diocesi di Belluno-Feltre
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messaggio sul Creato

Alla nostra terra diciamo:
«TU NON MORIRAI MAI»

Noi, rappresentanti della Chiesa di Belluno-Feltre, nel cammino sinodale iniziato nel 2001 e ora giunto alla sua tappa principale, abbiamo voluto ascoltare con attenzione e forte partecipazione le richieste che salgono dalla nostra terra. Fissando il Volto del Signore Gesù, il Risorto, abbiamo sentito ancora una volta quanto Egli conosca e ami questa terra che è sua e che gli appartiene per una lunga storia: Egli l’ha costruita insieme a generazioni di uomini e di donne delle vallate dolomitiche, che hanno custodito e fedelmente trasmesso il senso della vita vissuta nell’alleanza con Dio e con il creato. Sappiamo che quello di Cristo non è un possesso fatto di potere, ma solo di amore, che vuole la salvezza piena dell’uomo e della terra agli uomini destinata.
Per questo abbiamo il desiderio di lanciare con fiducia proprio a questa terra il messaggio che fonda la nostra speranza e che è stato raccolto nel motto sinodale: «Tu non morirai mai!». Per questo anche vorremmo iniziare con tutti i nostri conterranei un dialogo amichevole che condivide le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce di questa terra.

L’uomo è l’essere del sesto giorno
«Il Signore prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden
perché lo coltivasse e le custodisse» (Gen 2,15).
Che senso avrebbe il creato se non ci fosse l’uomo? La domanda non ci pare assurda, poiché vi è stato un tempo in cui l’uomo non era ancora apparso sulla terra, eppure il creato sussisteva e procedeva verso quel “sesto giorno” a partire dal quale nulla sarebbe stato come prima. È a partire da questo “sesto giorno” in cui è stato fatto l’uomo, che tutto il creato entra nell’orizzonte del senso e dei sensi; è la presenza dell’uomo che può dare voce all’inesprimibilità della creazione. La varietà di forme, suoni, odori, colori, trova la sua dicibilità attraverso l’uomo e la relazione che esso instaura con tutto il mondo: è una relazione diventata alleanza e storia. È da quel “sesto giorno” in cui è apparso l’uomo sulla terra, che alla meravigliosa, ma fredda autosufficienza del creato, Dio vorrà, per sorprendente amore, contrapporre una relazione di reciprocità. Anche oggi è giorno di creazione per Dio: in questo stesso istante noi siamo creati e portiamo l’odore fresco delle mani divine. Noi lo sappiamo, a differenza delle galassie, dei monti e dei fiori che c’incantano.
È insomma da quel “sesto giorno” che l’uomo è chiamato a dare voce, a prendersi cura e collaborare con Dio nel compimento dell’opera della creazione. Essa infatti ha bisogno di essere come sostenuta e per questo noi uomini non siamo inerti né ignavi, ma vivificati dallo Spirito che ci chiama all’operosità. Nonostante errori e fallimenti, siamo chiamati a comportarci in modo amichevole verso il creato evitando, o quanto meno limitando, quei rischi che da sempre accompagnano l’agire umano: la prevaricazione, l’idolatria, l’indifferenza.
Ci sostiene la forza di Cristo Gesù che un giorno ha stupito i suoi seguaci, perché «dava ordini al vento e all’acqua e questi obbedivano» (Lc 8,25). Egli ci ha chiamato “uomini di poca fede”, rimproverandoci e promettendoci insieme – nell’orizzonte della fede – l’auspicata armonia con il creato di cui siamo costituiti custodi e ordinatori.

