
| domenica 1 gennaio | venerdì 2 febbraio | QUARESIMA 2007 | mercoledì 7 marzo | sabato 10 marzo | mercoledì 21 marzo | domenica 25 marzo | sabato 31 marzo | lunedì 14 maggio | sabato 6 ottobre | martedì 9 ottobre | Avvento di fraternità |
lunedì 1° gennaio 2007, Concattedrale di Feltre e Cattedrale di Belluno
MESSA DELLA SOLENNITA’ DI MARIA MADRE DI DIO
«Maria serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore».
Il cuore è il simbolo del sentire più intimo e vero di una persona. Maria, Madre di Dio, è il modello di chi sa accogliere la presenza di Dio nelle realtà più semplici e palpitanti. Tutto quello che vede e sente dai pastori, dal silenzio di Giuseppe, dal Bambino che giace nella mangiatoia, Lei lo conserva nel cuore meditandolo. Diventa Madre di Dio in una gestazione che va al di là della nascita del Figlio; giunge a un momento altissimo quando avrà nel grembo Gesù calato dalla croce; ma la pienezza della maternità di Maria è in continuo divenire, si protrae lungo i secoli e i millenni perché conserva nel cuore, meditandolo, il destino di ognuno chiamato ad essere “figlio nel Figlio”. Per questo la straordinaria preghiera che abbiamo ricevuto in regalo fin da piccoli e che è un gradissimo dono recitarla ogni giorno – l’Ave Maria, “che sempre invoco e mane e sera” (Paradiso XXIII) – fa chiedere a Colei che ci porta nel cuore: “Prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte”.
Maria, Madre di Dio e nostra, ci faccia continuamente scoprire che nel cuore è la risorsa più personale e qualificata di ogni nostro incontro; dal cuore viene la possibilità di conversare facendoci interlocutori attivi di ogni presenza e di ogni segno di bene, meditati nel silenzio.
Il termine “cuore” entra nel titolo che il Papa ha dato al messaggio per la pace di oggi: “La Persona umana, cuore della pace”. Con tale messaggio egli vuole far giungere ai Governanti e ai Responsabili delle Nazioni, come anche a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, il suo augurio di pace. E subito soggiunge “Lo rivolgo, in particolare, a quanti sono nel dolore e nella sofferenza, a chi vive minacciato dalla violenza e dalla forza delle armi o, calpestato nella sua dignità, attende il proprio riscatto umano e sociale. Lo rivolgo ai bambini, che con la loro innocenza arricchiscono l'umanità di bontà e di speranza e, con il loro dolore, ci stimolano a farci tutti operatori di giustizia e di pace”.
Il temi del messaggio sono molto articolati. Faccio appello perché il messaggio sia letto e pensato da chi partecipa alla vita della Chiesa e dalle persone di buona volontà che hanno a cuore il futuro dell’umanità.
Sottolineo uno spunto. «La pace è un compito che impegna ciascuno ad una risposta personale coerente col piano divino. Il criterio cui deve ispirarsi tale risposta non può che essere il rispetto della “grammatica” scritta nel cuore dell'uomo dal divino suo Creatore».
E dalla grammatica del cuore Papa Benedetto giunge a parlare dell’ecologia della pace. «L'esperienza dimostra che ogni atteggiamento irrispettoso verso l'ambiente reca danni alla convivenza umana, e viceversa. … Accanto all'ecologia della natura c'è un'ecologia che potremmo dire “umana”, la quale a sua volta richiede un”‘ecologia sociale”. E ciò comporta che l'umanità, se ha a cuore la pace, debba tenere sempre più presenti le connessioni esistenti tra l'ecologia naturale, ossia il rispetto della natura, e l'ecologia umana».
Questo è affrontato dal Papa come uno dei temi urgenti.
E lo sento particolarmente attuale per la nostra terra, splendida ma aggredita (come si legge nel Libro sinodale), che chiede una compartecipazione sociale e politica per il suo futuro. In questo momento è compito nostro, di tutti, promuoverlo. E si percepisce, senza poter darne tutte le ragioni, che la convergenza per il bene della nostra terra spesso manca: perché? Perché i protagonisti della ricerca, che è evidentemente diversificata nelle ipotesi per affrontare i complessi problemi, non seguono la grammatica del rispetto della persona, cuore della pace; la grammatica di promozione dell’ecologia nello sviluppo delle relazioni reciproche così da promuovere una feconda concordia per il bene di tutti.
È opportuna una verifica a voce alta su ciò va diagnosticato e guarito in noi, in tutti, per poter insieme promuovere il bene della nostra terra. Dal nostro cuore continuamente dobbiamo togliere quegli inquinamenti che subordinano quello che a parole tutti dicono di volere a rigide posizioni individuali o a opposizioni reciproche prefissate. Quando il cuore è sanato si comprende qualcosa che va al di là della ragione. Ricordiamo le celebri parole di B. Pascal: «Il cuore ha il suo ordine, la mente il suo. Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce».
Nel vangelo leggiamo affermazioni che sono state accolte dalle religioni e dalle culture più diverse e hanno impregnato la mentalità delle generazioni passate. Al solo ricordarne qualcuna si intuisce che il nostro Maestro coglie la grammatica di ogni cuore umano, perché essa esiste ed è universale. Ad esempio: «Non giudicate e non sarete giudicati», «Quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro». I nostri avi avevano una massima che qualifica al meglio la nostra vita comunitaria e sociale: «Se non puoi dir bene di qualcuno, non parlarne».
L’augurio mio e della nostra Chiesa è che il 2007 sia un anno di responsabile partecipazione alla vita di tutte le realtà civiche, sociali e politiche e – in particolare per l’importante appuntamento di primavera per le città di Feltre e di Belluno e per altri comuni – maturando nel cuore impostazioni di solidarietà e di sussidiarietà per il bene di tutti, ma specialmente dei più poveri.
Buon anno!
La preghiera allo Spirito Santo, che canteremo alla fine della Messa, sia un’invocazione a portare, conservare e meditare nel cuore quello che il Natale e questi auguri di capodanno auspicano, anche se vogliono essere inquietanti e non nascondere fatica e sacrifici. «Vieni, Spirito Creatore, / visita l’interiorità dei tuoi, / riempi di misteriosi doni / i cuori che hai creato».

