicità cercate nella verità e nell’amore.
La preghiera sia anche per quelle mamme che hanno fatto morire la vita nascente e sentono nato in loro un tormento che cresce. Possano, per la forza della fede in Gesù misericordioso che guarisce anche le piaghe più nascoste e profonde, possano appassionarsi alla vita e alla sua difesa.
Pochi giorni fa Papa Benedetto alle ACLI ha detto: «Nella vita è la nuova frontiera della questione sociale. La tutela della vita dal concepimento fino al suo termine naturale, e ovunque questa sia minacciata, offesa o calpestata, è il primo dovere in cui si esprime un’autentica etica della responsabilità».
O Signore, rendici responsabili dell’ora che stiamo vivendo; fa che la nostra coscienza non si abitui al male e alla mentalità dominante; con la pazienza di Giobbe confidiamo in Te!

MESSAGGIO DEL VESCOVO
MONS. GIUSEPPE ANDRICH
ALLA DIOCESI DI BELLUNO-FELTRE
PER LA QUARESIMA 2006
Carissimi,
Entriamo in questi giorni nel tempo della quaresima. Vi apro il mio animo con confidenza per parteciparvi riflessioni e previsioni su momenti importanti della nostra Chiesa di Belluno-Feltre.
Giunti al termine del Sinodo, sentiamo di essere chiamati a guardare al futuro per costruire la storia insieme al nostro popolo.
Nella prima parte di questa lettera richiamo a me e a voi certezze decisive di chi crede in Gesù Cristo e con lui costruisce il suo Regno. Nella seconda parte voglio anticipatamente cogliere la luce che ci viene da momenti che caratterizzeranno la prossima quaresima e il tempo di Pasqua.
“VENITE A ME”
Vogliamo sentirci sostenuti da una convinzione: non siamo soli; la nostra fiducia è nel Signore che ci anima e ci guida; a lui ci affidiamo perché ad ogni passo del nostro cammino sentiamo rivolte a noi le parole: «Venite a me voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete riposo per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero» (Mt 11,28-30).
Gesù non vuole che siamo affaticati e oppressi, ma alleggeriti, liberi e lieti. Per dare serenità alla nostra vita è urgente vincere il senso di oppressione e di solitudine davanti a difficoltà e previsioni faticose. Non ci sono artifici umani che sciolgono questi sentimenti di pesantezza: occorre puntare sull’azione che il Signore fa per noi e con noi.
Negli anni di “missione per il Giubileo” e di “preparazione al Sinodo”, prima di rispondere a degli impegni, siamo stati chiamati pregare e contemplare. Il Signore continua ad aspettarci in questo tipo di esperienza perché i nostri occhi incontrino il suo volto e il suo sguardo: ci chiama non a un attivismo preoccupato di risultati immediati e riconosciuti dalla gente, ma prima di tutto a contemplare nella preghiera la sua presenza e la sua azione misteriosa in noi e nella storia. Sì, ci vuole alleggeriti, liberi e lieti. Nella relazione con Lui e nell’assimilazione della sua Parola, custodita e meditata nel nostro cuore come faceva la Vergine Maria, noi alimenteremo la speranza, coltiveremo desideri e progetti di pace, proveremo l’abbandono rasserenante, pacato e placato in Dio.
SCUOLA DI PREGHIERA
Ascoltando i sacerdoti e in particolare i parroci, sento di condividere l’impostazione pastorale che va verso l’essenziale e l’indispensabile: imparare a pregare. La scuola di preghiera è scuola di amore: ci fa sentire accettati e amati dal Maestro, “persone il cui cuore Cristo ha conquistato con il suo amore, risvegliandovi l’amore per il prossimo” (Benedetto XVI, enciclica “Deus caritas est”, 33).
Tanti altri programmi sono velleitari, destinati a inevitabili fallimenti, anche se risultano altisonanti.
Nella scuola di preghiera è fondamentale imparare a leggere la Parola di Dio. Nella prossima quaresima non mancano strumenti e proposte perché la Parola che “interpella, orienta e plasma l’esistenza” (Giovanni Paolo II) sia accolta nel dialogo che il Signore fa con noi. Papa Benedetto nel settembre scorso, nel discorso ai partecipanti al congresso mondiale sulla «Sacra Scrittura nella vita della Chiesa», ha detto: «La lectio divina» va incoraggiata anche mediante l’utilizzo di metodi nuovi, attentamente ponderati, al passo con i tempi».
LA LITURGIA
La liturgia è il momento apice del dialogo con Dio. Che il popolo senta la festosità dell’incontro domenicale: vi partecipi con le labbra e con il cuore, con tutta la persona vestita a festa per l’appuntamento più alto della settimana, che porta benedizione per tutti gli altri incontri e momenti! Coltiviamo quella formazione liturgica che apprende dai riti e dalle parole, che promuove una partecipazione piena nelle risposte, soprattutto con il canto. La preghiera cristiana è soprattutto “preghiera in canto”. È triste che i partecipanti alla Messa non cantino perché tutto è delegato a qualcuno. La celebrazione è un “in-canto” solo se effettivamente tutti possono cantare e uscire dall’incontro con il canto nel cuore.
Sarà soprattutto la partecipazione alla S. Messa domenicale (e anche feriale! soprattutto in questo tempo di quaresima, per chi ne ha la possibilità) a farci il dono più grande per la conversione personale e delle nostre comunità.
Ripensiamo a quanto sono state esemplari per noi le persone che ci hanno educato alla fede: da esse abbiamo avuto il segreto della serenità che inondava la loro anima perché coltivata nell’intima relazione con Dio, con la sua Parola, nella partecipazione alle celebrazioni liturgiche.
Voglio quindi esprimere riconoscenza a quanti vivono con intensità la preghiera: quella individuale (nel segreto della propria stanza o in auto), quella che si fa nelle case, nelle piccole chiese, nella Certosa di Vedana, in tante comunità di consacrati, nell’adorazione permanente della santissima Eucaristia nella cappella del B. Bernardino a Feltre (parrocchia del S. Cuore), nell’adorazione mattutina ripresa nella chiesa di S. Rocco in Belluno e in tante parrocchie. Dov’è possibile i primi giorni della settimana santa si propongano con fiducia ore di adorazione solenne, anche se prevediamo che poche persone possano frequentarla.
LO SGUARDO DI GESÙ CRISTO
Tutto questo può essere considerato scontato? Dobbiamo puntare su altri suggerimenti operativi e pratici? Sì, anche su questi. Ma decisivo è riservare del tempo per specchiarsi nel volto e nello sguardo di Gesù Cristo.
Il Papa, nel messaggio per questa quaresima, ha parole toccanti e persuasive per richiamarci le responsabilità del momento: «Dinanzi alle terribili sfide della povertà di tanta parte dell’umanità, l’indifferenza e la chiusura nel proprio egoismo si pongono in un contrasto intollerabile con lo “sguardo” di Cristo. Il digiuno e l’elemosina, che, insieme con la preghiera, la Chiesa propone in modo speciale nel periodo della quaresima, sono occasione propizia per conformarci a quello “sguardo”».
Il nostro sguardo si misurerà su quello di Cristo se sentiremo l’urgenza più pressante per il bene dell’umanità: coltivare prima di tutto la fede «perché il nostro “sguardo” sull’uomo si misuri su quello di Cristo. Infatti, in nessun modo è possibile separare la risposta ai bisogni materiali e sociali degli uomini dal soddisfacimento delle profonde necessità del loro cuore».
MOMENTI DELLA QUARESIMA E DELLA PASQUA
Quanto segue non è una programmazione di cose da fare, un giogo pesante da caricare sulle spalle. È il desiderio che voglio condividere con i lettori di cogliere la luce di momenti promettenti del tempo di quaresima e di pasqua 2006. Ogni percorso comunitario è unico, è una grazia originale e irripetibile: lo è per i momenti che vivremo e per l’apertura della nostra anima a quanto ci verrà donato. Tutto è già nel ritmo previsto. Vorrei che questo diventasse tempo opportuno da vivere «in comunione vera e santa», come professiamo nel canto “Lo Spirito di Dio dal cielo scenda”.
«UN PANE PER AMOR DI DIO»
L’iniziativa ritorna a ogni quaresima. Quest’anno ci invita a confrontarci con “le carenze materiali di coloro che sono privati del minimo vitale, e le carenze morali di coloro che sono mutilati dall’egoismo, dall’abuso del possedere, del consumare, dello sfruttare”. Si tratta di proporre e promuovere, per gli uni e per gli altri, un nuovo stile di vita improntato alla dignità e alla sobrietà. Il Centro Missionario fa posare il nostro sguardo su alcune comunità del Brasile e dell’Ecuador dove operano missionari nostri conterranei; su malati di Aids dell’Africa e in Tanzania; su minoranze etniche della Thailandia per le quale da anni la Chiesa del Triveneto lavora in difesa della loro vita.
ADULTI E GIOVANI VERSO IL BATTESIMO
Sempre più frequentemente anche la nostra Chiesa di Belluno-Feltre vive il catecumenato di persone adulte per portarle ai sacramenti dell’Iniziazione cristiana: Battesimo, Cresima, Eucaristia. Nella celebrazione del mercoledì delle Ceneri, in cattedrale, ci sarà il Rito dell’elezione di giovani e di adulti che, concluso il catecumenato, vivranno la quaresima come il periodo più alto e illuminante della loro preparazione ai sacramenti della veglia pasquale.
Tutta la nostra Chiesa senta di essere loro madre per generarli nello Spirito. La vasca del fonte battesimale è simbolo della Comunità, grembo materno della generazione alla vita cristiana.
La nostra fede ci dice che quanto si verifica nella generazione fisica avviene nella vita misteriosa della Chiesa: chi diventa cristiano da adulto non riceve semplicemente un’istruzione per una preparazione solo individuale, ma entra nella vitalità della Chiesa vivendo relazioni significative con chi è generato dall’alto, dallo Spirito.
Per donare la vita ai nuovi cristiani lo Spirito chiama tutti noi a rigenerarci nella conversione quaresimale.
«MAI SOLI!»: CONVEGNO DI QUARESIMA
Giovedì 2 e venerdì 3 marzo prossimi ci sarà il III Convegno di quaresima nella sala del Centro Giovanni XXIII a Belluno, dalle ore 18 alle 20. Questo momento è stato inaugurato da mons. Vincenzo Savio: dopo la celebrazione delle Ceneri, la Chiesa si pone in dialogo con la Città per prendere coscienza di gravi sfide del nostro ambiente che interessano, almeno potenzialmente, tutti.
Nel 2002 l’argomento è stato: la malattia mentale; nel 2004: i giovani troppo presto al lavoro. Quest’anno il tema è: «Mai soli! quando la malattia nasconde il futuro». Ci sono momenti traumatici che gettano nella solitudine e condizioni di vita che danno a malati e ai loro cari una nuova sconvolgente percezione di sé e del proprio futuro. Vogliamo ascoltare insieme le richieste rivolte ai familiari, ai medici e al personale sanitario, agli amministratori, agli amici, ai volontari, al sacerdote… Vorremmo capire come deve cambiare la mentalità per accogliere l’ammalato e ospitare la realtà della malattia che segna le persone da accompagnare con cure che vanno ben al di là delle prestazioni tecniche. Mai la persona è incurabile, neanche quando la malattia è inguaribile; mai va lasciata sola.
Vorremmo abbattere barriere di incomunicabilità e di esclusione imparando passi sicuri, gesti sinceri e parole idonee per comunicare e per vivere insieme in un accompagnamento responsabile e delicato.
Nel Sinodo abbiamo constatato quanto nella nostra terra è vasta e grave la solitudine.
Come vescovo sento l’urgenza di chiamare tutti, in dialogo con la Città, ad affrontare questo tema insieme a esperti a livello nazionale e a testimoni della nostra situazione provinciale. L’invito è rivolto a tutti. Che possiamo insieme crescere in attenzione, sensibilità e comunicazione con un dramma che è continuo e rimane spesso nascosto.
VISITA PASTORALE
In questa quaresima inizio la visita pastorale che nella tradizione bimillenaria della Chiesa è il servizio più importante del vescovo per incontrare le persone, le comunità, i sacerdoti e i collaboratori, le persone che soffrono. È il momento che amplia a livello di diocesi quello che fa ogni parroco quando visita le famiglie nelle loro case.
La Chiesa chiede ai vescovi di programmare ogni cinque anni la Visita Pastorale. Questo fa prevedere che nella nostra diocesi sarà un servizio continuativo. Ho quindi pensato di proporre subito alle parrocchie, nelle quali già è stata programmata la Cresima nel 2006, di incontrare la comunità in più giorni, con programmi decisi insieme al parroco e ai suoi collaboratori.
Quando la visita nelle singole parrocchie verrà annunciata e programmata chiedo che i credenti la accompagnino con la preghiera e con partecipazione corresponsabile.
In questi prossimi giorni di quaresima è giusto che tutta la diocesi sia a conoscenza di questo percorso sinodale del vescovo con le singole parrocchie, in una forma che si adegua al ritmo più feriale della vita.
ORDINAZIONI SACERDOTALI E DIACONALI
Sabato 11 marzo, nel duomo di Feltre, ordinerò diaconi tre giovani di quella zona pastorale dopo gli anni di preparazione nel nostro seminario. Il 25 marzo, nella basilica cattedrale, ordinerò sacerdote Luca Zampieri, bellunese, religioso nell’Ordine dei frati cappuccini e diventeranno diaconi due giovani dello stesso Ordine, uno dei quali originario di Belluno. Sabato 20 maggio, sempre in cattedrale, sarà ordinato sacerdote un altro giovane del nostro seminario, don Matteo Colle, nativo di Lentiai, ora diacono in servizio pastorale a Cortina d’Ampezzo.
Comunico con emozione questa notizia sentendo quanto grande è la riconoscenza al Signore per il dono di questi giovani che si consacrano al Signore e al servizio dell’umanità. Associo nel pensiero riconoscente anche le ragazze che in questi ultimi anni si sono avviate alla vita consacrata in istituti religiosi e secolari.
I giovani che diventeranno nostri pastori li conosco bene e mi sento affettuosamente legato a loro. L’anno santo del 2000 fu per alcuni decisivo nel rispondere alla chiamata; per tutti la preparazione al giubileo è stata esperienza determinante per il cammino verso la consacrazione. Come dobbiamo saper chiedere allo Spirito uno sguardo intelligente sui percorsi della Chiesa, sulle tappe vissute che forse presumiamo giudicare con valutazioni ferme ai dati esteriori! Leggere dentro, leggere in profondità: questa è sapienza! I momenti alti della vita della Chiesa toccano l’anima, portano a decisioni impegnative: il sacerdozio, la consacrazione, lo ‘sposarsi nel Signore’ costituendo coppie e famiglie con animo aperto ai doni di Dio.
La festa di queste ordinazioni ci apra alla speranza e alla preghiera. L’esperienza del Sinodo ci ha resi appassionati annunciatori della “vita che non muore”: cresca nelle famiglie il desiderio dei beni che non passano e faccia le nostre parrocchie concentrate sull’essenziale dell’annuncio e dell’esperienza cristiana.
LA CONSEGNA DEL LIBRO SINODALE
Nel duomo di Feltre è prevista dopo Pasqua la consegna del Libro Sinodale.
Ci prepariamo alla Pasqua anche con questa prospettiva precisa. La celebrazione di Gesù che patisce, muore e risorge per dirci «Tu non morirai mai», ci innesta nell’avvenimento decisivo, il più importante, il “primo” fondamento di ogni nostra certezza. La vita è il tema che tocca in profondità tutti, che contiene l’anelito di felicità di ogni persona.
Vivremo la celebrazione a Feltre insieme al Patriarca di Venezia. La nostra diocesi di Belluno-Feltre fa parte della regione ecclesiale triveneta e il Patriarca è il presidente dei vescovi delle nostre regioni. Sarà un’esperienza di comunione con le Chiese del Triveneto.
Questa comunione promuove l’impegno pastorale tra vescovi e Chiese, con attenzione e sensibilità verso fenomeni che sono più vasti di ogni singola diocesi. Non poteva esserci sede più appropriata della concattedrale di Feltre dove il 30 ottobre scorso, presente il cardinal Giuseppe Tomko, abbiamo celebrato “L’identità cristiana, dono di una lunga storia: messaggio sulla cultura”. Allora abbiamo sentito quanto è decisiva l’unità della diocesi di Belluno-Feltre nella diversità delle sue componenti storiche, sociali, di sensibilità. Con la consegna del “Libro sinodale” davanti al Patriarca ci assumeremo il compito di aprirci alla comunione nelle più vaste dimensioni.
Dal Sinodo ci proiettiamo in avanti con un respiro ampio, che ci apre alla comunione con le Chiese vicine per giungere alla cattolicità. In un sermone, sant’Agostino dice con le parole originarie latine: “Homo a domo per urbem in orbem pergit”, cioè “l’uomo dalla casa, passando attraverso la città, si spinge verso il mondo”. Tre passaggi obbligati.
La casa è il luogo degli affetti, dei legami di sangue, delle relazioni più profonde, dell’appartenenza più calda: è la famiglia, è la nostra comunità.
La città è il luogo della mediazione tra le esigenze della propria terra, della propria casa, della propria Chiesa e l’universalità che è rappresentata dall’orbis, dal mondo. È la comunione tra Chiese e di tutte le Chiese con quella di Roma ad aprirci alla cattolicità piena. Essa non sarà una globalizzazione che appiattisce, ma che ci apre a tutti senza perdere la nostra identità.
L’esperienza di essere cristiani nella Chiesa per sentirci organicamente collegati con il Papa che presiede alla grande comunione tra le Chiese, è un dono che ci fa aperti sull’Europa e sul mondo intero, capaci di promuovere l’unità nella diversità.
CONVEGNO DI VERONA
Il programma di quest’anno ci ha fatto concludere il Sinodo. Ora ci sentiamo chiamati a seguire la preparazione del Convegno di Verona che si svolgerà dal 16 al 20 ottobre 2006: è un convenire di tutte le Chiese che sono in Italia.
I nostri rappresentanti sono sette e delegato diocesano è don Francesco Cassol: persone scelte secondo i criteri previsti dalle indicazioni dei vescovi e insieme con la volontà di collegare il nostro Sinodo con l’esperienza del convegno nazionale.
Nei prossime mesi e in attività estive è utile confrontarsi con il sussidio “Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo”. È una traccia di riflessione con interrogativi che ci riportano appunto sui contenuti del Sinodo. Approfondirla significa aprire mente e cuore all’avvenimento di Verona e al confronto con tutte le Chiese d’Italia.
Che il Signore ci aiuti a poter essere “narratori di speranza”!
CAMMINIAMO SERENI E FIDUCIOSI!
Nella conclusione ritorno al tema della prima parte. Il Beato Giovanni XXIII, l’11 ottobre 1962, alla fine della prima giornata del Concilio Vaticano II, ha detto parole straordinarie alla folla che gremiva piazza S. Pietro e i giovani forse non le conoscono: «Cari figlioli, sento le vostre voci. La mia è una voce sola, ma riassume la voce del mondo intero. Qui di fatto tutto il mondo è rappresentato. Si direbbe che persino la luna si è affrettata stasera a guardare questo spettacolo. Gli è che noi chiudiamo una grande giornata di pace. Tornando a casa, troverete i bambini; date loro una carezza e dite: Questa è la carezza del papa. Troverete forse qualche lacrima da asciugare. Abbiate per chi soffre una parola di conforto. Infine ricordiamo tutti il vincolo della carità, e cantando o sospirando o piangendo, ma sempre pieni di fiducia nel Cristo che ci aiuta e ci ascolta, procediamo sereni e fiduciosi nel nostro cammino».
Dopo il nostro Sinodo, vissuto nello spirito del Concilio Vaticano II, queste parole siano anche per noi espressione del “vincolo di carità” che ci unisce. È questo il tema della prima enciclica di Papa Benedetto.
Auguro e prego che tutti possiamo procedere verso la Pasqua “pieni di fiducia nel Cristo che ci aiuta e ci ascolta, sereni e fiduciosi nel nostro cammino”.
Belluno, 18 febbraio 2006
+ Giuseppe, Vescovo

venerdì 3 marzo , Centro Giovanni XXIII
CONCLUSIONE AL CONVEGNO DI QUARESIMA
Una prima conclusione: per la seconda volta – dopo il 2002 quando il tema era “i disabili mentali” – abbiamo posto al centro l’ammalato e le persone che sono legate a lui.
Riconosciamo quanta fiducia pongono nelle strutture sanitarie e in tutto l’impegno socio-sanitario della nostra terra. Vanno quindi ringraziati tutti coloro che assicurano le cure mediche e di prossimità agli ammalati (medici, infermieri, familiari, associazioni di volontariato, parenti e amici). Anche la volontà, espressa negli interventi di questa sera, di diagnosticare insufficienze e problemi delle strutture merita riconoscenza e alimenta la “faticosa speranza”. Voglio sottolineare in particolare gli interventi della tavola rotonda che hanno detto la solitudine e la preoccupazione umana di medici e personale che opera negli ospedali. Il nome “ospitale”, “ospedale” evoca i significati antichi: luogo per eccellenza di ospitalità, intesa quale volto, voce, gesto e parola capaci di generare cura e insieme di propiziare gesti espressivi del prendersi cura. L’ospitalità che si fa carico non solo di tutte le tecniche di diagnosi e di terapia, ma che genera “alleanza terapeutica”.
C’è proporzione tra la mole di richieste su distribuzione e attrezzatura di centri medici e la domanda di qualità umana nella relazione di affidamento che gli ammalati hanno con le persone chiamate a rendere loro un servizio di ospitalità e di cura? Il Papa nell’enciclica “Deus caritas est”: “La competenza professionale è una prima fondamentale necessità, ma da sola non basta. Si tratta, infatti, di esseri umani, e gli esseri umani necessitano sempre di qualcosa in più di una cura solo tecnicamente corretta. Hanno bisogno di umanità. Hanno bisogno dell'attenzione del cuore”.
Non è il compito della Chiesa entrare in scelte tecniche, ma quello di riconoscere quanto di positivo si fa e di auspicare una seria, intelligente e lungimirante azione di chi ha la responsabilità di provvedere, nelle strutture e sul territorio, perché le persone possano avere fiducia di essere ospitate nella loro interezza da chi esegue prestazioni.
La seconda conclusione nella quale mi pongo come soggetto direttamente coinvolto, prima di comunicare ad altri lo spirito e lo stile di modi nuovi di relazionarci non con i problemi delle malattie ma con gli ammalati e i loro cari: spero sia il frutto avvenire di questo convegno.
Una citazione che dà voce al genio femminile: «Càpita che si viva tutta una vita senza imbattersi in una malattia che a un certo punto prenderà per te la faccia del destino […].Capita di veder rovesciata l’esistenza in un attimo e càpita che per essere ancora un po’ simile a quel che eri prima, ci vogliono mesi e mesi di pazienza e di attesa».
Sono affermazioni tratte dal volume postumo intitolato “Càpita” della scrittrice Gina Lagorio morta a Milano nel luglio scorso. Un libro che racconta come la una donna ricca di fascino, di intelligenza e di umanità ha affrontato la malattia che l’ha portata alla morte. Pur nelle strette del male non ha voluto cedere le armi. È rimasta appassionata della vita e ha dato ai suoi lettori un ultimo libro che è dono e invito ad amare la vita e a non dissiparla.
Questo convegno è tutto all’insegna di un grande amore alla vita: anche quando avviene uno scarto di fondo che taglia nettamente il passato dal presente tragicamente nuovo e dal futuro solo immaginabile con ansia.
Molti di noi, anch’io tra questi, abbiamo letto con preoccupazione il soffitto di una camera di ospedale prima di esami clinici e di visite che potevano darci sentenze fatali. O siamo stati colpiti al cuore per diagnosi gravi su persone a noi care.
Rabbia, sdegno, sospetto di essere guardati dagli altri come persone segnate…. Vent’anni fa moriva a 63 anni un prete che ha amato la nostra Chiesa, don Aldo Belli, che ammalato si definiva: “Pianta ormai segnata” con fine umorismo che con lo sguardo intelligente esprimeva la differenza tra la vita di una persona e la vita vegetale. Nella malattia che nasconde il futuro noi abbiamo l’esperienza del “male genuino” sul quale abbiamo riflettuto ieri sera.
Sì, càpita, ma la rabbia, l’indignazione, l’affannosa ricerca di significato ci fanno ricercatori di alleanze nuove… E il dramma diventa abisso che inghiotte se attorno a noi c’è il deserto, reso desolante da chi mostra, anche nell’accostamento, un cinico “Eh! Càpita!”, e squadra la persona non per incontrarla ma per controllare se la malattia ha il sopravento. E resta sulla sua corsia senza incrociarsi e soffrire insieme…
Il nostro convegno lancia a credenti e uomini di volontà una provocazione forte di vincere l’individualismo e non lasciare solo chi vive la tragedia. Resistere alla morte, al dolore e giungere a una resa che sia vissuta con libertà e in ricerca: resistenza e resa.
L’immagine del vangelo dell’avvenimento storico che rispecchia l’estremo dramma umano è Gesù in croce che grida “Elì, Elì, lemà sabactani?” che significa “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. “Udendo questo alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia»”. No, il crocifisso non chiama aiuto, non invoca presenze miracolistiche: grida il sentimento di sentirsi inabissare, abbandonato da Dio.
La nuova ed eterna alleanza di chi è per noi “medico”, ci fa dire: «Egli non è venuto a sopprimere la sofferenza, non è venuto per spiegarla. E' venuto per riempirla della sua presenza» (Paul Claudel). L'amore di Dio non mi protegge da ogni sofferenza. Mi protegge in ogni sofferenza. Mi si delinea così nel presente ciò che si compirà nel futuro: la vittoria definitiva dell'amore di un Dio che non è un essere indifferente e insensibile, sordo al dolore e all'ingiustizia, ma si è preso e si prenderà sempre a cuore la sofferenza degli uomini.
Nei turbamenti più grandi tutti sentiamo l’appello alla vita delineata dalla fede. Dino Buzzati, del quale celebriamo il centenario della nascita, pochi mesi prima di morire aveva scritto a un amico: «Diagnosi tragica. Dio mi protegga! Scrivi a quel nostro amico sacerdote che si ricordi di me».
La fede nel «Deus caritas est” è amore: vivere di fede non è una rassicurazione e un privilegio: è un compito e un’inquietudine. In nome di questa amore, che è la realtà più durevole e che fa fiorire le persone e le relazioni più stabili, siamo chiamati a non lasciar solo nessuno, nessuno.
Il mio impegno: non sia questo convegno un’iniziativa isolata; che nasca un incentivo forte di prossimità; alleandoci con tutti coloro che mostrano, a partire anche da altre convinzioni dalle nostre, di voler vincere la solitudine di chi soffre.
RINGRAZIAMENTI
Esprimo – penso a nome di tutti voi – riconoscimento e riconoscenza: la sfida del Convegno di Quaresima ha dimostrato di essere stata accolta così come il vescovo Vincenzo Savio l’ha avviata: dialogo tra Chiesa e Città, impegnativo per noi Chiesa mobilitata a elaborare orientamenti per il suo servizio alle persone, appello a tutte le componenti della Città per farci attenti, riflessivi, solidali su problemi che riguardano il bene comune.
Ringrazio tutti i partecipanti, le autorità (sindaco di Belluno, presidente della Provincia), rappresentanti di gruppi e associazioni, il moderatore don Luigi Del Favero che ha dato un apporto determinante nella preparazione e nello svolgimento, l’organizzatore don Ivano Brambilla e i suoi collaboratori, il relatore di questa sera prof. Eugenio Fizzotti, i protagonisti della tavola rotonda, i relatori di ieri prof. Paolo Cattorini e il dott. Leopoldo Salmaso; così come RadioPiave e Telebelluno e quanti potranno interiorizzare e mettere in opera i forti messaggi di questo convegno.