La nostra terra di meraviglie
«La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio… E nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,19-21).
A volte, guardandoci attorno in questa terra, abbiamo la sensazione che Dio abbia esagerato in bellezza: cime imperiose e dolci colline, forre selvagge e piccole valli quasi domestiche, un lungo fiume che arriva al mare dopo aver attraversato la grande Val Belluna, torrenti impetuosi e piccoli ruscelli da esplorare e lassù in alto, ghiacciai e grotte misteriose; un intrico di rogge che ogni tanto lasciano il posto a piccole piane torbiere, segno di antichi laghi scomparsi…..
Come rapportarci a questa sovrabbondante ricchezza?
Come saperla amare e apprezzare con sempre rinnovata curiosità, senza mai darla per scontata, quasi si trattasse di qualcosa che ci è dovuto?
Come non cedere alla deriva di un pensiero debole che considera il creato semplicemente una risorsa da sfruttare fino e oltre il suo limite di sopportazione, per poi abbandonarlo a se stesso quando non è più una fonte di ricchezza? Il creato vive in relazione con noi uomini, ai quali è stato dato un potere su di esso perché lo orientassimo alla vita e al servizio.
Oggi temiamo che nell’uso del territorio in cui ci è stato dato di vivere sia prevalso un atteggiamento superficiale che ha portato ad uno sfruttamento poco responsabile delle risorse poste a nostra disposizione. A fronte di uno sviluppo industriale che ha avuto il merito di mettere pressoché fine al triste fenomeno dell’emigrazione e di diffondere benessere economico, si è verificato uno sviluppo urbanistico più attento a massimizzare i profitti che ad essere lo specchio di una società libera e ben organizzata.
Noi avvertiamo una responsabilità pesante: occupiamo il 20% del territorio regionale, mentre costituiamo il 5% della popolazione della Regione; eppure la nostra terra, per lunghi mesi ospita centinaia di migliaia di persone che arrivano qui da tutto il mondo. Sentiamo forte la responsabilità dell’ospitalità, non sempre facile. Abbiamo alcune intuizioni che vorremmo offrire al futuro. Tra queste la convinzione che l’agricoltura di montagna potrà contribuire efficacemente alla conservazione di questa terra a vocazione turistica; che sia urgente la riqualificazione dei centri storici, ripensando la diffusione residenziale “a case sparse” prevalsa negli ultimi tempi; siamo preoccupati, pensando specialmente alle giovani coppie, per la lievitazione dei prezzi delle case e dei terreni edificabili nelle località turistiche.
Siamo contenti per gli evidenti segni di una sensibilità più attenta alla valorizzazione del territorio, inteso esso stesso quale ricchezza, anche quando non si esprime immediatamente in termini di produttività. La valorizzazione del territorio è comunque condizione previa affinché la nostra provincia possa esprimere, accanto alla capacità imprenditoriale dimostrata dal dopoguerra in poi, anche la vocazione all’ospitalità e alla cura intelligente delle risorse agro-pastorali.
La tensione verso il bene comune ci appartiene ed ha radici storiche antiche. Pensiamo solo all’economia sociale del beato Bernardino da Feltre e alle Regole che, in anni lontanissimi e duri, hanno permesso di sopravvivere, ispirando una coscienza solidale, attiva, conscia dei doveri richiesti dal bene comune.
Oggi quella tensione deve rivivere con una convinzione: il bene comune della nostra provincia è appunto quello stupefacente territorio in cui ci è dato di vivere. Qualunque iniziativa imprenditoriale dovrà porre attenzione particolare all’istanza ambientale. Per questo servono competenze che vanno continuamente rinnovate. Occorre un rapporto più fiducioso con il mondo della scuola, sulla quale bisogna investire di più, innanzitutto stimandola di più. Si possono trovare soggetti che elaborano cultura in ogni stagione della vita: anche la terza età è preziosa!
Abbiamo ascoltato e avvertito alcuni segni di morte, presenti nella nostra terra e sappiamo come essi abbiano pesato sul cuore del vescovo Vincenzo. Viviamo il Sinodo per dare speranza e per rispondere con un messaggio di vita ai segnali di stanchezza e di morte. Certo, vivendo in montagna, portiamo uno zaino pesante che minaccia di farci piegare le ginocchia. Per questo ci appelliamo a quanti hanno responsabilità per trovare giusto ascolto, sapendo che problemi nuovi attendono risposte nuove, dopo aver constatato che le ricette di ieri sono invecchiate.
Noi ci facciamo carico della speranza. Per noi questo è il tempo della speranza. Fino ad arrivare ad una parola che incoraggi la ripresa della nuzialità e della natalità affinché nei nostri paesi si senta la gioia diffusa dalle voci dei bambini.

Scrive il poeta cristiano Charles Peguy:

«La fede è una sposa fedele.
L’amore è una madre:
una madre appassionata con un cuore grande.
La speranza è una ragazzina da nulla».
E come fa questa ragazzina da nulla
a mettere in moto cose grandi e piccole,
cuori prostrati, animi depressi, uomini demotivati?
«Questo – dice Dio – è il mio segreto.
Perché sono suo Padre».

Chiesa di nostra Signora del Cadore
Borca di Cadore, 24 settembre 2005

Messaggio sulla cultura

TESTO DEL MESSAGGIO SINODALE
L’IDENTITÀ CRISTIANA, DONO DI UNA LUNGA STORIA


L’UOMO È LA VIA DELLA CHIESA

Nel cammino sinodale abbiamo avvertito tutta la solidarietà che ci lega a questa terra e alla sua storia. Sono nati in noi sentimenti di gratitudine e propositi di responsabilità.
Ci siamo sentiti spontaneamente vicini al padre comune di tutti i credenti, Abramo, che lasciò la sua terra e cercò una meta lontana, indicatagli da Dio stesso. Abramo ci ha ricordato che l’unico assoluto è Dio e che seguire fedelmente Dio, facendo di lui il Signore della nostra esistenza – sia personale che pubblica – dona una libertà straordinaria. È la libertà dalle ideologie, ma anche dalla paura, la libertà dal relativismo e dalla stanchezza che rinuncia a camminare. Sulle orme di Abramo abitiamo in pienezza la nostra terra, senza distogliere lo sguardo dalla città dalle solide fondamenta che Dio stesso progetta e costruisce per noi, affinché sia nostra per l’eternità.
Abbiamo incrociato anche il cammino dei Magi: essi hanno cercato il grande Re seguendo tracce disegnate nel mondo e scritte nella pluralità delle culture e delle religioni. Vi hanno trovato doni preziosi che possono confluire nell’adorazione del vero Dio.
Ci siamo messi al seguito degli Apostoli. Forti dell’esperienza di Pentecoste, essi hanno sperimentato che la confusione di Babele è vinta dal dono dello Spirito che permette di parlare e intendere ogni linguaggio. Per questo sono entrati coraggiosamente in ogni città, hanno incontrato ogni popolo, hanno imparato ogni lingua e non hanno schivato alcun Areopago.