venerdì 2 febbraio 2007
GIORNATA DELLA VITA CONSACRATA
Il rettore del Seminario monsignor Angelo Santin, che per 24 anni ha accompagnato tanti giovani al sacerdozio, ci raccontava com’era arrivato a consacrarsi al Signore con decisione irrevocabile. Fu dopo aver avuto prodigiosamente salva la vita in guerra: Da allora diceva al Signore: «È tuo dono quello che sono, sia tuo tutto il mio vivere».
Anche il grande teologo svizzero Hans Urs von Balthasar, che leggevamo proprio negli anni della formazione in Seminario, scriveva: «Poiché io gli sono debitore della mia vita, avendo Cristo dato la sua vita per la mia, il mio ringraziamento non può essere espresso se non con tutta l'esistenza. Qui sta la logica del cristianesimo: non si può dir grazie in modo adeguato se non con tutta la propria esistenza».
Nella festa della Presentazione del Signore celebreremo la XI Giornata Mondiale della vita consacrata.
Se molti cristiani portano impresso nel cuore il volto di donne o uomini consacrati – qualche suora o qualche frate o anche qualche persona di istituti secolari – è perché hanno sentito che la gioia di queste persone fioriva dall’amore riconoscente al Signore. Questo il motivo della loro totale consacrazione.
Una suora missionaria stava curando le piaghe ripugnanti di un lebbroso e lo faceva chiacchierando serena con il malato, sorridendo e comunicando simpatia. A un certo punto chiese al malato: «Tu credi in Dio?». L’uomo la fissò intensamente e poi rispose: «Sì, adesso credo in Dio».
È questo il senso più radicale della straordinaria presenza di consacrati nella nostra comunità diocesana. La loro vita, prima di essere apprezzabile per l’operosità a favore di ragazzi, di giovani, di ammalati e di persone in difficoltà, è un annuncio che colpisce e scuote. Hanno rinunciato a tutto, ma la loro vita non è un “no” a esperienze appaganti, ma il “sì” a una persona che ha dato la sua vita a ognuno e alla quale si risponde con il dono di sé stessi. Così le consacrate e i consacrati si “autocertificano”, in semplicità e affettuosa umanità, come portatori di pace e di gioia mostrando che la loro vita si spiega solo così.
Con riconoscenza li accompagniamo nel rinnovo della loro consacrazione il 2 febbraio e li sentiamo accanto con la preghiera e con la loro generosità.
+ Giuseppe Andrich

mercoledì 21 febbraio 2007, Cattedrale di Belluno
Lettera pastorale per la Quaresima
Carissimi,
un tempo i vescovi pubblicavano all’inizio della quaresima una lunga lettera pastorale che diventava un fascicolo di questo giornale.
Ora molte cose sono cambiate. Già il patriarca card. Albino Luciani osservava che una lettera troppo estesa, impegnativa per chi prende il giornale in mano, non è facilmente leggibile.
Da un po’ di anni c’è anche il messaggio del Papa per la quaresima. E inoltre abbiamo i giornali o bollettini che in questo tempo entrano nelle case con sentimenti e riflessioni dei parroci che sanno accompagnare bene il tempo di preparazione alla Pasqua.
Anche quest’anno la mia lettera ha quindi un tono familiare: vuol essere soprattutto l’assicurazione che vivrò la quaresima e la Pasqua camminando accanto e davanti a voi.
CRISTO TRAFITTO IN CROCE
Il messaggio del Papa non può essere riassunto; va letto nella sua interezza. Il tempo di quaresima fa scoprire e sperimentare l’amore che Dio ha per noi culminante in Gesù, Figlio suo, trafitto in croce. Sulla croce «è Dio stesso che mendica l’amore della sua creatura: Egli ha sete dell’amore di ciascuno di noi».
Nella celebrazione del venerdì santo baceremo la croce: sarà un bacio di amore se questo tempo quaresimale e primaverile farà sbocciare in noi la meraviglia di essere amati da Dio e darà respiro nuovo alla nostra vita rispondendo alla sete che Egli ha del nostro amore.
Già gli antichi maestri della fede cristiana insegnavano: «Dio ha sete che si abbia sete di lui» perché il suo grande desiderio è darci la felicità. Quanti sono i desideri che tormentano il nostro cuore! Resteremmo sempre nel deserto, con il cuore vuoto, se non fossimo assetati di Dio. Nel suo amore sono appagati tutti gli altri desideri.
RIDONARE AMORE
Sempre nel suo messaggio Papa Benedetto scrive: «La quaresima sia per ogni cristiano una rinnovata esperienza di amore … che ogni giorno dobbiamo ridonare al prossimo, soprattutto a chi più soffre ed è nel bisogno». Amore di Dio, amore del prossimo.
Il Libro sinodale chiede di rendere semplificata ed essenziale la vita delle nostre comunità. Anche le scelte più importanti non sono descritte perché qualche frase o parola venga lanciata e rilanciata nei discorsi. Vanno semplicemente vissute nella pratica. Anche su tanti articoli dei giornali parrocchiali, nella presentazione del Libro sinodale, ho letto che occorre puntare con vigore proprio sull’essenziale dell’esperienza cristiana.
La Chiesa di Belluno-Feltre vuol prendersi a cuore “la qualità” della fede dei credenti, prima che il loro “impegno” in attività pastorali o sociali. Quando diciamo “cristiani impegnati” cosa intendiamo? Questa espressione può far pensare che la vita cristiana consista in un attivismo che fa distinguere e privilegiare alcuni credenti.
Invece la vita cristiana e la vita pastorale più genuine fanno crescere persone che, in umiltà e in adorazione, vivono la relazione con Dio e, in generosa gratuità, coltivano l’accoglienza e la carità in famiglia, in parrocchia, nella vita professionale e sociale.
CHI CI GUIDERÀ E A CHE COSA?
Per promuovere la vita delle nostre comunità facciamo progetti e ci scambiamo valutazioni; spesso si moltiplicano le lamentele di chi cerca responsabilità e colpe per i mali che pesano sui nostri paesi. Non può essere questa l’impostazione giusta.
La Chiesa da chi è guidata? La sua opera è forse valutabile con criteri umani, secondo una produttività che dipende da noi? Da dove inizia la vita cristiana e da dove parte il rinnovamento della Chiesa?
«Convertitevi e credete al vangelo» ripete a ciascuno la Chiesa con il pizzico di cenere posto sul capo, il mercoledì d’inizio della quaresima.