11 marzo 2006, duomo di Feltre
OMELIA ALL’ORDINAZIONE DIACONALE DI CHRISTIAN CONTE,
MIRKO POZZOBON,
LUCIANO TODESCO
Siamo in festa grande: lo è tutta la Chiesa di Belluno-Feltre, la zona di Feltre, le parrocchie di S. Pietro in Feltre e in Lamon.
Sono molto lieto di salutare voi partecipanti, gli ascoltatori di Radiopiave con noi collegati. Ringrazio papà, mamma e familiari dei tre diaconandi: Augusta e Gianfranco Conte, Anna Maria e Costante Pozzobon, Gabriella e Paolo Todesco; i nonni e i partenti, tutti gli amici di scuola e di università, dell’Azione Cattolica, degli scout Agesci, di tanti gruppi.
Il mio saluto riconoscente va agli educatori del seminario, a tutti i con celebranti, ai parroci e alle parrocchie di origine e a quelle dove questi giovani sono stati accolti per la collaborazione pastorale.
Tra i diaconi presenti – oltre ai diaconi permanenti Francesco D’Alfonso e Vittorio Dalla Cort – ci sono: dom Federico Lauretta che sarà ordinato prete dell’Ordine Benedettino il 4 giugno e don Matteo Colle che sarà ordinato prete diocesano il 20 maggio.
La mia commozione è grande, per i motivi che i diaconandi conoscono.
1. “Abramo si mise in viaggio”. Ha appena sentito una chiamata difficile, angosciante: “Prendi il tuo figlio, il tuo unico figlio, e va a sacrificarlo”. – Anche per questi giovani si sono messi in un viaggio simile per giungere a questa giornata decisiva: oggi sono pronti ad un sacrificio. Le promesse che faranno sono di offerta definitiva, umanamente impensabile: il celibato, l’obbedienza, la sobrietà di vita, soprattutto il dono di tutta la vita per servire nella Chiesa il Signore e l’umanità. ‘Diaconi’ significa ‘servitori’.
È un nuovo stato di vita.
Il viaggio per arrivare qui non è stato facile e ha un’unica spiegazione: nella fede sentono che è il Signore a chiamarli. Non è una scelta come quella che si fa per la professione.
I giovani che sono qui dovrebbero raccontare ad altri questa vicinanza non dicendo: “Christian, Mirko, Luciano ha deciso di farsi prete”; ma invece: “ha risposto alla chiamata di diventare prete”.
Come è grande questo momento nel quale è sancita la chiamata e la risposta del Signore attraverso la Chiesa! È comprensibile soltanto nella fede che ci fa sentire qui presente il Signore che chiama ed elegge. Momenti corrispondenti sono il matrimonio cristiano, lo sposarsi nel Signore che offre in dono l’amore indissolubile; o la consacrazione totale al Signore nella vita contemplativa o attiva.
È così: nella scelta dello stato di vita i battezzati hanno il dono di poter dire: “così ho scelto perché ho risposto alla chiamata del Signore”. – Ringrazio tutti coloro che hanno fatto crescere nella fede questi battezzati.
2. “Io ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle nel cielo, come la sabbia sulla spiaggia del mare”. – E Gesù dice nel vangelo: “Tu che hai lasciato case, o padre, o madre, o figli… riceverà cento volte tanto”.
Questi giovani non stanno chiudendo la loro vita all’amore, alla fecondità, alla gioia di rapporti intensi di affetto: sentono di essere chiamati a dare un senso diverso, ma comunque pieno, al loro modo di amare: un amore verso tutti senza distinzione di persone, evitando la possessività; un amore che dà vita e respiro di serenità a chi riceverà da loro la rigenerazione spirituale.
No, non rinunciano alla gioia, la loro non è una vita “buttata”; penso a quanti (come le stelle, come i granelli di sabbia) sentiranno di doverli riconoscere come padri.
3. “Gesù prese con sé i tre discepoli e li portò sul un monte alto”. I momenti solenni, celebrativi, sono come il Tabor… Ma il viaggio è lungo, non si conclude sul Tabor di oggi, neanche su quello dell’ordinazione sacerdotale. “Non raccontate a nessuno se non dopo”, dopo il Calvario, per arrivare alla risurrezione e al monte dell’Ascensione…
Pensiamo allora a quella vita in pienezza della quale è profezia o prefigurazione ogni celebrazione come quella che ci vede coinvolti: la realtà vera sarà conosciuta lì, quando vedremo faccia a faccia quel volto che dà luce a tutti gli altri volti.
Ma anche questa prospettiva è sempre e solo comprensibile e sperimentabile nel dono della fede.
Quando mons. Giulio Antoniol ha sviluppato una toccante meditazione davanti alla Trasfigurazione del Tiziano, nella chiesa di S. Rocco l’autunno scorso, ci ha fatto riflettere su come san Pietro, ha ripreso l’avvenimento del Tabor: “Non siamo andati dietro a favole artificiosamente inventate… Siamo stati testimoni oculari della sua grandezza… E abbiamo sentito la voce “Questi è il Figlio mio prediletto”… Abbiamo conferma migliore della parola dei profeti”.
Carissimi Christian, Mirko e Luciano, anche voi avete ascoltato in tutto il viaggio fin qui percorso e ascoltate oggi, il Figlio prediletto del Padre.
E il Figlio prediletto vi sceglie.
E la vostra risposta dà forza a tutti noi.
Non ci complimentiamo con voi; ci auguriamo e vi chiediamo di aiutare noi – anche il vescovo che vi ordina, tutto il presbiterio, tutti i presenti – a lasciarci contagiare dalla vostra fede per camminare insieme rendendo la nostra vita una risposta al Signore; così saremo vivi e fecondi: qui in terra con servizio reciproco; nella vita che non muore con la felicità piena.
Tutto questo lo crediamo e lo facciamo programma di vita in grande umiltà, come ci dicevamo pochi giorni fa nella verifica personale che abbiamo fatto.
Avanzando per la navata sinistra del duomo, sul secondo altare, c’è la splendida pala capolavoro di Pietro Marescalchi della seconda meta del 1500: la Madonna della Misericordia, con attorno tanti poveri che si assiepano a lei.
In questa quaresima che il Papa ha voluto con il suo messaggio porre sotto il segno della misericordia, noi ci affidiamo a lei, la Madre della misericordia, affidiamo la nostra vita; appunto ci sentiamo deboli e scarsi, soprattutto noi chiamati ad essere ministri di Cristo, ma vogliamo stringerci attorno a Lei che ha camminato come noi nel buio della fede: ci accompagni anche nei percorsi difficili.
Madre di misericordia, prega per noi.

25 marzo 2006, cattedrale
OMELIA ALL’ORDINAZIONE presbiterale e diaconale
Fra Luca Zampieri, presbitero
Fra Esterino Biesuz, diacono
Fra Lorenzo Zampiva, diacono
Siamo numerosi in questa Cattedrale a partecipare alla grazia che Dio concede all’ordine dei Frati minori cappuccini, alla nostra terra bellunese, alla terra vicentina. Molti sono anche i radioascoltatori che ci seguono unendosi alla nostra preghiera. Un cordiale saluto al Ministro provinciale dei cappuccini e a tutti i frati concelebranti e presenti.
Saluto con affetto tutti. I genitori di fra Luca: Carlo e Barbara De Col, di fra Esterino: Adalberto ed Esterina Principe, di fra Lorenzo: Ferdinando e Amelia Vigolo. Siamo grati al Signore che ha scelto per l’ordine francescano due giovani delle parrocchie di Belluno: fra Luca di Mussoi e fra Esterino di Cavarzano. Tra i familiari e parenti rivolgo a nome dei sacerdoti della nostra diocesi e di tanti cristiani di due nostre parrocchie (Borsoi e S. Gervasio in Belluno) il riconoscente saluto a don Giuseppe Vigolo, zio di fra Lorenzo.
Mi lascio ispirare dalle letture bibliche per cercare di comprendere qualcosa del mistero che stiamo vivendo insieme.
1. Colpiscono, nella I lettura, le parole: «Il Signore Dio dei loro padri mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri… perché amava il suo popolo».
È dono straordinario quello che oggi viviamo. Il Dio dei vostri padri vi manda: la scelta che voi fate la dobbiamo pensare come fioritura di tanta generosità vissuta dalle vostre famiglie nelle generazioni che vi precedono. È dono ora che si proietta in avanti, per i tempi che vengono e per gli uomini di ogni razza e cultura. Dono che si rinnova nella Chiesa grazie all'immutabile misericordia divina e alla generosa e fedele risposta di uomini fragili che siamo noi, che siete anche voi. Dono che non cessa di stupire chi lo riceve. È vero: Dio manda premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri; attraverso di voi giunge, a chi vi incontrerà, l’amore premuroso di Dio da voi donato nella fedeltà al carisma di S. Francesco. Nel capitolo V dei Promessi sposi, quando fra Cristoforo sente, durante la cena al castello di don Rodrigo, parole che con impertinenza ricordano i suoi trascorsi nel mondo, pensa tra sé: "Queste vengono a te; ma ricordati, frate, che non sei qui per te, e che tutto ciò che tocca te solo, non entra nel conto".
Ecco, voi oggi dite “Non sono qui per me”, “la mia vita sarà dono”. Sempre con il Manzoni tanti potranno dire. «E perciò l'opera e il cuore di que' frati meritano che se ne faccia memoria, con ammirazione, con tenerezza, con quella specie di gratitudine che è dovuta per i gran servizi resi da uomini a uomini».
2. Dalla II lettura, agli Efesini: «Ciò non viene da voi ma è dono di Dio».
Carissimi candidati, voi siete giunti a questo giorno perché avete creduto al forte amore di Dio che ci fa dire: tutto è dono suo. Avete creduto e oggi vi affidate, vi lasciate scegliere da lui consegnandogli il vostro cuore, e da questo amore forte state per ricevere quella imposizione delle mie mani con cui Dio onnipotente ratificherà il vostro dono e vi restituirà il centuplo mediante la grazia sacramentale che vi accompagna per tutta la vostra esistenza. Per suo dono avrete la forza di giocarvi fino in fondo, rischiando tutto: prolungherete nel mondo la presenza di Cristo attualizzando il suo stile di vita.
I vostri voti di povertà, obbedienza e castità vengono, nell’ordinazione presbiterale e diaconale, posti al servizio dei grandi compiti di essere messaggeri della Parola e ministri dei sacramenti. Dei tre cogliamo il voto che più caratterizza la vostra consacrazione nell’ordine francescano: la povertà. I «Fioretti» di san Francesco la presentano come «virtù celestiale per la quale tutte le cose terrene e transitorie si calpestano e per la quale ogni impaccio si toglie dinnanzi all'anima affinché essa possa liberamente congiungersi con Dio eterno».
Vogliamo cogliere questa grande testimonianza che ci date e che offrirete con la vostra vita: la povertà, vissuta liberamente e con amore, è vista come lo sciogliersi dagli impacci «pesanti» delle cose, del possesso, dell'egoismo per intraprendere quasi un volo verso Dio e il suo abbraccio.
3. Il terzo riferimento è al vangelo: «Chi opera la verità viene da Dio».
La verità di noi stessi viene da quella forza che ha in Dio la sorgente. Questi giovani, nella piena maturità, tra i 30 e 40 anni, oggi sono qui per impostare per sempre, secondo verità, la loro vita: una forza misteriosa li muove verso una meta ardua e difficile. Non si sentono costretti, ma hanno compreso che resistendo a questa forza negherebbero la loro verità.
E dove li spinge questa forza interiore? Verso opere luminose che contrastano il male e il buio.
È una grande grazia la vostra chiamata per voi e per tante, tante persone alle quali porterete i doni di Dio.
Come vorremmo tutti, i vostri formatori, il vescovo che vi ordina, le persone spiritualmente vive che partecipano a questa celebrazione! che il vostro “Eccomi” fosse sentito da tanti giovani e ragazze qui presenti come la risposta alla “verità” del loro esistere: Dio sta chiamando ciascuno di noi ad essere veri, a non preferire le tenebre alla luce, a compiere opere che vengono da Dio.
Siamo prossimi alla Pasqua, che vivrete Luca da prete, Esterino e Lorenzo da diaconi. Celebrerete i sacramenti e la veglia pasquale vi farà sentire partecipi dell’incessante movimento di morte e di risurrezione nel quale siamo afferrati da Gesù crocifisso e risorto. La Pasqua del 2006, che ci vede in cammino verso il Convegno di Verona: “Testimoni di Cristo Risorto speranza del mondo”.
Aiutateci, nella vostra matura giovinezza, a offrire, con l'esempio e la parola, motivi convincenti di speranza alle nostre Chiese d’Italia e del Veneto. Anche per la situazione mondiale che desta tanti problemi nel confronto tra civiltà. Siamo felici che la nostra terra veneta offra giovani alla presenza francescana nel mondo: giovani che si modellano su Francesco il quale seppe confrontarsi positivamente anche con l’Islam, da uomo del vangelo, senza essere scambiato per rappresentante dell’occidente.
Sì, c’è necessità di religiosi e di preti che consolino e confortino, ma insieme inquietino le coscienze per vivere il vangelo e portarlo a tutti.
Maria, che riceve l'annuncio dell'Angelo nel mistero oggi celebrato, porta in sé tutta la speranza e l'attesa del popolo.
E la speranza faccia brillare di serenità il vostro volto sempre come nella festa di questa domenica “Laetare”, più lieta per la vostra ordinazione. Tre anni fa, nel maggio 2003, alla morte tragica di P. Antonio Ascenzi, vicario generale dei cappuccini, mi hanno molto colpito queste sue parole che riporto come augurio finale: «Il valore primo della nostra scelta religiosa è la comunione che si edifica in Cristo, si caratterizza nel rapporto fraterno, si esprime del servizio, si qualifica nella carità e si propone nella gioia». Nella gioia!
Grazie: che possiate portare a noi e agli uomini di oggi la perfetta letizia.

31 marzo 2006, cattedrale
II ANNIVERSARIO VINCENZO SAVIO VESCOVO
Letture: VENERDI’ IV SETTIMANA DI QUARESIMA
Nel secondo anniversario della morte del vescovo Vincenzo vogliamo cogliere il senso di questa annuale ricorrenza. Non deve essere una commemorazione, ma la celebrazione del mistero pasquale di Gesù morto e risorto: in Lui professiamo la fede nella vita eterna e nella risurrezione dei morti.
Il 15 luglio del 2002 il vescovo Vincenzo tenne qui l’omelia al funerale di mons. Sergio Buzzatti iniziando con queste parole: «Ogni creatura che nasce è cifra dell’amore di Dio, suo visibile dono alla storia: con la morte raggiunge il vertice più alto del suo personale racconto. E nella carne della storia viene così definitivamente impresso un ulteriore, originale messaggio che arricchisce il grande libro dell’umanità».
Veramente queste parole esprimono anche per il vescovo Vincenzo ciò che con verità egli diceva per il carissimo don Sergio, quello che aveva detto il 19 gennaio dello stesso anno ai funerali di don Giuseppe Capraro a Longarone. Persone che, con a capo il vescovo Savio, sono state “una bella pagina di Vangelo: piena di freschezza e di serenità, più simile alla brezza che al vento che scuote; raro dono di soavità”, riprendendo ancora parole dell’omelia del 15 luglio 2002 –.
Veramente è nella morte che giunge al vertice più alto il racconto di amore che Dio ci dona nella vita di coloro che si costruiscono come persone plasmandosi sulla Parola di Dio. Sentiamo illuminanti le parole dell’acclamazione al Vangelo dell’odierna liturgia: “Beati coloro che custodiscono la parola di Dio in cuore buono e sincero e portano frutto con la loro perseveranza”.
Custodire la parola in cuore buono e sincero, essere perseveranti. Pensiamo alla nostra morte: sarà un racconto di una vita vissuta così?
Nel secondo anniversario mi pare sia bene constatare che alcune dimensioni emotive della malattia e della morte del nostro carissimo vescovo vanno quietandosi e siamo chiamati a dare significato di fede illuminata alla ricorrenza annuale. Credo utile riflettere con voi su quanto deve rappresentare la celebrazione odierna: è il ricordo riconoscente per l’apostolo che venne tra noi, ricco di doti, ma lui stesso preoccupato di essere riconosciuto non per le sue qualità, ma perché “apostolo” cioè “inviato”, “mandato”.
Qualche parola del Vangelo di oggi: «Certo, voi sapete di dove sono. Eppure io non sono venuto da me… Io lo conosco, egli mi ha mandato”. Anche il vescovo, vicario di Cristo nella Chiesa locale, dice a se stesso: “io non sono venuto da me… egli mi ha mandato”.
Quando il 18 febbraio 2001 il vescovo Vincenzo ha parlato per la prima volta in questa cattedrale ha detto: «Accogliendo senza riserve il vescovo che Egli vi dona, riconoscete che è Dio-Trinità stesso che ci ha chiamati ad essere sua comunità in questo tempo e in questo territorio. Per questo noi, io con voi, un cuor solo, ci impegniamo oggi per il domani, ad essere visibile testimonianza di fede in Lui e di fraterna comunione tra noi».
Prego in comunione con voi e con tutta la nostra Chiesa di Belluno-Feltre che la nostra unità sia così e che il vescovo sia riconosciuto come l’apostolo, l’inviato.
Volendo assumere con pensata responsabilità anche le emozioni della lunga malattia e della morte di mons. Savio sento di riprendere il comando preciso e perentorio che mi diede nell’ottobre 2002: “Fa’ il comunicato chiaro della malattia e chiedi preghiere non solo per me, ma anche per tutti gli ammalati: preghiere per loro e quindi per me; nessuna ingiustificata preferenza”.
Pensavo a questo nel convegno di Quaresima dal quale abbiamo tratto la linea di impegno di non lasciar soli quelli che soffrono. Mai soli!
Il sorriso di Vincenzo nella malattia ha dato speranza a tanti poiché si era incluso nella loro condizione, solidarizzando con tanti ammalati che si relazionavano a lui nei 17 mesi di terapie e che lui stesso voleva incontrare nei paesi e nei reparti oncologici.
È stato “Testimone di Cristo Risorto speranza del mondo” come dice il titolo del Convegno ecclesiale italiano di Verona nel prossimo ottobre.
Assumiamo generosamente questo impegno per portare gli uni i pesi degli altri, per non commuoverci facendo preferenze verso qualcuno. La preferenza sia evangelica: vada per i più ignorati, i più poveri, coloro che hanno personalmente un racconto che vogliamo cogliere quando tocca il suo vertice nella morte! Non noi raccontare con vanto di essere stati vicini a qualcuno che riteniamo importante.
La parola di Dio del salmo responsoriale di questa liturgia è chiara e luminosa: “Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito, egli salva gli spiriti affranti”.
Il Signore vuole essere vicino servendosi della nostra attenzione e della nostra cura.