In noi si sono così consolidate alcune convinzioni che vorremmo diventassero stile condiviso di tutti i cristiani quando entrano nella “città” degli uomini e formulano un progetto culturale.
Abbiamo visto, con un’evidenza nuova che la Chiesa e il territorio bellunese e feltrino sono due realtà legate nel loro essere e nel loro destino, grazie a un secolare percorso ispirato al Cristianesimo, cheCard. Tomko nel duomo di Feltre costituisce l’anima e la radice più profonda di tutta la loro storia. Il Cristianesimo ha scolpito l’identità di questa gente. Ci impegniamo a conoscere la genesi e gli eventi che hanno costruito la vicenda della nostra terra; vogliamo mantenere la memoria delle persone – in particolare dei Santi – che sono fioriti nei solchi aperti da una fede antica e robusta.
Abbiamo colto voci di sofferenza che segnalano uno smarrimento, una perdita di valori, la paura nata dal crollo di sicurezze troppo fragili e dalla delusione prodotta da un benessere economico ricercato - a volte - a scapito della nostra cultura più autentica che, porta iscritta nel suo cuore una forte solidarietà.

Noi amiamo la cultura in tutte le sue manifestazioni. La Chiesa ha a cuore la cultura perché, da esperta in umanità, ama l’uomo, ben sapendo che l’uomo è la via della Chiesa. La cultura è il volto dell’ uomo e l’identità di un popolo; la cultura è storia, linguaggio, valori, credenze, lavoro, progetti. In una parola essa è umanità autentica, concreta, condivisa.
La nostra fede non vuole essere estranea a nulla di ciò che è veramente umano; non sta lontana da quanto i nostri conterranei amano, desiderano, sperano o temono.
La fede ci munisce anche di una riserva, istruita dalla Croce di Cristo, che ci impedisce di assolutizzare qualsiasi realizzazione dell’uomo, anche la più riuscita e qualsiasi appartenenza, anche la più radicata. Ma così diventiamo liberi. Sappiamo che nessuno può identificare la propria cultura con il Cristianesimo, come sappiamo che nessuno deve rinunciare alla propria cultura per diventare cristiano.

*****

Ora vogliamo prendere sul serio alcuni luoghi culturali specifici. In primo luogo la scuola ed ogni forma di studio in cui si realizzano processi di apprendimento, possibili ad ogni età. La scuola ci sta a cuore; la stimiamo, la onoriamo, offriamo ogni collaborazione affinché essa raggiunga il suo alto scopo che è la formazione integrale dell’uomo.
E poi prendiamo sul serio quel moderno luogo d’incontro che è costituito dalla comunicazione sociale, oggi fornita di mezzi nuovi e meravigliosi. Una volontà vigile e mai stanca di dialogo definirà il nostro rapporto con il mondo dei media, essenziale per la cultura.
La fede ci impegna a cercare noi per primi e a condividere con tutti la ricerca della verità. Cercheremo con rigore la verità degli affetti e della famiglia, la verità dell’impegno politico e dell’attività economica, la verità dello stare insieme nella società e dell’incontro tra uomini diversi, diventato abituale anche tra noi. La cultura della prossimità e dell’ospitalità deve produrre una saggia politica verso gli immigrati e nutrire in noi apertura e conoscenza, rispetto e competenza.
La questione della verità ci fa sentire il richiamo di coscienze forti, di identità coraggiose e ci stimola a confidare nella forza di quelle due ali che possono condurci lontano, in alto: la ragione e la fede.

Vescovo AndrichE poi diremo la nostra convinzione più profonda, che ora diventa messaggio. Oggi c’è crisi di speranza. E a noi è stato fatto obbligo di rendere ragione della nostra speranza. Abbiamo sempre l’impegno di vivere la fede e di offrire la carità, senza confini. Ma oggi dobbiamo sopratutto testimoniare la speranza! La comunità cristiana solca il mare, guardandosi dai pericoli della disperazione e della presunzione e con umile fermezza, con voce amichevole, parla di speranza. Lo fa con il metodo del dialogo, che non rinuncia al confronto aperto, ma pratica sempre lo stile dell'accoglienza. Oggi la nostra identità è la speranza. È testimone solo colui che sa sperare. Non è cosa facile la speranza e se lo sguardo non è fisso sul Risorto noi ne perdiamo presto la freschezza. Egli, il Signore Risorto, ci mette nel cuore e fa fiorire sulle nostre labbra la parola rivolta a questa terra e alla sua stupenda cultura: «Tu non morirai mai!». Questa cultura aprirà ancora il suo orizzonte all’idea che la storia abbia una direzione, che sia incamminata verso una pienezza che va al di là di essa.
Ci sostengono le parole del vescovo Vincenzo: «Le situazioni sono complesse e ampie, ma la Chiesa non si scoraggia e quello che riesce a fare sa di poterlo ridonare a Dio che ama la salvezza di questo mondo più di tutti e sa trovare le strade più giuste perché questo avvenga. Da qui la convinzione di rimanere sereni in ogni cosa; senza ansia di fronte alla gravità delle situazioni; generosi nel donare tutto quello che abbiamo a disposizione; certi dell’opera grande di Dio aldilà dei nostri modesti ma convinti contributi».