Credere al vangelo è accogliere Gesù Cristo: è lui che ci guida, è il suo Spirito che ci dona amore, unità e pace.
Con questo Spirito in noi ci sentiamo amati e diventiamo capaci di amare i fratelli fino al perdono. La vita cristiana ha il suo banco di prova nel superamento dei rancori e degli odi tenaci che portano all’astio e alla contrapposizione anche tra familiari, fino al desiderio di vendetta. Le divisioni nelle famiglie, nelle parentele, nei paesi o quartieri, nelle parrocchie sono antievangeliche. Se nelle nostra comunità ci sono queste divisioni, anche quelle motivate da scelte politiche, la nostra non è vita di Chiesa, non siamo discepoli di Gesù, animati dal suo Spirito.
Sentiamo il giudizio inquietante del Signore su tutto questo e a lui rivolgiamoci confidando nella sua misericordia. Il Sacramento del perdono, nella confessione, sia il momento qualificante del nostro cammino di penitenza, per avere la gioia di una vita insieme, rinnovata dall’abbraccio del Signore e dal perdono reciproco.
LA PAROLA E LA PREGHIERA
È ricco e misterioso il cammino genuinamente evangelico alimentato dalla speranza. Fa appoggiare tutta la nostra persona sulla roccia della Parola di Dio.
Mi pare di poter dire, con intima riconoscenza, che siano due i segni più incoraggianti in quest’anno che vede la nostra Diocesi nel normale cammino dopo il Sinodo: primo, l’avvio della lectio biblica programmata in più foranie e gruppi di parrocchie; secondo, il moltiplicarsi di momenti di preghiera comune settimanale tra sacerdoti nelle zone. La preghiera nell’intimità della nostra camera, nell’adorazione dell’Eucaristia, in famiglia e tra gruppi di famiglie, nasca dall’ascolto della Parola e fiorisca nel cuore e sulle labbra come atto di lode e di fiduciosa domanda.
È nelle esperienze di contemplazione e di adorazione che ci facciamo certi, pur tra preoccupanti tensioni, di ottenere l’aiuto decisivo e di attingere motivi convincenti di speranza.
RELAZIONI PERSONALI
Nel Sinodo abbiamo dedicato riflessioni insistenti sull’urgenza di coltivare relazioni personali. L’invito è rivolto a tutti, ma in particolare ai sacerdoti, agli educatori, ai catechisti. Per farci compagni di viaggio delle persone di tutte le età siamo chiamati ad ascoltarci, a condividere situazioni, a confortarci. San Giovanni Bosco diceva che il segreto della formazione e dell’aiuto reciproco sta nel “parlare all’orecchio delle persone”.
L’incontro con le famiglie
I nostri cristiani esigono che ci sia, da parte dei pastori, la visita alle famiglie con un momento di preghiera e di benedizione dov’è accolto. Il Libro sinodale sottolinea con insistenza questo compito. Per chi si sente un parrocchiano “che sta lontano” o per le famiglie che vivono situazioni particolari, la visita del sacerdote è il segno che il Signore non abbandona nessuno, che la Chiesa vuole incontrare tutti con rispetto, delicatezza e cordialità.
L’accoglienza dei giovani
I giovani hanno bisogno di trovare qualcuno che parli con loro, che li ami e dedichi alla relazione personale tempo ed energie. La Chiesa deve preoccuparsi di offrire loro reali possibilità di entrare in gruppi e in associazioni che siano formativi. Come dobbiamo preoccuparci della loro vita, convinti che le aspirazioni alla felicità sono più grandi del loro cuore e nessuna offerta soltanto umana le colmerà!
L’accompagnamento dei ragazzi
I ragazzi cercano quello che spesso in casa non hanno: per loro non possono esserci solo i momenti formali di istruzione, ma esperienze appaganti, che facciano degli ambienti parrocchiali un luogo di incontro culminante nella festa della domenica.
Mi rendo conto, mentre scrivo, che tali accenni faranno dire: “Facile richiamare questo, auspicare e chiedere…!”. Eppure sento che anch’io, come ogni vero educatore, devo inquietare la mia e altrui coscienza, sempre pronto a consolare e confortare nelle difficoltà, ma deciso nel proporre quello che è urgente. Se mostriamo questo impegno, le famiglie saranno sollecitate e aiutate nella loro responsabilità educativa.
La formazione dei più giovani, chiedendo l’aiuto di educatori, è oggi l’impegno più urgente per promuovere la famiglia e per salvare le famiglie di domani.
La cura degli infermi
Nella vita parrocchiale ci sia qualcuno che coltiva la relazione personale con chi è sofferente in famiglia, in ospedale o in case di riposo. Chiedo che i ministri straordinari della comunione portino l’Eucaristia di domenica, soprattutto in quaresima e nel tempo di Pasqua, ai nostri infermi.
Noi pastori, nel nostro servizio, sentiremo di essere benedetti ascoltando le persone che incontriamo. Ogni cristiano, se offre sostegno e conforto, sente che si stabilisce con il prossimo una reciprocità: riceve più di quanto dà; sente la contentezza di recare in sé e trasmettere la carità che viene da Dio.
La sobrietà straordinaria della quaresima come pure la condivisione dei beni sollecitata dall’iniziativa “Un pane per amor di Dio” hanno significato se sono segni dello stile evangelico che si distende nella fedeltà dei giorni.
PER ESSERE CONTENTI, NON PER AFFLIGGERCI
Ho toccato punti che riguardano l’esistenza feriale, alludendo a situazioni che fanno soffrire: nel quotidiano siamo chiamati a non accontentarci della mediocrità, a salire lungo la Via crucis con Cristo che muore e risorge, a camminare sulla via della santità come «misura alta della vita cristiana ordinaria» (Giovanni Paolo II).
Chi è giunto alla fine di questa lettera è persona volonterosa, riflessiva, ha in sé un’inquietudine che lo fa partecipe di tante ansie. Ha accettato di pensare all’unisono con il vescovo e con la nostra Chiesa.
Lo ringrazio se farà fiorire la fatica di questa lettura in una risposta generosa come lo Spirito gli indicherà. È seguendo Lui che saremo contenti come una Pasqua.
Sono accanto a tutti con la preghiera e l’augurio affettuoso di buona salita.