3 aprile 2006, CATTEDRALE
I ANNIVERSARIO PAPA Giovanni Paolo II
Il vescovo nel primo anniversario della morte di Giovanni Paolo II celebrato nella cattedrale ha riportato una breve antologia di discorsi che il servo di Dio ha pronunciato nella diocesi di Belluno-Feltre, accompagnandoli con un commento.
A Canale, il 26 agosto 1979, Giovanni Paolo II ricordò “Il fermissimo amore di Papa Luciani alla Santa Chiesa”. Aveva imparato ad amarla qui tra i suoi monti: famiglia, parrocchia, diocesi… Il papa Giovanni Paolo II ha richiamato le parole di Luciani – fra le prime del suo breve servizio pontificale – “dedicare tutto se stesso alla Chiesa fino all’estremo respiro”. Nello stesso giorno a Belluno: “Siate forti nella fede, nella laboriosità, nel sacrificio”.
Al cimitero delle Vittime del Vajont, domenica 12 luglio 1987, papa Wojtyla disse: “Atto di preghiera e di omaggio, gesto di riconoscimento e di gratitudine per quanti si prodigarono in così tragica vicenda. Attestazione agli ideali di fede, di speranza e di carità che sostennero gli abitanti. E poi l’interrogativo perenne: perché? Perché il male: mistero fitto, addirittura assurdo per l’intelletto umano. L’unico appoggio a cui l’uomo può aggrapparsi è il pensiero che Dio non è mai indifferente al dolore dei suoi figli, ma vi è coinvolto drammaticamente nel suo Unigenito, Gesù Cristo”.
Ai giovani al Centro Papa Luciani, il 16 luglio 1988:
“Panorama di colori, panorama di cuori più alto che non il panorama meraviglioso delle montagne: non solo quelli della natura, ma quelli della fede, dello spirito, del soprannaturale dell’incontro con Dio, della vocazione come ci ha detto il vostro compagno ”.
Non stacchiamoci dalla roccia: questa roccia attraverso Pietro è sempre una, è unica, è Gesù Cristo.
A Lorenzago di Cadore, domenica 12 luglio 1998, Giovanni Paolo II riprende i contenuti della lettera appena pubblicata: “Dies Domini”: gioioso compiacimento del Creatore di fronte all’opera delle sue mani.
“Alla domenica il cristiano è invitato lo sguardo gioioso di Dio e a sentirsene come avvolto e protetto.” A contatto con la natura, di domenica, i cristiani celebrano l’opera di Dio Creatore e Redentore. Da questa celebrazione sgorgano motivi di gioia e di speranza, che danno nuovo sapore alla vita di ogni giorno, e costituiscono un antidoto vitale alla noia, alla mancanza di senso, alla disperazione, da cui talvolta possono sentirsi tentati.
Il Creatore ha dotato la nostra terra di montagne dalla bellezza incomparabile. Riprendiamo le grandi parole di Maria: «L’anima mia magnifica il Signore». La “tota pulchra”, la tutta bella, salutata da Giovanni Paolo II con il suo “totus tuus” ci faccia prendere coscienza dei doni di Dio.

Giovedì 13 aprile
OMELIA MESSA CRISMALE GIOVEDI’ SANTO
“Siano rese grazie a Dio, che ci fa partecipare al suo trionfo in Cristo e diffonde per mezzo nostro il profumo della sua conoscenza nel mondo intero” (2 Cor, 2,14). Così il vescovo GianCarlo Bregantini di Locri, in Calabria, che abbiamo avuto testimone nel messaggio sinodale sul volontariato a Longarone il 4 dicembre scorso inizia la lettera che accompagna un’essenza profumata inviata a tutte le diocesi d’Italia: un gesto che intende rilanciare l’immagine pulita della Calabria che, pur segnata da tante ferite, possiede in sé un cuore grande, tante risorse e tante realtà positive che si trovano raccolte simbolicamente in questo profumo. Siamo onorati di questo, anche per sentire in questo segno l’unità delle Chiese che sono in Italia.
Rendiamo grazie per questa Santa Messa crismale che ci fa partecipi del sacerdozio di Cristo e diffonde per mezzo nostro il profumo della sua conoscenza.
Saluto tutto il presbiterio della nostra Chiesa (manca monsignor Giuseppe Boschet morto dopo brevissima malattia ieri mattina; domenica mi diceva nella sacrestia del duomo di Feltre la sua attesa di essere qui oggi, come ogni anno), saluto i diaconi ( i 5 permanenti e i 4 che sono in vista del presbiterato), tutto il popolo di Dio, popolo sacerdotale che qui ha il momento più solenne di espressione liturgica.
Ci sentiamo in comunione con i sacerdoti impossibilitati a essere con noi per motivi di salute; con quelli che prestano il servizio fuori diocesi, specialmente i fidei donum; con il vescovo emerito monsignor Maffeo Ducoli; con l’arcivescovo di Udine già nostro pastore.
Quest’anno celebrano il 50° di ordinazione monsignor Antonio De Fanti e monsignor Ottorino Pierobon: a loro un augurio riconoscente per il loro impegno pastorale e di formazione nel Seminario Gregoriano: 50 anni De Fanti, 21 anni Pierobon.
Saluto e ringrazio tutte le persone che seguiranno in diretta televisiva questa celebrazione associandosi alla nostra preghiera.
Ricorderemo i sacerdoti defunti.
In tutte le Chiese d’Italia si medita in questi mesi la prima lettera di S. Pietro in preparazione al convegno ecclesiale di Verona dal 16 al 20 ottobre prossimo. Il titolo del convegno è la lapidaria sintesi della prima lettera di Pietro: “Testimoni di Gesù Risorto speranza del mondo”.
Una lettera destinata agli “eletti stranieri”, quelli che abitano presso un popolo non loro. I cristiani. Eletti scelti da parte di Dio, e proprio per questo sono stranieri, senza patria per scelta di Dio. È presente nella lettera il termine “paroikia” parrocchia: dimora in terra straniera; per coloro che hanno il cielo come patria, la vita terrestre è “paroikia”. Non stranieri perché si separano dal mondo per disprezzo e neppure perché il mondo li ripudia.
Eletti e stranieri.
Come seconda lettura abbiamo ascoltato il brano del 5° capitolo che riguarda nella prima parte il compito dei presbiteri nelle comunità: è una mirabile sintesi di regola pastorale. Nei primi 4 capitoli Pietro presenta il Pastore che ci dona la vita, ci toglie dalla morte, ci libera dalla paura. A lui sono invitati a guardare i cristiani di tutti i tempi con fiducia nella sua vittoria. Ma non c’è nulla di trionfale nella lettera. Pietro propone in un’umiltà straordinaria come vivere. Propone, non impone.
Noi ministri di Gesù Buon pastore siamo chiamati a essere in funzione, in servizio dei cristiani, delle comunità. “Pascete”: è il verbo centrale che si collega alla figura del buon Pastore. Quante volte è presente questo verbo nella parole di Gesù del vangelo di Giovanni. È unito all’altro verbo “amare”: amare e pascere.
Nei lavori del nostro Sinodo molto è stato detto sulla vita e il servizio dei sacerdoti. Anche con preoccupata partecipazione da parte di tanti laici ai problemi delle nostre comunità e alla sofferenza di chi le sta guidando.
Il cuore della regola sta nel sorvegliare, con tre no e tre sì:
“sorvegliare non per forza, ma volentieri secondo Dio, non per vile interesse, ma di buon animo; non spadroneggiando sulle persone, ma come modelli del gregge”.
Ma quello che risalta sono le relazioni che intercorrono tra l’apostolo e i presbiteri. Pietro si dice “sim-presbiteros” (con-presbitero) e chiama il Signore “archipòimen” (arcipastore, Pastore dei pastori): due vocaboli del testo originario, della lettura che abbiamo ascoltato, sono unici in tutto il Nuovo Testamento.
“E quando apparirà il Pastore dei pastori, riceverete la corona della gloria che non appassisce”.
La corona della gloria, della compagnia che più appaga è quella che ci dà il Pastore dei pastori, non altre gratificazioni.
La seconda parte del brano è rivolta ai giovani. Giovani in relazione ai presbiteri: è tutto il popolo di Dio che può sentirsi destinatario. “Siate sottomessi agli anziani. Rivestitevi di umiltà gli uni verso gli altri perché Dio resiste ai superbi e dà la grazia agli umili. Umiliatevi sotto la potente mano di Dio, perché vi esalti al tempo opportuno gettando in lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi. Siate temperanti, vigilate. Egli vi ristabilirà, vi renderà forti e saldi”.
Non degradiamo mai la nostra sublime dignità davanti alla nostra coscienza. Abbiamo una connotazione relazionale: con il Pastore del pastori, con il popolo.
Comprendiamo allora qual è la principale insidia alla (consapevolezza della) nostra identità: è la solitudine. Non prendiamo subito questa parola nel suo immediato e superficiale significato psicologico e/o sociologico. L’insidia della solitudine è costituita dalla comprensione di se stessi prescindendo dal rapporto col Cristo Redentore e quindi dal rapporto con l’uomo. Rapporti teologali.
Nel centenario della nascita del pastore Dietrich Bonhoeffer, morto martire del nazismo il sabato santo di 61 anni fa, un suo ricordo:
«Un pastore non si lamenti della sua comunità con Dio, e tanto meno con gli uomini; la comunità non gli è stata affidata perché egli si faccia l'accusatore davanti a Dio e agli uomini. Chi è deluso di una comunità cristiana nella quale è stato posto, esamini prima se stesso, se non è forse solo un ideale personale che si spezza... Riconoscendo la propria colpa, interceda per i suoi fratelli, si dedichi al suo compito e ringrazi il Signore».
Con il salmista ripetiamo: “Canterò per sempre l’amore del Signore".
OMELIA MESSA IN CENA DOMINI GIOVEDI’ SANTO
13 aprile 2006
Sono presenti molti ragazzi che hanno iniziato la quaresima insieme a noi, il mercoledì delle ceneri, assumendosi impegni di carità frutto di rinunce.
Nella lettura antica del libro dell’Esodo abbiamo sentito come era la cena pasquale. A un certo punto c’è come un’esclamazione (immaginiamo di gridarla insieme): «È la Pasqua del Signore!». Un avvenimento straordinario. E si dice ancora: «Se la famiglia fosse troppo piccola, si assocerà al suo vicino». Proprio come capita a noi di domenica. Se ascoltiamo le campane della Messa (potremo dare parole al suono festoso: “è la Pasqua del Signore”) sentiamo che noi, le nostre piccole famiglie sono invitate a un appuntamento straordinario. Riunendoci insieme per la Messa si rinsalda anche l’unione dentro le nostre famiglie.
Prego durante questa celebrazione per i ragazzi che il 1° maggio, qui in cattedrale per la prima volta parteciperanno in modo completo alla Messa o Pasqua del Signore, cibandosi alla mensa di questa cena piena di mistero e di amore.
Nella sera del giovedì santo sentiamo in modo più forte di essere riuniti come per Gesù e gli apostoli nel cenacolo. Ci portiamo con la memoria e con il cuore al luogo storico dell’ultima cena del Signore. Tutto ciò che ha fatto grande e contemporaneo a tutti i tempi e a tutti i luoghi quel cenacolo, è realmente presente qui, tra noi, in questa cattedrale, nel giovedì santo 2006.
Dobbiamo lasciarci prendere da questi momenti unici, che portano a noi un dono che non si ripeterà più eguale nella storia nostra e delle nostre comunità.
Sottoponiamo i nostri pensieri e i cuori all’avvenimento e al mistero: ascoltiamo le parole, spalanchiamo gli occhi sui gesti, penetriamo il significato di questa adorabile presenza del nostro Salvatore. Come fosse la prima volta! Ed è la prima volta se accogliamo con fede sincera il segno più grande dell’amore: l’Eucaristia, che ci trasforma facendoci quello che non siamo mai stati finora (perché la vita divina in noi ha questo di meraviglioso, che sfugge ai ragionamenti umani: ogni volta che viene a contatto con l’Eucaristia ci rinnova così profondamente come fosse la prima volta che l’alleanza di amore inonda il nostro spirito).

Venerdì 14 aprile
OMELIA azione liturgica VENERDI’ SANTO
Celebrazione semplice e solenne che chiede un raccoglimento profondo, una contemplazione pacata del mistero della morte di Gesù.
Nella chiesa vuota, sull’altare spoglio verrà issata la croce dopo che per tre volte, avanzando dall’ingresso della chiesa sarà stata da noi adorata.
“Venite e adoriamo”. Chi? Il Figlio di Dio morto per noi in una tortura che abbiamo sentito narrare dalla Passione secondo Giovanni.
La croce è la suprema rivelazione del mistero di Dio: della sua sapienza e del suo amore.
Ma perché questa sofferenza? perché questa morte così umiliante? Cristo ha liberamente scelto di morire in questo modo. Perché ha voluto morire in quel modo? La parola di Dio ci risponde: per i nostri peccati, a causa dei nostri peccati!
Egli, il solo giusto, ha preso su di sé tutto il nostro peso di peccato; si è addossato le nostre colpe per salvarci.
Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce (1Pt 2,24).
Quando ci poniamo di fronte alla passione di Cristo, non dovremmo mai cessare di dire: è stato a causa del mio peccato!
“Dio ha tanto amato il mondo da donare il suo Figlio unigenito”.
Dio tanto mi ama da farmi riconoscere in Gesù crocifisso colui che mi ama e mi salva.
Attraverso l’apertura del costato, ci è stato aperto il passaggio fino al Cuore di Dio. Attraverso questa ferita, è aperto l’ingresso al segreto del cuore ed appaiono quelle viscere di misericordia con cui è venuto a visitarci il nostro Dio.
“Eccomi, o mio amato e buon Gesù, che alla tua santissima presenza prostrato, ti prego col fervore più vivo a stampare nel mio cuore sentimenti di fede, di speranza, di carità, di dolore dei miei peccati e di proponimento di non offenderti, mentre io con tutto l’amore e la compassione vado considerando le tue cinque piaghe…”.
NELLO STESSO GIORNO, DOPO LA PROCESSIONE CON LA RELIQUIA DELLA SACRA SPINA:
Siamo stati salvati a caro prezzo, scrive D. Bonhoeffer.
Don Antonio De Cassan (+1962) insisteva, richiamandosi a S. Girolamo: “Leggi e rileggi il crocifisso”.
Quattro diversi atteggiamenti del crocifisso della nostra tradizione occidentale. L’immagine del crocifisso: forse più oggetto di discussioni che di adorazione e di lettura meditata.
1. Testa inchinata a destra: il ladrone pentito. Vuole vederci, ascoltarci, parlarci. Misericordia e pentimento.
2. Testa dritta, levata in alto: si abbandona al Padre facendogli udire il lamento di chiunque soffre: Mio Dio, perché mi hai abbandonato?. Ma per giungere alle parole: “Padre, perdona loro”. Impariamo ad avere la testa alta per parlare con Dio; per collocare in alto i motivi della nostra vita. Cosa farò della mia vita?
3. China la testa: guarda la madre e l’apostolo Giovanni. Li ama: li consegna a un reciproco amore. Fossimo pure su una croce bisogna ricordarsi di chi soffre attorno a noi. Non basta il pensiero del cielo, ma le opere…
4. “Inclinato capite”. La morte. Nel momento misterioso della morte entra nel grande silenzio, ma va a incontrare tutti, arriva nei punti più lontani della sofferenza umana. Nel momento della nostra morte incontreremo Lui, le sue braccia aperte.
Prepariamoci al grande silenzio del sabato santo.

Sabato 15 aprile - Duomo di Feltre
FUNERALE MONSIGNOR GIUSEPPE BOSCHET
Monsignor Giuseppe Boschet ha concelebrato con il vescovo, i canonici e il clero di Feltre la sua ultima S. Messa nella domenica delle Palme, qui, alle ore 10. Ha ascoltato il racconto della Passione insieme a noi; questa lettura, nelle ultime ore nelle quali fu in comunicazione con le persone nella vita terrena, è stato l’orizzonte che lo ha introdotto nella vita eterna. Proprio come nella tradizione più antica, oggi ripristinata nel libro dell’assistenza agli ammalati, che pone il racconto della Passione come il testo da leggere al letto degli agonizzanti. (Insieme ad altri sacerdoti qui presenti ho avuto la straordinaria esperienza di leggere ripetutamente la Passione davanti al morente monsignor Vincenzo Savio. Mi fa dire: per me non c’è augurio più grande di poter morire ascoltando la Passione.)
Nel grande silenzio del sabato santo, ritmato soltanto dalle parole dei salmi che ci preparano al canto del Gloria e alla domenica di risurrezione, noi diamo l’ultimo saluto a questo sacerdote.
E questa celebrazione, alle quali seguirà nel giorno settimo dalla morte la S. Messa in questo duomo, sottolineano il disegno della Provvidenza: che l’esimio sacerdote di questa Chiesa, Monsignor Giuseppe Boschet, abbia avuto il giorno natalizio alla vita che non muore proprio nei giorni della Passione di Gesù.
Con Lui morto, con Lui con sepolto, nella fede che ha sempre professato di con risorgere con Lui.
Dico i sentimenti di partecipazione riconoscente alla signorina Italia De Lorenzi, ai fratelli, alla sorella e ai nipoti: tutti della comunità di Pren che egli amava particolarmente.
Abbiamo ascoltato il racconto della morte di Gesù, della sua sepoltura, della risurrezione. Potremmo aggiungere a questo racconto le parole dell’apostolo: «Fratelli, nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore».
L’alternativa più vera non è fra vita e morte, ma fra l’orientamento fondamentale del nostro vivere ed del nostro morire. Per colui che appartiene al Signore né vita né morte hanno una diversità fondamentale, dal momento che Gesù Risorto è il Signore dei vivi e dei morti.
Quest’appartenenza a Cristo è la condizione di ogni cristiano.
Ma il legame con Cristo assume una configurazione particolare nella persona del sacerdote: egli non vive per se stesso in una modalità sua propria, poiché è del Signore in modo unico: Su di lui sono state poste le mani del vescovo perché tutta la sua vita appartiene al Signore, come ha sottolineato il Papa giovedì mattina con le seguenti parole: “Al centro della vita del prete c’è il gesto antichissimo dell’imposizione delle mani, col quale Egli ha preso possesso di me dicendomi: «Tu mi appartieni». Ma con ciò ha anche detto: «Tu stai sotto la protezione delle mie mani. Tu stai sotto la protezione del mio cuore. Tu sei custodito nel cavo delle mie mani e proprio così ti trovi nella vastità del mio amore. Rimani nello spazio delle mie mani e dammi le tue».
Personificando Cristo il presbitero ci dà la Parola di Dio; consacra il pane e il vino dicendo “Questo è il mio corpo, il mio sangue” e diventano il corpo e il sangue di Cristo; perdona e scioglie dai peccati in nome del Signore; accompagna spiritualmente in nome di Cristo…
Questo è vissuto da ogni sacerdote in un modo proprio: secondo le caratteristiche proprie della persona ed il servizio richiesto dalla Chiesa. Così è stato del nostro fratello Giuseppe.
Nei vari incarichi diocesani negli impegni parrocchiali, che sentiremo richiamati dalla voce del Vicario Generale, ha sempre dimostrato con una chiarezza solare la coscienza di essere un servo del Signore.
La sua vocazione che lo ha legato al vescovo Giosuè che lo consacrò prete in questa cattedrale 65 anni fa, il 20 aprile, e poi a ogni vescovo. L’esemplarità del vescovo Giosuè Cattarossi al quale doveva la sua vocazione – come anche a me raccontò ancora diversi anni fa – lo portò ad un amore grande per la Chiesa e a un vincolo sincero e maturo con tutti i vescovi successivi.
La dedizione alla confessione e alla formazione anche di anime consacrate nell’Istituto secolare che egli fondò; ma nell’Azione cattolica della quale fu assistente diocesano; nella formazione delle familiari del clero per le quali fondò il Movimento, antesignano di quanto poi si sviluppò a livello nazionale. La sua generosità e la collaborazione fattiva che sapeva suscitare promosse le sedi di Via Nassa per l’Istituto secolare e per la Protezione della Giovane: strutture che nel 1998 divennero casa di accoglienza della Caritas.
Un uomo pieno di forza e di vitalità che indirizzò all’apostolato e alla consacrazione molte persone. L’accompagnamento spirituale aveva uno stile gioioso e infondeva ottimismo. La carità pastorale fu permanente: le cose sue erano a disposizione.
Grande giovialità e l’ospitalità ma sempre con preoccupazione formativa.
Fu molto accogliente con i sacerdoti e mantenne cordiali rapporti con il vescovo Stefano Vrablec (emerito ausiliare di Bratislava) che fu con lui ad Arina, e con don Carlo Pinkava.
Grande la sua devozione a Maria: ricordiamo il capitello da lui voluto e inaugurato dal vescovo monsignor Pietro Brollo accanto alla casa di montagna, luogo di incontri spirituali e di fraternità.
Grazie, mons. Giuseppe per la tua testimonianza di fedeltà e nella laboriosità pastorale: «Tu sei lasciato custodire dal Signore nel cavo delle sue mani; gli hai dato le tue; e così ora ti trovi nella vastità del suo amore».

VEGLIA PASQUALE– 15 aprile
OMELIA ALLA VEGLIA PASQUALE
Due elementi naturali che accompagnano il nostro vivere quotidiano sono al centro della veglia pasquale: la luce e l’acqua e ci introducono mediante la loro forza evocativa dentro al grande Mistero che siamo celebrando.
1. Abbiamo iniziato la nostra veglia davanti al fuoco: da questo una fiammella sul cero pasquale (simbolo di Cristo) e la luce si è propagata e siamo passati dalle tenebre alla luce. Questo “passaggio” evoca un altro passaggio dalle tenebre alla luce, quello degli inizi: «le tenebre coprivano l’abisso. Dio disse: “sia la luce!”. E la luce fu … E fu sera e fu mattina: primo giorno».
Ma la creazione della luce fisica che distingue il giorno dalla notte viene portata a luminosità massima nell’accendersi della luce splendente nella santa umanità del Cristo Risorto che colla sua risurrezione vince il “dominio delle tenebre” (Col 1,13).
Carissimi catecumeni adulti, questa luce sarà per sempre nella vostra anima e vi fa persone capaci di «partecipare alla sorte dei santi nella luce».
Anche noi, già battezzati e purificati dal cammino quaresimale, sentiamo di partecipare maggiormente di questa luce con il sacramento che è come un secondo battesimo: la confessione.
«Comportiamoci come figli della luce». Lo Spirito Santo che è luce inabitante in noi ci dà ispirazioni che distinguono quello che è tenebroso e quello che è luminoso; i desideri che ci sprofondano nel regno delle tenebre e quelli che riguardano le cose di lassù dove avremo luce e vita per sempre.
Alla luce di Cristo, discerneremo che cosa è importante e duraturo e che cosa no. «Cerchiamo le cose di lassù, non quelle della terra!». Potremo dire: O Spirito, fa’ luce nella mia coscienza così che io veda ciò che devo fare, anche in mezzo alla confusione della vita di ogni giorno
2. L’altro elemento della veglia è l’acqua. L’acqua può distruggere la vita che le onde del Mar Rosso avrebbero distrutto il popolo d’Israele. Ma in questa veglia diventa segno efficace della vita, come grembo in cui voi catecumeni sarete rigenerati e noi già battezzati siamo riportati a nuova vitalità: «vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli».
L’acqua che sta davanti ai nostri occhi nella vasca battesimale. Il popolo di Israele divenne libero di servire il Signore passando attraverso l’acqua, così da questo fonte nasce il nuovo popolo di Dio, le nuove creature libere di servire il Signore e voi adulti, convertiti al cristianesimo, diventate figli di Dio facendoci percepire la Chiesa come madre, e noi parte della Chiesa sentiamo di essere anche noi rigenerati e vitalizzati .
“Sepolti con Cristo, possiate camminare in una vita nuova” (Rom 6,4). Questo è il grande avvenimento che stiamo vivendo: Cristo è risorto e risorgendo fa di ciascuno di noi una nuova creatura, restituendoci alla pienezza della nostra originaria dignità.
Pensiamo a chi partecipa a questi momenti di fede intensa attraverso le immagini: ci sono certamente molti costretti dall’infermità. Come è vero che la sofferenza ci fa coscienti del nostro battesimo: ci dà luce per valutare in modo nuovo tutto! Ci dà speranza di essere guariti e rigenerati per quell’acqua misteriosa che sta nel grembo della Chiesa, nella comunicazione di preghiera e di vitalità che è come il liquido amniotico della rigenerazione.
Carissimi catecumeni: avete incontrato persone che vi hanno accompagnato nel cammino catecumenale fino all’importante momento che state vivendo. Desiderate sempre, come tutti noi dovremo desiderare, di avere chi ci accompagna e ci guida. Nella liturgia ambrosiana c’è questa bella preghiera: «Signore, dona sempre al tuo popolo pastori che, con la parola efficace della tua salvezza, inquietino la falsa pace delle coscienze e la ridestino agli impegni della rinascita battesimale».