messaggio sul volontariato

Celebrata a Longarone
la consegna del messaggio del Sinodo sul volontariato

La chiesa arcipretale di Longarone, gremita come poche volte nella sua storia, ha accolto la consegna del terzo messaggio sinodale, dedicato al volontariato. Una liturgia che ha visto l’intervento di Mons. Giancarlo Maria Bregantini, Vescovo nativo della Val di Non (TN) ma ora pastore della Diocesi calabrese di Locri-Gerace e di Don Luigi Ciotti, presidente del network antimafia Libera, oltre che del Vescovo diocesano Mons. Giuseppe Andrich e del sindaco di Longarone Pierluigi De Cesero, che ha dato il suo saluto e quello della comunità civile. Una liturgia che ha saputo accostare al calore delle testimonianze dei due ospiti la meditazione sulla Parola di Dio, sugli scritti di Santa Caterina Da Siena, accostati nel linguaggio multimediale delle immagini proiettate su maxischermo e della danza, proposta dalle allieve della Scuola diretta da Laura Zago.

S.E. monsignor Giuseppe AndrichANDRICH – Il Vescovo diocesano dà il benvenuto. Nel suo saluto accoglie i due ospiti nel ricordo di uno dei “temi che abbiamo sentito fortemente anche nella sessione sinodale di Borca: l’accoglienza”.
“Il messaggio sul Sinodo – ha proseguito il Vescovo – è dato con ammirazione e gratitudine a tutte le realtà ben identificabili che hanno avuto nella nostra terra, da vari decenni, sviluppo e coordinamento promosso da persone generose e geniali. Vuole mostrare attenzione e riconoscenza al volontariato più nascosto e anonimo, anche quello sorretto da vincoli familiari o di vicinanza, che spesso viene giudicato soltanto doveroso – e ci sfugge quanto è oneroso e alle volte eroico”.

S.E. monsignor BregantiniBREGANTINI – Il Vescovo Giancarlo ha impostato il suo intervento su cinque parole: le ferite del male, la trasformazione, la lavanda dei piedi, la fragilità, il volontariato come apice dell’itinerario che le parole precedenti disegnano. Mons. Bregantini è stato capace di coinvolgere l’assemblea grazie a testimonianze – una è stata dedicata a Mons. Vincenzo Savio – sulle proprie vicende di vita tanto che la folla ha saputo interagire con lui rispondendo come un sol uomo alle sue domande. “Il volontario – ha concluso – è uno che ha un grande sogno ma pone contemporaneamente anche un piccolo segno” per trasformare il contesto in cui opera.

don Luigi CiottiCIOTTI – Don Luigi Ciotti inizia con una provocazione: di fronte alle associazioni di volontariato presenti (ben più delle settanta che si erano prenotate alla Commissione sinodale per la liturgia nei giorni scorsi) si è augurato che il volontariato sparisca. “Perché quanto il volontario testimonia non deve essere appannaggio di poche persone”. Una provocazione che è continuata quando ha invitato tutti a diventare “analfabeti”: che significa “non dare niente per scontato”, capaci di imparare sempre e di non riposare sulla propria scienza. Dal discorso del Sindaco De Cesero riprende la citazione di madre Teresa di Calcutta e conclude con il ricordo del Vescovo di Molfetta Tonino Bello e l’invito a “incontrare le persone e affrontare i problemi, non affrontare le persone”.

Sinodo DiocesanoIL MESSAGGIO – Viene letto un riassunto del messaggio sinodale. “Il Sinodo continua a pensare che il volontariato sia una grande risorsa e una ricchezza irrinunciabile. Per questo vorrebbe contribuire ad un nuovo slancio, innanzitutto indicando ai cristiani questa forma sempre fresca di fraternità. Ma c’è pure il desiderio di continuare il dialogo con tanti uomini e donne di buona volontà che stimano i grandi valori che stanno alla base del volontariato e vi dedicano tempo e risorse”.
E prosegue: “Sentiamo che oggi c’è bisogno di fare un passo avanti. Si potrebbe dire che in questo momento c’è bisogno di rinnovare la cultura del volontariato. La domanda da affrontare suona così: «Il volontario si colloca in posizione di pura supplenza o vuol fare da apripista?…L’apripista esplora territori nuovi, sta in ascolto di nuove povertà e nuovi bisogni, coglie opportunità nuove per realizzare lo scopo irrinunciabile del volontariato che è la “solidarietà”. La solidarietà ai nostri occhi ha la concretezza che le ha dato la parola di papa Giovanni Paolo II: «La solidarietà è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno, perché tutti siamo veramente responsabili di tutti» (Sollicitudo Rei Socialis 38)”.
Quattro diaconi – ministri ordinati della Chiesa, il cui nome significa ‘servitore’ – distribuiscono alle associazioni di volontariato il testo del messaggio e un grembiule: il “paramento sacro” indossato da Gesù nell’ultima cena, per lavare i piedi ai suoi apostoli.