mercoledì 7 marzo 2007
Invito al pellegrinaggio a Roma
Il 24 e 25 aprile tutte le diocesi del Triveneto (Veneto, Trentino-Alto Adige e Friuli) saranno presenti a Roma con i loro Vescovi, pellegrini “ad Petri sedem”.
Per tutta quella settimana i Vescovi compiono la visita al Papa e rappresentanti delle loro diocesi vivranno con loro una solenne celebrazione nella Basilica di S. Paolo, martedì 24 sera, e la partecipazione all’udienza pubblica del Papa, mercoledì mattina, nella piazza di S. Pietro.
Il nostro Ufficio Diocesano Pellegrinaggi, che ha lo strumento organizzativo nella Plavis, cura questo breve ma intenso pellegrinaggio.
L’invito lo faccio io stesso: propongo il pellegrinaggio che sarà la professione di fede nella Chiesa “una, santa, cattolica e apostolica”. Per molti sarà il primo incontro con Papa Benedetto XVI al quale tutta la diocesi vuole esprimere l’attestazione di fede, riconoscendolo Vicario di Cristo, perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità della Chiesa.
L’unione con tutte le diocesi del Nordest darà a questa esperienza spirituale una caratteristica unica. La celebrazione della S. Messa presieduta dal card. Patriarca Angelo Scola nella Basilica di S. Paolo, l’apostolo dell’evangelizzazione, ci farà invocare vitalità alle nostre diocesi nel primo impegno affermato anche nel nostro Libro sinodale: “Evangelizzare è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare”.

sabato 10 marzo 2007
Papa Benedetto XVI sarà nella nostra terra
Papa Benedetto XVI sarà nella nostra terra, a Lorenzago di Cadore, a godere giornate di meritato riposo presso la casa della diocesi di Treviso dove Giovanni Paolo II trovò ospitalità per sei anni, a partire dal 1987.
La nostra Diocesi insieme a quella di Treviso, fin dall’aprile 2005, ha condiviso con tante persone della nostra Provincia e del Veneto la speranza di avere il Santo Padre ancora fra noi. L’annuncio di oggi ci dà gioia riconoscente. Il 25 aprile, nel pellegrinaggio con tutte le diocesi del Triveneto alla sede di Pietro per la visita “ad limina”, porteremo personalmente al Papa il cordiale e affettuoso “grazie”.
“Scopriamo che il vivere in montagna contiene una vocazione speciale, non sempre facile da sviluppare perché esigente e tuttavia molto significativa. I numerosi ospiti che giungono da noi sono i destinatari diretti dell’accoglienza e della testimonianza della nostra cultura”: così dice il nostro Libro sinodale. L’ospite di assoluta eccezionalità che quest’estate brillerà tra i moltissimi frequentatori delle nostre Dolomiti mettendole in risalto agli occhi del mondo intero, ci onora e ci privilegia.
Alla nostra Chiesa di Belluno-Feltre chiedo un’accoglienza attenta e responsabile. Siamo chiamati a pregare per il Papa. Quando, nelle Sante Messe dal 9 al 28 luglio sentiremo nel cuore della celebrazione il suo nome, la vicinanza fisica ci darà una nuova evidenza di come la Chiesa “resa perfetta nell’amore, in unione con il nostro Papa Benedetto” esige un’appartenenza convinta e amorosa. La possibilità di una relazione personale ravvicinata con il Pastore della Chiesa cattolica farà sentire noi e la nostra terra aperti al respiro universale e missionario: “popolo radunato da un confine all’altro della terra”.
Ci auguriamo che il clima e le meraviglie della terra dolomitica offrano al Santo Padre la possibilità di ritemprare le energie e che la nostra accoglienza valorizzi con rispetto e delicatezza le occasioni di incontro che Egli ci offrirà.
Dispongo che a mezzogiorno di domani, domenica 11 marzo, le campane di tutte le chiese suonino a festa: la nostra partecipazione all’Angelus del Papa ci faccia condividere le ansie per la pace e per il progresso dell’umanità.

domenica 25 marzo 2007, S. Stefano - Belluno
FESTA DELL’ADDOLORATA
Nella Valbelluna la più grande manifestazione di religiosità popolare è la festa e la processione dell’Addolorata. Da quasi tre secoli si trasmette da una generazione all’altra, si mostra profondamente penetrata nella cultura della gente, è custodita e riproposta all’interno delle famiglie di un vasto territorio che va oltre la Valbelluna.
La sagra, che si dispiega imponente in questo giorno per le vie di Belluno, da vari anni trova le autorità cittadine attente e premurose per assicurare accoglienza e ordine in tutte le manifestazioni festose e commerciali e le stesse autorità sono partecipi al momento centrale della pietà popolare: la processione. Vi ringrazio.
La Chiesa, per l’impegno del parroco monsignor Rinaldo De Menech e della parrocchia di Santo Stefano, pone al cuore di tanta festa popolare la cura della processione come atto di fede e soprattutto accoglie per giorni, e particolarmente oggi, quinta domenica di Quaresima, moltissime persone fin dalle prime ore del mattino per la celebrazione del sacramento della Confessione e della Santa Messa, qui in questa splendida chiesa, al cospetto della Madonna dei Dolori.
Quando, una quarantina di anni fa, sembrava inarrestabile la resa delle tradizioni cristiane al secolarismo e la conseguente ineluttabilità di cedere le manifestazioni religiose al consumismo festaiolo, nella città di Belluno questo cedimento non ci fu. Esprimo gratitudine alla parrocchia di Santo Stefano e alla città per la scelta decisa e determinante di mantenere con fedeltà il cuore della festa e di rinnovarlo con proposte di preghiera attenta ai problemi della gente. Anche le riflessioni e le preghiere di quest’anno sul tema “la famiglia” hanno risposto all’urgenza che noi cristiani abbiamo di assimilare certezze per far progredire la vita e la civiltà cristiana nella nostra Europa alla quale vogliamo rivolgere un affettuoso orante pensiero nella celebrazione del 50° del Trattato. La Chiesa da duemila anni, con il Vangelo che porta beatitudine e felicità al vivere di tutti, svolge un’opera che sempre provoca avversioni: queste non la stupiscono né la fermano.
Abbiamo pregato insieme e ora concludiamo il momento pubblico di fede e di religiosità. Quella che abbiamo vissuto è un’esperienza di cultura: ci siamo coltivati come persone a dimensione completa. Pregare è ringraziare (denken ist danken); è pensare al senso della vita. È respirare. C’è un “perché” evidente al respirare come al pregare: solo così si vive dando ossigeno a tutto il nostro essere e divenire. Pensare, comprendere e pregare per ringraziare e farsi responsabili del futuro proprio e di tutti.