DOMENICA DI PASQUA 2006 – 16 aprile
OMELIA A BELLUNO
Una delle più eminenti personalità del laico cristiano nell’Italia del secolo scorso fu Giorgio La Pira, per molti anni sindaco di Firenze. Cristiano rispettoso della laicità, credente di alto impegno profetico che, in un’epoca di forti contrasti tra blocchi e di dominante cultura di contrapposizione, seppe lanciare ponti e far crescere la fiducia nella concordia per il bene di tutti. Egli si ispirava costantemente alla sua fede nella risurrezione. Ecco sue testuali parole: «Questa è la Chiesa, segno e strumento della presenza di Dio tra gli uomini: una bussola che ha un punto fermo, una stella splendente su cui orientarsi nei secoli, un punto che non può essere tolto, un punto immobile che non cambierà mai: la risurrezione del Cristo».
1. Uno dei due discepoli che lasciano sconsolati Gerusalemme e se ne vanno verso Emmaus non ha nome; è compagno di Cleopa; e discorre con il misterioso viandante che si affianca. Immedesimiamoci in lui. Diamogli il nostro nome. Anche noi sconsolati troppo spesso.
Essi non riconoscono il “maestro” se non dopo che egli ha spezzato il pane con loro. Come noi che siamo qui la sera di Pasqua per chiamata di Colui che spezza il pane per noi. Allora “Gesù divenne invisibile ai loro occhi”; resta con i due, con la comunità, con la sua chiesa, anche se in maniera invisibile
Anch’io, anche noi, discepoli sulla strada dello sconforto siamo chiamati ad essere “testimoni di Cristo risorto speranza del mondo” come dice in modo lapidario il titolo del convegno ecclesiale italiano a Verona nel prossimo ottobre.
Fede cristiana è adesione certa all’annuncio di cui abbiamo sentito una sintesi perfetta nella prima lettura: “Essi lo uccisero appendendolo ad una croce, ma Dio lo ha risuscitato il terzo giorno…. Chiunque crede in Lui ottiene la remissione dei peccati per mezzo del suo nome”.
2. Carissimi: a che cosa crede chi crede nella risurrezione di Gesù? Il contenuto della fede riguarda la persona di Gesù e riguarda la nostra persona.
a) Riguarda la persona di Gesù. Chi crede nella sua risurrezione accoglie la certezza che Egli è morto, ma che non ha subito la corruzione. La sua risurrezione non è stato un ritorno alla vita stessa di prima, che comunque sarebbe ancora terminata con la morte. E’ stato l’ingresso in una vita che, senza perdere nulla di quello che è umano, non è più essere soggetta alla morte: è vita incorruttibile, eterna. Egli è vivo nel suo corpo con un’umanità in tutto simile alla nostra, vivo di una vita ormai incorruttibile. Egli non va collocato fra i morti, poiché Egli è vivo oggi tra noi, come persona unica, irripetibile, singolare, così come lo era prima della sua morte per le persone che lo incontravano lungo le strade della Palestina: vivo oggi tra noi con tutta la pienezza di vita immortale.
Questo crede chi crede nella risurrezione. E quando ci tracciamo quotidianamente il segno di croce sulla nostra persona noi sentiamo di essere abbracciati dalla sua persona perché egli cammina con noi; essere cristiani non è avere una religiosità secondo la tradizione cattolica, ma scegliere di avere per amico Lui e sentirlo amico, capace di farci ardere il cuore nel petto quando lo ascoltiamo.
b) Riguarda la nostra persona. Quanto è accaduto a Gesù e in Gesù è destinato a ciascuno di noi. La Pasqua ha quindi cambiato il destino dell’uomo. E’ quanto ci ha insegnato l’apostolo nella seconda lettura. “Cercate le cose di lassù!”
Chi si sente rigenerato da Cristo morto e risorto non persegue obiettivi temporali e provvisori per dare forma alla sua vita; non ha come meta finale la morte. Non è un morituro; ma un nascituro. Il participio futuro che manca nelle forme verbali italiane (c’è solo il participio passato e quello presente) e che è invece in quelle della lingua latina (e una lingua nelle sue forme logiche costituisce strutture mentali!), è assente soprattutto nella mentalità quando diventa paganeggiante.
In italiano abbiamo termini che derivano dal participio futuro latino e indicano realtà che esistono, ma che hanno il loro pieno significato nella progressione futura: natura, creatura, cultura, avventura…
La persona, in forza della sua fede nella Risurrezione di Gesù, cambia la comprensione che ha di se stesso; ha una nuova coscienza di sé. Non si considera soltanto un frammento della natura, un individuo da sacrificarsi alla perpetuazione della specie, un soggetto che ha come scopo di perdersi nella soggettività della storia umana. "Dio infatti ha chiamato e chiama l’uomo ad aderire a Lui con tutto il suo essere, in una comunione perpetua con l’incorruttibile vita divina. Questa vittoria l’ha conquistata Cristo risorgendo alla vita; liberando l’uomo dalla morte mediante la sua morte" (Gaudium et Spes 18,2).
Dalla consapevolezza che l’uomo ha di sé nasce una nuova cultura; è la Risurrezione di Gesù che genera la cultura cristiana, quella che ha dato a Giorgio La Pira come a noi, cristiani in questo momento storico, la forza di lanciare sfide e comportamenti profetici. Cultura: participio futuro di “colere” (coltivare): che cosa dobbiamo noi coltivare nel costruire per il bene di tutti l’unità della famiglia umana?
Pasqua: ogni domenica è pasqua.
Chiedo che questo mio invito finale non sia sentito da voi soltanto come richiamo alla partecipazione alla Messa domenicale. Di domenica in domenica il Signore si mostra vicino a ciascuno: «La domenica è la partecipazione al nuovo ordine di cose di cui la risurrezione ne è il principio».
Ripensiamo, programmiamo le domeniche come giornate sì da imperniare nella partecipazione alla Messa domenicale, ma da vivere in famiglia, con gli altri, nella contemplazione della natura, nella passione per la cultura. Siano un tempo che ci mostri cosa fare della nostra vita. L’ordine di cose di questo giorno che ritma la nostra crescita di creature in divenire, sia quello di chi si sente “nascituro”.

giovedì 20 aprile 2006
OMELIA PASQUA FORZE ARMATE CATTEDRALE
Saluto tutti voi;
le Forze Armate, le Forze di Polizia, i Corpi Armati dello Stato, i rispettivi Ufficiali e Dirigenti;
i Cappellani Militari, che condividono la fatica della vostra attività quotidiana. Un cordiale saluto alle Autorità civili presenti.
«O Dio, che da ogni parte della terra hai riunito i popoli per lodare il tuo nome, concedi che tutti i tuoi figli, nati a nuova vita nelle acque del Battesimo e animati dall’unica fede, esprimano nelle opere l’unico amore». (Colletta del giorno)
Chi meglio di voi, carissimi militari membri delle Forze armate e delle Forze di Polizia, ragazzi e ragazze, può accogliere con festa il sogno della riunione dei popoli nella pace? Voi lottate ogni giorno contro ciò che disgrega: siete infatti chiamati a difendere i deboli, a tutelare gli onesti, a favorire la pacifica convivenza dei popoli. Giovanni Paolo II diceva proprio a voi: «A ciascuno di voi si addice il ruolo di sentinella, che guarda lontano per scongiurare il pericolo e promuovere dappertutto la giustizia e la pace».
Vi saluto tutti con riconoscenza e affetto.
Siamo qui per celebrare Cristo, "nostra pace”.
L’orazione riprende ciò che ci qualifica sopra ogni altra appartenenza – e lo scopriremo nei passaggi importanti della vita! – “noi tuoi figli, nati a nuova vita nelle acque del battesimo”.
La grande benedizione che avete avuto nel Battesimo risulti sempre come una nuova vita che vi protegge e vi rinnova nella speranza. Siamo innestati a Cristo: Egli con la sua presenza illumina il buio e lo sconforto, ed offre a chi confida in Lui la certezza del suo aiuto incessante.
Rimango colpito quando vedo immagini di militari che fanno il segno di croce, in momenti di emergenza: è il segno che, fatto consapevolmente, ci fa sentire abbracciati da Colui che avvolge di amore la nostra vita.
La preghiera di colletta prosegue con: “Animati dall’unica fede”.
Per quanto le situazioni siano complesse e problematiche, non perdiamo la fede, la fiducia. Sempre attenti a scorgere e a incoraggiare ogni segno positivo di rinnovamento personale e sociale, pronti a favorire con ogni mezzo la coraggiosa costruzione della giustizia e della pace.
Ancora dalla colletta: “Esprimano nelle opere l’unico amore”.
Grazie, carissimi, per l’opera di tutela della sicurezza, per la promozione della giustizia, per le missioni umanitarie nelle quali vi siete impegnati.
Nel vostro dovere, non di rado vi trovate esposti a pericoli ed a sacrifici. Fate in modo che ogni vostro intervento ponga sempre in luce la vostra autentica vocazione di "ministri della sicurezza e della libertà dei popoli", che "concorrono... alla stabilità della pace", secondo la felice espressione del Concilio Vaticano II (Gaudium et spes, 79).
Siate uomini e donne di pace.
Pregheremo per i tanti vostri amici che hanno pagato con la vita la fedeltà alla loro missione. Li affidiamo al Signore con gratitudine e ammirazione.
Ricordo le persone care che avete: tutti possiate vivere un’esistenza nella serenità, nell'ordine, nella pace.

lunedì 24 aprile 2006
OMELIA DEDICAZIONE CATTEDRALE – ANNIVERSARIO PAPA BENEDETTO XVI CATTEDRALE
Letture:
I: Ap. 21,1-5
II: 1Pt 2,4-9
Vangelo: Mt 16, 13-19
1. «Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro.
In una permanenza stabile.
2. «Farà nuove tutte le cose»
1. Noi sentiamo in questa cattedrale il simbolo della stabilità di Dio con il nostro popolo lungo i secoli.
Ognuno di noi sente e vede con l’occhio dell’anima la stabilità della sua esperienza cristiana ed ecclesiale trovandosi in questo tempio e si ricollega con il passato, e ripercorre le vicende anche del suo travagliato cammino cristiano, mai abbandonato dal Dio fedele; qui sentiamo di poter cantare per sempre l’amore del Signore.
La continuità permanente di questa presenza di Dio con noi è perché la Chiesa di quaggiù è in collegamento vitale con la città celeste, è “immagine della città superna”; anzi qui in questo tempio, costruito dalle mani che hanno edificato le case della nostra città, scende dal cielo la città santa, la nuova Gerusalemme. Il punto prospettico dal quale considerare la bellezza di questa solennità annuale non è la terra ma il cielo, la città superna; il movimento primo porta a noi il Sangue incorruttibile è nell’eternità. La Chiesa lo conserva, ma sempre nuovo sgorga…
2. Colui che siede sul trono dice: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». Insieme con la permanenza fedele indistruttibile, c’è la novità continua. Le pietre vive per la costruzione dell’edificio spirituale, che è il sacerdozio santo, la stirpe eletta, tutte fondate sulla pietra angolare che è Cristo, danno continua novità al popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che ci chiama dalle tenebre alla sua ammirabile luce.
Ci sono variazioni imprevedibili nel soggetto che celebra qui in terra in unione alla liturgia del cielo. Noi qui nella nostra storia abbiamo sentito, nel cuore della preghiera eucaristica, di essere in comunione con il Papa Pio, Giovanni, Paolo, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II, e da un anno con papa Benedetto.
Così negli ultimi dodici anni la nostra Chiesa di Belluno-Feltre ha vissuto la sua unità con quattro vescovi: Maffeo, Pietro, Vincenzo, Giuseppe.
Questo fa pensare a tutte le altre variazioni di partecipanti all’assemblea celebrante della quale questa cattedrale è simbolo.
I nostri defunti, che ricordiamo soprattutto nelle sante Messe di suffragio (ma noi sacerdoti rivediamo queste persone sui precisi posti da dove partecipavano), ora si rapportano in altra dimensione, sempre uniti a noi nell’offerta di Cristo.
I nuovi battezzati – Gersa e David – portano nel popolo di Dio novità e linfa vitale. Il loro nome come il nome di ciascuno di noi è importantissimo.
Un anno fa l’inizio di pontificato di papa Benedetto. A Giuseppe Ratzinger, divenuto vescovo di Roma, successore di S. Pietro, vicario di Cristo e pastore di tutta la Chiesa, visibile principio e fondamento dell’unità della Chiesa. La nostra Chiesa diocesana, nella solennità del compleanno del suo simbolo – la cattedrale – sentendo anche il vincolo particolare ha con il papa dopo l’elezione di 26 anni fa a Basilica Pontificia, vuole rendere più cosciente e luminosa la nostra comunione con il Papa.
Dal Vangelo abbiamo sentito la frase “Su questa pietra edificherò la mia Chiesa”.
Mercoledì scorso, 19 aprile, il Papa, nel rivolgersi ai fedeli, ha ricordato commosso la sua elezione: "Vorrei insieme a voi - ha detto parlando a braccio - ringraziare il Signore che dopo avermi chiamato esattamente un anno fa a servire la chiesa come successore dell'apostolo Pietro... per la vostra gioia e la vostra acclamazione il Signore non manca di assistermi con il suo indispensabile aiuto". “Sento viva la consapevolezza di non dover portare da solo ciò che in realtà non potrei mai portare da solo'". "Grazie di vero cuore - a tutti coloro che in vario modo mi affiancano da vicino e anche da lontano, spiritualmente, con il loro affetto e la loro preghiera: a ciascuno chiedo di continuare a sostenermi e di pregare Dio che mi conceda di esser pastore mite e fermo della sua Chiesa".
Questa è la nostra preghiera per il Papa: sentendoci fermi sulla roccia di Pietro e sulla stabilità della nostra Chiesa, ma insieme fatti nuovi dalla pietra visibile fondamentale che è il Papa e da tutte altre pietre vive. Chiamate a vivere in novità sui percorsi di sinodalità, frutti di tante e tante grazie avute in questi anni.

FUNERALE D. CORINNO MARES – TAMBRE D’ALPAGO
Lettura I: Ap 14,13
Salmo 129: “De Profundis”
Vangelo Gv 6,51-59
Don Corinno Mares ha voluto i funerali in questa chiesa della parrocchia dei santi Ermagora e Fortunato, che lo ebbe parroco per 11 anni e dove negli anni successivi, fino alla grave malattia, celebrò la S. Messa e prestò ministero sacerdotale in comunione con il pievano suo successore don Luigi Calvi, che ha avuto sempre tratti di fraternità cordiale verso don Corinno.
“Una voce dal cielo diceva: «Scrivi: Beati i morti che muoiono nel Signore. Sì dice lo Spirito, riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono».
Nel libro misterioso sono scritte le fatiche, sono scritte le opere. Non sono scritti discorsi, ma esperienze vissute nelle quali la persona ha posto se stessa con le sue intenzioni divenute poi “opere”, a costo di fatiche.
Le intenzionalità di una vita di un prete, secondo la nostra tradizione, sono espresse sull’immagine ricordo dell’ordinazione sacerdotale. E don Corinno, per le grandi date della sua vita vissute nella sua chiesa di San Pietro a Sospirolo, consacrazione e prima Messa il 29 e 30 giugno 1957, ha scritto sulle immaginette: «Amarti, o Signore, e farti amare. Pace alle famiglie, conforto agli ammalati, luce ai peccatori sia il mio sacerdozio».
Soltanto sul libro della vita sta scritto in verità il prezzo di fatica per tradurre in opere i programmi. Ma anche nel cuore di famiglie, di ammalati, di peccatori rimangono scritte le opere di amore che vengono dalla sorgente prima (“Deus caritas est”) e che egli fa giungere a noi servendosi di strumenti umili come siamo noi sacerdoti: Amarti, o Signore, e farti amare. La presenza oggi di tante persone fa intuire i sentimenti di riconoscenza che hanno il loro vertice più alto e più fecondo nell’Eucaristia che stiamo celebrando: rendimento di grazie a Dio e preghiera di suffragio per don Corinno.
Il salmo responsoriale, dopo la breve lettura dall’Apocalisse, è il testo tipico della preghiera per i defunti: «De profundis – Dal profondo a te grido, o Signore».
Ogni cristiano, ogni sacerdote si sente mirabilmente interpretato dalle antichissime parole: «Se consideri le colpe, Signore, chi potrà sussistere? Ma presso di te è il perdono. Io spero nel Signore, io ti attendo come l’aurora».
Da sempre la nostra liturgia canta questo salmo nei Vespri della solennità di Natale. Molti di noi hanno nel cuore con nostalgia, quasi come un’eco dolce e festosa, i solenni vespri di Natale che un tempo erano cantati dal popolo in tutte le parrocchie. Il De profundis, ambientato nel tramonto del giorno di Natale, era sottolineato dall’antifona: «Presso il Signore è la misericordia e grande presso di lui la redenzione».
A don Corinno, nel “dies natalis”, nel suo giorno natalizio al cielo, a nome dei vescovi Girolamo Bortignon che l’ha cresimato insieme alla sorella Linda nel 1945, di Gioacchino Muccin che l’ha consacrato sacerdote, dei vescovi Maffeo, Pietro e Vincenzo, come pure a nome di tutte le comunità dove ha prestato il suo servizio pastorale, vorremmo ripetere un’essenziale attestazione di fede che don Corinno ha fatto propria nell’infanzia e in tutta la sua formazione sacerdotale, e che poi ha consegnato a tanti credenti. Potrebbe essere detta così, tenendo presente che egli è morto proprio nella domenica “della Divina Misericordia”: nel giorno eterno che inizia con la nascita al cielo noi apriamo gli occhi alla luce della grande certezza: «Presso il Signore è la misericordia e grande presso di lui la redenzione».
Nel vangelo abbiamo sentito parole che ci riportano al momento più alto della vita di un prete, vivendo un’esperienza umanamente inconcepibile: quando le sue mani prendono il pane e poi il calice del vino ed egli dice, personificato realmente in Cristo: «Questo è il mio corpo; questo è il mio sangue». E con le sue mani consegna in cibo ai credenti il pane disceso dal cielo: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna, io lo risusciterò”.
Qual è il modo per onorare e continuare la comunicazione con un sacerdote che è entrato nel giorno eterno, dove incontra i cristiani che ha accompagnato al grande passaggio e ha onorato durante la sua vita? È sentirsi in comunione con lui nella partecipazione alla S. Messa.
La S. Messa, soprattutto quella domenicale, è l’esperienza che ci alimenta per la vita eterna e dà slancio giusto e bello alla vita presente, com’è nei desideri dei nostri morti e come don Corinno ha scritto al principio del suo sacerdozio: «Amarti, o Signore, e farti amare!».

domenica 14 maggio 2006
OMELIA – MESSA SS. VITTORE E CORONA domenica V di pasqua anno B
È stata preparata questa grande festa!
Ringrazio tutti per la vostra presenza, tutti i rappresentanti. I sacerdoti con celebranti: mons. Secondo Dalla Caneva, il rettore emerito mons. Attlio Minella; il delegato della zona feltrina mons. Arnaldo Miatto, i canonici, la rappresentanza del capitolo di Belluno, i rappresentanti delle parrocchie del vicariato urbano di Feltre, il sindaco della città, le autorità civili e militari.
La basilica santuario si presenta splendida dentro (dopo l’inaugurazione del restauro degli affreschi avvenuta il 17 settembre scorso) e bella fuori in tutte le adiacenze del monte Miesna per il generoso intervento del gruppo di 25 uomini di Vellai e Cart.
In occasione di questa solennità è stato rinnovato il Consiglio Amministrativo: ringrazio i membri che da anni ne fanno parte e i nuovi membri. Quanto prima il Consiglio si riunirà per un’impostazione pluriennale della vita della Casa d’Esercizi, di spiritualità e di cultura secondo statuto e regolamento che è stato rivisto dopo l’elezione del santuario a basilica e il suo legame con il duomo di Feltre.
Vivo questa celebrazione solenne sentendo il collegamento con quanto avverrà nella concattedrale esattamente tra un mese, alla sera, con la consegna a tutti i rappresentanti delle parrocchie della diocesi di Belluno-Feltre del libro sinodale, presente il card. Patriarca Angelo Scola, nostro metropolita e presidente della Conferenza episcopale triveneta.
Le letture di questa domenica V di pasqua ci aiutano.
1. Diverse esperienze di Chiesa, ma un'unica Chiesa.
Il racconto della prima visita di Paolo a Gerusalemme dopo la sua conversione, ci dice che Paolo vuole incontrarsi con i discepoli della Chiesa-madre perché sia riconosciuta, anche visibilmente, la sua comunione con i fratelli che sono, stati i testimoni privilegiati della risurrezione di Cristo: “venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi ai fratelli”.
In questa unità si diffonde la missione degli apostoli e di Paolo, per raggiungere uomini di razze e culture diverse.
Il medesimo dinamismo di crescita e di espansione dev’essere vivo e vitale anche oggi.
L’annuncio cristiano che è il primo fondamentale impegno del nostro sinodo chiede un’intensa comunione tra tutte le comunità della nostra diocesi e questa non mortifica le diversità.
2. Qual è la sorgente di questa unità?
L'unica vite è innestata sul ceppo che è Cristo.
Si inserisce qui il Vangelo di Giovanni che è anch'esso un discorso di Chiesa e di unità della Chiesa. Il tema centrale è quello dell'intima unione tra Cristo e il Padre (Gesù è la vera vite di cui il Padre ha cura), tra Cristo e i discepoli (i tralci innestati sulla vite). La preoccupazione del Signore per l'avvenire del suo corpo che è la Chiesa, è che tutti i suoi membri restino innestati in lui: condizione essenziale per portare frutto.
Il cristiano oggi più che mai è chiamato a portare "molto frutto": nella famiglia, nei nostri paesi, nella società.
Il frutto ci sarà se sapremo attingere linfa vitale dalla comunione con il Signore e fra di noi: “senza di lui non possiamo fare nulla”.
3. Ed ecco i frutti: “Non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità… Dio è più grande del nostro cuore … Se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia… Credere nel nome di Gesù e amarci gli uni gli altri…” (seconda lettura).
Con Gesù nasce la vigna larga, estesa, percorsa da una nuova linfa, l’agape, l’amore stesso di Dio. La forza di questo amore è dirompente: permette di produrre molto frutto. Dice Gesù: “In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto”.
4. E ancora il Vangelo: “Ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto”. Sì, proprio quelli che “portano frutto”, conoscono anche il momento della potatura.
Nell’immensa rigogliosa vigna della Chiesa, in tutte le epoche: quanti martiri, quante potature di tralci!
I martiri Vittore e Corona, patroni della nostra città e della diocesi, vittoriosi nel martirio hanno dato frutti senza confine di spazio e di tempo.
Questa basilica santuario richiama magnificamente questa fecondità: anche con le efflorescenze del presbiterio e le foglie d’acanto mosse dal vento dei capitelli che sorreggono l’urna.
Un grande genio della nostra Europa, l’italo tedesco Romano Guardini ha scritto per una meravigliosa basilica italiana:
«Dapprima lo sguardo vede una basilica di proporzioni armoniose. Poi percepisce un movimento nella sua struttura, e questa si arricchisce di qualcosa di nuovo, un desiderio di trascendenza l’attraversa sino a trapassarla; ma tutto ciò procede fino a culminare in una splendida luminosità. …. Tutti vivevano nello sguardo, tutti erano protesi a contemplare. Allora mi divenne chiaro qual è il fondamento di una vera pietà liturgica: la capacità di cogliere il «santo» nell’immagine e nel suo dinamismo».
Anch’io vivo nello sguardo: ammirando questa comunità, ultima schiera di cristiani di una tradizione cristiana di tanti e tanti secoli: vedo voi ma vedo anche quella riunita fra un mese nella concattedrale per attingere ed esprimere l’unità della nostra Chiesa.
Esprimo qui la parola di Dio che porterò nel cuore il 15 giugno: “Dio degli eserciti, volgiti, guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi il ceppo che la tua destra ha piantato, il germoglio che ti sei coltivato!” (Sal 80).
E insieme, con spirito penitenziale, qui e nelle prossime settimane, penso per me e per il popolo di Dio della nostra Chiesa le parole di Isaia, nel mirabile “canto della vigna”: la delusione di Dio nei confronti di Israele, sua vigna, che aveva curato, piantato, vangato, difeso, ma dalla quale non ha avuto altro che frutti amari. Geremia rimprovera il popolo d’Israele: “Io ti avevo piantata come vite feconda e tutta genuina. Come mai sei diventata una vite aspra, selvatica e bastarda?”(2, 21).
Abbiamo Papa Benedetto che diagnostica con rigore i mali della Chiesa; anche noi con coraggio dobbiamo saperci battere il petto: abbiamo tutti bisogno della misericordia di Dio, di potature benefiche, di conversione.
I Santi Vittore e Corona intercedano per noi perché siamo capaci di testimoniare la fede e l’unità della Chiesa, vittoriosi su quanto toglie genuinità e fecondità alla vigna.