Il messaggio sinodale al volontariato

La vocazione alla carità
La parola stessa “volontariato” richiama immediatamente alla nostra mente una realtà positiva e suscita nell’animo di tutti un sentimento diffuso e convinto di gratitudine, con la quale vogliamo in questo momento raggiungere quanti, nelle forme più varie, si impegnano in una dedizione generosa e gratuita. Il nostro “grazie” riconosce l’opera dello Spirito Santo, che suscita in ogni tempo energie nuove e distribuisce doni che noi neppure sapremmo immaginare. Durante il lungo cammino del Sinodo abbiamo raccolto tante voci, che hanno espresso una giusta consapevolezza per le ricchezze del volontariato. Da quelle voci abbiamo raccolto un invito a far circolare, anche nella vita quotidiana della Chiesa, i valori che sostengono la solidarietà e mettono concretamente al centro i più poveri, gli ultimi, gli emarginati.
don Luciano, monsignor Bregantini, Monsignor Andrich, don Luigi Ciotti, il sindaco De CesaroCrediamo che nella valutazione positiva dei bellunesi confluiscano almeno tre convinzioni da noi pienamente condivise.
Vediamo nell’impegno che si realizza nel volontariato una forma efficace di presenza della fede nella vita. Come si dice spesso: un modo pratico di vivere la testimonianza.
Al secondo posto collochiamo l’esperienza, tante volte verificata, che ci ha mostrato come nel volontariato ci sia un buon terreno per l’incontro tra credenti e non credenti, uniti da valori importanti. E poi condividiamo un comprensibile orgoglio, sapendo che la nostra terra ha visto una fioritura generosa proprio nelle iniziative di volontariato, grazie alle quali ci si è fatti carico di molteplici bisogni dei nostri conterranei. Così si è continuata in forme nuove una solidarietà antica.

Tuttavia non chiudiamo gli occhi e vediamo anche nuvole scure che si addensano proprio sulla realtà luminosa del volontariato.
Notiamo stanchezza e crisi.
Il numero dei volontari sta diminuendo. Sfugge un lamento: «Siamo sempre i soliti e sempre più vecchi». C’è una constatazione diffusa di non essere capaci di coinvolgere i più giovani. Talvolta affiora una certa confusione per cui non si sa più bene cosa è volontariato e cosa è impresa non-profit o forme di servizio civile. Qualcuno avanza il dubbio che si stia perdendo il valore limpido della gratuità senza la quale il volontariato non esiste più.
Non ci sarebbe solo una crisi di stanchezza, ma una vera crisi di identità.

Il Sinodo continua a pensare che il volontariato sia una grande risorsa e una ricchezza irrinunciabile. Per questo vorrebbe contribuire ad un nuovo slancio, innanzitutto indicando ai cristiani questa forma sempre fresca di fraternità. Ma c’è pure il desiderio di continuare il dialogo con tanti uomini e donne di buona volontà che stimano i grandi valori che stanno alla base del volontariato e vi dedicano tempo e risorse.
Sentiamo che oggi c’è bisogno di fare un passo avanti. Si potrebbe dire che in questo momento c’è bisogno di rinnovare la cultura del volontariato. La domanda da affrontare suona così: «Il volontario si colloca in posizione di pura supplenza o vuol fare da apripista?». La supplenza, talvolta indispensabile, occupa gli spazi lasciati vuoti dalla società e della Stato, spazi che nella crisi dello stato sociale e in alcune situazioni delle nostre vallate, segnate dalla solitudine, si stanno dilatando. L’apripista esplora territori nuovi, sta in ascolto di nuove povertà e nuovi bisogni, coglie opportunità nuove per realizzare lo scopo irrinunciabile del volontariato che è la “solidarietà”. La solidarietà ai nostri occhi ha la concretezza che le ha dato la parola di papa Giovanni Paolo II: «La solidarietà è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno, perché tutti siamo veramente responsabili di tutti» (Sollicitudo Rei Socialis 38).
Non ci si può illudere di veder rifiorire il volontariato come fiorisce una pianta spontanea. Il volontariato è anche fatica, impegno competenza e dono, mentre le povertà, vecchie e nuove, sono dure, difficili, esigenti. Il volontario non è uno che rassicura, ma inquieta. Mentre lavora e si impegna, guarda attorno, studia, riflette e scopre le cause di alcune cose che non vanno. Si rende conto di meccanismi sociali difettosi. Si convince che se non dedichiamo ai più deboli un “di più” di attenzione e di risorse, non camminiamo verso la giustizia, anzi ce ne allontaniamo colpevolmente.
Per questo chiede di essere ascoltato e sa di poter dire una parola anche nel momento in cui siun momento della giornata sulla consegna del terzo Messaggio: il volontariato provvede alle causa della povertà e dell’emarginazione. Chi si farà carico di dare voce al volontariato? Concretamente, chi si farà carico della formazione permanente dei volontari? Vediamo di nuovo il terreno per un lavoro comune nel quale la Chiesa mette a disposizione il proprio contributo e la propria esperienza.
La formazione non può trascurare il capitolo personale. Il volontario infatti assume alcuni valori, ma sa di non poterli vivere soltanto nelle poche ore di servizio effettivo. Quei valori diventano per lui uno stile che lo accompagna in tutta la vita. Egli allora si sforza di vivere in modo nuovo e fugge l’ipocrisia. Si è volontari ventiquattro ore su ventiquattro, anche se il tempo di impegno concreto è necessariamente limitato ad alcune ore settimanali o mensili.
Crediamo poi che i valori che ispirano il volontariato non sono un patrimonio privato ed esclusivo, ma costituiscono un patrimonio ideale che dovrebbe ispirare e guidare la società nel suo insieme. Il volontariato la mette in moto perché avverte che la società non funziona in maniera soddisfacente: ci sono ingiustizie, disuguaglianze ingiustificabili, sofferenze, emarginazione.
Rivolgiamo infine un appello ai professionisti dei vari rami per un passo in avanti in direzione della gratuità: prestino la loro opera in favore dei più bisognosi in modo totalmente o parzialmente gratuito, con quella sapienza che non trascura mai gli aspetti educativi presenti in tali iniziative.