Questo segno pubblico, che riconduce la sagra alle origini e al senso voluto dai cittadini quando l’hanno istituita nel 1716, offre un messaggio a tutti i frequentanti le vie della città. Moltissime persone hanno oggi respirato la festa senza pensare a quello che, storicamente e nella convinzione nostra, è il cuore della movimentata esperienza popolare. Ma ho la convinta fiducia nel forte messaggio non verbale che può restare nel cuore di chi sembra attratto dagli aspetti più immediati e vistosi della sagra. Camminando davanti all’immagine della Vergine Addolorata ho pensato che Lei conosce e accompagna con attenzione ognuno, privilegia anzi chi si pensa lontano dalla sua protezione.
Quando maturerà questo messaggio non verbale? Senza dubbio molte persone sono ritornate a distanza di decenni a questo appuntamento primaverile con atteggiamento diverso da quello dei verdi anni: con il desiderio di pensare, comprendere, pregare, ringraziare e invocare. Infatti abbiamo l’accompagnamento materno di Maria in tutta la parabola della nostra vita. Noi oggi nella processione ci siamo fatti, gli uni gli altri, simboli itineranti che Maria e i Santi ci accompagnano, che nella parabola personale e di popolo dobbiamo sostenerci in concordia e con responsabilità.
Come lo scorso anno, ho in me la preghiera che il prossimo appuntamento elettorale a Belluno, e in altri centri della Provincia faccia tutti partecipi e responsabili dell’importante momento della storia del nostro popolo; che gli esiti siano per il bene della nostra gente – non solo quello materiale – e della nostra terra; e soprattutto ci faccia artefici di uno stile rispettoso delle persone e delle idee che, se promosso con lealtà, resterà il clima più efficace per il futuro governo delle città.
Maria, alle nozze di Cana, inaugurando festosamente una nuova famiglia, si accorse che mancava il vino, elemento e simbolo di felicità; allora si rivolse al Figlio con le parole «Non hanno più vino». Anche noi qui davanti alla presenza reale e sostanziale di Gesù Cristo nell’Eucaristia e all’immagine della Vergine Madre esprimiamo la nostra fede di essere sotto il manto materno della Madre che conosce il soffrire; Lei si rivolge al Salvatore perché non ci manchi speranza e felicità.
È questo nucleo di fede vissuta il punto sorgivo della religiosità popolare che offre a tutti, secondo i ritmi misteriosi dell’animo di ciascuno, cultura, civiltà e promesse di gioia pasquale.

Mercoledì 21 marzo
Lettera di invito ai
sacerdoti, religiosi/e e diaconi della Diocesi di Belluno-Feltre alla
celebrazione della Santa Messa del Crisma
Carissimi,
“Sacramento della carità, la Santissima Eucaristia è il
dono che Gesù Cristo fa di se stesso, rivelandoci l'amore infinito di Dio per ogni
uomo. In questo mirabile Sacramento si manifesta l'amore «più grande», quello
che spinge a «dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13). Gesù, infatti, «li amò
fino alla fine» (Gv 13,1)”. È questo l’incipit dell’Esortazione apostolica
consegnataci da Papa Benedetto pochi giorni fa. Giovedì santo – 5 aprile - ci vedrà
uniti nella solenne Messa Crismale in Cattedrale per accogliere e vivere questo
dono, nell’unità del presbiterio e del popolo.
Negli Oli e nel Crisma celebreremo la riconoscenza e la
lode al Signore per gli eventi sacramentali fino alla Pasqua del 2008: battesimi,
confermazioni, ordinazioni sacerdotali (quattro presbiteri: tre sacerdoti diocesani e
un religioso cappuccino), unzione agli ammalati. A proposito di questo ultimo
sacramento la mia preghiera sarà che si realizzi quanto scritto sul Libro sinodale
(n. 78): “sacramento, per il quale è detto esplicitamente: «È la Chiesa che si
muove, che va nell’abitazione dell’ammalato». È necessario insistere su questo
fondamento perché l’Unzione sia richiesta soprattutto quando un cristiano sente la
precarietà a causa di una malattia”.
Ricorderemo con riconoscenza il vescovo emerito mons.
Maffeo Ducoli che quest’anno – il 14 maggio – celebra il 40° dell’ordinazione
episcopale, l’arcivescovo di Udine già nostro pastore che celebra il 50° di
sacerdozio, i presbiteri impossibilitati a partecipare e quelli che svolgono il
ministero in terre lontane, in particolare i fidei donum. Sarà anche momento per
sottolineare con riconoscenza i giubilei sacerdotali che ricorrono quest’anno.
Ricorderemo con affetto i vescovi defunti che ci hanno imposto le mani e i fratelli
sacerdoti che ormai sono nella Pasqua eterna.
A tutti l’augurio di Buona Pasqua: “Sit haec festa nobis
saeculorum saeculis: sit sacrata digna laude, nec senescat tempore”.

Sabato 31.3.2007 – Cattedrale
III ANNIVERSARIO VINCENZO SAVIO VESCOVO
Domenica delle Palme
È il III anniversario della morte di mons. Vincenzo Savio; lo celebriamo nei primi vespri della domenica delle Palme, dopo la lettura della Passione di Gesù.
Sono stato tra i sacerdoti che lo hanno accompagnato fino al momento ultimo del suo percorso terreno. Nella ultime ore, tra le preghiere per gli agonizzanti, abbiamo letto la Passione di Gesù. È una delle antichissime tradizioni cristiane. Tra le volontà, quasi un testamento biologico-spirituale e i cristiani comunicavano ai propri cari c’era questo: di leggere la Passione del Signore durante il combattimento finale, spesso vissuto con dolori strazianti: e il racconto evangelico li fanno innestare in quelli di Gesù perché il morente partecipi alla sua morte e alla sua risurrezione.
Domenica è la Pasqua di risurrezione. Nel gennaio 2002 mons. Vincenzo, nell’omelia della messa funebre per il suo coetaneo don Giuseppe Capraro, disse: “Nel clima pasquale in cui ogni eucaristia ci pone, sentiamo risuonare vere e interpretanti le parole della sequenza di Pasqua: “Mors et vita duello conflixére mirando”, “la morte e la vita si sono affrontate in un prodigioso duello: il Signore della vita era morto, ma ora, vivo, trionfa”.