mercoledì 31 maggio 2006, Centro Giovanni XXIII, Belluno
INTERVENTO AL CONVEGNO DEL PROGETTO VERITAS IN CARITATE SULLA FIGURA E L'OPERA DI MONSIGNOR VINCENZO SAVIO
Vi saluto con cordialità ed esprimo riconoscenza
- a chi ha organizzato, qui a Belluno, il II Convegno del progetto Veritas in caritate
- e a chi ha curato il CD-rom con tutti i testi del magistero episcopale di mons. Vincenzo Savio, che oggi viene presentato.
«È un grande dolore averlo perduto, ma Ti ringraziamo o Dio, di averlo avuto, anzi di averlo ancora, perché chi ritorna al Signore non esce di casa» (San Girolamo, 85,1). Così il card. Tarcisio Bertone, che 13 anni fa lo aveva consacrato vescovo, disse del nostro pastore Vincenzo nel funerale ad Osio Sotto il 3 aprile di due anni fa, citando san Girolamo.
Il nostro vescovo Savio sentiamo di averlo ancora, non è uscito di casa.
Il Signore lo ha fatto “apostolo di questa Chiesa” nell’anno santo del 2000; l’accettazione della nomina a vescovo di Belluno-Feltre rappresentò per lui un momento delicato e faticoso.
Quando ebbe chiara la volontà del Papa accolse l’imprevista chiamata come “la sua vocazione” e per la nostra Chiesa quella fu una provvida grazia giubilare. Attribuiva al vento dello Spirito Santo lo slancio che lo fece obbediente nel servizio a questa terra di montagna con un entusiasmo contagioso e con un’originalità di impostazione pastorale che denotavano l’immedesimazione appassionata nella sua Chiesa particolare. È ampio e di grande efficacia il suo insegnamento sulla montagna e sulla promozione di questa terra di confine, tra due regioni a statuto speciale, meravigliosa ma con notevoli difficoltà
Amò questa diocesi e tutti noi: qui si sentì di casa come oggi in tanti, provenienti da molte parti d’Italia, ci sentiamo familiari a lui e tra di noi.
La raccolta su CD di parole sue annunciate a Livorno, in Toscana, in molte parti d’Italia e nella terra delle Dolomiti, ci apre una finestra sul mistero della sua vita e sulla progressività della sua risposta al Signore. Questa ebbe, negli ultimi anni di vita, una straordinaria accelerazione.
Leggendo le sue parole sento che non ci si può fermare alla lettera: per coglierne lo spirito occorre risentire l’impeto del suo discorrere che era di persona genuina, con un impellente bisogno di comunicare e di intessere relazioni e amicizie. L’intervista riportata nel CD ce ne offre un significativo esempio.
Quante vibrazioni nel suo dire e nello scrivere! Non soltanto si coglieva la ricchezza di scambi continui favoriti da tante amicizie con gente semplice, con intellettuali, con teologi, artisti, economisti, politici, amministratori, giovani… ( e qui oggi abbiamo, di tutti, una rappresentanza qualificata), ma si percepiva l’appasionato desiderio di confrontarsi con sincerità: il dialogo dell’ecumenismo e il procedere sinodale non erano in lui competenze quasi professionali, ma costituivano una virtù che sembrava congenita alla sua umanità.
Quali sono state le sorgenti del suo magistero?
1. La fede nella Parola. Una cosa ho trovato sostanziale nelle sue parole: frequentemente fiorivano o si riannodavano con la Parola di Dio. Quando nel dicembre 2000 siamo andati a incontralo per la prima volta a Livorno, ha posto a fondamento della conversazione una pagina biblica e così faceva anche quando le riunioni trattavano problemi organizzativi e gestionali.
“Le pagine della Parola di Dio hanno guidato il suo cuore e la sua vita”: sono parole sue, scritte il 6 ottobre 2003, nella lettera al card. Saraiva Martins, prefetto della Congregazione dei Santi, sul concetto di reliquia. Pongo al centro di questo tavolo la reliquia di Papa Luciani che egli volle diffondere e che è presente in tutte le nostre parrocchie.
(leggere)
«Desidero sottoporre al giudizio della Congregazione la possibilità di modificare il concetto consueto di reliquia, che si distribuisce in occasione della proclamazione di un credente a “servo di Dio”. Tradizionalmente essa si configura come un brandello di stoffa. […] Mi domando se non è possibile sostituirlo con un frammento dei volumi della Liturgia delle Ore o della Bibbia utilizzati dal Servo di Dio per la sua preghiera. […] La sue mani hanno sfogliato queste pagine che hanno guidato il suo cuore e la sua vita al dialogo con Dio-Trinità per pregare in unione con tutta la Chiesa. È un invito per te: ad imitarlo; a fare della Parola di Dio il cuore della tua giornata; a rendere la tua preghiera il privilegiato appuntamento di dialogo con Dio per il bene della Chiesa e del mondo».
Questa intuizione l’ebbe alla grotta di Lourdes. Rivela la sua spiritualità: leggendo le parole sul CD senza fermarci alla lettera, sentiamo che esse ricevono linfa vitale dalla Parola di Dio che le anima.
2. La cultura e la formazione.
L’acutezza delle sue scelte, oltre che manifestare l’intensa fede alimentata alla sorgente della Parola di Dio, ci metteva a contatto con la consistenza e la vivacità della sua cultura.
Era un salesiano appassionato alla ricerca e al confronto con ambienti significativi, in esperienze formative commisurate sulla sua passione per l’annuncio del Regno. Anche sulla figura e la spiritualità di don Bosco mostrava di attingere agli studi più critici e agli sviluppi più vivi del carisma della società salesiana.
In particolare trovo paradigmatica la scelta che fece a quarant’anni di dedicarsi a studi di spiritualità nell’Università Pontificia Salesiana, spinto dal desiderio di tentare una sintesi del suo cammino spirituale “riordinando il tutto attorno alla realtà Trinitaria e alla presenza dello Spirito Santo nella mia vita”, come scrive nell’introduzione della sua ricerca “Lo Spirito Santo dono pasquale presente e operante presso l’infermo secondo il nuovo “Ordo Unctionis Infirmorum”.
Senza dubbio una esperienza formativa che animò i successivi vent’anni di vita e che contribuì a portare a compimento la sua esistenza di consacrato nei diciassette mesi di malattia. L’altissimo profilo spirituale del periodo decisivo portava a pienezza le convinzioni di fede che avevano plasmato la sua mentalità (Weltanschaung).
Nel settembre 2003, a Lourdes, prima di ricevere l’Unzione, ci offrì dalla cattedra del suo dolore una lezione di fede e di vita che rivelava quanto aveva interiorizzato lo studio in teologia spirituale.
Ecco un passaggio: «Che vuol dire stato di precarietà? Vuol dire che la nostra persona è fisicamente condizionata e noi sappiamo quanto poi il fisico c'influenzi: ognuno è a rischio di non sentirsi più lui. Mi trovo in uno stato di precarietà. Quante volte mi sono domandato: come poter continuare? Posso continuare a vivere questa avventura meravigliosa che la Chiesa e il Signore mi hanno affidato? Non impoverirò la mia Chiesa? Non vivrò forse il rischio di essere un pastore disattento, rinchiuso su di me e sulla mia malattia, anziché essere un pastore che dà la sua vita, la consuma tutta, senza trattenere niente per sé ma solo per coloro che il Signore gli ha affidati, come Gesù sulla croce?».
Mi commuove trovarmi qui ad ascoltare e dire di lui, a pochi giorni dalla promulgazione del libro sinodale, alla fine del percorso da lui animato e voluto scegliendo come tema “la vita”.
Sì, ci mostrava in splendore che la sorgente della vitalità è il dono dello Spirito attinto dalla Parola di Dio e dalla viva tradizione della Chiesa che ha il suo apice nella liturgia.
Ecco parole della sua ricerca che nel convegno di oggi, alla vigilia di Pentecoste, trovano l’atmosfera più adatta: «E chi è il protagonista di questo momento? Come sempre: è lo Spirito Santo. Noi veniamo qui travolti, presi fino nel più intimo grazie a Lui che è iperattività e principio di unità per diventare come siamo stati pensati nel cuore della Trinità. Di fronte alla Chiesa e alla Comunità, ci rende sorpresa a noi stessi».
“Ci rende sorpresa a noi stessi!”. Un augurio straordinario.
Vincenzo Savio, sino alla fine dei giorni terreni «senza misura contento di Dio. Una meraviglia! Una sorpresa continua tale da poter dire, con convinzione, che in ogni momento la sua misura era piena e pigiata», ha reso vive le parole scritte nel vigore dei quarant’anni e queste sono chiave sicura per entrare nello spirito del suo magistero che ci indica i percorsi per farci sempre appassionati della vita, per renderci sorpresa a noi e a tutti.
Giuseppe Andrich

sabato 10 giugno 2006, Limana
SOLENNITÀ DELLA SS. TRINITÀ
1. "Vi fu mai una cosa grande come questa e si udì mai cosa simile a questa?". Parole della prima lettura. Siamo chiamati a sentire lo stupore di fronte ad una "cosa grande": così grande da non avere l’eguale "dal giorno in cui Dio creò l’uomo sulla terra e da una estremità dei cieli all’altra". La "cosa grande" è costituita da questo fatto: Dio nella ricchezza del suo amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con loro, per invitarli e ammetterli alla comunione con sé" [Dei Verbum, 2].
2. L’Apostolo Paolo nella seconda lettura ci descrive la realizzazione del progetto divino comunicato dalla sua Parola: la modalità con cui l’uomo è ammesso alla comunione con Dio. "Voi" non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno Spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: “Abba, Padre". L’uomo è ammesso alla comunione con Dio in quanto è reso partecipe della stessa filiazione divina del Verbo incarnato. Questo cambiamento della nostra condizione umana è operato in noi dallo Spirito Santo. È questo un cambiamento che ci trasforma già ora, ma che dà anche un contenuto nuovo alla nostra speranza: "e se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo".
3. Il brano evangelico è la finale del primo vangelo di Matteo: “Ecco io sono con voi, fino alla fine del mondo”. Il vangelo era iniziato con la genealogia e con le parole: “Ecco, la Vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, Dio con noi”.
Nella S. Messa c’è tutta la vicinanza inimmaginabile di Dio nel Corpo di Cristo per la forza dello Spirito e noi diventiamo una cosa sola.
Carissimi della parrocchia di Limana, carissime sorelle della Congregazione delle Piccole Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e Maria, oggi celebriamo il sessantesimo della operosa presenza delle Suore in questa popolosa comunità.
Lo facciamo con la partecipazione a questa solenne S. Messa che ci innesta nel mistero del “Dio con noi”.
È un rendimento di grazie per tanti incalcolabili doni avuti in questi 60 anni. Pensiamo al dono delle persone che hanno costruito il Regno di Dio tra noi: a don Paolo Pescosta e tanti altri sacerdoti che hanno servito questa comunità fino all’arciprete attuale don Attilio con i suoi collaboratori; a tante vocazioni matrimoniali; a tante persone che hanno sofferto e si sono spese per il bene delle famiglie e della comunità; alle donne consacrate che si sono succedute nell’asilo e nell’attività parrocchiale, alle vocazioni sacerdotali sorte qui, alle vocazioni religiose (8 solo nell’Istituto che festeggiamo oggi).
La luce che ci viene oggi dalla Parola di Dio ci fa capire quali sono le vere grandezze del popolo cristiano, e di ogni comunità che lo compone. Queste infatti sono composte "di uomini, i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio vero il regno del Padre" [Gaudium et spes 1]. Questo è anche la definizione più profonda della vostra comunità.
Nel mistero della Trinità noi abbiamo la giusta comprensione della comunità cristiana: "un popolo radunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo" [Lumen gentium 4,2].
Questa concezione della comunità parrocchiale viene qui trasfusa da sei decenni dalle Piccole Figlie dei Sacri Cuori.
La Congregazione, nata a Parma nella seconda metà 1800 per opera di un prete e di donne guidate da Anna Micheli, è oggi diffusa, con circa 300 consacrate e molti laici che collaborano con le suore seguendone la spiritualità, in Italia, Svizzera, Africa, Cile, Perù.
Don Agostino Chieppi, un prete povero, ma “colto, esemplare, fermo nei principi” nato a Parma nel 1828 e morto a 63 anni nel 1891.
Anna Micheli – anch’ella nata nel 1828 e morta 20 prima del fondatore a 43 anni) con altre donne povere ma non sprovvedute: guidate da don Agostino alla formazione del cuore e alla carità.
La spiritualità della Congregazione è a forte impostazione Trinitaria. La Congregazione che ha come finalità accogliere, vivere e annunciare il Cuore Trinitario di Gesù nato da Maria, per diffondere il suo amore.
I capisaldi della vita delle comunità delle Piccole Figlie sono: Comunione, Cultura, Carità.
Hanno vissuto fin dall’origine quello che l’attuale Papa Benedetto ha scritto sull’enciclica Deus caritas est: “Un cuore che vede – la radice dello sguardo sta nel cuore – dove c’è bisogno di amore e mani che agiscono in modo conseguente”.
Chi può conoscere cosa è fiorito nel cuore trasmesso dalle mani operose di tutte le religiose che sono state parte di questa parrocchia?
Certamente tutti i battezzati che le hanno conosciute e che ora partecipano nella liturgia del cielo a questa nostra festa in terra.
Vogliamo anche noi sentire che il nostro riconoscimento e la nostra riconoscenza verso questo grande dono, che confidiamo di avere ancora per molti decenni, ha l’ampio respiro della fede e della preghiera che formulerei così: «Sacri Cuori di Gesù e Maria, fate crescere nel cuore dei cittadini di questo importante centro e della sua grande parrocchia lo slancio spirituale che ci rende specchio della Trinità Santissima: che ci sentiamo amati da Dio Padre, redenti dall’unico Salvatore, animati dallo Spirito Santo che ci spinge alla comunione, alla cultura e alla carità».

giovedì 15 giugno 2006, Concattedrale di Feltre
SALUTO ALLA CELEBRAZIONE DELLA MESSA PER LA CONSEGNA DEL LIBRO SINODALE
Saluto con gioia tutti voi che siete qui: parroci, sacerdoti, diaconi, religiose e religiosi, sinodali, laici di tante parrocchie e di tutte le foranie. È straordinaria questa assemblea nel compimento ultimo dell'esperienza del Sinodo. Oltre ai presenti, saluto quanti sono collegati con noi tramite Telebelluno.
Porto nel cuore gli infermi, gli anziani e i sofferenti che partecipano alla vita del Popolo di Dio donandogli una vitalità incalcolabile, innestata nel sacrificio della Croce. Per molti di loro poter vivere a distanza questo momento con noi li fa sentire anche sensibilmente partecipi della vita della Chiesa e noi li riconosciamo forza vitale nel nostro cammino.
A nome dunque di questa Chiesa di Belluno-Feltre, in un momento di così ampia comunione, saluto con riconoscenza il card. Angelo Scola, patriarca di Venezia e presidente della Conferenza Episcopale Triveneta; i vescovi delle diocesi confinanti qui presenti: monsignor Guglielmo Egger di Bolzano-Bressanone e monsignor Giuseppe Zenti di Vittorio Veneto, il rappresentante del vescovo di Padova (il vicario generale monsignor Danilo Serena) e il rappresentante del vescovo di Trento (il canonico monsignor Armando Costa). Accanto all’altare ci sono con noi il moderatore del Sinodo don Luigi Del Favero e il segretario don Francesco Cassol: a nome di tutta la diocesi esprimo loro la riconoscenza.
Il primo invitato a questa celebrazione, già diverse settimane fa, è stato l’arcivescovo di Udine mons. Pietro Brollo, già nostro pastore, che nella Pentecoste del 2000 ha deciso il Sinodo: subito mi espresse il rammarico di non poter partecipare perché pellegrino a Lourdes. Questa sera lo ricordiamo con affetto perché possa subito superare le difficoltà di salute.
Il vescovo emerito mons. Maffeo Ducoli, impossibilitato a partecipare, mi incarica di dire la sua vicinanza spirituale.
Le presenze significative dei pastori delle diocesi vicine ci fanno meglio percepire il rapporto inscindibile e fecondo di unità tra le Chiese del Triveneto.
Questo ci conforta e ci fa sperare che i cristiani animino le realtà temporali non chiudendosi nel particolare, ma collaborando insieme per il futuro delle popolazioni e per lo sviluppo delle nostre terre così vicine e potenzialmente compartecipi di risorse e di travagli. La nostra diocesi, vivendo in unità con tutte le Chiese delle tre Regioni civili nell’unica Conferenza triveneta, è dunque confortata da questo avvenimento e fa conto sulla solidarietà nell’affrontare insieme i molti problemi della terra di montagna. Per le relazioni feconde avute in occasione del Sinodo con le autorità, con responsabili della politica e dell’amministrazione, sento di interpretare con queste essenziali parole il sentimento dei rappresentanti della Città. E sono riconoscente per la presenza del Sindaco di Feltre, del Viceprefetto, del Presidente della Provincia, dell’assessore che rappresenta la Regione Veneto, di altre autorità.
Nel respiro universale della Chiesa che dalla casa si apre alla città e al mondo intero abbiamo la dimensione che colloca nella giusta prospettiva tutto il cammino del Sinodo.
In questa concattedrale che ci collega con la storia dell’importante diocesi di Feltre, abbiamo sentito nel messaggio per la cultura del 30 ottobre scorso quanto è decisiva l’unità della nuova diocesi di Belluno-Feltre nella diversità delle sue componenti storiche, sociali, di sensibilità.
Con la consegna del Libro sinodale davanti al Patriarca ci assumiamo il compito di aprirci alla comunione nelle più vaste dimensioni: dalle Chiese vicine giungere all’universalità.
È la comunione tra Chiese e di tutte le Chiese con quella di Roma ad aprirci alla cattolicità piena. Questa apertura non solo non ci fa perdere la nostra identità, ma ne è parte sostanziale, promuove e valorizza anche le nostre differenze.
Eminenza, La accogliamo e La ascolteremo oltre che come nostro metropolita, anche come cardinale, cioè testimone dell’universalità della Chiesa, nella schiera dei primi collaboratori del Santo Padre. Quando nel luglio 1988 i giovani hanno incontrato Giovanni Paolo II nel centro di spiritualità intitolato al nostra Papa campeggiava davanti a tutti una frase del patriarca Albino Luciani: "Non stacchiamoci dalla roccia". Sentiamo riproposte a noi tali parole in questo storico momento della Chiesa di Belluno-Feltre perché Lei ci confermi nella saldezza della Chiesa.
Durante il mio lavoro sul Libro sinodale ho coltivato il desiderio e ho pregato perché questa celebrazione eucaristica sia festosa e abbia allo stesso tempo una dimensione penitenziale, perché possiamo tutti sentire l’appartenenza alla Chiesa come dono e come compito spesso assunto con scarsa generosità di comunione e di servizio missionario.
La sua presenza e quello che ci dirà saranno salutare provocazione alla comunione e alla missione.
Per intercessione di Maria, dei patroni san Martino e i santi Vittore e Corona, possiamo in modo nuovo sentirci parte organica della Chiesa, quella che cammina in terra e quella che già vive nella liturgia del cielo dove sentiamo proteso verso di noi, e con noi verso il futuro, il vescovo Vincenzo.
Questa partecipazione al Sacrificio della Croce ci faccia “Corpus Domini”, Corpo di Cristo, e rimanga nella nostra anima come grazia che si rinnova a ogni Messa domenicale anche nelle più piccole comunità: è uno dei principali messaggi del Libro sinodale. Sentiremo così consegnarci, di domenica in domenica, la certezza che ci fa vivi e pronti a portare la vita, nelle gioie e nei travagli della nostra storia: “Colui che ama dice: Tu non morirai mai”. E noi a Lui con parole di questa liturgia: “Bone Pastor, panis vere, Iesu nostri miserere… “Buon Pastore, vero pane, o Gesù, pietà di noi: nutrici e difendici, fa’ che contempliamo i beni eterni nella terra dei viventi”.

venerdì 16 giugno 2006, Centro Papa Luciani - Santa Giustina
SALUTO ALLA CELEBRAZIONE ALLA CELEBRAZIONE PER
L’INAUGURAZIONE DELL’OASI
BETHLEHEM – MONS. MAFFEO DUCOLI
Benvenuti tutti a questo importante avvenimento. Un saluto alle autorità. Vi saluto con riconoscenza, a nome della nostra Chiesa di Belluno-Feltre; saluto la direzione, la Comunità religiosa delle Piccole Suore della S. Famiglia, i volontari del Centro Papa Luciani.
A nome di tutti porgo il riverente saluto al card. Giovanni Battista Re, Prefetto della Congregazione per i Vescovi, e a mons. Maffeo Ducoli, Vescovo emerito della nostra diocesi.
Eccellenza mons. Maffeo, venticinque anni fa fervevano i lavori di costruzione del Centro Papa Luciani che Lei ha strenuamente voluto; subito esso entrò in funzione e in questo quarto di secolo un numero straordinario di appuntamenti di spiritualità, di cultura, di formazione hanno trovato qui ambiente ideale. Sento la data di oggi storica per il centro e la nostra diocesi come fu quella del 22 settembre 1984 quando il card. Marco Cè patriarca di Venezia, nell’anfiteatro inaugurò solennemente il Centro. Nel 1985 Lei volle che l’anno internazionale dei giovani fosse vissuto in diocesi con un programma intenso di pastorale giovanile. Mi aveva voluto responsabile di questo settore: nel Centro e nell’anfiteatro abbiamo vissuto momenti indimenticabili da Lei guidati. Così come incancellabile rimane l’incontro con Giovanni Paolo II di una moltitudine di giovani, il 16 luglio 1988, sempre nell’anfiteatro, dove campeggiavano le parole del vescovo Albino Luciani: “Non stacchiamoci dalla roccia”.
Eccellenza, ho spesso l’emozione di incontrare giovani di allora mai staccatisi dalla roccia, oggi genitori di giovani che frequentano questo Centro; alcune ragazze di allora si sono consacrate al Signore; qualcuno è stato ordinato sacerdote. Tra questi don Robert Soccal, da anni impegnato nel servizio ai giovani in questa casa, nelle scuole superiori e nel mondo universitario: è lui che ha sognato l’oasi che oggi viene inaugurata trovando ascolto convinto nel direttore mons. Giorgio Lise, decisione favorevole nel vescovo mons. Vincenzo Savio, generosità determinante in Lei, mons. Maffeo, che ne ha sostenuto la realizzazione.
La ringrazio di cuore insieme alla nostra Chiesa di Belluno-Feltre. Oltre che fondatore e costruttore del Centro Papa Luciani, ora è il benefattore che lega il Suo nome a quest’oasi Bethlehem destinata alla gioventù e in questa ulteriore opera rende permanente la sua ansia, sempre dimostrata, per la formazione dei giovani.
Siamo molto riconoscenti per la celebrazione eucaristica e la benedizione-inaugurazione presiedute dal card. Giovanni Battista Re: è anche questo un altro dono del Vescovo Maffeo.
Eminenza, ci sentiamo uniti a Lei da affettuoso legame per la Sua visita a mons. Vincenzo sofferente, la relazione a Belluno sui due Papi Giovanni Paolo e la celebrazione in cattedrale nella solennità del patrono S. Martino, nel 2003; per la vicinanza che abbiamo sentito nei giorni della morte del nostro Vescovo nella primavera del 2004; ma poi ha celebrato, nella gioia di un numeroso popolo partecipante, il decennale del Santuario dell’Immacolata al Nevegal nella solennità dell’Assunzione in Cielo di Maria, il 15 agosto 2004.
Esattamente due anni fa a Roma vostra Eminenza mi diede in dono il “Direttorio per il ministero pastorale dei Vescovi” nel quale Lei ha trasfuso gli insegnamenti di Giovanni Paolo II a seguito del Sinodo dei Vescovi su questo argomento. Ho riletto il n. 204 che inizia con le parole: “Un settore che deve interessare vivamente il Vescovo e accrescerne la paterna sollecitudine è quello dei giovani” e il testo continua con riferimento a varie condizioni giovanili per affermare: “Il Vescovo si preoccupi che nella sua diocesi non manchi un buon numero di presbiteri, religiosi e laici idonei, dediti all’apostolato della gioventù”. In questo devo impegnarmi, seguendo le orme dei miei predecessori. I quali hanno voluto nel Centro Papa Luciani, in questi 25 anni, direttori che rispondevano alle esigenze della pastorale giovanile e familiare: don Giacomo Mazzorana, don Francesco Cassol, don Dario Fontana e ora mons. Giorgio Lise con la collaborazione specifica per cresimandi e giovani di don Robert Soccal come nel passato di don Francesco Santomaso, don Francesco Silvestri e P. Pierantonio Zago.
Nella solennità del Corpo e Sangue del Signore prego in questa S. Messa che l’opera dei formatori, qui e in tutte le comunità eucaristiche, faccia vere, di domenica in domenica, le antiche parole: “Sicut novellae olivarum… Come giovani piante, i figli della Chiesa circondino la mensa del Signore”.
Eminenza, da Lei guidati nella celebrazione eucaristica e in ascolto della Sua parola, riconoscendoLa uno dei primi collaboratori del Papa, la ringraziamo per questo dono che ci rende saldi nell’unità della Chiesa: Non vogliamo staccarci dalla roccia! Grazie.