Il messaggio sinodale parte già con una speranza forte. Dal rilancio del volontariato dovrebbe farsi sentire in maniera più comprensibile – con il linguaggio credibile delle opere – la parola che ci anima in questo passaggio: «Tu non morirai mai!».

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Sinodo, messaggio sulla Missione

MESSAGGIO SULLA MISSIONE


il Vicario Generale Don Luigi Canal La nostra terra ha dato tanti missionari per le terre lontane. Fedele al mandato di Gesù: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo» (Mc 16,15), la nostra comunità, sia nei tempi passati che ancora al presente, è stata generosa nel donare uomini e donne straordinari alla Missione, in tutti i paesi della Terra. Lodiamo Dio per questi fratelli e sorelle. In questo momento abbiamo davanti a noi nomi, volti, dati, cifre, storie in cui Dio ha scritto le sue opere mirabili. La parte più consistente dell’impegno missionario è nascosta nel cuore del Padre. Egli stesso però ha voluto mettere come sul candelabro alcune vicende e le realizzazioni dei nostri missionari, che sono state viste anche dagli uomini i quali così hanno reso gloria a Dio che sta nei cieli.
Le attuali necessità interne della nostra diocesi, che spontaneamente tendiamo ad ingigantire, non possono chiuderci alla Missione “Ad gentes”, nel grande mondo e nei paesi lontani. Nella nostra povertà di oggi, possiamo ancora donare persone e risorse ad altre Chiese più bisognose della nostra. Ci spinge la convinzione che l’attenzione alle Chiese giovani, il dialogo con le altre religioni, la solidarietà con i poveri del mondo arricchiscono la nostra fede e ci aiutano a cercare una vita più buona.
Oggi siamo diventati noi stessi “terra di missione”. Mentre continuiamo a guardare lontano, nonUn gruppo di immigrati che ha partecipato alla giornata possiamo distogliere lo sguardo da quanto accade vicino a noi. La trasmissione della fede è diventata faticosa anche tra noi. Essa è tuttavia urgente. Lo Spirito Santo ha parlato al nostro Sinodo, ci ha illuminati, ci ha destati ad un impegno nuovo, ci ha condotti al cuore del Vangelo. È per questo che la decisione centrale che nasce dalla nostra Assemblea si chiama “Primo annuncio”. Confidiamo e vogliamo che nasca uno stile da diffondere in tutta la vita della Chiesa, grazie al quale l’annuncio del Risorto diventi veramente la priorità della nostra diocesi. Sappiamo che tale annuncio ha bisogno della parola diretta, esplicita, inequivocabile nella quale viene detto il nome di Gesù Salvatore, mentre ricordiamo che tale parola è necessariamente legata all’amore che testimonia l’unico Vangelo della carità.
  E poi c’è un fatto nuovo che alcuni decenni or sono non avremmo potuto nemmeno immaginare: i popoli lontani sono venuti a casa nostra! Negli ultimi anni la nostra Provincia ha cambiato volto e da terra di emigrazione è diventata una terra cercata da tanti immigrati. Con l’emigrazione noi ci eravamo allenati, sia pure a prezzo di molta fatica, all’incontro con altri popoli, altre culture e altre religioni. Ora che tocca a noi accogliere il forestiero, il compito ci risulta stranamente ancor più faticoso.
monsignor Andrich con don Davide FioccoL’appello della Bibbia ci torna alla memoria e ci inquieta: «Lo straniero che dimora tra di voi lo tratterete come colui che è nato tra voi; tu l’amerai come te stesso, perché anche voi siete stati stranieri in paese di Egitto» (Lev 19,34). Alla base della cultura dell’ospitalità e dell’accoglienza c’è la cultura della memoria. La memoria intrisa di sofferenza, può liberarci efficacemente dalla tentazione di riversare su altri il rifiuto o anche l’ingiustizia un tempo subiti da noi. Anche noi siamo stati ospiti, talvolta indesiderati, in terra straniera.
Oggi l’africano, il brasiliano, il marocchino, l’albanese, l’ucraina, il rumeno… che sono approdati alla nostra terra ci interpellano. Hanno conosciuto il nostro cuore accogliente e per questo vanno oltre e ci chiedono una parola di speranza e di verità. Ce ne rendiamo conto quando apriamo gli occhi sui traumi che accompagnano la vicenda di chi viene dalle diverse e drammatiche periferie del mondo. Occhi che non possiamo chiudere sul calvario che spesso devono percorrere una volta giunti in Occidente dove sono impegnati nelle occupazioni più umili e poco gratificanti, talvolta costretti a subire varie forme di sfruttamento, con pregiudizio della salute, dell’unità familiare e dei valori tradizionali che portano con sé. La ricerca affannosa della casa può diventare un tormento.
   Con una formula sintetica vogliamo riassumere il nostro impegno: oggi ci viene richiesto di offrire non solo il Vangelo della carità, ma anche la carità del Vangelo. C’è infatti bisogno di pane e insieme – in profondità – c’è bisogno di Dio. Né puro assistenzialismo né miope proselitismo quindi, ma un atteggiamento saggio e coraggioso, nutrito dalla fede, intriso di Vangelo e condiviso dalla comunità cristiana. Ci sembra importante fissarne i passaggi in modo preciso:
1. Siamo tutti pellegrini e compagni di viaggio nell’avventura umana. La Chiesa stessa è pellegrina perché non ha qui la sua patria permanente: vive come in una tenda, in attesa della città eterna.
2. La missione inizia dall’ospitalità, quella stessa che praticò Abramo, mostrando che Dio stesso può entrare nella nostra vita attraverso gli stranieri (cfr. Ebr 13,2). I popoli poveri ci sono maestri nella virtù dell’ospitalità che ci reca sempre doni sorprendenti: la conversione, il perdono, la riconciliazione.
3. La Missione richiede il dialogo interculturale e interreligioso. La nostra riconoscenza per il dono della Rivelazione che abbiamo ricevuto, la vogliamo vivere nell’umiltà di chi sa apprezzare le differenti esperienze religiose. Lo Spirito infatti «soffia dove vuole» (cfr. Gv 3,8).
4. La Missione cristiana ci indirizza alla promozione della giustizia e della fraternità. Nel caso degli immigrati che sono in mezzo a noi, ciò richiede l’abbandono dei pregiudizi che trasformano l’immigrato stesso in una minaccia per la società e la Chiesa. Gli immigrati meritano condizioni di vita e di lavoro umane e richiedono l’apprezzamento della società per il contributo che danno alla crescita del nostro paese.
5. Costruire relazioni buone è il cuore della Missione. Gli immigrati cercano un luogo da poter chiamareun momento dello spettacolo “casa” ed una comunità nella quale sentirsi accettati e stimati.
6. La Missione è anche riconciliazione. La storia passata e la cronaca di oggi ci testimoniano conflitti e tensioni. Noi ci vogliamo impegnare con Gesù ad abbattere i muri (cfr. Ef 2,14-16) per partecipare alla creazione di una nuova umanità che si incammina verso il regno.
   Sì dunque alle iniziative di assistenza e di promozione umana sempre necessarie.
Ma oggi facciamo un passo avanti, rendendoci attenti anche all’istanza religiosa che il migrante porta sempre con sé, in forma più o meno consapevole. Noi siamo debitori a tutti della testimonianza della vita cristiana, coerente e coraggiosa, e del primo annuncio del Vangelo rivolto a chi non l’ha mai ascoltato.