Pensiamo il nostro carissimo vescovo Vincenzo nella gioia e nella vita del Risorto dopo il duello durato lunghi mesi.
Non facciamo di lui profili “da santino” pensando solo ad alcune caratteristiche e bravure della sua personalità.
Ha raggiunto la piena statura che il Signore aveva per lui stabilito specialmente attraverso la passione e la morte nei 17 mesi di malattia, durante i quali ha continuato a lavorare per la sua Chiesa in quell’impresa eccezionale che ci ha consegnato: il Sinodo.
Mi fa specie sentire parlare di lui con elogi per le sue doti senza che venga accennato quello che a lui, anche ora, sta più a cuore:
il cammino sinodale della nostra Chiesa dopo il sinodo. Lo sentiamo accanto a noi.
Ne cogliamo l’esemplarità soprattutto nella sua dedizione alla Chiesa. Lavoro e sofferenza in un servizio generoso e appassionato.
Vogliamo, guidati dallo Spirito, perseguire con la sua stessa generosità e passione l’azione essenziale che egli maturo negli ultimi mesi con un impeto straordinario: perché Gesù Cristo cresca.
Gesù Cristo cresca prima di tutto in noi con una autentica partecipazione ai misteri della Settimana Santa quasi dicendo a noi “Voglio svegliare l’aurora” della Pasqua dì risurrezione 2007 in me e in tanti cuori, soprattutto di giovani che sono inricerca della gioia che appaga il cuore.

lunedì 14 maggio 2007, Basilica Santuario
INTRODUZIONE SOLENNITA’ DI S. VITTORE E CORONA
Nella solennità dei SS. Martiri Vittore e Corona, in continuità con le celebrazioni iniziate ieri e proseguite fin dal primissimo mattino di oggi, ci sentiamo accolti dalla maestosità della Basilica Santuario, dalla ricchezza dei cicli pittorici, dalla magnificenza di tutti gli elementi architettonici e dell’ornato, ma ci sentiamo calorosamente accolti soprattutto dalla partecipazione festosa diquesta vasta assemblea di fedeli della zona di Feltre – animatrice quest’anno la Forania di Pedavena –, di tutta la diocesi, di sacerdoti e vicari foranei, di fedeli giunti anche da molto lontano.
A tutti il saluto riconoscente della nostra Chiesa: al Sindaco di Feltre, a Sua Eccellenza il Prefetto, a tutte le autorità di ogni ordine e grado, ai sacerdoti, alle religiose e religiosi, ai due diaconi che oggi iniziano gli esercizi spirituali in preparazione all’ordinazione sacerdotale di sabato, ai collaboratori laici, a quanti – secondo la pluriennale tradizione – hanno preparato alla grande festa il tempio e le adiacenze.
È questo il momento culminante della solennità dei Santi Patroni Vittore e Corona con la presidenza del vescovo emerito mons. Maffeo Ducoli che proprio oggi celebra il 40° di ordinazione episcopale e – il 30 maggio – il 65° di sacerdozio.
Eccellenza Reverendissima, siamo commossi di poter partecipare in letizia all’inno di ringraziamento che oggi eleva al Signore per il lungo episcopato, metà del quale dedicato con ministero residenziale alle nostre comunità. La saluto a nome di tutti i presenti, della diocesi intera – e molti, soprattutto infermi e impossibilitati ad essere qui tra noi, partecipano tramite la diretta televisiva di Telebellunodolomiti –, La saluto a nome delle parrocchie del feltrino, del delegato di zona mons. Arnaldo Miatto, di mons. Giulio Perotto decano e mons. Giulio Antoniol arciprete del duomo, del rettore mons. Secondo Dalla Caneva, del Consiglio della Basilica Santuario, del Capitolo della Concattedrale alla quale è strettamente collegato l’antico Santuario elevato alla dignità di Basilica 5 anni fa nel IX centenario del Santuario solennemente celebrato con il Vescovo Vincenzo Savio e il rettore mons. Attilio Minella.
Per venti volte – dal 1976 al 1995 – Vostra eccellenza ha celebrato l’anniversario della Sua consacrazione episcopale con la solenne Santa Messa qui, sempre nell’emozione spirituale di tale significativa data, ringraziando il Signore e invocando con la sua grazia, per intercessione dei santi Martiri, il superamento di momenti gravi e difficili. In altri l’ha vissuta con partecipata esultanza come quando è stato qui celebrato nel 1977 il decennale di episcopato, o quando, nel 1982 ha qui concelebrato con il patriarca card. Marco Cè e nel 1991 con il suo amico card. Antonio Innocenti.
Ogni anno il Suo magistero, nell’omelia di questa solennità, è stato intenso e accorato: la rivista diocesana documenta per la storia la ricchezza dei suoi insegnamenti, ma è nel segreto dei cuori e nella vita di moltissimi fedeli, accorsi qui nei suoi vent’anni di episcopato, che la Sua parola ha dato frutti per la comunione ecclesiale e per la speranza offerta soprattutto nei momenti difficili e di sofferenza della comunità.
Anche oggi ci disponiamo ad ascoltarLa con fede.
Durante il suo episcopato, a metà degli anni ‘80, si sono avviati i restauri alla casa di S. Vittore con i progetti dell’arch. Enrico Perego, lavori che il rettore mons. Giulio Gaio non ha potuto vedere completati, ma che poi sono proseguiti anche con interventi Santuario e alle mirabili antichissime opere d’arte che documentano la fede delle generazioni dai tempi più remoti, restauri solennemente inaugurati il 15 settembre 2005, nella festa di S. Vetoret.
Mons. Giulio Gaio: nell’omelia che Lei ha svolto il 10 gennaio 1992 nel duomo di Fetre, davanti a una moltitudine straordinaria di fedeli e di sacerdoti accorsi al commiato dell’indimenticabile padre e loro guida spirituale, ha rievocato le tappe di vita di mons. Giulio morto a 105 anni. E ha detto: “A Maria attribuiva la grazia di averlo conservato fedele a Dio durante gli anni della vita militare e poi avviato al sacerdozio; a Lei attribuiva il merito del bene compiuto”. Sappiamo, Eccellenza, quanta è grande la devozione a Maria che caratterizza la sua vita. Vogliamo raccomandarci tutti alla Sue preghiere. Sappiamo: il nostro vescovo emerito oltre a continuare la generosa collaborazione alla vita della nostra Chiesa, continua a pregare per noi, per il cammino rinnovato dall’esperienza sinodale.