sabato 8 luglio 2006, chiesa Arcipretale di S. Pietro, Agordo
INTERVENTO
1. Le parole antiche che abbiamo ascoltato si sono pienamente avverate in Colui del quale è scritto: “Su di lui si poserà lo Spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza (sophia kai syneseos). I1 termine tradotto con intelligenza è anche la parola chiave di un brano evangelico di Luca. Tutti coloro che udivano Gesù nel tempio erano pieni di stupore per la sua intelligenza (synesis) e le sue risposte (Lc 2, 47).
Alla quarta edizione dei Tesori d’arte nelle chiese dell’alto bellunese sento di dover evidenziare che ci fu spirito di sapienza e di intelligenza in chi ha ideato questi itinerari e in chi li ha continuati. È sapienza e intelligenza costruire qualcosa di grandemente utile e ancora di più farsi consapevoli che davanti a così grandi cose si è chiamati a godere per la convergenza, la concordia e la collaborazione di tutti: il godimento della bellezza è comunicativo e diffusivo.
Sento il bisogno di ringraziare tutti gli Enti qui rappresentati in persone qualificatissime; è mons. Giacomo Mazzorana, responsabile per la diocesi dei beni artistici e culturali, che saprà esprimere il ringraziamento della Diocesi anche alle persone direttamente coinvolte, qui nelle parrocchie e foranie dell’Agordino, ad accompagnare tutta l’esperienza nella sua quotidianità, accogliendo i visitatori e garantendo la miglior riuscita all’itinerario di quest’anno.
2. Da agordino affezionato alla mia terra mi sono chiesto: «Chi saprebbe godere più di me di questo straordinario itinerario e avrebbe l’arte di esprimerlo con sapienza ed eleganza?».
Ho risposto. È colui che del quale potremmo dire: “Voi foste grande esteta perché capace di percepire subito, intensamente e ad enormi bracciate il «bello naturale» ch’è sparso nel mondo, dai fenomeni della natura alle passioni intense dell’animo umano. Foste grande artista, perché capace di esprimere potentemente per gli altri sia il bello percepito, sia gli stati d’animo con cui l’avete percepito. Foste insigne critico d’arte, perché vi inchinaste con intendimento e passione sulle creazioni artistiche altrui”.
Le parole sono sue.
Molti di noi sentono che la descrizione tratteggia la statura culturale e artistica di questo personaggio agordino reso famoso per compiti che mai avrebbe immaginato e che hanno fatto passare in secondo ordine la sua passione e competenza per l’arte. Fu grande anche come esteta, artista del dire e dello scrivere, storico e critico d’arte. Chi dunque? Albino Luciani, Giovanni Paolo I, che proiettò con le parole citate alcuni lineamenti della sua personalità su Wolfang Goethe nell’intramontabile volume “Illustrissimi”.
Veramente Albino Luciani, che vive nel fulgore della bellezza che non tramonta, sarà il primo a compiacersi di quanto inauguriamo questa sera.
In un corso d’arte bellunese e feltrina, del quale abbiamo gli appunti minuziosi con registrate le fonti archivistiche dalle quali ricavò dati inediti (e anche gli appunti sono inediti), corso tenuto ai futuri preti del nostro seminario nell’anno 1942-43, così don Albino incominciò la prima lezione:
«Per prevenire un’obbiezione: – Che c’entra l’Arte bellunese o feltrina con la nostra formazione pratica? Per mostrarvi che c’entra, vi metterò prima di fronte ad alcuni dati. Ecco il primo.
Tra le carte capitolari del secolo scorso, si trova un documento del 1819, che reca un inventario di opere d’arte eseguito per cura dell’I.R.Governo. Vi sono elencate quattro pale d’altare: il S. Sebastiano. il S. Lorenzo, due Deposizioni; e nient’altro. Non la pala di Simon da Cusighe, non uno dei lavori del Ricci, del Diziani, di De Stefani. Anzi è detto espressamente: “nelle altre chiese.. non esistono quadri meritevoli di essere inseriti nel presente catalogo”. E c’è sotto la firma: L. Marcabruni I. R. Delegato.
Supponete un sacerdote coevo all’egregio Marcabruni. Con quattro nomi in testa raggiungeva il livello artistico di un I. R. Delegato.
Da quel tempo ad oggi però se n’è fatto del cammino. L’antico entusiasmo che provavano gli umanisti davanti ad una statua greca ritrovata, ad un brano dei classici, sembra rivivere negli uomini dei nostri giorni che salutano con gioia la paternità bellunese di una piccola incisione, di un piccolo intaglio, e circondano di infinite cure un semplice rudere, una vecchia torre crollante. Leggete “L’archivio storico…”
E non è un entusiasmo ristretto a pochi, perché da un secolo si scrive e si, parla senza posa dell’arte nostrana.»
Carissimo, sensibilissimo don Albino Luciani: con i “Tesori d’arte nelle chiese dell’alto bellunese e dell’agordino”, se ne è fatta di strada! In quelle lezioni tu hai descritto da par tuo i tesori anche delle nostre chiese agordine che quest’anno avranno tanti ammiratori.
3. Mi ispiro alla sua sensibilità e bravura di catechista e di pastore per l’ultima nota. «Se un pagano viene e ti dice: Mostrami la tua fede..., tu devi portarlo in chiesa e fargli vedere la decorazione di cui è ornata e devi spiegargli la serie dei sacri quadri». Così suggeriva ai cristiani dell'VIII secolo san Giovanni Damasceno, uno dei grandi cultori dell'«icona», cioè della bellezza dell'immagine sacra. Lo splendore di delle chiese agordine illustrate costituisce una vera e propria evangelizzazione visiva. Molte nostre chiese, all’esterno in rapporto all’impianto urbanistico dei paesi, all’interno nelle linee architettoniche e in pregevoli opere d’arte costituiscono una suggestiva e permanente comunicazione: è «la voce dei monumenti, la voce delle chiese».
La bellezza è la via affascinante per raggiungere il mistero di Dio, una via che dovrebbe essere più spesso percorsa dai credenti e resa accessibile anche a coloro che «cercano Dio, procedendo a tentoni», come diceva Paolo all'Areopago di Atene (Atti 17,27).
La preghiera che stiamo compiendo vuole dunque chiedere per tutti i visitatori delle nostre chiese e per gli ammiratori della bellezza delle nostre montagne sapienza e intelligenza.
Insieme ai parroci e ai loro collaboratori auguro che in questo straordinario itinerario il bello sia la luminosa strada al buono e al vero.

PREGHIERA E INVOCAZIONE PER LA PACE: “CESSI IL FUOCO, SUBITO!”
Domenica scorsa siamo stati invitati a pregare, a fare penitenza, a pensare il messaggio del Papa.
Chiedo a tutti i cristiani e alle comunità che in questi giorni si riuniscono per la S. Messa di continuare in questo impegno.
Il Papa ha detto: «Colgo l’occasione per riaffermare il diritto dei Libanesi all’integrità e sovranità del loro Paese, il diritto degli Israeliani a vivere in pace nel loro Stato e il diritto dei Palestinesi ad avere una Patria libera e sovrana».
La memoria del Servo di Dio padre Romano Bottegal, vissuto e morto in Libano, ci faccia partecipi della sua ansia di pace e del suo amore mistico che sperimentava come soltanto da Dio viene il bene ed esso passa attraverso cuori purificati e penitenti.
La testimonianza dell’umile eremita di San Donato di Lamon, che personifica le popolazioni inermi che stanno sotto i tiri violenti del conflitto, non è sepolta con il suo corpo in quella terra martoriata: è un seme fecondo, che ha crescita lenta, paziente, silenziosa alla quale vogliamo dare il nostro apporto.
Chi vuol far giungere alle popolazioni in guerra l’aiuto della nostra carità lo può fare facendo riferimento alla Caritas diocesana.
+ Giuseppe, vescovo

mercoledì 15 agosto 2006, Belluno
ASSUNZIONE DELLA B. V. MARIA
Ai Pellegrini a Lourdes.
«Tenete accese le vostre lampade».
E’ il tema proposto dai vescovo di Lourdes per il 2006. Anche il nostro pellegrinaggio diocesano sarà illuminato dalla “luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1,9).
Il vostro Vescovo, scrivendo questo testo a distanza di settimane dalla straordinaria esperienza, è nella neccessità di pensare e di preparare spiritualmente al pellegrinaggio battendo ai tasti parole che devono essere frutto di preghiera: pensando con intelligenza di fede si prega. Comunico quindi a chi leggerà questa pagina quello che sta risuonando in me.
* * *
“Tenete accese...” La luce di Cristo risorto, la tengo accesa in me? Se brilla come unica speranza allora tengo stretta questa lampada aggrappando ad essa tutta la mia vita. Le altre speranze e gli obiettivi che possono assillarmi li devo illuminare e verificare a questa luce.
“Tenete accese...” Altre luci che affascinano possono anche spegnersi. La luce di questa lampada, no! È un dono che dal battesimo portiamo in noi e ha la resistenza dell’amore fedele del Signore. Ma che sia accesa, che ci illumini, dipende dalla nostra volontà.
“Tenete accese...” Abbiamo il dono di poterla riaccendere con il sacramento della confessione. È il Sacramento del conforto: la Chiesa in nome di Cristo ci abbraccia con il suo perdono per renderci forti. E’ il sacramento che ci mette in comunione con tutti i fratelli: siamo tutti di debole pasta, ma sentendo che con il perdono riprendiamo luce e vitalità siamo pronti a diventare un cuor solo e un’anima sola.
* * *
“Le vostre lampade”. Tante sono le fìamme dall’unico fuoco, ma la luce è “una”. Ognuno di noi, per il corpo che ha, per le vicende personali che lo hanno costruito, per la sensibilità, il temperamento, i sentimenti che coltiva, per la singolarità della sua persona fa balenare la luce e dà sfolgorii alla fiamma in modi assolutamente unici. Non tenere accesa la nostra lampada significa spegnere una luce che non può essere sostituita.
“Le vostre lampade”. Non è l’appariscenza della persona e il luccichio dell’esteriorità che illumina. La lampada sta nel profondo dell’anima. Le persone inferme e appesantite dal dolore hanno fulgori di luce che si comunicano con lo sguardo, con le parole o anche soltanto con la pazienza dolorante.
“Le vostre lampade”. Quando saremo nell’interminabile fiaccolata di Lourdes sentiremo come fosse la prima volta quanta luce si diffonde nell’accostare le lampade camminando insieme in cordiale prossimità. La storia umana e il mondo intero, non hanno bisogno di riflettori, ma di questa luce personalizzata, aggregata e missionaria.Anche i terrificanti bagliori di guerra e di odio sono vinti dalla luce interiore dell’anima.
* * *
Agli ammmalati e a chi porta preoccupazioni e sofferenze, ai partecipanti nuovi e a quanti ci tornano dopo innumerevoli volte, al nuovo presidente dell’UNITALSI e a tutti gli unitalsiani, ai sacerdoti, ai diaconi e ai religiosi pellegrini, l’augurio affettuoso di preparare e vivere il pellegrinaggio a Lourdes 2006 con la fiamma della carità ben alimentata.
Vergine Immacolata, prega per noi.
Giuseppe, vescovo

Marmolada – sabato 26 agosto 2006
MESSA MARIA VERGINE REGINA DELLA PACE
Letture Is. 9,1-3.5-6; Vangelo Gv,19 25-2O
“Levavi oculos meos in montes (salmo 120): Alzo gli occhi verso i monti”. Sono queste le parole che Giovanni Paolo II ha pronunciato 27 anni fa, qui. Affascinato dalla montagna anche sotto la bufera di neve; ricordando i suoi monti di Jasna Gòra (Chiaro monte) dove proprio il 26 agosto si celebra solennemente, con grande partecipazione di popolo, la festa di Nostra Signora di Jasna Gora.
Chiese a tutti gli ascoltatori di innalzare lo sguardo a Maria; uno sguardo che va oltre, travalica le più alte cime.
E disse ancora: il 26 agosto 1978, verso le 18 Albino Luciani levava gli occhi della sua anima in alto prima di pronunciare la parola “accetto” e diventare Giovanni Paolo I: “Alzo gli occhi verso i monti, da dove mi verrà l’aiuto?”.
Nei momenti oscuri, leviamo i nostri occhi! A cercare l’aiuto sicuro, adeguato ai problemi. Allora saremo come la gente descritta nella prima lettura: “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce, su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”.
La luce del Bambino nato per noi “Principe della pace”.
Nel vangelo abbiamo sentito le parole pronunciate dal Principe della pace sulla croce: “Donna, ecco tuo Figlio”; e al discepolo: “Ecco tua madre”.
Se gli occhi della nostra anima sono levati in alto, avremo in noi sentimenti simili a quelli dei due papi, “Servi di Dio”.
In particolare potremo pensare la pace come la consegna che sentiamo possibile, una consegna reciproca: ognuno custode del fratello e tutti, cattolici credenti, consegnati alla Madre che ci avvolge dell’amore che viene dal Signore.
La pace.
Il 10 settembre 1978 il nostro Giovanni Paolo I pronunciò parole, all’Angelus, che sono rimaste fra le più ricordate del suo breve pontificato.
Eravamo in una situazione come quella di oggi. Ecco le parole:
“A Camp David, in America, [i presidenti Carter e Sadat e il primo ministro Begin] stanno lavorando per la pace nel Medio Oriente. Di pace hanno fame e sete tutti gli uomini, specialmente i poveri che nei turbamenti e nelle guerre pagano di più e soffrono di più... I fratelli di religione del presidente Sadat sono soliti dire cosi: “C’è una notte nera, una pietra nera e sulla pietra una piccola formica nera; ma Dio la vede, non la dimentica”. Il presidente Carter, che è fervente cristiano, legge nel Vangelo: “Bussate e vi sarà aperto, chiedete e vi sarà dato. Non un capello cadrà dalla vostra testa senza il Padre vostro che è nei cieli”. E il premier Begin ricorda che il popolo ebreo ha passato un tempo momenti difficili e si è rivolto al Signore lamentandosi dicendo: “Ci hai abbandonati, ci hai dimenticati!”. “No! - ha risposto per mezzo di Isaia profeta - può forse una mamma dimenticare il proprio bambino? Ma anche se succedesse, mai Dio dimenticherà il suo popolo”.
Anche noi che siamo qui, abbiamo gli stessi sentimenti; noi siamo oggetto da parte di Dio di un amore intramontabile. Sappiamo: ha sempre gli occhi aperti su di noi, anche quando sembra ci sia notte. È papà; più ancora è madre. Non vuol farci del male; vuol farci solo del bene, a tutti”.
I settemila soldati che saranno forza di pace in Libano siano sorretti dalla nostra preghiera.
Ricordando tutti i caduti su queste montagne 90 anni fa, preghiamo per le vittime troppo numerose delle violenze della guerra; preghiamo perché non ci siano vittime tra le forze di pace dell’ONU, tra i 3000 italiani: sarebbe una tragedia grande veder punita la fattiva volontà di portare pace.

sabato 2 settembre 2006, Longarone
INTERVENTO DEL VESCOVO ALLA FESTA DELLA MONTAGNA DELLA REGIONE
Abbiamo l’onore di ospitare la festa regionale di tutta la montagna veneta e saluto cordialmente tutti i rappresentanti degli altri territori montagnosi della Regione.
Le Dolomiti, per 2/3 nella nostra Provincia costituiscono una peculiarità rispetto agli altri territori della montagna veneta:
1. Le nostre creste e corone dolomitiche si impongono non solo dal punto di vista altimetrico; costruiscono una corona regale alla Regione e alla sua montagna.
2. Le Dolomiti sono montagne singolari. Universalmente conosciute.
3. Tutta la Provincia si caratterizza come Provincia di montagna con possibilità e problemi che sono stati focalizzati anche dagli interventi di oggi. Farei il paragone: tante città del Veneto hanno pregevoli tesori d’arte, ma Venezia è speciale, ha leggi e attenzione che ne riconoscono la peculiarità, è “unica”. L’unicità della nostra Provincia, come Provincia tutta innervata dalle Dolomiti, è un dato di fatto.
4. Per quanto riguarda la montagna, la nostra si costituisce come “Provincia-ponte” tra tre Regioni.
5. Ha ospiti da tutto il mondo. Ma il fenomeno sempre più massiccio e incalzante è che si spopola di montanari e si popola di veneti delle pianure che qui hanno la seconda casa e crescono nel senso di appartenenza alla cultura e alla vita dei nostri paesi.
Non è che un rapido cenno ai motivi che delineano la peculiarità della Provincia e della montagna dolomitica della Regione; ce ne sarebbero altri, che con più competenza, molti qui potrebbero esporre.
Mai come 27 anni fa, nell’agosto 1979, si pubblicizzò in tutto il mondo la Marmolada e la Regina delle Dolomiti, quando Giovanni Paolo II fece l’Angelus da lassù. Sinteticamente: se la montagna delle Dolomiti viene effettivamente considerata come la “regina” della montagna veneta tutta la Regione costruisce, secondo verità e a vantaggio di tutti, la sua politica della montagna.
Mi associo, come uomo della nostra montagna e come vescovo di Belluno-Feltre, al sentire convinto di tanti montanari: prima di difendere i confini delle nostre terre di montagna vogliamo difendere la dignità della gente di montagna e la peculiarità del suo territorio.
Non vogliamo essere querelanti e lamentosi per avere “beni”: prima di tutto vogliamo perseguire “il bene” della terra dolomitica che promuove il bene di tutta la montagna veneta.
Ringrazio la Presidenza della Regione Veneto per l’appoggio che dà alla diocesi di Belluno-Feltre e di Treviso nell’invito che da più di un anno rivolgiamo al Papa Benedetto XVI di venire in vacanza a Lorenzago. Sarebbe una presenza che continua quella eccezionale del predecessore Giovanni Paolo II del quale abbiamo luminosa memoria che ci dà fierezza e speranza: del suo modo di abitare la nostra montagna e di incontrare la gente; dell’apprezzamento che dimostrava per l’ospitalità dei rifugi, per la dedizione delle squadre di soccorso e del volontariato (primo fra tutti quello degli Alpini).
Del suo insegnamento riprendo le insistenti parole che possono essere un augurio per me e per quanti sono aperti al messaggio evangelico e all’ispirazione cristiana anche tra quanti sono al servizio del bene comune: “Servire è regnare” e… “Regnare è servire!”.

giovedì 28 settembre 2006, Basilica di San Pietro - Roma
OMELIA ALLA MESSA ALL’ALTARE DI S. GIUSEPPE
Tra due colossali pontificati come quelli di Papa Paolo VI e di Giovanni Paolo II ci sono i 33 giorni di Giovanni Paolo I, conclusi con una morte improvvisa 28 anni fa. Breve il tempo del suo servizio, come immediata la sua elezione a sole 24 ore di conclave, immediata la simpatia con la quale fu accolto in tutto il mondo: tutti lo sentivano vicino.
Noi abbiamo la sua figura scolpita nel cuore, figura semplice che lasciava in chi parlava con lui qualcosa di indelebile e di misterioso.
Era esemplare la sua capità di comunicare. Veniva soprattutto dalla sua straordinaria statura spirituale.
Il suo sorriso, di umiltà e di semplicità,non poteva far intuire la sua straordinaria ricchezza interiore e la forza indomita di volontà.
Le chiavi per chiudere e aprire, per legare e sciogliere sono il simbolo delle doti che aveva coltivato in tutta la vita, prima di averle dal Signore con l’elezione al pontificato.
Il 27 agosto di 28 anni fa, nel discorso pronunciato nella cappella Sistina all’indomani della sua elezione e trasmesso in mondovisione ha tracciato il suo programma scandendo e marcando sei punti con un ripetuto “Vogliamo”. 1. Vogliamo prosecuzione delle linee del Concilio Vaticano II; 2. Vogliamo conservare la grande disciplina della Chiesa; 3. Vogliamo l’evangelizzazione come primo compito della Chiesa; 4. Vogliamo continuare lo sforzo ecumenico; 5. Vogliamo proseguire con pazienza e fermezza nel dialogo sereno e costruttivo con tutti; 6. Vogliamo favorire tutte le iniziative per tutelare e incrementare la pace nel mondo.
Furono questi i punti programmatici del suo successore realizzati con originalità e continuità nel lunghissimo suo pontificato.
Voglio… Quante volte aveva insegnato a “volere” il bene, insegnato che l’accidia va vinta!
Due indicazioni di programma sento in modo preminente per il momento che sta vivendo la nostra Chiesa di Belluno-Feltre: 1) la grande disciplina (che ci porta all’essenziale e a una continuità tenace e forte per servire le nostre comunità, temperando con la quiete le molteplici attività per dedicarci a una servizio umile, in vera e grande semplicità, verso i più poveri); 2) l’evangelizzazione come primo impegno, sempre pronti a domandarci se il primo annuncio del vangelo è a fondamento della nostra mentalità, delle scelte e delle nostre aspirazioni.
L’episcopato brasiliano, subito dopo la sua morte, aveva inoltrato la richiesta di beatificazione. Quattro anni fa il vescovo Vincenzo Savio l’annunciò il 26 agosto e il 23 novembre del 2003 avviò il processo diocesano che tra poco più di un mese si concluderà solennemente.
Un preghiera viene composta per quella data e sarà diffusa con l’immagine sorridente di Papa Luciani.
Qui, nella basilica di S. Pietro, per la prima volta la voglio recitare:
O Signore,
“stammi sempre vicino. Tieni la tua mano sul mio capo,
ma fa' che anch'io tenga il capo sotto la tua mano.
Prendimi come sono, con i miei difetti, i miei peccati,
ma fammi diventare come tu desideri e come anch'io desidero”.
Con queste parole il tuo servo Albino Luciani, Papa Giovanni Paolo I, ti pregava.
Il suo desiderio di santità fu esaudito: divenne tuo discepolo generoso e fedele e tu lo volesti Pastore e tuo Vicario per la Chiesa universale.
Ebbe la grazia di essere un comunicatore esemplare per donarci, in semplicità e letizia, il vero, il bello e il buono.
Fa’ che io aspiri a quello che tu desideri anche nelle grazie particolari che ti chiedo…
Sull’esempio del servo di Dio, fa’ che comunichi intensamente con te e con il prossimo per attingere e donare, con umiltà e semplicità, la luce e l’amore che irradiano da te.
Amen.
+ Giuseppe Andrich