   Infine vogliamo indirizzarci direttamente agli immigrati verso i quali oggi guardiamo. A loro diciamo: «Cari amici, venuti da terre lontane, voi non siete più né stranieri né ospiti, ma siete concittadini nostri e familiari di Dio» (cfr. Ef 2,19). La comunità cristiana non può considerarvi un peso, ma un dono. La vostra presenza ci invita alla condivisione della vita e della fede. Voi ci ricordate sempre la grande verità che «la fede cresce donandola» (Giovanni Paolo II). Vi siamo grati perché molte vostre presenze ci edificano con la testimonianza della vostra fede di cattolici, di evangelici, di ortodossi o di musulmani. Qualcuno di voi si è inserito nelle nostre comunità, arricchendole con la bellezza e la varietà dell’espressione di fede dei vostri paesi di origine. Grazie!
Non ignoriamo certo che il vostro arrivo ha comportato anche problemi che vogliamo innanzitutto capire in modo intelligente; non siamo capaci di dare una risposta a tutti i bisogni che la vostra presenza segnala. Guardiamo con rispetto alla responsabilità degli amministratori e dei politici chiamati a darvi risposte concrete e talvolta difficili. Essi sono obbligati al rispetto delle leggi e nello stesso tempo, grazie all’esperienza diretta, possono contribuire molto al miglioramento delle leggi stesse. In ogni caso vogliamo camminare con voi, senza stancarci. Oggi vogliamo condividere con tutti voi la speranza del nostro Dio che ad ogni uomo ripete con amore: «Tu non morirai mai!». clicca qui

 

Assemblea Sinodale a Borca di Cadore

Una speranza per tutti
Messaggio a conclusione dell’Assemblea sinodale di Borca di Cadore