Dal Monte Miesna, da questa Basilica santuario dei Santi Vittore e Corona, ha la partenza il “Cammino delle Dolomiti – Sinodo”: percorso reale e simbolico che tocca i punti mirabili di natura e di cultura della diocesi di Belluno-Feltre. Affidiamo i nostri percorsi futuri di Chiesa, che auspichiamo come sviluppo delle più nobili tradizioni della storia delle due diocesi: Feltre e Belluno, alla solenne celebrazione di oggi invocando l’intercessione dei santi patroni Vittore e Corona, nella lode riconoscente e nella fervente partecipazione all’Eucaristia.
Carissimo mons. Maffeo, grazie di essere qui con noi!

sabato 6 ottobre 2007, Feltre
INAUGURAZIONE MUSEO DIOCESANO DI ARTE SACRA
Grazie a tutti voi convenuti per questa storica inaugurazione; saluto e ringrazio tutte le autorità a incominciare dal presidente della Comunità montana feltrina che ha organizzato questa festa ed esteso gli inviti a tutti voi.
Nel 1995, un comitato diretto dal professor Paolo Conte ha preparato lo statuto dell'Ufficio diocesano dei beni culturali e arte sacra configurando l'opportunità di un Museo diocesano. Fu il vescovo monsignor Mons. Pietro Brollo con la Commissione diocesana per l'arte sacra guidata da don Rinaldo De Menech a decidere la sua realizzazione nel vescovado antico di Feltre che era in degrado. I direttori dell'Ufficio che si succedettero, il professor don Sergio Sacco e monsignor Giacomo Mazzorana, avviarono la realizzazione del progetto coinvolgendo la diocesi con i delegati della quattro zone e trovando subito la collaborazione della Comunità montana feltrina con i presidenti Loris Scopel e Ennio Vigne; della Regione Veneto per l'interessamento dell'assessore Floriano Pra; della Fondazione della Cassa di Risparmio di VR,VI, BL, AN – e saluto con riconoscenza il presidente, ingegner Paolo Biasi; delle Sovrintendenze qui rappresentate.
Il Comune di Feltre e le autorità provinciali diedero sempre cordiale sostegno all'imponente opera.
Monsignor Giacomo Mazzorana dirà la riconoscenza per come tutto è stato realizzato in fedeltà ai progetti e ai tempi di scansione e per quanto la città di Feltre ha preparato questo momento e si impegna alla collaborazione per valorizzare il Museo nella rete degli interessanti centri culturali che caratterizzano questa città bella e nobile per storia e sensibilità artistica.
Il dottor don Claudio Centa, storico e docente di storia, è il direttore del Museo e la sua conoscenza della storia di Feltre e delle diocesi sottolinea l'armonico inserimento della funzione del Museo nei percorsi storici e culturali che auspichiamo.
Quante persone di questa città hanno trepidato e atteso il restauro e la valorizzazione di questo storico palazzo! Ne voglio nominare una in particolare perché la sento capofila di chi ha cuore il bene di Feltre e della diocesi: monsignor Mario Cecchin che con discrezione e competenza ha molto contribuito a questa realizzazione.
Due sono i sentimenti che porto in questa inaugurazione e credo possano interpretare quelli della diocesi:
- Il Museo diocesano è Memoria fidei ; questo vetusto edificio che già di per sé ci ambienta nella storia cristiana della nostra terra ora diventa punto di riferimento per far brillare opere di alta qualità artistica ispirate dalla fede e dalla liturgia. Alla fede cristiana certamente, ma anche nel significato latino di fides : onestà, fedeltà secondo le ciceroniane parole: “ Exemplum antiquae probitatis et fidei ” da consolidare con un senso di appartenenza alla storia di questa terra e proiettarci nel futuro trovando anche qui il modello dell'antica onestà e fedeltà che danno sempre sostegno e speranza alla vita personale e sociale.
- Il Museo diocesano è Via pulchritudinis, “cammino di bellezza” costituito già dall'architettura dell'edificio e dalla bellezza di quanto è ritornato alla luce con gli imponenti restauri, è splendente per la qualificata raccolta di opere d'arte provenienti da Feltre e feltrino, da Lamon, da Vedana – oggi è la memoria liturgica di san Bruno, fondatore dei certosini – da parrocchie di tutte le zone della diocesi. È da riconoscere la giustezza e lungimiranza di aver fatto la scelta di questo antico vescovado per costutire il Museo. Siamo in una diocesi che ha viae pulchritudinis paesaggistiche e di arte soprattutto nelle chiese, ma è ineccepibile che questa sia la sede ideale che invita a scoprire e valorizzare tutti i punti di alto interesse estetico-culturale che abbiamo in diocesi. La bellezza attira anche persone che vengono da lontano, ma è decisivo per la cultura e per il nostro futuro che tutti noi riconosciamo la peculiarità dei diversi punti di irradiazione della bellezza delle nostre zone: ognuno di essi sia motivo per crescere nell'appartenenza a questa terra e insieme contribuiamo a promuoverla con interesse e collaborazione.
« Il bello non è forse la strada più sicura per raggiungere il bene? », si chiedeva Max Jacob, poeta, pittore, scrittore e critico francese morto nel 1944.
Ce lo auguriamo in questo festoso momento: raggiungere il bene della città, della diocesi, di tutta la nostra terra.

Fortogna, 9 ottobre 2007
OMELIA A FORTOGNA CIMITERO VITTIME DEL VAJONT
Letture: Rm 8,14-23; Sal 62; Lc. 23, 44-46.50.52-53; 24,1-6
Sei anni fa, quando il vescovo Vincenzo Savio celebrò per la prima volta questo anniversario, commentò la lettura del vangelo così: « A distanza di secoli la nostra terra ripropone lo stesso scenario: presso il luogo della morte ingiusta un sepolcro dove nessuno era stato ancora deposto. Questo sterminato cimitero si affianca al Piave, il fiume che ha raccolto migliaia di salme travolte dall'onda del Vajont».