domenica 8 ottobre 2006, Mas -Peron
OMELIA DEDICAZIONE CHIESA DI MAS-PERON
Ci siamo avvicinati, siamo entrati in questa chiesa, ora siamo qui e possiamo dire di noi: «Tutti viviamo nello sguardo, siamo protesi a contemplare, traspare negli occhi quello che fa vibrare il nostro intimo».
1. Le parole del parroco, dei progettisti; il dépliant illustrativo ci aiutano a leggere il significato dell’architettura, dei fulcri celebrativi, dell’artistico arredo. E noi, riuniti in questa comunità festosa viviamo nello sguardo. Anche le generazioni che verranno coglieranno quello che noi oggi sentiamo.
Una dimora che non chiude al suo interno, che rimane aperta alla suggestione del creato.
Siamo pietre vive che trovano il loro simbolo sulle pietre a vista che danno sfondo all’altare e attraverso l’occhio dell’abside puntiamo lo sguardo verso oriente, su Cristo - sole che sorge, luce che ci dà la verità di tutte le cose e di noi.
E percorrendo idealmente l’altro asse della chiesa, quello che dal magnifico battistero ci fa raggiungere la cappella della Santa Famiglia dove sulla porticina interna di questa tabernacolo c’è la scritta : «Fons Vivus» e attraverso la vetrata siamo collegati con la sorgente d’acqua che è all’esterno. L’acqua simbolo di colui che è vita.
2. Come vorremmo tutti specchiarci negli occhi lucidi di commozione dei componenti la parrocchia di S. Gottardo in Mas-Peron che da pochi giorni ha compiuto 50 anni!
Non è stato facile giungere alla decisione di dare una chiesa stabile e un centro parrocchiale alla comunità. La scelta dell’ubicazione ha portato sofferenze. Lo Spirito di unità e la volontà di guardare al futuro ha promosso convergenza ed entusiasmo laborioso.
Qui tra noi c’è don Raffaele che dal 1970 al 1994 ha guidato la parrocchia e ha coltivato i sogni di superare la ristrettezza e la provvisorietà della chiesa di S. Caterina. Nello stesso tempo ha fatto convergere verso le celebrazioni parrocchiali la giovane comunità.
C’è don Francesco De Luca, parroco dal 1994 al 2005, che ha fatto maturare e ha portato a compimento la progettazione di questa chiesa con intelligente dolcezza: ha valorizzato il Consiglio Pastorale e le Assemblee parrocchiali, soprattutto ha compiuto lui per primo, nel segreto di sé, la sofferta gestazione di quest’opera.
E don Claudio Sacco ha portato a realizzazione l’opera con passo sicuro, con dinamicità che ha rafforzato quella qui trovata in tutti i collaboratori, nel Consiglio pastorale e amministrativo. E qui il passo ardito non ha trovato percorsi pericolosi che la montagna alle volte riserva per chi ha lo slancio troppo coraggioso…
Come vorrei rafforzare la mia gioia mettendo il mio sguardo negli occhi dei molti collaboratori, i parrocchiani, anche quelli che restano anonimi; quanti non possono neanche essere qui tra noi perché infermi.
Per tutti nomino una persona che in questi decenni ha amato e curato da par suo la chiesa, le chiese materiali, ma con amore alla gente: la signora Gilda Balzan.
Il pensiero riconoscente va al primo parroco don Giuseppe Battiston – dal 1956 al 1970 – prete che ha profuso qui le migliori energie e il frutto di un’esperienza ricca nella Società dehoniana.
E con lui ricordiamo tutti i benefattori defunti della parrocchia: quanti si erano incontrati, a nome della popolazione, con mons. Albino Luciani e hanno generosamente offerto collaborazione e beni per l’erigenda parrocchia.
3. Tra poco verranno unte con il crisma le dodici croci. Ci dicono la fede della chiesa che si sente fondata sui dodici apostoli, ma sono collegati alle dodici tribù di Israele: possiamo dire dunque “quest’opera viene dalle energie spirituali di tutta la storia cristiana del nostro popolo (quanto è stato disposto in finanziamento dalla Conferenza episcopale italiana è frutto dell’8/mille) e dal sacrificio di molti che in questi 50 anni hanno amato e costruito la parrocchia di S. Gottardo”.
Ma osserviamo dove sono collocate le dodici croci: all’incrocio dei puntoni e dei tiranti che sono gli elementi indispensabili per la sicurezza statica dell’edificio. È proprio così nella storia delle parrocchie, delle famiglie, delle persone: si costruisce nel sacrificio, e la croce è l’incrocio necessario per le dinamiche che edificano in solidità e bellezza.
4. La bellezza. Qui in armoniosa composizione c’è l’opera dei progettisti (Claudio Palazzo, Alberto e Tito De Biasio), le opere artistiche di Franco Fiabane, Gino Casanova, Brunetta Cornaviera, Anna Boranga, Luciano Franzin. Un insieme che non è un accumulo di apporti ma un’unità che esalta la bellezza di questa chiesa, dimora degna di Dio e del suo popolo.
La bellezza di questo luogo ci fa dire: “Non si può amare la Chiesa senza ammirarla. La si ama perché la sia ammira e la si ama nell’ammirarla”.
Così «Tutti viviamo nello sguardo, siamo protesi a contemplare, traspare negli occhi quello che fa vibrare il nostro intimo».
Le letture, i testi di questa celebrazione, ma soprattutto l’insieme della costruzione che ammiriamo ci portano a riconoscere in questo tempio il Corpo del Signore che si storicizza e cammina nella storia, su questa terra, nei comuni di Sedico e di Sospirolo, come popolo di Dio che qui ha la sua casa e celebra i momenti generativi della sua vita.
5. La chiesa e insieme il sagrato, la casa parrocchiale, resteranno per sempre dedicati al Signore e alla Vergine contemplata nel titolo Santa Maria del Cammino – Odigìtria – Guida, e la solennità del titolo sarà il 31 maggio nella festa della Visitazione di Maria alla cugina Elisabetta. La vergine madre in cammino, vista come colei che porta a Gesù. Non semplicemente la Madre del Buon Viaggio che protegge nel cammino della vita, ma la vergine che diventa modello e aiuto perché possiamo trovare Gesù “via, verità e vita”, come la contempliamo nell’opera l’Odigìtria che illustra il titolo.
Santa Maria del Cammino, intercedi per noi: fa’ che nella fede in Gesù nostro Salvatore siamo un popolo che ama la vita; in particolare le donne modellino la loro sensibilità e vitalità sulla mamma scolpita sul fonte battesimale e sull’Odigìtria: siano, con presenza amorevole e affettuosa, generatrici e garanti della vita.
Santa Maria del Cammino, prega per noi.

lunedì 9 ottobre 2006, Longarone
OMELIA A FORTOGNA CIMITERO VITTIME DEL VAJONT
Questo sacrificio “è un’azione molto buona e nobile, suggerita dal pensiero della risurrezione”.
E ancora dalla prima lettura del II libro dei Maccabei: “Se non avessimo ferma fiducia che i caduti risuscitano, sarebbe superfluo e vano pregare per i morti”.
Con queste certezze nell’animo noi cristiani celebriamo la S. Messa per i defunti. E non è una commemorazione per toglierli dall’oblio, bensì un’esperienza che ci fa comunicare con loro che sono viventi. Infatti le parole del vangelo che abbiamo ascoltato, pronunciate da Gesù morto e risorto per darci la vita che non muore, confermano: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Vado a prepararvi un posto. Vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io».
Nel 1965, nel secondo anniversario, il vescovo Gioacchino Muccin che tanto si prodigò con i volontari e i sacerdoti dopo quello che chiamò il “biblico diluvio per la nostra gente” per consolare, sostenere e ricostruire e che riposa in questo cimitero, diceva: «La fede nella quale fummo educati fuga le tenebre che si addensano nel mistero della morte, e splende dentro di noi con l’incanto e il fulgore intenso delle verità più certe e consolanti».
Dopo le parole del nostro indimenticabile pastore Gioacchino voglio riprendere la parola di Giovanni Paolo II nell’enciclica “Dives in misericordia” del 1980. Egli definisce la croce come «tocco dell'eterno amore sulle ferite più dolorose dell'esistenza terrena».
Su ogni tomba è lievemente scolpita la croce: il tocco dell'eterno amore sulle ferite più dolorose dell'esistenza terrena dell'uomo.
Il Figlio di Dio si è fatto eguale a noi nella morte per portarci dov’è Lui, il Risorto.
La sua risurrezione non è stata un ritorno alla vita terrena, di prima. Il suo corpo risuscitato è quello che è stato crocifisso e mostra per sempre le ferite, i segni della sua passione e morte crudele.
Così è di noi, di tutti i nostri defunti. I segni del patimento e della morte violenta rimangono.
Nel richiamare questi punti fondamentali della nostra fede, sento quanto è importante applicare anche alla vicenda storica di tutti i paesi coinvolti nel biblico diluvio – in provincia di Belluno e di Pordenone – i segni di quanto è avvenuto. Le ferite si cicatrizzano, ma le cicatrici crescono insieme con noi. Dobbiamo coglierne tutto il valore che dà dignità sofferta alla nostra terra e che sia pedagogia per tutti.
Le ferite e le cicatrici restino e siano conosciute dalle nuove generazioni: chi può appena appena ricordare il Vajont ha ormai quasi 50 anni; tra qualche settimana ricorre il 40° delle grandi alluvioni che hanno colpito la nostra Provincia provocando morti e distruzioni.
Da queste ferite sono attuali le parole del Libro sinodale (n.122): «Il “grande santuario”del cimitero di Fortogna, della chiesa di Longarone e della Diga del Vajont è memoria che richiama e ammonisce. La “Purificazione della memoria”, che abbiamo vissuto nel Giubileo del 2000 nella chiesa del Michelucci a Longarone, rigeneri sentimenti penitenziali anche nei confronti degli abusi contro l’integrità della natura.
La salvaguardia del creato è anche segno dell’assunzione di responsabilità nei confronti delle nuove generazioni. La tutela della salute contro degradi e inquinamenti pericolosi va assunta pensando al futuro».
Da questa S. Messa nel 43° anniversario, con nel cuore le verità più certe e consolanti della risurrezione, possiamo sentire l’urgenza dei compiti che come cristiani dobbiamo assumere nella società.

mercoledì 1° novembre 2006, Duomo di Feltre
OMELIA – TUTTI I SANTI
Il 16 ottobre, nell’Arena di Verona, è iniziato il IV convegno ecclesiale italiano sotto lo sguardo di 206 santi.
Nella guida “La Cattedrale di Feltre” a cura del prof. Sergio Claut e voluta esattamente 10 anni fa dal compianto arciprete monsignor Giuseppe Sartori, ho contato che qui in duomo sono raffigurati in iconografia pittorica e scultorea 21 santi (alcuni più volte come i santi Prosdocimo, Vittore e Corona, il beato Bernardino Tomitano); un numero incalcolabile nell’affresco del presbiterio e un’altra dozzina nelle sacrestie e nel battistero di S. Lorenzo.
I nostri Padri “amavano vedere il volto dei santi”; e intravedere la chiamata di ognuno. “Santi” vengono detti i battezzati. Anche per noi dovrebbe valere sempre il detto della Parola di Dio: “Ogni giorno desidero vedere il volto dei santi”, cioè incontrarci, conversare, rispettarci come siamo amati da Dio.
1. “Quale grande amore ...” Questa è la radice più vera del nostro essere. Ognuno di noi esiste perché Dio lo ha amato. Esisto perché sono amato. Amato come figlio di Dio. Il suo Amore di Padre ci plasma con modalità assolutamente originali. La radice da cui sgorga la nostra persona è questo Amore eterno, infinito, immenso, onnipotente che il Padre ha per noi, in Cristo Gesù.
Proviamo allora a chiederci: quale sarà allora il destino di ciascuno di noi, il destino finale ultimo? Sarà la morte eterna? Finiremo completamente? Fratelli e sorelle, proviamo a pensare ad un’esperienza umanissima che molti di voi vivranno proprio oggi, proprio ora davanti alla tomba di una persona cara. Davanti a quella tomba, prova a chiederti: se tu avessi potuto, non avresti impedito la morte della persona amata con la decisione più netta? Ma il nostro amore non è così forte, non è onnipotente.
Ognuno di noi è amato da un Amore che può tutto!
Ecco perché noi non siamo fatti per la morte: Dio ci ama con un Amore onnipotente. Ascoltiamo altre parole della II lettura: “noi saremo simili a Lui, perché Lo vedremo come Egli è”. Ecco il nostro “attender certo”: La vita che non muore è il nostro destino: “saremo simili a Lui”. E Lui è il vivente in eterno.
Come cambia il modo di vedere il volto delle persone! Se le consideriamo in questa prospettiva: “sub specie aeternitatis” (ho imparato l’espressione dal padre spirituale don Tarcisio Slongo quand’ero qui in seminario) abbiamo la misura della dignità della persona umana e del rispetto (da “respicere”: guardare e ammirare) che la promuove e che perfeziona ognuno di noi se la relazione si sviluppa affettivamente su questa direttrice. Pensiamo alla spiritualità coniugale, alla formazione dei figli, ai rapporti professionali, alle relazioni in parrocchia.
2. La parola di Dio nella prima lettura ci rivela che per entrare nella vita eterna occorre passare attraverso la grande tribolazione. “Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione”.
Di quale “grande tribolazione” si parla? Nella Sacra Scrittura questa espressione indica il momento decisivo e doloroso della morte di Cristo, nella quale siamo stati liberati dalla morte eterna. Chi sono coloro che vedono ora il Signore e vivono nella sua beata eternità? Sono coloro che sono passati attraverso la morte di Cristo: sono morti in Cristo e con Cristo. Ciò non toglie nulla alla realtà, al peso della nostra morte: una grande tribolazione. Ma morendo in Cristo, noi non cadiamo in un nulla eterno, ma entriamo nella vita. Venendo e passando attraverso la grande tribolazione della morte di Cristo noi “laviamo le vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello”. Possiamo sentire la forza delle parole della liturgia di domani: “Ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo”.
Due indicazioni:
- Laviamo le vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello”. Nel compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica leggiamo: «In virtù della comunione dei santi, i fedeli ancora pellegrini sulla terra possono aiutare le anime del purgatorio offrendo per loro preghiere di suffragio, in particolare la S. Messa, il Sacrificio eucaristico, ma anche elemosine, indulgenze e opere di penitenza» (n. 211).
- La solennità di oggi dà una prospettiva nuova alla vita e alla morte, alle relazioni tra noi e al ricordo dei nostri defunti. Mi auguro che molti abbiano letto nella stampa locale, domenica scorsa, l’articolo di mons. Giulio Antoniol sul “male oscuro che imprigiona volontà e sentimenti”. I sentimenti che stanno dentro ciascuno di noi: la fragilità, la pietà, la paura. Rinnoviamo la nostra fede nel sacrificio della croce che celebriamo con la S. Messa e sentiamo che questa grande tribolazione accoglie e redime le nostre tribolazioni. Pensiamo alla morte! Non censuriamola! Nel prezioso libro che tanto bene ha fatto per moltissimi cristiani e che rimane di attualità, l’Imitazione di Cristo, “in ogni azione , in ogni pensiero, dovresti comportanti come se tu dovessi morire oggi stesso; se avrai la coscienza retta, non avrai molta paura della morte. Sarebbe meglio star lontano dal peccato che fuggire la morte. Se oggi non sei preparato a morire, come lo sarai domani?” (Imitazione di Cristo I, 23.1).

sabato 11 novembre 2006
OMELIA ALLA MESSA DI S. MARTINO
A Illegio, in Carnia, è stata organizzata quest’estate un’interessante mostra artistica su san Martino. Si ammiravano alcuni tra i più noti capolavori dell’arte europea dal V al XIX secolo: dipinti, sculture soprattutto lignee, oggetti di culto con raffigurazioni del santo e preziosi manufatti dell’arte orafa.
Il catalogo è introdotto da uno scritto del parroco di Ilegio intitolato: La bellezza e la carità. Afferma: «Come la bellezza così la carità è anzitutto questione di sguardo. E consiste essenzialmente in un riconoscere. Impossibile ignorarlo, nel meditare l’incanto del gesto di Martino di Tours che divide il mantello con un povero sulla via, così come si è irradiato e profuso nel racconto dell’arte. Questa scena trascina al cospetto della bellezza della carità e conduce fino all’audacia di concepire la bellezza stessa come forma di carità».
Si ascolta con lo sguardo. Chi ama va in aiuto anche senza sentire il lamento e l’invocazione. Il buon samaritano vide il povero e si fermò a soccorrerlo; Martino, ventiduenne, catecumeno, ad Amiens, facendo il circitor (la ronda di notte) guarda la povertà del povero mezzo nudo, pieno di freddo e taglia la metà del suo mantello e la dona all’infreddolito; nella notte i suoi occhi si spalancano in sogno sulla bellezza di Signore che gli appare vestito del suo mantello.
L’occhio di questo giovane sa incontrare la persona, la guarda, ne coglie la povertà. E insieme si sente guardato dal povero e poi nel sogno coglie quello sguardo nella bellezza del volto di Cristo.
Nella parola biblica è frequente l'intrecciarsi degli sguardi tra Dio e il credente, come può accadere tra padrone e servo, ma anche e soprattutto tra persone che si amano. Pascal diceva che in amore come nella fede gli sguardi e i silenzi sono più eloquenti delle parole.
Quindi prima di pensare allo sguardo di Martino, pensiamo a quello del povero e questo è lo sguardo del Signore che in sogno appare in tutta la sua bellezza, rivestito del mantello donatogli da Martino.
«In ciascuno di noi ci sono tre persone: quella che vedono gli altri; quella che vediamo noi; quella che vede Dio». Parole di Miguel de Unamuno (1864-1936) scrittore e filosofo, una delle personalità più vigorose della Spagna che usciva dall'Ottocento e percorreva in gravi drammi politici e sociali il Novecento.
Quelle tre persone che convivono dentro di noi rappresentano tre modi diversi di con i quali si manifesta manifestarsi il nostro io. C'è innanzitutto l'apparenza che spesso inganna. C'è poi l'identità, la consapevolezza di noi stessi, che non necessariamente è genuina perché talvolta la persona riesce persino a mentire a se stessa, ignorando la realtà profonda della sua anima e della sua coscienza. E infine c'è la verità dello sguardo di Dio che, passando oltre la superficie e le autodifese, scende fino al cuore e ai reni, come dice la Bibbia, cioè penetra nell'intimità più oscura della nostra coscienza e dell'inconscio.
Sentirci guardati così dal Signore, significa sentire che egli vuol essere nostro Salvatore, ci dà il mantello del suo amore che riscalda e salva.
Accoglierlo significa dare alla nostra anima l’unità che toglie ogni conflittualità interiore, quell’autenticità che ci fa limpidi e sinceri.
È un'impresa ardua, mai pienamente raggiunta, ma verso la quale dobbiamo tendere, impedendo quella frantumazione che rende la persona divisa, inquieta, tesa. Cerchiamo che lo sguardo di Dio in noi ci giunga nei momenti di silenzio, ci raggiunga penetrante quando guardiamo chi è piccolo e povero.
Così diventiamo capaci di guardare come il Signore ci guarda.
35 anni fa (1971), era qui a celebrare il patriarca di Venezia Albino Luciani insieme al nostro vescovo mons. Gioacchino Muccin e a mons. Girolamo Bortignon, che erano stati conconsacranti con Papa Giovanni del vescovo Luciani in S. Pietro il 27 dicembre 1958.
Da Papa ha detto: «Noi siamo oggetto da parte di Dio di un amore intramontabile. Sappiamo: ha sempre gli occhi aperti su di noi, anche quando sembra ci sia notte. È papà, più ancora è madre» (Angelus, 10.9.1978).
E nell’omelia del Servo di Dio da questo posto, il giorno di S. Martino 1971 ha detto: «I cristiani non sono soltanto dei salvati, ma anche dei salvatori».
La carità: questione di sguardo.
Tra pochi giorni inizia l’Avvento; anche quest’anno ci sarà l’Avvento di fraternità.
La Caritas invita a puntare lo sguardo, con cuore aperto, ad un problema ben specifico, che ci fa aprire all’orizzonte vastissimo della rigenerazione della dignità della donna e dei bambini.
Lo spunto ci viene dato da Suor Carola, che ha lavorato presso il carcere di Rebibbia a Roma e da Suor Mariangela., che ha operato tra i bambini di strada in Brasile. Un anno fa hanno aperto la loro comunità religiosa a Tambre per dare ospitalità e sostegno di donne in difficoltà. In particolare, donne che hanno vissuto l’esperienza del carcere, o che possono scontare la pena carceraria in libertà vigilata, se hanno una famiglia o una comunità che le accolga. L’accoglienza dà precedenza alle madri con bambini che altrimenti dovrebbero subire la medesima vita reclusa. Lo scopo dell’opera è quello di preparare e promuovere il rientro nella vita sociale e un’associazione chiamata Il tralcio la sostiene.
L’Avvento di fraternità di quest’anno intende promuovere uno sguardo attento a tutte le situazioni di disagio familiare e prevenire danni sui bambini accogliendoli anche con iniziative nuove come ad esempio il dopo-scuola.
Tutta la vita di san Martino, la sua vocazione monastica, la contemplazione che aveva della natura, il suo impegno di vescovo dopo che con la forza il popolo lo volle pastore, può essere riassunta nelle parole della lettera agli Ebrei che ci auguriamo diventino programma di vita anche per noi: «Teniamo lo sguardo fisso in Gesù: è lui che ci ha aperto la strada della fede e ci condurrà sino alla fine».
In un'epoca in cui l'eccesso di immagini ci ha intorbidato l'occhio purifichiamo lo sguardo per cercare i volti del prossimo, e quel Volto misterioso, bellezza che supera ogni altra, sulla quale modellare la bellezza vera, interiore, della nostra persona, quella che non appassisce: a sua immagine e somiglianza noi siamo stati creati.
Carità e bellezza: questione di sguardo.