L'invitoNon era stato pensato né previsto un messaggio ufficiale al termine di questi tre giorni di Assemblea, ma noi Sinodali della Chiesa di Belluno-Feltre, mentre stiamo per tornare alle nostre case, vorremmo idealmente che ognuno fosse reso partecipe dello stupore di fronte a una bella notizia che, in questi giorni, ha colto di sorpresa pure noi: c’è davvero una speranza per tutti!
Non si tratta di messaggio che non tiene conto della realtà così spesso violenta e drammatica di questo mondo; anche noi in alcuni momenti abbiamo sentito la fatica e ci siamo sentiti lacerati da tensioni profonde e, apparentemente, insanabili. Vogliamo dire però che è stato possibile superarle non per nostro merito, ma per la grazia che lo Spirito Santo dona.
C’è speranza per tutti. In modo particolare per voi poveri, per voi ammalati, per voi sofferenti di cui nessuno parla, per voi che siete i preferiti del regno di Dio, il regno della speranza, della bontà e della vita; voi che siete i fratelli del Cristo povero e sofferente; voi, con Lui, se lo volete, siete già fermento per la salvezza del mondo.
C’è una speranza per i bambini, soprattutto per coloro che sono vittime innocenti della violenza e della superficialità degli uomini: voi siete coloro che ancor oggi muoiono al posto del Cristo per la violenza di Erode; voi oggi, per primi, siete nella candida schiera degli eletti.
C’è una speranza per voi giovani. È per voi, soprattutto per voi, giovani, che la nostra Chiesa ha intrapreso la strada di questo sinodo; una strada che è solo l’inizio di uno stile che, noi speriamo, voi saprete interpretare in modo autentico e pieno.
C’è una speranza per le famiglie. Di fronte al dramma di tante famiglie divise non siamo sempre stati capaci di mostrare il volto materno e accogliente della Chiesa, qualcuno si è sentito emarginato ed escluso: vi chiediamo sinceramente perdono. Ma vi è una certezza che ci consola: Dio, lui, forse solo lui, non vi ha mai abbandonato e ancora vi incoraggia a scoprire una vocazione impensata e imprevedibile scritta per voi proprio sulle pagine più tristi della vostra storia.
E voi anziani, voi potete essere gli occhi della nostra speranza: quando guardate i bambini, i vostri nipotini, quando guardate i giovani, quando guardate avanti a Colui che tutti ci attende.

Un pensiero particolare anche per coloro che hanno sofferto o che soffrono a causa delle inadempienze, delle superficialità, delle invidie, delle povertà presenti nella nostra Chiesa: il volto nuovo che la nostra comunità diocesana potrà avere in futuro dipende in buona parte da voi. Preghiamo perché coloro che hanno delle responsabilità in questo senso abbiano il coraggio di chiedere perdono, e preghiamo per voi perché il Signore vi doni la grazia immensa di saper perdonare.
Anche a voi stranieri che vivete e che attraversate la nostra terra, dovremmo trovare la forza per riconoscere e per dire che voi siete per noi una grande speranza. Forse noi saremmo destinati a rimanere soffocati dalla nostra aria, apparentemente così pura e limpida, prigionieri delle nostre stesse case e delle nostre paure se voi non veniste a spezzare queste nostre chiusure e questi nostri vincoli bussando alla nostra porta. Invochiamo la luce e la forza dello Spirito per essere capaci di vera accoglienza.

la sala gremita di sinodaliDesideriamo condividere la nostra speranza con i politici, con i sindaci e con gli amministratori locali. La settimana prima della nostra Assemblea alcuni di noi vi hanno incontrato e sono stati ammirati dalla vostra dedizione e dalla vostra sensibilità. Abbiamo condiviso le preoccupazioni per il futuro dei nostri paesi. È anche grazie a voi e al vostro prezioso lavoro che ci sentiamo di dire che davvero c’è una speranza per la nostra gente, per la nostra terra, per le nostre montagne.
Non possiamo tuttavia non guardare con attenzione e con viva partecipazione alla crisi del lavoro che sta investendo il nostro territorio. Abbiamo visto molte aziende locali chiudere per trasferirsi in altri paesi che offrono condizioni più favorevoli; abbiamo percepito gli effetti della globalizzazione che hanno coinvolto attività tipiche della nostra Provincia; constatiamo una ripresa della disoccupazione. In questo particolare contesto sentiamo che è importante l’impegno di tutti, ciascuno secondo le proprie possibilità e le proprie responsabilità sociali, perché la speranza di un lavoro sicuro possa continuare a vivere nella nostra terra.

Alle molte persone in ricerca che abitano le nostre vallate, desideriamo dare questo messaggio: la vostra ricerca è importante anche per noi, continuate a cercare, non vi stancate. Un giorno noi alcuni sinodali prendono appuntiavremo bisogno di voi che scrutate l’orizzonte, voi che non vi accontentate di risposte facili; se i tempi dovessero diventare bui per tutti, in quel giorno, forse, solo voi saprete dire a che punto è la notte.
Un pensiero anche per i poeti e per gli artisti. Questo mondo in cui viviamo ha bisogno di bellezza per non oscurarsi nella disperazione. Oggi, in modo del tutto particolare, la nostra Chiesa ha bisogno di voi per far risplendere la speranza che Dio ha seminato nel cuore degli uomini. Crediamo che siano maturi i tempi perché forme poetiche e artistiche nuove possano nascere da giovani aperti alla voce dello Spirito.

Alla nostra Madre del cielo, Maria, ai Santi della nostra terra, all’immenso coro dei Santi in cielo, e anche a tutti voi che instancabilmente avete pregato per noi vogliamo dire: è soprattutto grazie a voi che noi oggi possiamo affermare e, quasi, gridare: c’è davvero una speranza per tutti.

Proprio in questi giorni, quarant’anni fa, si concludevano a Roma i lavori del Concilio ecumenico Vaticano II. Vorremmo diffondere oggi per le nostre valli il clima di quei giorni, consci che, senza il loro esempio, questo Sinodo diocesano non si sarebbe svolto, così come molti altri sinodi dei quali si è arricchito il cammino della Chiesa cattolica, mentre cresce in noi la speranza di vedere il giorno in cui Dio, attraverso il suo Spirito, farà al mondo il dono immenso della piena unità di tutti i discepoli di Cristo.

I Sinodali

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