Per noi vuole essere in questo momento soprattutto “un santuario nel quale cercare Dio, per sentire la sofferenza come un'aurora (Salmo responsoriale), per non cercare tra i morti chi è vivo al seguito di Lui che è risuscitato (Vangelo).
Nell'autunno di novant'anni fa, per le nostre valli scese una fiumana di fuggiaschi e poi soldati dopo Caporetto. « E ritornò il nemico; per l'orgoglio e per la fame, volea sfogare tutte le sue brame...» ( dalla canzone “Il Piave mormorava”). Queste parole non le vogliamo attribuire alla controparte della guerra. Il nemico è chi entra nella logica di sfogare tutte le sue brame. La nostra terra è stata provata dalla crudeltà della guerra, dalle morti del Vajont, delle alluvioni, del lavoro all'estero come a Mattmark e Marcinelle. Prima che dall'acqua o da materiali che hanno portato morte, sono stati travolti dal fiume limaccioso della idolatrica brama di possedere e di espandere tante forme di potere compreso quello della tecnica, anche a costo di non rispettare la vita umana, il creato, lo sviluppo di popoli assicurando pace e accoglienza alle generazioni che verranno.
Con la celebrazione di questa S. Messa di anniversario, in ascolto della Parola di Dio, sentiamo legata a Gesù che muore in croce la moltitudine di vittime di tutte le atrocità.
“Gesù, gridando a gran voce, disse: «Nelle tue mani consegno il mio spirito». Quella gran voce gridata raccoglie la sofferenza di tutti: per tutti è possibile la consegna del proprio spirito. “Non uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo «Abbà, Padre»” (Prima lettura).
Nella caducità e nelle sofferenze che la Parola qualifica come “doglie del Parto”, noi crediamo che tutto va verso quella vita che noi coltiviamo nel nostro spirito di Figli del Padre che sta nei cieli.
Giuseppe d'Arimatea, “persona buona e giusta”, chiese il corpo, lo calò dalla croce, lo avvolge in un lenzuolo, lo depose… Pensiamo a come è rappresentata dall'arte la Madre Addolorata: affranta, in un abbraccio di affettuosa pietà, che accoglie e insieme si aggrappa al Figlio.
Quante persone buone e giuste, sotto un impressionante splendore del sole nei giorni successivi al disastro del Vajont, hanno offerto l'opera di misericordia per il seppellimento dei morti. E da allora la cura per questo luogo, per i superstiti: prego in questa Messa perché tutto questo venga assicurato da persone “giuste e buone”: pongo prima la qualifica “giuste”.
Molti di noi hanno vissuto quei giorni indimenticabili, con sentimenti che non sono descrivibili a parole, portano ancora oggi nel cuore il ricordo di parole gridate a gran voce, come quelle di don Costante Pampanin sul terreno pietroso dove sorgeva la chiesa di Longarone, prima della Messa di domenica 13 ottobre 1963: «Abbiamo bisogno di Dio! Sì, mai come adesso abbiamo bisogno di Dio!».
O quando il vescovo Mons. Gioacchino Muccin ha concelebrato per la prima volta, e per speciale indulto della Chiesa che configurava la riforma liturgica postconciliare, con tutti i parroci delle comunità limitrofe al Piave che avevano avuto vittime; questo vescovo qui sepolto, che aveva – da ragazzo del '99 – combattuto nella grande guerra sul Piave e sul Grappa.
Ecco sue parole qui pronunciate: «La fede nella quale fummo educati fuga le tenebre che si addensano nel mistero della morte, e splende dentro di noi con l'incanto e il fulgore intenso delle verità più certe e più consolanti. I morti nostri ci invitano a serbarla, ad accrescerla, ad onorarla con la condotta di vita».
Il Signore ci faccia persone buone e giuste: giuste nel rispetto e nell'onore da dare alla vita di tutti, giuste nella salvaguardia del creato, giuste e buone nell'educazione delle nuove generazioni per una società felice.
Spesso mons. Savio citava le parole di don Bosco: “Volete una società buona? Educate i giovani! Volete una società migliore? Educate i giovani! Volete una società felice? Educate i giovani!”.

Avvento di fraternità 2007
CONDIVISIONE PER UN’UNICA CHIESA
Il Vescovo invita a vivere l’avvento di fraternità
Nella festa di san Martino propongo l’Avvento di Fraternità 2007 che la Caritas lancia con il titolo “Condivisione per un’unica Chiesa”.
Il frutto della nostra fraternità andrà a due Chiese che soffrono a causa della fede:
- la diocesi di Vitebsk in Bielorussia, dove in più parrocchie presta ministero don Andrej Aniskevich che ha fatto gli ultimi anni di teologia nel nostro seminario;
- una comunità di Suore in Bosnia Erzegovina, per aiutare nel completamento di una casa di riposo per anziani a Vitez, nei pressi di Sarajevo.
Con queste Chiese c’è da anni un effettivo scambio che la Caritas illustra nella proposta dell’Avvento.
Chiedo alle parrocchie e a tutte le comunità cristiane di cogliere lo spirito di questa annuale iniziativa. Viviamo la Chiesa cattolica che, come nell’organismo vivente, ha la necessità di acquisire in tutto il corpo la massima quantità di energie vitali mediante lo scambio. Non diamo l’aiuto materiale se non come segno di quell’ampiezza di amore che va oltre i confini del nostro particolare verso Chiese che stanno soffrendo. Vogliamo fare con loro “scambio di tutti i beni dello spirito e delle mani nella pace”.
Il card. Giulio Bevilacqua, parroco-cardinale, svelava le sue convinzioni ai parrocchiani con queste parole: «Credo nella famiglia del sangue, nella famiglia scelta per la mia attività e responsabilità. Credo nella patria che è la famiglia del mondo della tradizione, della dolce parlata, della libertà. Credo nella possibilità di una grande famiglia umana, quale Cristo la volle: scambio di tutti i beni dello spirito e delle mani nella pace. Credo nella gioia dell'amicizia, nella fedeltà e nella parola degli uomini. Credo in me stesso, nelle capacità che Dio mi ha conferito, perché possa sperimentare la più grande fra le gioie, che è quella del donare e del donarsi. In questa fede voglio vivere, per questa fede voglio lottare e con questa fede voglio addormentarmi nell'attesa del grande gioioso risveglio».
Andiamo incontro a Gesù Cristo, nostro Salvatore, con le buone opere. Buon Avvento di fraternità.
+ Giuseppe Andrich