sabato 18 novembre 2006
OMELIA DEDICAZIONE CHIESA DI VALDENOGHER
Ho letto con molta partecipazione e riconoscenza quanto è stato realizzato dalla popolazione di Valdenogher per il restauro della chiesa, della pala, del tabernacolo; per la costituzione dei punti più importanti della celebrazione liturgica: altare, ambone, sede; per la sistemazione delle adiacenze.
Ringrazio tutta la gente che dopo il fulmine dell’11 settembre 2003 si è coralmente attivata per salvaguardare un patrimonio prezioso che si collega alle tradizioni di fede di questa comunità, ora parte della parrocchia di S. Floriano martire di Spert. La chiesa che dedichiamo in onore della V. V. della Salute e di S. Matteo ha l’aula rinnovata e il campanile restaurato.
Ringrazio tutta la popolazione, don Gianni che da 11 anni è parroco che sa mettersi in sintonia con la gente.
Ringrazio la Regione Veneto, La Fondazione della Cariverona, i contributi giunti da Roma e frutto dell’otto per mille; ringrazio il comune di Tambre. I progettisti arch. Mirco Caldart e Francesca Bogo con l’ing. Marco Redolfi; l’impresa De Cian, tutte le maestranze anche di altre realtà imprenditoriali.
L’aula restaurata. Qui si raccoglie la gente.
Quanto ci è stato letto nella seconda lettura, qui si fa vero. In questa casa posta fra le case si ritrova la gente a tutte le età. Viene per imparare. Ma soprattutto per sentirsi trasmettere una fede che rende grande, immensamente grande la loro vita. Qui si viene per le celebrazioni più importanti che coincidono con i momenti più significati della vita: siamo “predestinati” a essere sui figli adottivi, “fatti eredi”, “resi figli di Dio”.
Ogni vita si lancia in avanti con speranza nonostante le difficoltà.
“Valdenogher”, l’altare è in noce originario di qui. La speranza spinge a impiantare “il noce”. La festa del noce fiorito parla di una primavera che porta a frutti molto lontani e duraturi, piantare il noce è pensare alle generazioni future che avranno i benefici. Quando non si ha più voglia di piantarlo… Preghiamo che tutti possano sentire questa chiesa, che oggi dedichiamo, il luogo dove con la fede cresce la speranza e si alimenta l’amore alle famiglie, ai bambini (fra poco vedremo alunni di prima e seconda; ma poi anche i prossimi cresimandi), al futuro dei nostri paesi di montagna.
Restaurato è il campanile.
Ho letto sul vostro giornale parrocchiale “La Voce del Cansiglio”: “Dopo l’11 settembre 2003 per diversi mesi nel paese non si sentì più la dolce sveglia delle campane e i rintocchi delle ore: mancava una parte delle vita quotidiana”.
La sveglia: Samuele la ebbe, ripetuta, dalla voce misteriosa; Matteo sentì la voce seduto al banco delle imposte: passò dal banco delle imposte dove registrava la riscossione delle tasse a un libro da scrivere (come vediamo sulla pala dell’altare) che è per noi e sarà per sempre lieto annuncio.
È sempre dolce la sveglia? No; alle volte è dura, porta inquietudini, ma spesso sono inquietudini sane. Come il suono si diffonde nell’ampiezza dello spazio della conca alpagota, così ancora più vasta è l’anima di ciascuno di noi, più profondo di tutte le valli è il suo sospiro, con momenti di gioia, ma anche di ansia e di dolore. Proprio a tutti giunge lo scampanio che fa pensare: “per chi, per che cosa suona la campana?”. E la risposta diventa spesso una chiamata e un annuncio; ricorda che vale la pena abbandonare il pensiero e la preoccupazione delle cose materiali che spesso escludono dalla mente e dal cuore il desiderio di realtà che non passano, quelle che possono dare a noi e alle persone legate a noi serenità e gioia.
E i rintocchi delle ore… Non è il tempo che passa, ma noi che ce ne andiamo. E il tempo è prezioso: e quindi invochiamo la protezione di Maria, Beata Vergine della Salute, perché ci dia la sanità e prolunghi la vita, ma soprattutto dia serenità a ogni ora e promuova la capacità di condividere con gli altri i momenti di malattia e di sofferenza. Doni anni alla nostra vita, ma soprattutto vita feconda ai nostri anni.
L'amore e il tempo sono le due uniche cose al mondo e nella vita che non si possono comprare ma solo spendere.
giovedì 30 novembre 2006, Biblioteca del Seminario, Feltre
CONVEGNO DI PRESENTAZIONE DEL MUSEO DIOCESANO
Grazie a tutti i convenuti; saluto e ringrazio tutte le autorità, in particolare i rappresentanti delle istituzioni.
Mi sento, in questo momento, come vescovo della diocesi di Belluno-Feltre, debitore a tanti. Mons. Pietro Brollo con la Commissione diocesana per l’arte sacra, alla fine degli anni ’90, ha trovato la convergenza per volere un museo diocesano nel vescovado vecchio di Feltre che era in degrado; ne ha voluto il consolidamento; si è recato con tutti i commissari a esaminare i due musei diocesani significativi – Trento e Udine – e ha definito la volontà di procedere in questo senso interessando la diocesi. Il suo successore mons. Vincenzo Savio ha approvato e perfezionato il progetto.
Il coinvolgimento della diocesi è avvenuto fin dall’inizio. E anche la gente, soprattutto di Feltre, è stata subito portata a conoscenza dell’importante opera. Domenica 23 maggio 2004 il presidente della Comunità Montana Feltrin Loris Scopel ha organizzato presso la Cooperativa Sociale Arcobaleno un convegno pubblico sul tema: “Recupero dei centri di aggregazione giovanile e attività socio-culturali e ludico-ricreative”. Un momento importante di quel convegno fu la presentazione del progetto del vecchio vescovado di Feltre per la realizzazione del Nuovo Museo diocesano con una relazione dei progettisti che da anni seguivano gli interventi di recupero e di consolidamento e un’altra di approfondimento da parte di mons. Giacomo Mazzorana che presentò l’ardua impresa nel contesto di un dialogo tra Chiesa e Città. Mons. Vincenzo Savio aveva preso contatti con il Presidente della Fondazione della Cassa di Risparmio ing. Paolo Biasi, con la Regione Veneto attraverso l’assessore Floriano Pra, con la Comunità Montana Feltrino attraverso il presidente Loris Scopel.
La mia riconoscenza va dunque ai miei predecessori e a quanti hanno intrecciato da subito interesse e condivisione fattiva per realizzare l’impresa; insieme a quanti ho già nominato, ringrazio le Sovrintendenze, i progettisti, le ditte con le maestranze, le restauratrici e i restauratori.
Non molto tempo fa, dopo la visita al vescovado vecchio che già si mostrava un ricco museo per l’imponenza monumentale dell’architettura e per gli affreschi affiorati come segni storici di grande rilievo e come opere di interesse artistico, un sacerdote di Feltre, mons. Mario Cecchin – voglio citarlo anche in ragione del suo lavoro, umile e nascosto, in Curia – con negli occhi una commozione evidente, ha detto: “Mai avrei creduto di vedere realizzato quello che avevo sempre coltivato come un sogno”. Tante persone, e non solo della città, credo si ritrovino in questa commossa constatazione già dall’illustrazione di oggi e ancor più quando avremo la gioia, nel 2007, di inaugurare il museo.
La Chiesa è felice e riconoscente di riscoprire ciò che culturalmente e spiritualmente appartiene a tutta la collettività non nel senso di semplice fruibilità estetica, di opportunità strettamente turistica, ma in quello propriamente umanistico: è un patrimonio storico-artistico che rappresenta un grande bene culturale per coltivarci come persone e come appartenenti all’unità territoriale e sociale.
1. Per crescere nella cultura. Il museo diocesano diventa punto di riferimento per rivisitare il passato e cogliere quali sono i motivi che danno fondamento alle espressioni di alta qualità artistica ispirate alla fede. La stessa ispirazione è presente e comunicabile anche oggi e ci proietta nel futuro, come fermento che dà sostegno e speranza alla vita personale e sociale. Per cogliere annunci e proposte di fede nel nuovo museo non ci saranno soltanto opere in esposizione permanente, ma anche altre che, raccolte in cicli tematici, offriranno a periodi sapientemente cadenzati l’opportunità di cogliere forti contenuti di cultura cristiana.
2. Per crescere nell’appartenenza. Spesso i beni culturali vengono percepiti come luogo del tempo libero. Quasi un divertimento e uno spettacolo visitarli; musei sganciati dai luoghi della formazione: la famiglia, la città e il paese, la parrocchia, la scuola, l’università. Non vorremmo avvenisse questo. È perciò un forte richiamo per la nostra terra che il museo diocesano sia a Feltre, città eminente di cultura nel nostro territorio.
Un museo che promuoverà la cultura di chi ricerca e vuol imparare “l’alfabeto colorato della speranza”. Non è possibile conservare la propria umanità senza essere alimentati di spiritualità, di armonia, di luce. L’arte ci offre bellezza, profondità e ricchezza interiore soprattutto quando ha attinto – come diceva il pittore Marc Chagall – a quello “alfabeto colorato della speranza” che è la Bibbia.
venerdì 1 dicembre 2005, Auditorium di Belluno città
PREMIAZIONE CONCORSO CAPPELLA DELL’’OSPEDALE
“Nella corse tutti corrono, ma uno solo conquista il premio” (1Cor 9,24). Il concorso di una progettazione architettonica comporta l’essere paragonati con altri e sentire la proclamazione dei primi tre classificati con in quali mi congratulo.
Il lavoro è stato, per ogni progettista o gruppo di architetti, misurarsi su una sfida precisa e mettersi prima di tutto in gara con se stessi per ideare nella progettazione un’opera che rispondesse all’ideale di accoglienza e abitabilità di una costruzione molto particolare. Tanto più arduo è stato il concorrere quanto più alto risultava l’obiettivo e più angusto lo spazio dove costruire, come nel nostro caso: l’area di un cavèdio.
Il significato di questa premiazione lo sento dunque riferito sì alla premiazione reale prevista dal concorso, ma insieme ad offrire, con la mostra che oggi inauguriamo, il riconoscimento alla creatività dei progetti di ciascuno dei 195 concorrenti.
Il nostro intendimento, come Diocesi e come Commissione d’Arte sacra, era quello di chiedere ad architetti una costruzione che fosse luogo accogliente per persone che sostano con animo angosciato o riconoscente in momenti di vita pieni di mistero.
Pensando ai tre caratteri della costruzione architettonica indicati da Vitruvio – firmitas, utilitas, venustas – direi che la cappella chiedeva quella solidità che in un ospedale complesso come il “S. Martino” stabilisca un punto di centralità ideale da percepire come il baricentro capace di dare consistenza ai desideri e speranze di chi vi è ospitato; una utilità che non sta nella funzionalità materiale ad azioni scientificamente previste, ma a dimensioni misteriose eppur reali che la persona coltiva soprattutto in rischiose vicende esistenziali; una bellezzache doni respiro e slancio alla speranza per puntare su quella bellezza intramontabile dell’anima indicata dalle parole della Bibbia: «Il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, perché non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili» (2Cor 4,17).

domenica 24 dicembre 2006, Cattedrale di Belluno
S. MESSA DI NATALE - mezzanotte
Il vangelo straordinario della notte di Natale.
1. Quanti personaggi nel Vangelo che abbiamo ascoltato! Sembra che siano posti in ordine di importanza. Si incomincia da quello che è più importante di tutti che è Cesare Augusto, imperatore di Roma e quindi praticamente padrone del mondo; dopo di lui viene Quirino, governatore della Siria, quindi di tutto il Medio Oriente. Per terzo viene Giuseppe che era della casa nobile di Davide. Per quarta viene Maria, sua sposa, che è di una condizione inferiore. Ultimo, quello che vale meno di tutti, il Bambino, che non ha naturalmente nessuna rilevanza dal punto di vista sociale. Il Bambino che viene avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia.
Eppure tutto si muove in funzione di quel Bambino. È per quel Bambino che Maria si è mossa, è per quel Bambino che Giuseppe è andato a Betlemme per il censimento, anzi è per quel Bambino lì che secondo il misterioso disegno di Dio Quirino e Cesare Augusto vogliono il censimento di tutta la terra.
Carissimi, vogliamo cogliere questo messaggio dalla Messa di mezzanotte; è un messaggio di puro vangelo: chi sono le persone veramente importanti, qual è la dimensione della storia secondo i criteri di Dio? La sua potenza si manifesta nella nostra debolezza. Questo ci conforta nella nostra povertà e ci fa riconoscere nel gesto della confessione che molti di noi hanno fatto per Natale un momento di sincerità che dà conforto e slancio alla speranza. Se prendiamo sul serio questo messaggio, dobbiamo maturare da cristiani criteri diversi di valutare persone e avvenimenti. Ci obbliga ad aprire gli occhi su misure che non sono di quantità e di appariscenza, ma di quella qualità che corrisponde alle parole e alle promesse di Dio. Nel Natale la sentiamo come esigenza viva e che deve inquietarci perché siamo troppo dominati da altri splendori e ci qualificheremo sempre di più se sappiamo maturare mentalità e stili di vita che ci danno la pace del cuore.
2. «L’Angelo disse ai pastori: non temete, ecco vi annuncio una grande gioia che sarà di tutto il popolo. Oggi vi è nato nella città di Davide un Salvatore che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno, troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia».
L’annuncio è di una chiarezza e di una luce sconvolgente.
Quel bambino è il Savatore.
È “il Cristo”. Cristo vuol dire “consacrato, il Messia, annunciato dai profeti.
E “Signore”.
Ma allora notate quello che segue: andiamo a vedere questo Signore, questo Re, il Messia, che cosa troviamo? «Questo per voi il segno, troverete un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia».
Tutto qui? Sì. Quello che c’è di affascinante nella storia del Natale, e quello che c’è di misterioso nel Natale è proprio questo: il fatto che si mette insieme un annuncio immenso con un segno minimo, semplicissimo, palpitante di vita indifesa.
Il fatto, il segno in se, è normale, ma questo è il mistero grande dell’Incarnazione, che sta al centro naturalmente della fede cristiana.
Cozza contro il nostro pensiero umano che Dio si faccia uomo.
Non c’è altra ragione da intuire se non quella dell’amore onnipotente: l’unica strada che conduce dal cielo di Dio alla terra dell’uomo. È l’amore che non ha paura di fare piccola la propria esistenza, è l’amore che è spinto sempre a condividere, a comunicare, a entrare in rapporto, a mettersi vicino a colui che è amato.
Solo se Dio è amore, è possibile, non dico capire, ma a intravedere qualche cosa del mistero dell’Incarnazione: che un uomo possa essere veramente Dio, Dio fatto carne, Dio fatto uomo.
Nel canto dell’Adeste fideles, che cantiamo in questi giorni ci sono due strofe che dicono: come i pastori, anche noi con passo gioioso e svelto andiamo incontro al Signore, e che cosa vediamo? Vediamo lo splendore eterno di Dio, velato sotto la carne umana.
È questa in fondo la nostalgia che abbiamo nel cuore: di poter ritrovare Dio dentro la condizione umana, di poterlo sentire vicino, di poter credere che la nostra vita, per quanto sia povera e limitata, è in realtà tanto preziosa che Dio per noi è entrato nella nostra storia, che Dio per noi ha preso e incrociato la nostra morte, la nostra debolezza.
Sperare in questo è il senso, è l’insegnamento del Natale. E noi lo mettiamo davanti al Signore, chiediamo al Signore che con quanto ci portiamo nel cuore di dubbi, di perplessità, di incertezze, venga illuminato da questa luce; è la luce che ci permette di vedere Dio come l’amante della nostra anima, di vedere noi, la nostra povera vita come quella amata da sempre da Dio e preziosa ai suoi occhi. Auguriamoci reciprocamente di coltivare in noi questa nostalgia di infinito che abbiamo davanti al Bambino avvolto in fasce, che giace nella mangiatoia. Accogliamo la mano che ci tende: è una mano che nulla vuol toglierci, ma solo donare.
Prego durante questa solenne Messa per voi, per chi tra voi soffre, per i telespettatori che ci seguono in tutta la provincia.
L’augurio di Buon Natale ci dia quella gioia che viene da un’inquietudine interiore: quella che ci porta a coltivare la nostalgia dell’infinito e la volontà di trovare il segreto della nostra speranza nella preghiera.
Buon Natale a tutti!
lunedì 25 dicembre 2006, Cattedrale di Belluno
S. MESSA DI NATALE – Messa nel giorno
Con il canto del Prefazio dirò tra poco il senso della nostra celebrazione, il senso che vorremmo dare al nostro Natale. L’introduzione del solenne testo afferma: «è cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e in ogni luogo a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno».
Sempre e in ogni luogo vivere il Natale, il mistero dell’incarnazione avvenuto per l’onnipotenza di amore, che ha costituito il fatto di un uomo che ha un nome incredibile: Emmanuele, Dio con noi. È divenuto fragile uomo sottoposto a tutti i limiti, fuorché al peccato.
Ed ecco la grande affermazione: «Nel mistero del Verbo incarnato è apparsa agli occhi della nostra mente la luce nuova del tuo fulgore, perché conoscendo Dio visibilmente, per mezzo suo siamo rapiti all’amore delle cose invisibili».
Appare agli occhi della nostra mente non è il fulgore di un’onnipotenza dominatrice, ma la luce che ci mostra quanto Dio ci è Padre e nel Figlio ci fa figli.
Conoscendo Dio visibilmente: la Parola, il Verbo di Dio, lo vediamo carne umana, “irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza”. Nel Bimbo di Betlemme, noi vediamo il fulgore della paternità di Dio.
Altre religioni invocano Dio con litanie di nomi bellissimi; mamanca proprio quello di “Padre”.
Il cristianesimo invece si presenta come la religione del Padre: è lui il centro di tutto ed è a lui che ci conduce il Bambino partecipandoci la grazia di entrare nell’abbraccio eterno tra il Figlio e il Padre nel vincolo dello Spirito d’amore.
Carissimi: auguri! Sempre e dovunque procediamo come vedessimo l’invisibile.
Procederemo come Mosè e Abramo descritti nella lettera agli Ebrei: non temeremo l’ira di chi contrasta il bene (Eb 11,27) e andremo verso la città dalle salde fondamenta (Eb 11,10) senza spaventarci delle delusioni e dei ritardi del viaggio.
Lasciamoci rapire all’amore delle cose invisibili conoscendo Dio visibilmente dai segni poveri ma luminosi dell’incarnazione del Figlio di Dio. La Chiesa nell’annuncio della Parola, nella catechesi, nella celebrazione dei sacramenti, nelle relazioni affettuose che vuole costruire con tutti, dà visibilità al rapporto più essenziale e vero: quello con Gesù. Egli ci dà la possibilità di misurare la grandezza delle cose e delle nostre azioni non da se stesse, dall’apparato esterno, dal loro numero, dalla loro vistosità, insomma da una falsa apparenza.
Sostare davanti all’Eucaristia come pure pregare nell’intimità della camera è la condizione per farci rapire all’amore delle cose invisibili.
E quindi l’augurio: nel Figlio che ci dona continuamente la paternità di Dio amiamoci gli uni gli altri. Amare qualcuno è vedere una meraviglia invisibile agli altri.
L'amore per il prossimo è costituito di attenzione creatrice. L'attenzione vera a chi ci sta accanto è uno stato talmente difficili per la persona, che ogni turbamento personale della sensibilità è sufficiente a impedirlo. L'umiltà è soprattutto una qualità dell'attenzione. L'amore vede ciò che è invisibile. La nostra vita interiore sia affinata dallo Spirito Santo per cogliere le persone e le vicende nella loro singolarità senza dominarle e senza esserne dominati.
Auguri a grazie a tutti i sacerdoti, ai consacrati, ai religiosi, a tutti i collaboratori laici sopratutto a coloro per i quali valgono le parole della prima lettura: «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi che annuncia la pace, messaggero di bene che annuncia la salvezza».
Sempre e in ogni luogo viviamo secondo le parole che fra poco pronunceremo: «Credo in Dio Padre, creatore delle cose visibili e invisibili». Le più essenziali ed eterne sono invisibili agli occhi. Le cose visibili sono d'un momento, quelle invisibili sono eterne (2 Cor 4,18). Su queste vogliamo fissare lo sguardo per essere potentemente rafforzati dal suo Spirito e crescere nella vita interiore (Ef 3,16).
A tutti: Buon Natale.

domencia 31 dicembre 2006, Cattedrale di Belluno
S. MESSA DI FINE ANNO
La consapevolezza che il tempo passa irreparabilmente diventa molto chiara e precisa alla fine di un anno. Affiora il desiderio di qualche sintesi personale e le valutazioni sorgono più spontanee se l’anno ha portato difficoltà e dolori. Meno immediata è la valutazione di tutto il bene che abbiamo avuto, quasi lo pretendiamo. Ma ancora più importante è chiederci: abbiamo speso il tempo in modo saggio? Siamo diventati più sapienti, più buoni e più maturi?
Vale la pena che questa di verifica la facciamo in un’ottica di fede cioè non semplicemente mettendoci davanti allo specchio e cercando di vedere che cosa è cambiato in noi in questo anno. Ma piuttosto cercando di metterci davanti al Signore e di vivere il fatto che accade in questa celebrazione: «Ti benedica il Signore e ti protegga. Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio. Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace» (Nm 6, 24-26).
Da questo incontro, che è fatto di ringraziamento e di richiesta di perdono, possiamo tornare come i pastori: «se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano visto e udito».
Per una revisione in ottica di fede può essere adatto il tempo di ascolto del Te Deum del Perosi (quest’anno è il 50.mo della morte), in polifonia, che anche quest’anno abbiamo la gioia di vivere per la fedeltà e la bravura del coro guidato da monsignor Sergio Manfroi. Riusciamo a capire meglio noi stessi, quando guardiamo il Signore e rimaniamo stupiti davanti alla rivelazione del suo amore. Allora comprendiamo che la vita è innanzitutto rendimento di grazie, è stupore di esserci; è meraviglia che Dio sia interessato a noi; che la nostra piccola, e fragile esistenza, abbia significato davanti a Dio. Egli ci dice con le parole della sacra Scrittura: «Tu sei prezioso ai miei occhi, sei degno di stima e io ti amo» (Isaia 43, 4a). È così che noi vogliamo vedere in sintesi l’anno che abbiamo passato: come un anno che il Signore ci ha donato e che la nostra vita è meravigliosa perché amata da Lui.
Sentiamo però di essere figli di Dio non perfetti: non brilla in pienezza su di noi il volto di Dio. Questo volto noi lo abbiamo conosciuto in Gesù come il volto dell’amore fedele in un dono che non ha limiti, né riserve. Invece non c’è dubbio: quello che noi abbiamo trasformato in risposta al suo dono in quest’anno è solo una piccola frazione della nostra esistenza. Troviamo sempre in noi povertà e meschinità. Proprio guardando il Signore ce ne rendiamo conto con dolore in modo più preciso e più chiaro; un dolore che però non diventa avvilimento e mai disperazione. È vero: che non possiamo ritornare indietro, riafferrare e mettere nella direzione giusta il tempo che abbiamo perduto o che abbiamo vissuto in direzione sbagliata. Ma non può nascere in noi la disperazione del dire: ho perso il mio tempo; sono indegno dell’amore di Dio.
Se la revisione è davanti al volto del Signore che brilla su di noi, ci è data un’opportunità che fare vere le parole del canto: «Miserere nostri, Domine, miserere; fiat misericordia tua, Domine, super nos». (Abbi pietà di noi, Signore, abbi pietà. Vegli su di noi la tua misericordia, poiché in te poniamo la nostra speranza).
Il dolore per i nostri sbagli non diventi mai avvilimento e disperazione.
L’amore di Dio assume tutte le nostre pesantezze, colpe e infedeltà. Il nostro passato non impedisce e non blocca la possibilità di camminare sereni e spediti. Nella notte di Natale ho sentito dai sacerdoti della cattedrale che la frequenza al sacramento della confessione è stata grande: è stata una grande notizia.
Sentiamo dunque anche questa solenne celebrazione eucaristica, oltre che come atto di ringraziamento, come esperienza che ci fa incontrare il Signore che perdona e ci fa ricominciare con cuore pulito e rigenerato dalla sua grazia.
Che avvenga sempre di poter leggere nell’ottica di fede anche i momenti più bui della nostra vita, quando ci sentiamo abbracciati dalla bontà del Signore e possiamo dire: “O felici colpe che mi fanno conoscere quanto è grande il Salvatore”.
Diventeremo capaci anche noi di misericordia, contageremo gli altri con l’entusiasmo per la vita, sempre e comunque.
E quanto bisogno abbiamo di questo!
L’intenzione personale con la quale celebro questa Santa Messa è per tutti i diocesani che nel 2006 sono stati vittime della disperazione fino al suicidio: per loro, per i familiari, per molti che, pur non arrivando all’estremo, sono senza pace.
Il numero elevato di suicidi, con motivazioni che resteranno misteriose e che non permettono giudizi, fanno pensare a tanto dolore sommerso di una grande quantità di persone sole e disperate.
Accogliamo la responsabilità di creare luoghi sereni di comprensione e di incontro; facciamo fruttuosa la nostra esperienza di aver superato lo sconforto con la fede nella bontà di Dio. La nostra persona, cuore della pace.
Soprattutto prego per gli educatori: scolpiamo nel nostro cuore le parole del Papa in questo natale: “Un’umanità gaudente e disperata” è quella che sta moltiplicandosi anche da noi se non si accoglie con speranza il dono dell’amore che non ha confini.
Ancora dall’inno Te Deum laudamus prendo l’ultimo pensiero: «In te Domine speravi, non confundar in aeternum».